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la
rete reale virtuale dell'arte contemporanea
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megazine ® interviste |
LIFT THINK Sembra l'altro
ieri: più o meno il doppio del tempo trascorso dai miei nitidi ricordi
d'infanzia o dalla formulazione dei due pensieri sopra citati. Edvard
Munch aveva da non molto inciso sulla carta e lanciato al mondo il
suo Grido, mentre Gustav Klimt si interrogava attraverso una Nuda
Veritas che si scruta nello specchio. Stava per iniziare, in quegli
anni, l'avventura umana affidata alle onde radio e il grande entusiasmo
per l'industrializzazione incalzante rafforzava la protervia di una
borghesia che - più tardi - avrebbe prodotto in America il crollo
di Wall Street e in Europa aperto la strada al nazismo (la stessa
borghesia così sensibile all'arte, disponibile ad ogni esperienza
e trasgressione, "che digerisce tutto: solo la cassaforte non si può
toccare" - ci ricorda George Grosz che ne tracciò i profili grotteschi).
In mezzo, gli esordi dell'esperimento sovietico, destinato a fallire.
Come cambiano i tempi: "un secolo fa eravamo governati da un despota
alcolizzato, che disprezzava i suoi cittadini, che non si fidava del
suo governo ed era spietato con i suoi vicini più piccoli" recitava
una vignetta sul Sydney Morning Herald, riportata da "Internazionale"
n.313, 10/16 dicembre 1999. Finalmente, il crollo dei muri, l'abolizione
del wellfare, il mercato, la globalizzazione, l'era mediatica, ci
regalano il conforto di ogni libertà (finalmente è chiaro chi ha ragione,
chi è nel giusto). Può capitare persino di dedicarsi a soccorsi umanitari
senza muoversi dal proprio presidio domestico: nel paradiso atemporale
di Internet, lo scorso dicembre bastava cliccare www.Thehungersite.com
del "World Food Programme" per finanziare l'equivalente di una scodella
di riso o mais. Pagano le aziende pubblicizzate nei banner - tra cui
una rivista gastronomica di cibo epicureo - consultabili insieme a
un planisfero che lampeggia ogni tre secondi, evidenziando i paesi
in cui sta avvenendo una morte per fame. Iniziativa lodevole nell'emergenza,
d'accordo. Guai però a mettere in discussione il sistema economico
immorale che è alla radice di tali problemi (e che si rigenera proprio
con la sofferenza e lo sfruttamento delle moltitudini) nonostante
gli appelli lanciati ormai anche da personalità moderate. Non si tratta
di demonizzare la tecnologia, ma riconoscere che ogni strumento innovativo
è logicamente appetibile e spesso monopolizzato dalle classi dominanti.
Lo stesso George Orwell, nell'introduzione inedita alla Fattoria degli
animali, pone l'accento sulla raffinata censura nei paesi liberi:
"le idee impopolari possono essere ridotte al silenzio, e i fatti
scomodi tenuti nascosti, senza alcun bisogno di un divieto ufficiale".
Una consapevolezza onerosa ci lascia in eredità la storia recente.
"La mercificazione generalizzata delle parole e delle cose, dei corpi
e delle menti, della natura e della cultura, aggrava sempre più le
diseguaglianze" e "Sui 6 miliardi di abitanti del pianeta, solo 500
milioni vivono nel benessere, mentre i bisognosi sono 5,5 miliardi.
Un mondo rovesciato" - ricorda Ignacio Ramonet su Le monde diplomatique.
Certo, sarebbe illusorio pensare di poter contrastare i poteri economici
o i mass media e sovvertire tale ordine con i fragili strumenti della
cultura umanistica. Tuttavia, già solo cominciando ad assumersi le
responsabilità - ciascuno nel proprio ambito - è possibile dar vita
alla speranza di un cambiamento. Con la politica nella sua accezione
nobile, perfezionabile, ma capace di concepire un progetto e riconoscere
un paradigma di riferimento (l'utopia - perché no? - o semplicemente
un'ideologia - per Giulio Carlo Argan la forma politica dell'immaginazione
- attenta ai principi umanitari e non al profitto indiscriminato dei
singoli). Con la cultura vera, quella che anche il relativismo morale
e la demagogia di certa pseudo sinistra ha contribuito a rendere latitante.
La cultura con la "C" maiuscola (che raramente si trova in questi
tempi nei luoghi ufficializzati dalle sedicenti élites al potere)
che possieda uno sguardo più ampio nel tempo - come suggerisce Hannah
Arendt - in quanto fenomeno del mondo e non della vita, a differenza
del cibo e del divertimento che hanno bisogno di essere consumati
e rinnovati. Per quanto attiene all'arte, dunque, purché si evitino
gratuità, semplificazioni utilitaristiche e improvvisazioni, non c'è
contraddizione tra riflessione interiore e impegno civile, tra l'uso
di strumenti tradizionali e tecnologici, tra linguaggi, che invece
dovrebbero convivere e dialogare come ogni forma di differenza. La
stessa cosa può essere espressa in tanti modi: capitò ad Hans Arp
di essere indeciso, di fronte a un albero di cachi, se farne un collage
o una poesia. Decise per il collage e scrisse una poesia. Oggi potrebbero
aggiungersi altre indecisioni formali (un video, un CD-Rom, ecc.)
ma resterebbe la necessità di una consapevolezza inelusibile, riferibile
al dominio dell'etica e ai dubbi irrisolti dell'esistenza. Per usare
una metafora, bisognerà superare lo sguardo di Narciso per approdare
al canto di Orfeo: frammentario come il suo corpo disperso in mare,
quantistico, ma unitario nella capacità di sapersi volgere in grido
o melodia, nel dar voce all'infinita presenza di materia invisibile.
Più agile nel muoversi fra ordine e caos, tempo ed eternità, nel rivelare
con l'immagine che Ilya Prigogine mutua da Platone, l'essenza di una
Natura concepita come opera d'arte, che tutti in qualche modo contribuiamo
a costruire, o che rischiamo di distruggere. |
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