la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

protocollo critico n.0
A cura di Domenico Scudero

Protocollo Critico consiste nella metacritica alla tecnica base che è strumento dello storico e del critico d'arte contemporanea: ovvero identificare con uno sguardo "ostile" e non compiacente le identità e le strategie che preesistono al territorio complesso della critica d'arte oggi attiva sul campo dell'attualità.

identità della critica
A cura di Domenico Scudero

L'arte contemporanea vive uno dei momenti storici più complessi. La difficoltà della sua comprensione nell'ambito sociale, la disarticolazione delle istanze produttive degli artisti contemporanei, l'incongruità significante e comunicativa dell'opera sono problemi aperti sull'attualità, problemi di cui si dibatte e si discute: diversamente, invece, il quesito che investe la critica d'arte contemporanea, la sincronia destrutturata con cui essa si dipana nel tentativo mancato tuttora di raggiungere uno scopo, se non nella misura del giudizio quanto meno nella realtà creativa del suo essere, rimane insoluto. Né tantomeno assistiamo ad un proliferare di scritti e di pareri che possano definire un percorso, sia pure frastagliato, ma possibilista, circa la sua "presenza" attiva nel contesto della contemporanità. Viviamo invece immersi in una assoluta delegittimazione del giudizio critico affiancata alle voci, sempre più forti, di chi vorrebbe togliere alla critica il solo potere che le è realmente concesso, quello di rappresentare una voce dell'arte costituita non già da oggetti tangibili ma da cose virtuali. La critica d'arte è, per la sua stessa identità, materiale impalpabile della creatività artistica: ma in questa definizione di "critica" non si indica un percorso in cui un autore esiste solo come percorritore di metodologie e tecniche da altri, in special modo dagli artisti, sperimentate. Basti osservare quanto e come la critica d'are sia stata superata, se non negli sbocchi, negli esiti formali, tanto da dover rincorrere, per via linguistica, anche le discipline critiche meno sperimentali1. Un paradosso, un non-senso, peraltro coadiuvato da un dubbio, che spesso assale quanti si prodigano, con effetti desolanti, nel difficile compito di fornire un substrato teorico all'arte in gioco: qual è la capacità di svelamento della critica attuale, quando ancora più della tematica affrontata è la lettura della sua critica a riuscire difficile, e spesso addirittura contradditoria? Se la critica non spiega, né tantomeno riesce a codificare una logica teorica che possa fornire uno statuto intellettivo all'arte, quali contenuti critici essa sta spacciando? Ed allora la critica in atto cosa offre allo spettatore ed al lettore avido di conoscenza, cosa propone di essere se accetta la sfida di porsi come baluardo a difesa delle teorie contemporanee sottese dalla fattualità artistica? In linea di massima bisogna accettare uno schematismo storico che vuole come definito un territorio che definito non può essere, soprattutto nello specifico dell'arte contemporanea e parimenti nella critica dell'arte contemporanea. Infinite possono essere le dinamiche di accesso alla realtà contemporanea ma soprattutto sono individualmente lecite traiettoie protese al limite della storia e della conoscenza. Il luogo comune della contemporaneità non è infatti da ricercarsi nel tentativo di rinchiudere, all'interno di strategie analitiche e storicistiche, quello che per convenzione non può essere schematizzato, in quanto ambito della sperimentazione - esperienza messa in atto - ma la convinzione di una asserzione posta al "limite" fra le diverse sfere della conoscenza. Inoltre la ragione critica nella tradizione della modernità non è giunta allo snodo dell'opera aperta grazie all'avventura di una seconda avanguardia, ma lo era già nel suo essere all'apogeo della prima avventura avanguardista, quando Futurismo e Surrealismo, Dada e Cubismo, decidono le sorti dell'ipotesi costruttiva di uno slittamento della ragione positivista verso dinamiche idealiste, sia pure motivate meccanicisticamente. La tradizione del "limite" è molto più estesa che non si voglia comunemente dire, ed in questo è celato un grande trabocchetto. Sarebbe un errore far fondamento di una teoria della complessità, così come si tende a farne adesso, definibile in un preciso contesto socio-politico storicizzabile con l'avvento di una coscienza Pop via via rimodellata secondo lo sviluppo tecnico della società. In realtà già Luciano Anceschi nel suo testo "Autonomia ed Eteronomia dell'arte" pubblicava nel 1936 una chiara lettura possibilista di un "sistema aperto": "Alla sintesi parziale, che imponeva i propri schemi astratti al reale, fissandolo per sempre in una fitta rete geometrica di rapporti concettuali e razionali o di momenti ed esigenze o principi razionali, che diminuivano, identificandola con la proria obiettività, tutta la complessità della vita nelle sue espressioni particolari, si è sostituito l'atteggiamento che tende a liberare il pensiero da ogni schema particolare, da ogni ipostasi arbitrariamente generalizzata e ad interpretare, invece, la parzialità di questi schemi nel loro particolare significato e valore completamente individuato, facendo così della filosofia veramente quella meditazione che coincide col mobile essere della vita, al cui sviluppo ed al cui svolgimento essa intimamente collabora, lasciando intatta, pur comprendendola, tutta la molteplicità dei piani e degli aspetti della vita, quale si manifesta nella sua concretezza."2. Indubbio constatare quali implicazioni possano dedursi da una simile presa d'atto. Sono contesti teorici spacciati comunemente per neo avanguardia, ma si ritrovano ampiamente documentati, discussi, valutati da più di mezzo secolo di trattatistica. Cosa ne deduciamo? - In primo luogo possiamo valutare quale spessore intellettivo possa avere la retorica della complessità tanto agognata nelle scritture critiche. Su una necessità teorica della complessità si dibatte da anni la critica d'arte affannandosi alla ricerca di una chiara metodologia che sia capace di azzerare il sincretismo implicito nella formula stessa della complessità. Difatti se la critica d'arte vuole ridurre il problema della complessità, così come nasce attraverso l'opera "complessa" ed attuale nell'arte, giunge inesorabilmente a compiere un grosso errore; quale complessità è dipanabile attraverso il discorso critico se non una complessità apparente e non per nulla diversa dalla problematicità insita nell'arte dall'apparire concettuale dell'avanguardia? Un compito di non poco conto che potrebbe addirittura far nascere il sospetto che se l'opera è un substrato di complessità una siffatta critica non può che essere altrettanto aggrovigliata, perdipiù stritolata dalla necessità di giungere ad una conclusione: un paradosso, certo, ma nemmeno il più semplicistico fra quelli impliciti nella forma e nella tecnica della formula letteraria del critico teso alla valutazione delle "cose" difficilmente districabili prodotte dall'arte e dalla contempornaità generica. No, non c'è un problema della complessità nell'estetica contemporanea a meno che non si voglia dire, e dirlo perentoriamente che questo problema non è mai esistito come termine eletto del postmodernismo, oppure decidere l'incapacità palese, incontrata dalla scrittura per riconoscere e disconnettere una probabile "complessità" in una più fluida comprensibilità del pensiero e quindi dell'arte. - Il sistema aperto o più propriamente "soggettivo" messo in atto dalla critica d'arte non è altro che una ricaduta a quanto dimostrava già di essere superato nell'analisi di una ragione idealista, anche se non propriamente crociana, ma venatamente neo-platonica. Il punto di vista disomogeneo e disincantato di tanta critica d'arte contemporanea, attenta ai problemi dello stile, della forma, ma sostanzialmente legata al contesto di un vissuto se non proprio esistenziale sicuramente esperienziato è figlia naturale, ed anche attempata, di quello schematismo astratto di cui appunto discettava Anceschi. Diminuire la vita e la sua complessità alle proprie ragioni d'essere ed alla propria insofferente obiettività può essere un modello operativo da opporre al luogo comune della complessità, ma anche soltanto conferendo ad un simile sistema di contrapposizione logica il suo valore contestuale si arriverebbe inesorabilmente alla constatazione di esistenza di una simile "complessità". Ed in questo caso, perché soffrire questo complesso di potenza, ovvero perché rendere omologabile una propria parziale visione da contrapporre al moloch della complessità se a questa non vi si riconosce valore? E se invece non ve ne siano tracce, di opposizione e di trattazione soggettiva, quale attualità può rappresentare colui il quale non solo non fa i conti con il suo stesso presente, ma non vuole neppure riconoscere il passato più prossimo? -Siamo quindi al terzo punto. La storia nel suo essere stesso sovrapposizione di esperienze e ridondanze estetiche può permettere di corroborare un sistema complesso in cui varie fasi e sollecitazioni estetiche interagiscano all'interno di una singola coscienza del tempo; così facendo però la critica si ritrova al capezzale del postmoderno, e non delle sue dottrine già ampiamente documentate nella loro mostruosa e poliforme volubilità di forme e contenuti, quanto all'interno di una coscienza del tempo che non concede spazio all'individuo e non permette di attribuire valore storico alla teoria della forma in quanto derivata da un'estetica che non ha valori se non nella mancanza di valori. L'essere proteiforme della coscienza postmoderna, ovvero, concepisce e ripensa il già detto e il già pensato attraverso la collocazione dislessica di altre forme e di altri contenuti. Siamo quindi al punto iniziale: la complessità del sistema estetico è o non è una realtà dell'arte contemporanea, e se è tale perché la critica non è degnamente rappresentata attraverso un discorso che possa essere "aperto", "complesso", "storico"?

1 Si veda ad esempio Massimo Onofri " Ingrati Maestri", Theoria, Roma Napoli, 1995, pag. 159. Sia pure sorvolando sull'uso di iperboli, sillogismi, figure retoriche ed altro, il testo ci offre la possibilità di confrontare quali dinamismi offra oggi la scrittura, sperimentazioni comprese, e di avvertire quanto indietro siano le tecniche della critica d'arte sul terreno della prosa. Si potrà afferamare che il compito della critica d'arte non è propriamente quello di sperimentare tecniche letterarie, usufruendo di un alto livello linguistico, ma si può francamente obiettare che la critica fattuale ad un oggetto artistico o ad un evento o ad argomento, che voglia rappresentare concretamente la contemporaneità, e quindi logicamente disposto ad essere al cuspide di una ricerca, non può che essere altrettanto fornita di tecnica e conoscenza della sua storia.
2 Luciano Anceschi, "Autonomia ed ateronomia dell'arte", Garzanti, Milano, ristampa, 1992, pag.221.