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ultimo numero

"Armadietto" da "Ebrea",
1971 Tecnica mista, capelli
(cm. 59x36x32).
Foto: Catalano

"Che cosa è il fascismo",
1971 "La danza" Stabilimenti
Safa Palatino, Roma
Foto: Galassi

"Che cosa è il fascismo"
1971 "La danza" Campo San Polo,
Biennale di Venezia, 1974
Foto: Cavallini

"Che cosa è il fascismo"
1971 "La scherma"

"Ebrea", 1971
Galleria La Salita, Roma
Foto: Abate

"Picnic o Il buon soldato"
1998 Galleria La Tartaruga,
Castelluccio di Pienza (Siena)
Foto: Abate

"Picnic o Il buon soldato"
1998 Galleria La Tartaruga,
Castelluccio di Pienza (Siena)
Foto: Abate

"Zaire ", 1997
Chiesa Arciconfraternita, Roma
Foto: Abate

 

articoli monografici

in questo numero:

L'arte totale di Fabio Mauri
Katja lambert

Pallido, pallido di Serafino Amato
a cura di Patrizia Mania

Paola Levi Montalcini
Simonetta Lux
Augusto Pieroni
Lorella Scacco

 

L'etica dell'estetica
L'arte totale di Fabio Mauri e la sua "memoria responsabile"
di Katja Lambert

Che cosa hanno a che fare la memoria, la morale, e l'etica? Questa è una delle principale domande dell'artista Fabio Mauri che implica ricerche filosofiche, storiche, anatomiche, antropologiche e religiose. La memoria è il tema di tante mostre d'arte ma anche di ricerche scientifiche di quest'ultimo anno. Alla fine del millennio - non voglio ricominciare la discussione quando finisca - ci si chiedeva come ricordare lo scorso secolo/millennio, ma anche quale sia il funzionamento intrinseco della memoria. I premi Nobel di medicina di quest'anno sono stati assegnati a scienziati che si dedicano allo studio del cervello e della funzione della memoria (1). La mostra "Tempo! Viaggio nell'idea e nella rappresentazione del tempo" - da vedere fino al 23. ottobre al Palazzo delle Esposizione a Roma (2) - espone il mistero del tempo non soltanto dal punto di vista artistico, ma analizza come il tempo viene valutato e la sezione "memoria" dimostra le possibilità di conservare i ricordi. A prima vista queste posizioni sulla memoria non hanno niente a che fare con l'etica. Ma guardando intorno ci si accorge che le cose che diventano ricordo o vengono dimenticate hanno una potenzialità fortemente etica, non solo nel campo della memoria individuale ma soprattutto in quello della memoria collettiva. I pubblici dibattiti nazionali possono essere sovraccaricati d'emozioni e di questioni moralistiche. In Germania con la riunificazione e lo spostamento della capitale a Berlino la storia e la memoria furono ritrovate come una bomba esplosiva dimenticata sotto terra per anni. I politici e gli intellettuali, parlando di memoria collettiva, devono trovare le giuste espressioni e provare a disinnescare la bomba storica. Il letterato Walser compiange la strumentalizzazione della memoria dell'olocausto (3). Abusandone lui stesso senza chiari motivi si trova di fronte a una critica vasta e appassionata. Un altro argomento discusso a lungo è il monumento commemorativo per gli ebrei uccisi durante il nazismo a Berlino. La capitale è piena di luoghi storici nazionalsocialisti e si deve decidere quale è la memoria giusta, affatto responsabile. In Italia il cosiddetto revisionismo storico non viene trattato come un'opinione storica ma come una dichiarazione di guerra. L'identità di una nazione è lo spazio della storia e della memoria collettiva. Cosi ogni comunità commemorativa ha, non solo il volere, ma anche il dovere di ricordare. Non per caso ho nominato la storia del nazismo e del fascismo come materia di memoria etica. Fabio Mauri nato nel 1926 è un testimone dell'epoca che vede la sua memoria responsabile nella sua storia vissuta. Era giovane, voleva godersi la vita ma la "falsa ideologia" intorno a lui esplodeva in brutalità con tante vittime innocenti. Secondo l'artista il fascismo non è soltanto un periodo storico ma una metafora per il male assoluto che non si presenta come male, ma che attira l'esser umano con una faccia affascinante. "Il male e il bene parlano la stessa lingua" è un credo di Mauri che lui visualizza in xilografia. Prende un disegno semplice-espressivo di Hitler come materia prima e con questo produce un triptofano storico. Una delle tre xilografie rappresenta il disegno intero - un uomo che mangia un gelato. Le altre due invece sono sovrapposte in parte di nero, cancellando il disegno originale. Il male invade anche le cosiddette "belle arti", in più di un senso. In questa opera si trovano già gli elementi principali del lavoro artistico di Mauri. Spesso usa dei materiali che trasmettono e conservano la memoria come la fotografia, il film ma anche oggetti di qualsiasi genere che sono oggetti d'epoca e così testimoni muti che cominciano a parlare. Mauri trasforma la materia, comincia a "manipolare" le cose: "Manipulation der Kultur - Manipolazione di cultura" si chiama un libro d'artista che contiene fotografie d'epoca nazionalsocialista - fascista. L'artista prende spesso un dettaglio delle foto originali e mette sotto ogni foto una trave nera. Le didascalie in lingua tedesca e italiana sembrano un commento alla storia accompagnate spesso anche da una pungente ironia. Il doppio senso della parola "manipolazione" è ovvio: la manipolazione della cultura durante le dittature ma anche quella odierna. L'artista mostra un'immagine della storia e allo stesso momento mette in dubbio se può esistere un'immagine obiettiva. Come viene ricordata la storia? È proprio una fotografia un trasformatore di storia, una memoria giusta? La memoria è presente due volte: dal punto di vista estetico e di contenuto, il che è la stessa cosa.
Mauri comincia all'inizio degli anni settanta il lavoro artistico ideologico nel senso più stretto. L'artista fa presente il passato remoto del fascismo e rinfresca una comunità commemorativa che non voleva esserla. La performance "Che cosa è il fascismo?" dal 1971 costringe il pubblico a partecipare a una riunione fascista. Tutto è finzione ma tutto è anche vero. I giovani che recitano il teatro fascista di Mauri portano le camice nere, parlano il linguaggio dell'epoca, lodano il Duce e la mistica fascista.
L'artista rappresenta il regime seduttivo con la musica degli inni fascisti, la musica che commuove la gente. Lo fa senza rottura, senza nessun segno di distanza. Ma il tempo stesso è la rottura perfetta, l'anacronismo è sempre presente, il pubblico conosce la storia e sa già la fine di tutto, anche senza la ragazza con la stella ebrea che incede nella scena alla fine dello spettacolo. (4) Mauri ricorda la propria storia - lui partecipò, con l'amico Pier Paolo Pasolini nel 1938, a una riunione fascista a Firenze che fu il "modello" per la performance - ma che non è solo la sua autobiografia, ma la storia che appartiene a tutti, non solo all'Italia e alla Germania. La memoria individuale e questa collettiva non si può più distinguere.
L'altra faccia del nazismo è la brutalità assoluta contro la gente che non era dentro la "comunità ariana" e l'olocausto degli ebrei come fatto storico è la metafora più terrificante di questa selezione. "Ebrea" si chiama l'opera molto complessa di Fabio Mauri che lui cita continuativamente durante la sua vita artistica. Ebrea è una "operazione fredda" che diventa un fuoco feroce. L'installazione è piena di oggetti che sembrano cose di ogni giorno ma le didascalie o anche solo il materiale provocano associazioni terribili, "Saponi" per esempio. La performance "Ebrea" funziona in modo ancora più esplicito. Una donna nuda si taglia i capelli e forma una stella ebrea su uno specchio. Mauri può anche rappresentare il terrore senza far vedere nulla. "Warum ein Gedanke einen Raum verpestet - Perché un pensiero intossica una stanza" del 1972 è un'installazione di schermi bianchi con sotto delle didascalie in lingua tedesca di lettere gotiche. La lingua è qui l'unico transistore di contenuto, l'uso fortemente ideologico del linguaggio diviene ovvio e invade gli schermi bianchi. Il vuoto così non è soltanto "campo di proiezione" ma allo stesso momento anche "testimone di storia" (5). Di nuovo il linguaggio ha un ruolo principale nel teatro di Mauri artista. Il linguaggio nel senso più ampio della parola: la lingua, la foto, il film, il teatro, il quadro, la musica, il corpo, la ginnastica, il gesto, la mimica...Tutto viene usato come linguaggio di una "opera aperta" (6). Un'opera che svela l'uso ideologico di tutti questi linguaggi, tutti contaminati. L'opera di Mauri funziona come un grande collage. Cita spesso, per esempio gli schermi bianchi di "Warum ein Gedanke einen Raum verpestet" che derivano dagli schermi vuoti o con la scrittura "The End" prodotti dall'artista negli anni cinquanta. Già precocemente Mauri si è occupato del problema dei mass media e ha confrontato il mondo della comunicazione col vuoto degli schermi. Una foto della ragazza "Ebrea" si vede nell'installazione di valigie "Il muro del pianto"; l'orologio col volto di Mussolini, che Mauri inserisce nell'installazione "Ebrea", si ritrova nella performance "Natura e cultura" - una ragazza che si veste e spoglia dalla divisa fascista.
Mauri usa dettagli delle opere proprie come materiale storico, come materiale di memoria della sua ma anche della storia dell'arte. La citazione è un metodo del postmoderno - che a Fabio Mauri come parola non piace - il collage nel senso moderno deriva dalle cosiddette avanguardie storiche.
L'artista costruisce un'opera totale - un "Gesamtkunstwerk" che include tanti media e contenuti. In più l'opera di per sé è un'opera totale che si riferisce sempre a sé stessa. Il cerchio si chiude intorno all'opera completa Avishai Margalit - un filosofo israelita - sottolinea nel suo saggio "Ethik der Erinnerung" (7) "L'etica della memoria" l'importanza di un "testimone etico", che ha vissuto una memoria di un male assoluto. Questo "testimone" deve avere un certo senso di moralità parlando degli eventi vissuti. Deve esser più vittima che colpevole, in grado di comunicare alla specie umana il terrore visto e sofferto. Fabio Mauri ha vissuto la sua giovinezza durante il fascismo, soffrendo soprattutto la differenza fra il fascino del regime all'inizio e la brutale realtà della guerra. È un testimone etico che comunica la sua e la storia di tutti attraverso l'arte. Ma non finisce qui il problema della memoria etica di Fabio Mauri. Lui dice di non avere nessun memoria, ma letto il testo precedente sembra assurdo. Vede nella stessa memoria "un delirio arbitrario" (8) Esiste un ricordo molto dolente in vita sua: la perdita della memoria durante e dopo la guerra. Le notte e i giorni di malinconia e il non potersi più ricordare di questi eventi. Era il periodo nel quale Mauri si rivolgeva a Dio e lui diventava l'unico riferimento. Non c'era più la storia, la memoria, la stessa biografia, ma solo una vita metafisica. Essendo ammalato scopre la religione. Così l'arte di Mauri ha una relazione con Dio, anche se lui dice di essere diventato ateo. "Croce legno" dal 1958, "Ostia di vero grano senza dio" dal 1975 illustrano il riferimento. Le opere più ideologiche - come le performances - l'artista le chiama "esercizi spirituali". Dentro il lavoro artistico comincia un processo di purificazione che funziona come un processo metafisico. Il rituale - lo slogan degli anni settanta - è un sostegno forte dei ricordi visivi di Mauri. L'etica così non è solo una parola laica ma pienamente religiosa. La teoria d'arte di Mauri si referisce a Dio e lui è un trasformatore di "Forma". "L'essere è la forma. DIO È SOLO FORMA, la Massima ASSENZA DI FORMA; SE L'ESSERE dell'essere è DIO" (9).

  1. Giovanni Maria Pace "Perché ricordo", in "La Repubblica", 24.10.2000, p. 59
  2. La mostra fu concepita per l'inaugurazione del restaurato centro Pompidou a Parigi sotto il titolo "Le temps, vite". L'autrice ha visto la mostra a Parigi.
  3. www.caffeeuropa.it
  4. Questo succede in prima versione, alla versione della "Galleria Nazionale d'Arte Moderna" 1994 a Roma si sente un bombardamento alla fine della performance.
  5. "Fabio Mauri: opere e azioni" , S. 138
  6. Fabio Mauri è uno dei quindici della rivista "Quindici", e anche come editore coinvolto nel "gruppo 63".
  7. Avishai Margalot "Ethik der Erinnerung", Max Horkheimer Vorlesungen, Frankfurt/Main 2000
  8. Conferenza Performance - Fabio Mauri "Dio e la scena. L'esperienza dell'essere" conferenza con performance", 23. Marzo 1987, Studio Marconi, "Fabio Mauri: Opere e azioni", S. 229-233
  9. ibidem., S. 233

 

Serafino Amato,
Viana do Castelo,
Portogallo, 1998,
foto, 100 X 127 cm.

La lettura attiva di Pallido, pallido di Serafino Amato al museo laboratorio dell'Università.
di Patrizia Mania

Colpisce immediatamente il titolo del libro di Serafino Amato"pallido pallido" attribuito ad un percorso fatto di immagini in bianco e nero e testi scritti. Un libro d'artista che non documenta un lavoro è un lavoro. Una fotografia è sempre il tradimento di un'intimità violata e fissata dallo sguardo nella sua temporalità, ma questo ciclo di lavori di Amato più che profanare i luoghi e la loro intimità ha il pregio di ricostruirli componendo nei frammenti gli appunti di un viaggio lungo il quale, sfinito nelle forze, l'autore si è fermato a cogliere la stasi della sosta. A ben guardare il "reportage" che ci viene presentato ci parla di più di Amato che dei luoghi che ha abitato e registrato. Il suo sguardo compie un ribaltamento verso l'interno nel tentativo di rispecchiare sé stesso nelle immagini che visita e nelle parole che pronuncia. Nell'incontro si ferma e si fa sopraffare dal pensiero e questo pensiero traduce nelle immagini. Un percorso fisico-esistenziale che entra negli interstizi visivi del paesaggio attraversato rifuggendo il facile compiacimento da cartolina turistica che la meraviglia dei luoghi visitati si presterebbe ad assecondare. Nulla a che vedere con i luoghi antropologicamente descrittici da Marc Augé , al contrario i suoi luoghi sono talmente soggettivamente connotati che sembrano piuttosto risvegliare un'appartenenza psicologica ed esistenziale collettiva. Analogamente ad un altro gruppo di lavori dal titolo "Emblemata" che testimoniano di momenti collettivi o individuali del quotidiano sociale, questi "confini di natura" scelti da Amato appartengono un pò a tutti; intrecciano con chi li guarda un dialogo familiare. Ciascuno li riconosce come propri, la stessa dimensione della sosta, qui strumentale alle tappe del viaggio, appare immediatamente condivisa e condivisibile. Quanto ai pensieri, alle parole che li accompagnano sono allo stesso modo pieni di aspettative condivise. Aprire il libro nello spazio pubblico di un museo, come si è fatto al museo laboratorio dell'Università La Sapienza, è trasferire la dimensione intima in quella collettiva, e si è voluto integrarlo con il suono della parola parlata, con un concretizzarsi fisico sonoro nello spazio muto. E' stato l'intervento di Benedetto Simonelli che ha partecipato all'evento con una fattiva ed attiva lettura dei testi scritti del libro. Un modo per verbalizzare questo viaggio, un viaggio che, non nello specifico, ma in altre occasioni Simonelli ha altre volte condiviso proprio con Serafino Amato. Le tappe dei viaggi, le soste, corollari dei percorsi di allontanamento e di ricerca che fanno di Amato un inteprete della "contemplazione" cioé etimologicamente dell'azione del guardare a lungo, ed in cui il guardare non è sinonimo di passiva recezione del mondo né volontà di annullamento piuttosto lo stare con lo sguardo da qualche parte ed è uno stare che vive anche attraverso la verbalizzazione del guardare. In cui si scopre anche che le parole sono a tratti prestate ai luoghi, in una sorta di autoconfessione che li descrive