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Paola Levi Montalcini,
"Marzo" (mostra d'ambientazione)
ripr. in "Domus"
agosto 1934 pag. 34

Paola Levi Montalcini
"Bambina con l'uva"
olio su tela, mostra allo studio Casorati, Torino, 1935.

Paola Levi Montalcini
"Maria De Laude" 1952
grafite su carta

Paola Levi Montalcini,
"Foresta Metallica" (1968), costruzione in perspex con base
triangolare, motorino, luci, elementi cilindrici in perspex, molle
in acciaio, ottone cromato specchiante
h cm 190.
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articoli monografici

Saggi
su Paola Levi Montalcini
Paola
Levi Montalcini. Figure da un paradiso perduto
di Simonetta Lux
Paola
Levi Montalcini vista dagli scaffali della sua biblioteca
di Augusto Pieroni
Tra
i segni e le pagine
di Lorella Scacco
Paola
Levi Montalcini.
Figure da un paradiso perduto.
di Simonetta Lux
"I motivi
che fanno convergere sopra un possibile arco di scelte in un certo
momento e in un determinato luogo quelli che saranno i lineamenti
di un linguaggio sono scoperti e velati all'artista stesso",
Paola Levi Montalcini
Figure da un
paradiso perduto.
Tutto
di Paola Levi Montalcini si nutre di una sorta di intreccio laico
tra fraterno sodalizio (Gino, Rita, Paola stessa) e rete di amicizie
intellettuali, tra architetti, artisti, collezionisti, scienziati,
progettisti di interni (il design non è ancora nato).
Inizia a dipingere nella Torino del liberalismo di Piero Gobetti,
nella Torino dell'affermarsi della architettura razionalista assistendo
alla amicizia ed alle realizzazioni del fratello architetto Gino Levi
Montalcini insieme con Giuseppe Pagano Pogatschnig- (che morirà
a Mathausen in campo di concentramento ): l'arredamento per ufficio
alla IV Triennale di Monza del 1930;il padiglione dei festeggiamenti
e moda all'Esposizione per il Decennale della Vittoria al Valentino
nel 1928; il Palazzo per gli uffici Gualino a Torino nel 1928-29.
Paola conosce anche le realizzazioni di alcuni suoi amici del gruppo
"dei sei", come Gigi Chessa e Francesco Menzio che realizzano
interiors tanto essenziali da essere provocatori , progettando alla
III Mostra Internazionale delle Arti Decorative di Monza del 1927
alcuni della famosa "strada dei negozi": Farmacia; Confetteria
dell'Unica.
Ed in questo ambiente di intrecci di arte e architettura che Paola
realizzerà quelle che allora chiamavano "mostre d'ambientazione",
realizzate in genere in una collaborazione tra signore, architetti,
artisti: ma per Paola il discorso è diverso. Da sola creerà
la sua ambientazione, sia nel 1934 (ormai a sei anni dall'esordio
nello studio di Casorati, di cui parleremo più oltre) , "Marzo",
sia nel 1935"Composizione" . Sono entrambe interessanti
perché Paola è tutto insieme , donna/ artista /architetta.
E se nella prima inserisce un grande pannello decorativo di vera e
propria pittura nel suo stile un po' espressionista(mi sembra di riconoscere
donne al sole
) che fa da sfondo ad una tavola imbandita che
invece sembra un quadro di Casorati con il pane o uova "ovali
plastici puri", con un arredo in stile De Stijl, l'anno successivo
adotta l'uso di cubi rigidi bianchi, una scala essenziale e dei cilindri
tronchi un pò inclinati (come le future colonne luminose degli
anni sessanta!).
Ecco un
primo punto fermo delle sue "origini" e "radici":
l'intreccio arte architettura (azione costruzione) che non solo deriva
da questo clima, ma anche da alcune esperienze dirette: e cioè
la realizzazione nel febbraio 1935 delle scene e costumi (ideati da
Casorati) per La Boite à Joujoux di Claude Debussy
Forse non sarà andata al passeggiare davanti agli stabilimenti
FIAT di Matté Trucco, ma certo doveva frequentare il teatrino
di casa Gualino con quell'arredo dell'ingresso così volumetrico
elementare, con quei cilindri a lampada d'apice invisibile, progettati
da Felice Casorati (con la collaborazione di Alberto Sartoris) nel
cui atelier fa scuola di pittura e fa la prima cosa da artista : ne
coglie la lezione di maestro morale ( come dirà poi) dipingendo
in modo indipendente tanto dalla sua classicità immobile dai
plastici valori che tanto piacquero a Piero Gobetti nel 1923 quanto
da quella levità di matrice impressionista che era propria
di Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco
Menzio, e un po' meno di Enrico Paulucci.
Insomma nella Torino eccentrica e indipendente, nella Torino della
negazione d'ogni eventuale identificabile "attesa", nella
Torino antiaccademica, antinaturalistica, senza "sbavature emotive"
, come d'altronde vogliono i maestri Lionello Venturi ed il giovane
Edoardo Persico, ben si delinea fin da subito Paola Levi Montalcini:
una indipendente dalla pittura "emozionata" ben riconoscibile,
"fuori d'ogni possibilità d'essere confusa " scrive
Emilio Zanzi già nel 1928 su "Il Popolo".
Possiamo sintetizzare così, con le sue stesse parole , la sua
indipendenza
"Guardai a Rembrandt, a Goya, a El Greco, più che a Piero
della Francesca e a Paolo Uccello".
E' un suo
appunto "femminista autobiografico" del 1976 riguardandosi
indietro, guardando io credo alle sue opere dei primi anni trenta,
a qualche anno di distanza dal 1928 quando fa la sua prima mostra
insieme agli altri allievi nello studio di Felice Casorati, alla seconda
mostra , questa volta personale, nel rinnovato studio ormai di Casorati
e Paulucci, nel 1935 ,
insieme insomma guardando a quel momento di consequenzialità
di partecipazioni a mostre collettive e periodiche importanti come
la Quadriennale appena nata e nella II edizione del 1935, e cionondimeno
col coraggio della diversità del segno e la dissoluzione della
materia e della struttura segnica pittorica,, come in "Bambina
con l'uva", che certo avrebbe piccato la critica giornalistica
e di regime, se Paola non fosse stata così giovane e donna
(da non far paura).
Ma è nella sopracitata nota che Cremona intuisce il valore
dell'indipendenza di Paola, non mancando di cogliere nell'attività
che si svolge - aperta talvolta al pubblico- nell'atelier stesso di
Casorati un "clima di intelligente libertà".
Tra l'altro l'atelier/studio aperto periodicamente al pubblico anticipa
le attuali forme internazionali di indipendenza attraverso il modello
organizzativo detto degli "indipendent studios".
E' da questo momento che Paola Levi Montalcini intraprende un sodalizio
amichevole e di critica con Italo Cremona (oltre che con Albino Galvano),
dal quale ha anche una sorta di iniziazione e poi attuazione di un
suo ideale inconscio di nomadismo culturale e di frequentazione dei
luoghi della poesia , della letteratura e della arte simboliste, delle
poetiche dell'assurdo e surrealiste.
Lo chiama a un certo punto "il marchand du sel" a Torino
"Le
meraviglie, le illuminazioni, le bizzarrie dei mostri sacri a Cremona,
"le marchand du sel" a Torino, per alcuni pittori della
mia generazione indicano i vettori di tutt'altre implicazioni permeate
di humour, ironia, distruzioni. È infatti il contenuto delle
poetiche del diabolico e del sublime - rivisitate nel clima del novecento
italiano - oggi entrate nel dominio del quotidiano, da Sade a Lautréamont,
da Fussly a Blake, da Beardsley a Wilde ad aver inciso fortemente
sulla mia formazione.
Se attraverso fasi ricorrenti del mio passato vi sono incidenze e
orientamenti t
si ad esprimere sul piano del linguaggio la trasposizione di un ritmo
distruttivo-costruttivo, ciò è da riferirsi al riflesso
di quelle poetiche assai più che al processo ciclico di fenomeni
naturali."
Niente di strano nella Torino nobile e nello stesso tempo segreta,
occidentale/orientale, come Giorgio De Chirico volle nel testo scritto
per la prima monografia di Paola del 1939 , riguardante tutta la sua
pittura fino a quella data.
"Nature silenti" (Paola ci tornerà più tardi,
al suo incontro con Cage e le Neoavangaurdie), solo tracce in esse
del turbine interiore sempre più vivace nella giovane artista.
Sono anche ben lontane da quelle opere della ripresa pittorica "impersonale"
che avverrà solo alla fine della guerra, dopo il passaggio
urticante delle vicende persecutorie fasciste (la promulgazione delle
leggi razziali antisemite anche in Italia, dopo il barbarismo della
Germania) e naziste (tra 1939 e 1943 quando con l'armistizio firmato
dal re e da Badoglio i nazisti tenteranno di infierire su ogni cittadino
dell'ex alleata Italia mussoliniana, difesa solo dalla resistenza
degli antifascisti) : una ripresa tutta intimamente - dunque anche
poeticamente- cambiata.
Le vere figure del paradiso perduto non sono quelle delle pitture
interrotta nel 1939, ma proprio quei momenti irrapresentabili ed effimeri
come gli allestimenti di " tavole imbandite" o come "le
scene per una boite à joujoux" , che potranno ritornare
come esperienze integrali dello spettacolo e del meraviglioso molto
più tardi, dopo la eliminazione della figura e il raffreddamento
esteriore delle emozioni.
Che fa la pittura? Che fa l'arte? Che ruolo si riconosce l'arte all'uscita
dal dramma della guerra e delle persecuzioni, insomma quasi per così
dire all'uscita dallo "spettacolo" ?
Uno dei testi più belli della Paola, è quello datato
1962, posteriore al suo "QUESTO NOVECENTO" (riflessione
sul nuovo mondo dei linguaggi postbellici :nuclearismo, art autre,
etc.) e forse parte a noi mancante di esso: la parte che riguarda
il suo stesso lavoro di artista.
Scrive :
"Riflettendo sul senso o non-senso di un proprio cammino credo
individuarlo in un clima di corrispondenze e di opposte tensioni nell'ambito
del magico e lo spettacolare. La trasposizione di un'altra faccia
di quella realtà e di quelle contraddizioni di cui siamo attori
e spettatori ogni giorno sul piano della vita. Quegli aspetti che
il teatro ha reso evidenti al limite del reale e dell'irreale, dell'umano
e dell'inumano, del tragico e del comico - inteso come un'altra faccia
del tragico - e la pittura vuol esprimere liberando del contenuto
emotivo la realtà da cui emerge.
Dopo gli sconvolgimenti della guerra - un lungo periodo di assenza
da ogni incontro con il mondo della pittura e la successiva presa
di coscienza con una realtà nella quale non sembrava più
possibile riconoscersi con l'immediato passato - la ripresa sul piano
del linguaggio sembrò imporsi in chiave impersonale, oggettiva."
La confessione (ed è un dato che riconosciamo sempre più
in uomini di generazioni sopravvissute a catastrofi) è quella
di un distacco definitivo dall'umano, del rifiuto di una sua rappresentazione,
come anche della rappresentazione di una nostra interiorità
emotiva (e/o piscologica): ci sarà solo un momento più
tardi in cui Paola ammetterà l'esistenza di un luogo invisibile
dell'emozione dentro le opere anche le più ricorrenti al "meraviglioso"
e allo "spettacolare"
"Dopo il ritorno a Torino per molti mesi non feci più
un segno".
I quadri tra il 1946 e il 1948, apparentemente connessi a tematiche
sociali e "frontiste" o "resistenziali" sono in
verità una disperazione di toccare l'individuo/uomo così
condannabile dopo gli eventi trascorsi: donde questa specie di cezannismo
"sociale" cui ci fa pensare la sua dichiarazione, di iscrivere
delle categorie umane ( e non singoli individui) dentro "figure
plastiche" classiche.
"Poi, com'era prevedibile, ripresi il discorso interrotto che
doveva in breve condurmi all'esperienza astratta- concreta.
Un concetto prevalse: la fine di un monologo, per una prospettiva
corale(. ..)rappresentano appunto 'masse' impersonali, iscritte possibilmente
nel cerchio o nel triangolo.
Lo spazio entro il quale quelle figure sono immerse, è uno
spazio concavo estraneo alle figure.
L 'esigenza di rappresentare delle "categorie umane" è
confermata dai titoli: 'Le madri', 'Gli spettatori', 'La folla "
'Comizio " 'l pescatori " ecc.
"La figura
isolata, vista e pensata in uno spazio tridimensionale; seppure in
chiave espressionista, aveva cessato di interessarmi.
Potevo guardare al futuro con un patrimonio di nuove libertà,
la prima delle quali era lo sganciamento dal 'vero '.
La gamma coloristica è, in quei dipinti, accesa o spenta, violetta
o verde acre, sempre prescinde dal colore tonale, da quello realistico".
Si tratta - come dirà altrove - della combinazione di timbri
cromatici, "residuo" di una drammatica realtà esistenziale.
"Dal 1949-50 eliminata la rappresentazione della figura, il linguaggio
può definirsi 'presentativo' per usare il termine introdotto
da Dorfles. L 'espressionismo astratto dei dipinti esposti alla Biennale
di Venezia nel 1950, deriva da timbri, e ritmi connessi a quei temi
corali.
I quadri intorno al 1952-53 rappresentano un superamento sul piano
strutturale e tecnico. I dipinti esposti al M.A.C., con stesure fredde,
hanno una forte accentuazione dei bianchi e dei neri. Prevalgono in
essi, anche se non manifesti come nel quadro intitolato "Revenant"
il pensiero della morte e i connotati di un mondo surreale che nulla
ha a dividere con quelli del surrealismo storico.
l dipinti più realizzati di quel periodo sono: "Foglie
disseccate" 'Incastri" (il migliore per la tensione delle
implicazioni: struttura e del colore), e "La città che
cammina " originato questo da un ricordo drammatico. Il dipinto
rappresenta in astratto la folla che vidi - era l'agosto '44- dalle
finestre del piano terreno di Via Cavour a Firenze, dove abitavamo
durante l 'occupazione dei nazisti. Una follache scendeva a fiumane
dai colli, ,diretta verso il centro storico, che si presumeva salvaguardato
dai bombardamenti. Il dipinto rappresenta quella massa umana, unita
e pietrificata".
Sembra una fredda culla del patire questo "spazio concavo estraneo
alle figure": ed una "culla di segni e memorie (culturali)"
saranno le "reti " e gli specchi concavi dei perspex luminosi
e cinetico - luminosi realizzati poco meno di venti anni dopo!
Diciamo però che per giungervi Paola deve elaborare questa
deliberata poetica del distacco mentale: e "la pittura vuol esprimere
liberando del contenuto emotivo la realtà da cui emerge".(1962)
E' una sorta di entrata nel "bosco surrealista" , attraversamento
de" i vasi comunicanti "dei mondi terrestri delle culture
e dei linguaggi.
E' un altro "surrealismo" - lo dirà l'artista stessa
cultrice attenta di quello storico ed anche di quello degli anni di
"Documents"- nel quale piuttosto che l'automatismo opera
il procedimento maestro: quello delle "libere associazioni".
Sistema costruttivo ed ideativo che aveva consentito a
Breton la risalita dal suo maestro Guillaume Apollinaire a Rimbaud,
Baudelaire, Isidore Ducasse conte
di Lautréamont.
Arbitrario, sì, ma presupponente un "pieno" di sapere,
che la Levi Montalcini avrà non poca difficoltà a far
intendere.
La esperienza presso l' "Atelier 17 "di Hayter a Parigi
nel 1956 è vissuta con una intelligenza poetica, fuori della
norma, anzi diciamo piuttosto entro la 'sua' norma .
Definisce la scrittura , il segno, la parola una "chiave di messaggi
chiusi": Paola si abbevera di tutto quanto possa portare a compimento
il suo percorso di de-emotivizzazione dell'arte.
E quando legge quel testo che "fa risalir l'origine di antichi
caratteri alla forma di talune ossa del teschio", può
riconnettere l'universale arbitrarietà dei segni e dei sistemi
di segni, il dato ricorrente della perdita di "significato"
dovuti a processi di trascorrere del tempo od alla "conclusione"
definitiva e allontanata degli eventi e/o esperienze che ne avevano
determinato la creazione all'origine.
In sostanza è la accettazione della scissione di significante
/significato (o forse anche : è il "perseguimento"
stesso della scissione), a segnare una svolta importante dell'artista,
consentendole di uscire dalla "pittura".
Nascono così "Lettere e Vasi".
" È dal 1953 che identificai nelle lettere o pseudo-lettere
una realtà nella quale riconoscermi. Mi interessarono dapprima
per le implicazioni oscure legate ad una loro difficile preistoria,
per il vuoto, il silenzio che le precedeva, per l'incisività
di segni criptici, millenari.
L'oscurità delle connessioni segno-significato mi indusse a
creare caratteri liberamente deformati, fino a perdere ogni connotato
di lettera.
Non fu attraverso un processo improvvisato che pensai di articolare
quei segni astratti contrapponendo ad essi il fluire di curve dinamiche,
irrazionali. Da quella convergenza di opposti, una unità parve
emergere contemperante le due polarità del binomio.
Dall'urto e dall'incontro di segni di morte e segni di vita, di elementi
dinamici opposti ad una fissità geometrica oppure cristallizzati
in forme chiuse è nata la serie delle tempere: "Le lettere
e i vasi" realizzate intorno al '53-'54 " .
E' un testo vicino a quella esperienza, questo del 1962.
Nel 1976 , con un distacco che colpisce molto, quasi con una superiore
alterigia dell'immaginario, dirà semplicemente:
"Entro una struttura semplice , che può suggerire, per
analogia, le coordinate cartesiane più che un simbolo di lettere,
tracciai una curva sinuosa
. . Fu la prima e forse la più
incisiva di quelle tempere, nella quale gli aspetti del binomio :
vita - morte, sembrano trovare una più felice convergenza (sic)"
.
E' una sorta di ironia su vita/morte, come se quel distacco del segno
dall'ancoraggio significante/significato, avesse inciso nella sua
emotività.
Ma prosegue:
"Il colore, in quella fase di ricerca, non mi interessava.
Sempre per analogie, cercai nelle tempere successive - e non soltanto
nelle tempere- di esprimere l'evolversi del tempo, la durata, l'onda
nel suo perpetuo fare e disfarsi "
. La tecnica è
insomma
ricavare segni rapidi e e incisivi "estraendoli" dal fondo
scuro ("con quella tecnica del granito" :hayterianamente).
Con una specie di struttura geologica piramidale, con interni, labirinti,
nidi di insetti in caverne, vengono creati i dipinti del 1955( Lo
Stagno di Auber ,Antica Età , Terra arsa) dice Paola "
come in un clima di GENESI "
Dopo le "Lettere" e "Vasi" è, anzi sembrerebbe,
darsi una ripresa della pittura, ma la tecnica che l'artista racconta
(" una tecnica non dissimile da quella sperimentata con le tempere.
Il Colore: bruno terra e verde marino. Eliminai tuttavia le curve
per una tecnica più nervosa e unitaria") e che vediamo
all'opera è costruttiva e tassellante come di scavo materico.
Insomma si ribadisce il gioco a "fasi mentali".
Alle successive
"Scritture del tempo" (Sorgente, Metamorfosi) Paola dedica
altro preciso "racconto:
" sono stati realizzati per "apposizione" e non per
"sottrazione" del colore attraverso un procedimento diretto
del segno sulla tela bianca.(
)
Se l'improvvisazione coincide con una messa a fuoco che brucia le
tappe delle metamorfosi che in qualche modo l'hanno preceduta e quel
"retroterra" di scelte rifiutate difficilmente emerge dalla
versione definitiva, ciò può avvenire sia dopo una serie
di elaborazioni e rielaborazioni sulla tela dipinta come attraverso
fasi "mentali". E' in questo senso che operai le scelte
successive al primo periodo".
Appunti del 1962 , carichi di un serrato incontro teorico sia con
Gillo Dorfles che raccomandava l'uscita dall'informale ma "senza
sottomissione all'azzardo" (con le consuete argomentazioni antisurrealiste
) e poi ( ma temporalmente prima : tra il 1958 e il 1960) col suo
maestro Italo Cremona, al cui saggio del 1958 "L'ALTRO' NOVECENTO"
risponde con il suo "QUESTO NOVECENTO" .
Paola Levi Montalcini è tra "tanti nomi" potentemente
argomentativa ed aggressiva, teorizzando una terza via di reazione
alla presunta "dissoluzione informalistica" , tra quelle
del radicalismo impegnato e dell'idealismo razionalistico: "creare
sottili e misteriosi contrappunti" nel mondo delle immagini elaborato
dalla memoria attraverso riflessioni, e letture (dunque accantonando
emozioni, esperienze, ricordi del reale).
Lo fanno tutti , si potrebbe dire: ma Paola Levi Montalcini abbandona
il mondo e - piuttosto che sublimare- lo ricrea.
Prima tappa: creare distruggere ricreare, come abbiamo visto nei quadri
del 1955.
Seconda tappa: apporre e agire velocemente sulla tela bianca (Presenza).
Terza tappa ( che direi della notte) : intessere gesto, segno e materia
e poi riscavare (Sorgente). Per trovare cosa?
Quarta tappa: annullare il soggettivismo del segno (segni " abbreviazioni"
dell'alfabeto o dei miti celtici) senza "peraltro sacrificare
la dimensione stessa del mio passato". "Flash" di Paola
Levi Montalcini su l'inconscia , vera, intenzionalità della
spersonalizzazione come sublimazione del dolore.
Se il trasferimento a Roma e , da quel momento agli inizi degli anni
sessanta, è l'abbandono definitivo della pittura , il passaggio
multimediatico all'esito antisoggettivistico porta però irrimediabilmente
alla ideazione di macchine potenziali di ricostruzione del senso :anzi
, più che "però" per fortuna .
Ciò avviene a coronamento -diremmo - di un progetto di identità
arte / conoscenza , le cui tracce troviamo fin dalla prima giovinezza
e fin dalle prime scelte esistenziali
Se il procedimento
resta quello della ideazione/costruzione attraverso residui di senso
divenuti arbitrari ed autosignificanti, se ora il processo di costruzione
/ideazione non è più con la pittura ma con altri media
e con altri residui, il funzionamento e la materialità degli
elementi rende trasformativa la percezione, portando con ciò
al sapere.
Le tappe sono: nel 1964 circa le coutures (come direbbe Pieroni, vedi
ultra "Schede") di film (i collages), le reti (mai esposte),
i poliedri, le strutture cinetiche/luminose ( realizzate tra 1969
e 1971).
La raffigurazione conclusiva di questa identità sono le morsure
su rame.
Il disegno di Paola ,se già in parte intuibile da quanto realizzato
fino allora, è detto - a saper leggere tra le righe - in due
testi (che pubblichiamo più oltre), Strutture cinetico-luminose
e il testo apparentemente tecnico apprestato nel 1971 per Marchiori
per il volume intitolato pilatescamente (in un'epoca di rimeditazione
dell'idea di artista) "Operatori plastici".
Voglio dare
il passo centrale:
" Non è infatti il materiale e neppure la tecnica a caratterizzare
l'opera, ma l 'intenzionalità della ricerca, come attitudine
mentale e come scelta .
Le sollecitazioni del colore luce, ai limiti tra i sensi e l'attività
psichica, tendono a liberare dal dato sensoriale la percezione orientandola
a un significato. Il significato che in senso lato si ricollega a
queste strutture e quello di un'interpretazione del reale come struttura
ciclica".
L'utilizzo di due gamme, convergendole, quella del reale e quella
del virtuale, identificabili come concetto e come materia (l'installazione
fisica e la concertazione - nei poliedri e nelle strutture cinetico-luminose-
di fatto ed effetto, grazie all'uso dello specchio e della luce) ,
porta alla percezione attuale dell'unità inscindibile delle
energie.
"L'elemento unificante dei contrastanti binomi presenti nelle
sculture: realtà e irrealtà, geometria e immaginazione,
ottica reale e ottica virtuale, immobilità e dinamismo, è
la luce.(
) Oltre alla visuale verticale, in alcune strutture
uno specchio triangolare, in alto, inclinati a 45° ripropone orizzontalmente
e all'infinito tutta la visuale degli elementi illuminati. Le due
prospettive di luce - colore - quella verticale e quella orizzontale-
con un movimento per lo più lentissimo, si presentano con una
"durata" ed una intensità luminosa differente.
Nessuna struttura è programmata nella sua totalità dall'inizio.
Soltanto la pianta e gli specchi interni, piani o convessi di ottone
cromato sono previsti senza successive alternative, mentre la struttura
interna si realizza attraverso scelte, proposte, ipotesi sempre suscettibili
di variazioni fino a quando la gamma dei diversi elementi strutturali,
il colore-luce e il movimento non abbiano raggiunto un interna unità.
All'immobilità della struttura e al silenzio si contrappone
il ritmo delle frequenze luminose e la dimensione "tempo"
".
Nella bella mostra che Paola Levi Montalcini aveva tenuto con Paolo
Portoghesi (che vi presentava la sua utopica "Dicaia") e
Vittorio Gigliotti ,già la lista delle sue opere "realizzate
a Roma nel 1969" , anzi i nomi delle strutture cinetico - luminose
stesse ( vedi, più oltre, le "Schede" delle opere
) dà -in assenza di testi- la misura di una invenzione che
insieme con l'idea di "ciclicità" e le idee progressivamente
sviluppate di "impersonalità" "imprevedibilità"
e di "vuoto" anticipa e "comprende in sé"
il "metodo di progettazione" che enunciano Portoghesi e
Gigliotti.
La ricongiunzione
col suo passato, addirittura la interpolazione De Chirico/Duchamp/
De Pawlowski/Cage, avviene come al solito in un suo testo così
affascinante di attraversamento del tempo, da farci sorridere (di
piacere).
"Metà del mondo è terra, metà è vento",
recita il testo pubblicato nel 1979, nel catalogo della mostra dell'80
alla Calcografia Nazionale a Roma, che alla prima lettura ci sembra
illustrare (ed è anche così) la nascita delle sue incisioni
in rame che abbiamo voluto qui chiamare"morsure" :ma è
di più. Assumendo dalle morsure il motivo ricorrente della
spirale (che ci riporta insieme a Poe e ad Archimede) racconta il
suo percorso di costruzione di una "vita" (opera, "costruzione
di spettacolo", come diceva delle sue pitture De Chirico nel
1939 ) , "natura silente" "accanto" all'altra
vita (quella rumorosa e agitata diceva sempre De Chirico delle pitture
della Levi definendo la sua arte "metafisica" per quelle
ombre entranti di un' albero che sta fuori del quadro detto anche
"spettacolo raffigurato") .
Se "Il tempo è per il linguaggio il suo modo interno di
analisi", le parole cariche ed individuate si precipitano sul
più attuale presente della artista e fluttuano in armonia col
senso del suo percorso artistico:
spettacolo/teatro/arte/realtà (Paola Levi Montalcini),
Boite à joujoux ( Claude Debussy),
natura silente ( Giorgio De Chirico),
bellezza di indifferenza (Marcel Duchamp),
silenzio (John Cage),
orchestra muta,
senso e non-senso (Maurice Merleau - Ponty).
Peccato non poter ritrovare il quadro primo riprodotto nella monografia
di De Chirico
"Piccolo Bosco", per presentarlo insieme alla struttura
cinetico-luminosa "Foresta metallica", quella a base triangolare
e moto, con luci, elementi cilindrici in perpex e molle in acciaio,
e elementi di ottone cromato specchianti: Paola non aveva ancora visto
le foreste surrealiste di Max Ernst quando lo dipinge, ma De Chirico
certamente sì, e acquisisce alla metafisica quella piccola
foresta pietrificata o architettonica (diremmo: sembra progetto di
un ambiente di Gianni Colombo) , quelle opere di cui tuttavia intravede
gli sviluppi.
L'ultima
parola Paola Levi Montalcini più che ottantenne la lascia all'altro
grande cinico e distaccato maestro Marcel Duchamp: nella "bellezza
di indifferenza" duchampiana riconosce la propria idea della
"impersonalità e non senso" del segno .
Che importa, ormai, se l'evitamento di persecuzioni o violenze del
mondo è stato vissuto direttamente dall'una o indirettamente
dall'altro? Analogo il conto.
L'ultima opera di Paola Levi Montalcini "Meccanico-Organico"
(1991) è infatti un ready made "aiutato" :
un montaggio di manubri e tubolari di bicicletta con morsetti cromati
, una "Majastra" del nuovo millennio, uno slancio contorto
verso il cielo.
Simonetta Lux
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echi e presenze,
1957
oloio su tela
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Paola
Levi Montalcini vista dagli scaffali della sua biblioteca
di Augusto Pieroni
Tengo il biografismo
un po' in disparte nello strumentario col quale mi avvicino all'opera
d'arte, anche se so bene che l'opera contemporanea è contessuta
di contingenza e che, oltre ad ammiccare all'eterno, segretamente
o meno, essa costituisce anche il sintomo o l'impronta digitale della
libertà del proprio autore rispetto a un milieu. Siano questi
reali o virtuali. E anzi, stando a Foucault e Barthes, l'autore stesso
potrebbe non essere che una "funzione" di un testo, animato
e riempito di senso dalle generazioni e tipologie dei suoi lettori
e dislettori. Pseudonimi, nomi collettivi e testi no-copyright tolgono
sempre più peso alla ricostruzione biografica per quel tipo
di autore senza vita; un autore di cui si sono occupati spesso Borges
o Perec. Proprio Paola Levi Montalcini, pur essendo stata un'artista
esistente - a lungo e intensamente, con una modestia, si disse, assolutamente
non incline all'insicurezza - non somiglia tuttavia a personaggi vissuti,
ma a un protagonista Borgesiano. Sotto quest'insegna procede dunque
questa mia ricerca di indizi sul lavoro di Paola Levi, da dentro la
sua babelica biblioteca: un'artista che si crea non uno pseudonimo
quanto un'identità di aumentata densità unendo, come
la sua celebre gemella, il cognome materno a quello del padre.
Aliena ai salotti ma non alle tendenze, assorbite attraverso studi
assidui, abbondanti ed eterogenee letture, la sua crescente distanza
dall'arena dell'arte, massima da quando si trasferì a Roma
abbandonando la pittura e dedicandosi ad immagini di opposta natura,
ha corrisposto alla sua inappartenenza alle frange combattenti della
militanza, ma certo non a una distrazione dai suoi problemi e dai
suoi dibattiti vissuti piuttosto attraverso saggi e testi, ma sempre
"in tempo reale". Paola, riservatamente aggiornatissima,
dovette questa sua assenza alla sua indole, più che a una premeditata
voglia di cancellazione: certo dev'esser stata una scelta ponderatamente
istintiva come, si direbbe, la gran parte delle sue scelte.
Assidua, dicevamo, alle vernici delle mostre ma estranea alla carboneria
delle neoavanguardie; spettatrice curiosa, intellettuale onnivora,
Paola ovviamente sviluppa interesse per amicizie intellettuali: sia
artisti come Cremona o Galvano che critici come Dorfles ma soprattutto
Argan, costante nel convalidarne il rilievo e al quale la legava qualcosa
che sfiora la devozione (nei sottolineatissimi testi arganiani posseduti
da Paola sono conservati ritagli ed eco della stampa concernenti l'autore
e le sue posizioni). Un sodalizio, quest'ultimo, in parte mediato
dall'amico Albino Galvano, artista e scrittore organico al MAC torinese,
conosciuto nell'accademia di Casorati in via Galliari a Torino, e
che di Argan era stato compagno di studi (Di Genova 1986, p. 98 e
Fagiolo Dell'Arco 1993, p. 137). L'acquisto di opere della Levi Montalcini
da parte di Palma Bucarelli per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna
può ad esempio trovare riscontro nella funzione di suo "consulente"
svolta da Argan.
Tornando agli scaffali, dove ho messo mano a volumi dopo decenni di
paziente e solido invecchiamento, il fondo è di tali qualità,
vastità e latitudine culturale da rendere inutile tentarne
qui alcuna mappatura; andranno perciò notate quelle presenze
sintomatiche che, fra le altre, rivelino aspetti interessanti: ho
già messo in luce, d'altronde, la paradossalità Borgesiana
di una simile ricerca. E tuttavia la bibliofilia di Paola doveva essere
ben nota a tutti se da New York la sorella Rita le inviava ogni sorta
di testo o di catalogo e soprattutto se amici più o meno vicini
le regalavano per la Befana o per Natale libri tutt'altro che di intrattenimento:
saggi più che romanzi. D'altro canto è nota la passione
di Paola per i mercati e per i librai (traggo diversi spunti dalle
mie conversazioni con Piero Ientile che, col fratello Angelo, è
stato per lunghi anni assistente di Paola a Roma): riusciva a comprare
anche più copie dello stesso testo e magari non tutte in una
volta - tuttavia il fondo quasi non presenta doppioni - e pur acquistando
libri con voracia, con voracia poi li leggeva, conservandoli con cura.
Né bisogna però farsi trarre in inganno dalla semplice
presenza dei testi, Paola andava ciclicamente a Parigi e ne tornava
come un'ape con le zampine cariche di polline, come le scrive la sorella
Rita in una lettera del 1967 (cfr. Cantico di una vita, p. 236). Molti
acquisti parigini sono libri interessanti e importantissimi per l'intellettualità
europea - forse suggestioni desunte da letture e conversazioni con
amici critici - ma non "necessari" per Paola. Per così
dire, le importava averli o sapere di averli in tempo utile per la
loro verificabilità (v. il saggio sul suo Merleau-Ponty, di
Lorella Scacco), ma in molti casi le pagine rilegate non sono nemmeno
separate oppure, nel caso di testi meno vecchi, mancano le abbondantissime
striscioline di carta segnalibro o magari le pagine non risultano
sottolineate; Paola era infatti una assidua sottolineatrice e commentatrice.
Mancano, al contrario - o sono per ora occultati e presto emergeranno
- alcuni testi che, come scriveva Paola, funzionavano da sostegno
costante alla meditazione e alla riflessione: ahimé non trovo
Wittgenstein che, a ben vedere, si lega ad alcune simpatie Art Nouveau
e mitteleuropee di Cremona e Galvano; compare ma non abbonda Duchamp
che, pur se centellinato, era per lei d'uso comune; dov'è più
tutto l'Eliot che, stando alla frequenza e intensità con le
quali amava citarlo, avrebbe dovuto presentarsi nell'opera omnia?
Nella sua collezione de chevet, libri che ha tenuto in camera fino
all'ultimo, ho da poco recuperato il suo Lautreamont e noto un tempestivo
Queneau: la "difficile" Piccola cosmogonia portatile. Alcuni
testi storici, però invece, sono stati acquistati tardi, come
ad esempio Kn di Belli comprato (o ricomprato?) fuori tempo massimo
negli anni '80, o il testo di René Thom Parabole e catastrofi,
acquistato nell'edizione del 1980, molto dopo aver impostato il lavoro
sulle curve cosiddette "catastrofiche" e anzi nell'anno
stesso in cui il matematico Andrea Toschi - probabile suggeritore
d'acquisto - identificava le curve matematiche rispondenti alle incisioni
di Paola. Altri testi infine, cruciali in altri contesti, non sembrano
o più semplicemente non possono aver prodotto conseguenze:
così l'edizione originale 1939 dei Nuovi saggi di estetica
del Croce - testo che ho ritrovato identico, ma intonso, rispetto
alla copia appartenuta al filosofo Giovanni Gentile, proprietà
universitaria - oppure l'edizione italiana originale 1967 di Contro
l'interpretazione di Susan Sontag, cui Paola si accosta da curiosa
simpatizzante: una frase citata, ma senza riferimenti, nel 1980 in
un suo testo nel catalogo di Marcolino Gandini suona molto à
la Sontag: "un po' di sapere, ma soprattutto più sapore
possibile". D'altro canto Paola e la Sontag spartivano un annoso
amore per le posizioni critiche di Oscar Wilde.
Ma veniamo allo scavo. Come si sa Torino guarda sistematicamente a
Parigi e per uscire da un forte isolamento culturale - che pure piace
a tipi come De Chirico il quale proprio presentando la pittura di
Paola definisce Torino "la più misteriosa città
del mondo" - negli anni '50 l'ex-capitale sabauda continua a
orientarsi sulla stessa stella polare, non riuscendo a vedere il trasloco
newyorkese dell'epicentro artistico. Emblema di questa miopia il rifiuto
- politico - della municipalità torinese di esporre a Palazzo
Madama nel 1948 la collezione Peggy Guggenheim (Verzotti 1993, p.
149). Come rimarca Fagiolo Dell'Arco 1993 a p.132, appunto da Parigi
giungono a Torino conferenzieri di altissimo profilo come, a puro
titolo di esempio, Paul Eluard e Jean Cocteau; proprio di questi autori
abbonda la comunque straricca biblioteca della Paola torinese, insieme
a una cospicua serie di testi sul e del Surrealismo. L'edizione originale
del 1953 di Journal d'un inconnu di Cocteau per i tipi parigini di
Grasset è, ad esempio, un testo molto sottolineato nelle parti
teoriche relative all'invenzione artistica che scarta dalle convenzioni
e opera necessariamente "salti" della cui difficoltà
per il pubblico l'artista non deve farsi carico.
Alcuni gioiellini numerati: la piccola copia n. 864 del Discorso sulla
poesia di Paul Valéry, edito nel 1944 a cura di Carlo Cardazzo
per le edizioni veneziane del Cavallino, con un ritratto di Valéry
disegnato da Picasso. Sottolineatissimo nelle parti relative al rapporto
fra imprecisione strumentale e sperimentalità dell'arte e insieme
la sua strumentalizzazione di mezzi di precisione o di espressioni,
diremmo noi, denotative. Varie pagine bianche sono piene di appunti
e riflessioni di letteratura dantesca. Paola possedeva poi una copia
numerata di Le Surrealisme en 1947, uscito in quello stesso anno per
le edizioni Maeght di Parigi con incisioni originali di molti campioni
del Surrealismo e con in copertina la riproduzione fotografica dell'opera-oggetto
di Duchamp Prière de toucher che costituiva la copertura dell'edizione
limitata. E ancora, molto Eluard, Butor, le più incredibili
"chicche" Bretoniane, come la raccolta delle interviste
radiofoniche ed altro. Interessante la presenza dell'edizione originale
del volume di Max Ernst, Beyond Painting, Witterborn Schultz inc.,
New York, 1948, nella collana diretta da Robert Motherwell, testo
forse inviatole da Rita, ma buon sostegno per un'idea, fruttuosa assai
più tardi, di "organico-meccanico". È forse
questa, formalmente, l'unica eredità surrealista raccolta da
Paola che pure non concede praticamente mai, neppure nelle fasi più
di transizione, alla voga surrealista se non nel primato di una gestualità
comunque mai casuale. L'interesse tutto torinese per la Parigi surrealista
segna però anche un suo margine di distacco critico rispetto
alle posizioni arganiane, notoriamente sorde al nevralgico scandalo
- per lui equivalente a un riflusso nell'immaginazione, engagé
solo a parole - del movimento Bretoniano.
Da questa radice Paola sembra piuttosto prendere spunto per rompere,
già fra tardi anni '40 e inizio dei '50 con la tradizione Casoratiana
e poi concretista senza chiudersi nello stretto geometrismo del MAC
e seguendo in questo precocemente la strada segnata dal vulcanico
architetto Carlo Mollino, unico a possedere in tutta Italia i volumi
di Minotaure e a farli vedere in giro (da una memoria di Albino Galvano
cit. in Auneddu 1983, p. 100). Mollino le fu presentato nel '49 a
casa di Casorati, con Mattia Moreni, (cfr. Auneddu 1983, p.96) dall'amico
fraterno Italo Cremona (per questa amicizia cfr. il testo inedito
Questo Novecento, nel quale sono riportati vividamente alcuni scambi
fra i due).
Per Galvano e per la Levi Montalcini anzi si parla perfino di "Surrealismo
astratto" (Poli 1983, p. 62) ma credo che di Mollino interessasse
alla Paola il fatto di essere architetto come il fratello più
grande Gino che faceva coppia fissa con Giuseppe Pagano, il severo
razionalista a sua volta ammiratore del Mollino (Gabetti e Isola 1993,
p. 62). All'attività di Gino l'artista attinge intellettualmente
tanto quanto alle competenze scientifiche della gemella Rita. Non
c'è eccesso di architettura nella biblioteca di Paola, non
meno di quanto vi si trovi di argomento strettamente scientifico;
mancano però quasi del tutto gli agganci all'epistemologia,
ad esempio, e tuttavia non poco interesse emerge per il design o per
gli aspetti figurali delle scienze. I fratelli forniscono insomma
all'arte di Paola piuttosto dei motifs, ma quanti!
Vi è poi in lei un côté simbolista che emerge
da un gran numero di libri: Walter Pater, molto Oscar Wilde - si diceva
- ma che in realtà rimbalza alla Levi Montalcini sia dalla
vicinanza intellettuale di Albino Galvano "studioso di Jung,
del simbolismo francese e dell'arte Liberty" (Poli 1983, p. 62)
come anche dall'anticonformismo di Italo Cremona. Amico di Savinio
e autore di imprevedibili ripescaggi barocchi, simbolisti redoniani
e Liberty (Auneddu 1983, p. 100), Cremona è anche co-fondatore,
col vecchio sodale Mino Maccari, della poco più che invisibile
rivistina Circolare Sinistra, edita a Torino fra 1955 e 56 (Fagiolo
Dell'Arco 1993, p. 134) e di cui si possono trovare disseminati in
diversi luoghi della biblioteca di Paola vari numeri incentrati su
Lautreamont, Jarry o sul Surrealismo. Di là dall'antimodernismo
fra Dechirichiano e strapaesano, oggi magari sanzionabile, Circolare
Sinistra resta all'evidenza dei fatti una "fanzine", si
direbbe oggi, di assoluta e totale contagiosità, nonché
ricca di spunti inediti, come gli oggi notissimi prodromi informali
di Gustave Moreau pur se affogati fra liriche di Nietzsche e monografie
su Huysmans. Nel testo Questo Novecento (v.) Paola ricorda una paradigmatica
boutade antimoderna di Cremona: "la donna che vedi su "Vogue"
e "Bazar" è uscita dalla mente di Burne-Jones"
e in lei i molti libri sull'arte classica, ma soprattutto su quella
antica e primitiva, oltre all'interesse per i frammenti archeologici,
rispondono alle riflessioni sull'atemporalità fomentate dal
Cremona. La Paola - ancora imbevuta dell'analisi della sua pittura
fatta da De Chirico nel 1939 - ancora all'inizio dei '60 descriveva
il proprio lavoro nei termini di "magico e spettacolare"
(Dorfles 1962, s.p.) definizione in cui è incluso ogni sviluppo
futuro e ogni influsso passato.
Il Surrealismo in una non-surrealista curiosa non sorprende più
della presenza di un buon numero di testi sulla musica da parte di
un'artista per nulla incline ad essa, amante del teatro, invece, o
di librettini sulla spiritualità da parte di una laica di origini
ebraiche, e di opere sulla condizione della donna in una aderente
a circoli moderati di cultura femminile laici - repubblicani - a Torino.
E poi testi sul jazz, lunghe sottolineature negli articoli di compositori
contemporanei sulle pagine de Il Marcatré soprattutto negli
anni '60 - ricordo un vissutissimo articolo di Luigi Nono sulla "possibilità
e necessità di un nuovo teatro musicale" ne Il Verri n.
9 del 1963. Molta insomma la riflessione sulle valenze plurimediali
della musica e della scenica contemporanee. Interessatissima, pare,
a riprendere verso la metà degli anni Settanta le inaspettate
valenze introdotte da Cage nel suo concepire l'opera in equilibrio
fra presenza e assenza (donde poi i titoli di una coppia di incisioni
negli anni '70 - v. schede) e nell'operazione di reframing in lui
centrale. Anzi il ricorso in sede di esergo (Levi Montalcini 1981)
a Wittgenstein, a Duchamp ed al Cage Duchampiano ci aprirebbe spazi
di ricontestualizzazione qui però impraticabili.
Alcuni testi, poi, come il massiccio K. G. Clark, Ilford Manual of
Positioning in Radiography del 1964, sembrerebbero volumi scientifici
della sorella Rita, ma sono invece del tutto possesso di Paola. In
particolare opere come uno Spasmolisi nel radiogramma, volumetto dei
tardi anni '50 nel quale si considerano gli effetti del Buscopan stampando
le radiografie su pellicole trasparenti, possono aver offerto spunti
per lavori come i Montaggi su tela di pellicole trasparenti (una pagina
è perfino tagliata e rimessa in loco). Testi simili convergono,
insieme ad altri sulla poesia visiva straniera - come l'Hap Grieshaber,
Poesia Typographica (1957) edizione numerata del 1962 edita dalla
galleria Der Spiegel, Köln - e a cataloghi d'arte gestaltica
e programmata, a esasperare gli elementi fra biomorfo e linguistico
riducendo tutto a segno ipercontrastato: senza tonalismi, solo bianco
e nero, sia esso un duodeno, sia esso un carattere tipografico. Ricca
in questo senso la presenza di testi sulla comunicazione visiva del
nostro secolo, come Graphic design: visual comparisons edito a Londra
da Studio Books nel 1963 o il testo di Ernst Röttger e Dieter
Klanter, Das Spiel mit den Bildelelementen - Punkt und Linie, Otto
Maier Verlag, Ravensburg, 1964, che mette in chiaro per immagini l'origine
Bauhaus dell'arte optical e gestaltica, nonché le tappe intermedie
della derivazione da Klee del design svizzero. In quel libro oltre
a potersi osservare i crossover fra alfabeti, segni astratti e immagini
biomorfe, sono perfino prefigurati alcuni schemi compositivi dell'arte
di Paola negli anni '60/70. Emergono poi a numerose monografie poderose
su artisti e stili d'ogni secolo, vari testi sul cinema, la letteratura,
il teatro, accanto a illustrazioni delle bizzarrie della natura (un
Immagini strane della natura del 1951 edito dall'Ist. De Agostini,
ad esempio, che non a caso apre con una nota epigrafe da Valéry:
"Dipende da colui che passa, ch'io sia tomba o tesoro, ch'io
parli o taccia").
Si può dire che se la Paola torinese amava molto la cultura
letteraria che addensa la trama del visivo, a Roma l'artista si pone
in una relazione quasi gestaltica con le sue fonti: si nutre d'immagine.
Tant'è che l'arcana origine delle sue incisioni "catastrofiche"
dove dominano queste curve elaborate (v. catalogo) si prefigura in
un'illustrazione del testo Le dessin animé après Walt
Disney, Pauvert, Paris, 1961 di Robert Benayoun (autore presente spesso
nei volumi di Le Surrealisme même, la rivista diretta da André
Breton verso la metà degli anni '50 e di cui Paola possedeva
vari interessantissimi numeri); in questo libro, oltre al cartoon
figurativo si introducono nuove forme astratte di animazione e spunti
originali come i rilievi stereoscopici e soprattutto i tracciati dei
pendoli composti che letteralmente "sono" la generatrice
delle curve nelle incisioni degli anni '70. E ancora, per appoggio
alla genesi delle strutture cinetiche può essere stato non
inutile l'Allan Plowman e Vhairi Pearson, Display Techniques, Blandford
Press, 1966 che dice tutto o quasi sul rutilante mondo delle vetrine
e del rapporto luce/trasparenze nella messa in pagina dei display
pubblicitari.
Occorre infine ricordare come fonti di aggiornamento, riflessione
e spunto la collezione quasi completa di riviste come Il Marcatré,
Il Verri e seleArte, quest'ultima - fondata nel 1952 da Carlo Ragghianti
- si interroga, secondo le linee notoriamente tipiche di Ragghianti
sul rapporto fra i mass-media e le arti, dichiarando di occuparsi
di "Architettura, scultura, pittura, grafica, arti decorative
e industriali e arti visive". Esempio della vastità di
raggio di una rivista simile ne sia un numero del 1952 in cui sono
analizzati i Plastici di Munari in rete di ottone (e vedremo le Reti
di Paola molto più avanti), numero in cui, ancora, Max Bill
spiega placidamente il suo concretismo e in cui compare un articolo
del direttore appunto su "Radio e arti visive".
Molte le sottolineature nelle riviste, soprattutto sui testi di argomento
strutturalista, in ascesa nei primissimi anni '60: così nel
n. 14, 1964 de Il Verri dove Abraham Moles pubblica "Analisi
delle strutture del linguaggio poetico ai diversi livelli della sensibilità
- l'aspetto informazionale dei problemi di una poetica" o il
n. 18 del 1964 dove è ospitata una "Introduzione al termine
struttura" di Roger Bastide, oltre ai mille interventi dei fedelissimi
di Anceschi. Paola, da sempre approfondita conoscitrice di letteratura
(molte le pagine di studio o commento tanto nei taccuini che sulle
pagine bianche dei libri), possiede inoltre molti dei libri pubblicizzati
sulle riviste fin qui ricordate: da Sanguineti ad Arbasino, da Eco
all'antologia dei "Novissimi", il "Gruppo 63"
e molti altri. Appena freschi di stampa erano suoi.
Allevata nel rispetto della produzione intellettuale, Paola Levi Montalcini
- qui forse ingiustamente "tagliata" da un'inquadratura
angusta - rivela attraverso i libri acquistati, ricevuti o scovati
ai mercatini, molti aspetti della sua ricchissima educazione notata
da molti (Fagiolo Dell'Arco 1983, p. 137); tuttavia alla sua biografia
intellettuale manca un dato che non ritroviamo, che non possiamo ritrovare
nei libri: una poetica del "negativo" un'enfasi sul senso
di dolore e morte che non poteva giungerle da alcun testo. Una dimensione
intima e precoce, infatti, che non collima neppure coi dati biografici.
Questa dilaniante consapevolezza interiore di Paola resta invece segretamente
scavata - più in fondo di dove cada l'occhio perfino della
sua famiglia - nella propria memoria di ragazza, di donna e di artista;
ed è anche questa dinamica fra correnti profonde e di superficie,
questo pendolo composto agitato da forze concorrenti, ciò che
rende restless (inarrestabile) anche quell'universo "da camera"
che è la biblioteca-specchio di Paola Levi Montalcini.
Bibliografia:
Giorgio Di Genova, Generazione primo decennio, cat. Biennale di Rieti,
Bora, Rieti, 1986.
Gillo Dorfles, Rita Levi Montalcini, F.lli Pozzo, Torino, 1962
Giorgio Auneddu, Carlo Mollino: il rapporto con gli artisti, in Ida
Gianelli (cura) "Un'avventura internazionale - Torino e le arti
1950-1970", cat., Rivoli, Charta, Milano-Firenze, 1993, pp. 92-112.
Maurizio Fagiolo Dell'Arco, Luoghi, persone tempi della ricerca artistica,
in Ida Gianelli (cura) "Un'avventura internazionale..."
cit., pp. 128-147.
Roberto Gabetti e Aimaro Isola con Benedetto Camerana, Echi fuori
d'Italia: architetture a Torino, 1950/1970, in Ida Gianelli (cura)
"Un'avventura internazionale..." cit., pp. 128-147.
Rita Levi Montalcini, Cantico di una vita, Raffaello Cortina, Milano,
2000
Paola Levi Montalcini, Questo Novecento, inedito.
Paola Levi Montalcini, La continuità della spirale, in "Marcolino
Gandini", cat. Firenze-Roma, 1981.
Francesco Poli, Arte a Torino 1946-1947: qualche considerazione sul
vecchio e il nuovo [sic], in Mirella Bandini, Giuseppe Mantovani e
Francesco Poli (cura) "Arte a Torino 1946/1953", cat., Torino,
Regione Piemonte, Torino, 1983, pp. 9-23.
Francesco Poli, Gli anni dell'informale a Torino, in Renato Barilli
e Franco Somi (cura) "L'informale in Italia", cat., Bologna,
Mazzotta, Milano, 1983, pp. 58-65.
Pier Carla Richetta, Presenza e adesione: il "Movimento Arte
Concreta" a Torino, in Mirella Bandini, Giuseppe Mantovani e
Francesco Poli (cura) Arte a Torino 1946/1953, cit., pp. 74-77.
Paola
Levi Montalcini
"Tra i segni e le pagine
"
di Lorella Scacco
Una lettura appassionata e attenta del libro Segni di Maurice Merleau-Ponty
da parte della Paola Levi Montalcini ci viene rivelata dalla gran
quantità di sottolineature che le sue pagine custodiscono.
Segni, insieme all'altro testo di Merleau-Ponty, Senso e non senso,
si trovavano negli scaffali della biblioteca dell'artista. "Segni"
è una prima edizione del 1960, mentre "Senso e non senso"
è una copia del 1966 la cui pubblicazione originale risale
al 1948. Entrambi sono in lingua francese, probabilmente acquistati
durante i suoi frequenti viaggi a Parigi. Nel 1956 l'artista soggiornò
nella capitale francese per frequentare l'atelier di W. Hayter dove
sperimentò delle nuove ricerche di metodo e tecniche di incisione
(1). E in quegli anni a Parigi 'respirò' la
scia della poetica surrealista e la nuova 'atmosfera' esistenzialista
e fenomenologica che veniva portata avanti rispettivamente da Jean-Paul
Sartre (1905-1980) e da Maurice Merleau-Ponty (1908-1961). I due filosofi
diressero insieme la rivista <<Les Temps Modernes>> dal
1945 al 1953. Ma è stato soprattutto il pensiero filosofico
di Merleau-Ponty a suscitare l'attenzione di Paola Levi Montalcini,
probabilmente per aver fatto divenire la fenomenologia una immersione
nell'esperienza vissuta, un metodo e uno stile di pensiero più
che una dottrina.
Riflessioni e sensibilità accomunate dalla stessa tensione
epocale emergono anche dal confronto tra questi due testi di Merleau-Ponty
e la poetica espressiva di Paola.
L'artista ha trovato molti spunti di riflessione specialmente su Segni,
un volume il cui titolo ha forse incentivato lo stesso acquisto, data
l'attrazione di Paola per la semiologia. Segni è un testo dove
si incontrano le problematiche fenomenologiche con quelle della semiologia
e della linguistica saussuriane. Il filosofo francese concentrandosi
sul tema del senso e della significazione prende come interlocutori
la linguistica, l'antropologia e la sociologia. L'interesse semiotico
è costante in tutto l'iter artistico di Paola Levi Montalcini:
dalle tematiche di alcuni quadri degli anni '50, come Scrittura e
simboli e Segni e simboli del 1957, passando per le Lettere, una serie
di tempere realizzate nel 1953 dove il carattere della lettera alfabetica
viene deformato, fino alle Morsure su rame degli anni '70 che accolgono
diversi alfabeti e figure matematiche e geometriche. Scriverà
l'autrice: <<L'origine dei segni, dei caratteri, mi aveva sempre
attratta come una chiave di messaggi chiusi: i simboli legati alle
lettere cuneiformi, maya, assire, egizie, ebraiche, ecc. >>
(2). Paola Levi Montalcini ammirava poi nell'arte
cinese e giapponese la fusione tra il linguaggio ideografico e quello
delle immagini dipinte, ed era fiera di vivere in un periodo in cui
l'Occidente aveva finalmente fatto cadere la barriera tra il mondo
delle immagini e il segno corsivo (3). Un'opera come
Monologo del 1957 manifesta bene l'intreccio del segno/scrittura con
il segno/pittura. Su uno sfondo pittorico inquieto appaiono in primo
piano alcuni caratteri alfabetici nelle cromie del giallo e del blu.
La stessa autrice scriverà nel '62: <<C'è nei
due grandi dipinti circolari - "Segni e simboli" e "Monologo"
- il desiderio di accentuare anche nella presentazione del campo,
l'impulso dinamico di una scrittura rapida e incisiva cristallizzatasi
a un certo momento nel suo divenire>> (4).
Il capitolo più letto e sottolineato in Segni è quello
intitolato Il linguaggio indiretto e le voci del silenzio, che insiste
sul rapporto tra il linguaggio e la pittura. Qui il filosofo ricordava
come Malraux avesse osservato che << la pittura e il linguaggio
sono confrontabili solo quando sono stati staccati da ciò che
"rappresentano" per essere riuniti sotto la categoria dell'espressione
creatrice: a questo punto essi si riconoscono reciprocamente come
due volti dello stesso tentativo>> (5). L'annullamento
della significazione porta dunque i due diversi linguaggi alla somiglianza
d'intenti espressivi: una dimensione che l'artista aveva già
sperimentato nelle sue Lettere del '53. In queste composizioni monocrome
campeggia un alfabeto personale e arcano, in cui le lettere perdono
la loro identità per divenire dei liberi segni sulla superficie
dell'opera. Paola Levi Montalcini scriverà nel 1962 che <<E'
dal 1953 che identificai nelle lettere o pseudo-lettere una realtà
nella quale riconoscermi. Mi interessarono dapprima per le implicazioni
oscure legate ad una loro difficile preistoria, per il vuoto, il silenzio
che le precedeva, per l'incisività di segni criptici, millenari.
L'oscurità delle connessioni segno-significato mi indusse a
creare caratteri liberamente deformati, fino a perdere ogni connotato
di lettera>> (6). In questa dichiarazione si
manifesta l'attiva partecipazione dell'artista a quelle problematiche
intorno al linguaggio che si erano diffuse negli anni '50, ma emerge
anche un interesse per gli aspetti storici della cultura. Uno degli
interrogativi che agita di più la Paola Levi Montalcini è
su come l'artista debba 'governare' questo bagaglio storico-culturale
così vasto, tanto da fargli scrivere che <<l'artista
non è libero di scegliere i maestri nella storia del passato,
ma è condizionato, e c'è chi dice "requisito"
da un certo ordine di influenze, attraverso una sorta di permeabilità
comune agli artisti in ogni epoca>>(7). Si
capisce allora il suo avvicinamento alle problematiche fenomenologiche,
che ruotavano intorno all'epoché di ascendenza husserliana,
cioè sulla sospensione del giudizio verso ogni elemento del
nostro abituale patrimonio di credenze per ottenere un rapporto spontaneo
e quindi autentico con il mondo (8). L'artista voleva
capire come e quanto la storia del passato condizionasse la creatività.
Così troviamo sottolineato in Segni un altro punto interessante,
che agitava molte coscienze in quegli anni e che Merleau-Ponty ben
formulò: <<la pittura moderna pone un problema ben diverso
da quello del ritorno all'individuo: il problema di sapere come si
può comunicare senza il sostegno di una Natura prestabilita
alla quale metterebbero capo i sensi di noi tutti, come siamo innestati
sull'universale in virtù di ciò che abbiamo di più
nostro>> (9). In queste righe del filosofo
francese emerge l'esigenza di innescare la condizione dell'epoché
fenomenologica all'esperienza individuale e di trovare il modo di
unire l'universalità alla particolarità dell'individuo.
Troveremo più tardi sottolineata dalla Paola un'altra proposizione
di simile contenuto in Senso e non senso, e precisamente: <<Non
raggiungiamo l'universale abbandonando la nostra particolarità,
ma rendendola un mezzo di raggiungere gli altri, in virtù di
quella misteriosa affinità che fa sì che le situazioni
si comprendano a vicenda>> (10). Il binomio
universo e individuo, tradizione culturale e soggettività è
un argomento che sta a cuore a Merleau-Ponty e a Paola Levi Montalcini,
la quale anzi cercava probabilmente conferme e risposte negli scritti
del filosofo. Anche i titoli di diversi olii su tela del periodo ci
orientano ulteriormente a tale indirizzo di ricerca, come Antica età
(1956), Echi e presenze (1957), Avventura nel tempo (1958), Antica
immagine (1959). E il suo confronto con la storia proseguirà
fino agli anni '80 quando alcuni reperti archelogici ispireranno l'artista
a realizzare una serie di opere intitolate Cocci (1985). Qui calligrafie
antiche compaiono su lastre di rame dai profili irregolari, che ricordano
antichi frammenti di terracotta.
Tra il 1963 e il '69, dopo il suo trasferimento a Roma, Paola sapeva
<<di non poter riprendere la pittura dal punto in cui l'avevo
lasciata
per un'esigenza maturatasi in me. L'esigenza di superare,
annullandolo, il soggettivismo del 'segno' senza peraltro sacrificare
la dimensione stessa del mio passato>> (11).
In questa dichiarazione esce allo scoperto anche la necessità
di svincolarsi da quell'individualismo che il segno pittorico incorporava,
o meglio, di superare quella poetica dell'Informale che presupponeva
una strettissimo rapporto fra condizione esistenziale e condizione
espressiva. Superamento tra l'altro cercato in precedenza attraverso
l'esperienza del MAC tra il 1952 e il '53 (il Movimento per l'Arte
Concreta si trovava infatti in una posizione antitetica all'Informale
poiché orientato verso problemi prettamente linguistici). E
proseguito tra il 1959 e il '62 con una <<esperienza distruttiva-costruttiva
dell'informale>>, periodo da lei stessa così definito
(12), e che Dorfles racconterà come: <<
la naturale fase reattiva alla dissoluzione informalistica doveva,
del resto manifestarsi presto
così da creare sottili
e misteriosi contrappunti. (
) Contrappunti di forme e di segni,
e contrappunti di idee>> (13). E sempre in
quegli anni la pittrice si confronta ancora con il pensiero merleau-pontiano
quando sottolinea che <<come potrebbero dire, sia il pittore
che il poeta, qualcosa di diverso dal loro incontro con il mondo?
Di che cosa parla la stessa arte astratta se non di una negazione
o di un rifiuto del mondo?>> (14). Quindi
la pittura astratta conserva l'impronta del reale in sé stessa.
Come allora liberarsi da questa intima pertinenza al mondo dell'esperienza?
Come sottrarsi ad una partecipazione così coinvolgente durante
l'elaborazione di un'opera d'arte? Come arrivare ad un <<segno
impersonale ed oggettivo>>(15)? Questo distacco
dalla pittura avverrà con l'uso della tecnica fotografica che
gli permetterà di ottenere un'espressione più 'oggettiva'
e distaccata (16). Nasceranno così i Montaggi
su tela, una sorta di combine di pellicole cucite su tela, e poi le
Reti, che sono delle opere in pellicola su perspex dipinto e traslucido
che l'artista realizzerà tra il 1965 e il '67. Ci sarà
poi l'utilizzo di nuovi materiali, come il perspex, il laminex e l'alluminio,
con cui realizzerà nel 1968 i Poliedri in perspex e le Strutture
cinetico-luminose, tra il 1973 e l'85 le Morsure su lastra di rame,
negli anni '70 e '80 le Calcografie, e nel 1989 le Sculture in alluminio.
Le nuove iconografie desunte dai linguaggi matematici e i nuovi materiali
permettevano a Paola Levi Montalcini di progettare e di 'creare' con
un coinvolgimento meno diretto e 'vissuto'. La sua relazione con il
mondo diveniva più mediata e cerebrale.
Sfogliando i due testi di Maurice Merleau-Ponty e facendo attenzione
alle annotazioni di Paola Levi Montalcini emerge infine come l'artista
sembri cercare nelle parole del filosofo un sostegno o una risoluzione
in quei momenti difficili che presuppone ogni ricerca artistica. Evidenziando
nella lettura che <<non si tratta mai d'altro che di far progredire
il medesimo solco>>(17) e << di andare
più lontano nella stessa direzione, come se ogni passo fatto
esigesse e rendesse possibile un altro passo>>(18)
l'artista cercava probabilmente stimoli e incitamenti per proseguire
i suoi processi creativi
stimoli che tra l'altro venivano soddisfatti
"tra i segni e le pagine" di una biblioteca vasta ed eterogenea
(19).
Note:
-
Paola
Levi Montalcini, Catastrofe a farfalla
, in Simona Weller,
Il complesso di Michelangelo, Ed. La Nuova Foglio, 1976, p. 161.
-
-
Cfr.
Paola Levi Montalcini, Questo Novecento, dattiloscritto s.d. (inedito),
p.12
-
Paola
Levi Montalcini, "Scritto S.T." (datato Torino 1962),
nel catalogo "Paola Levi Montalcini - Foyer del piccolo Regio,
Torino", De Luca Editore, Roma 1981
-
Maurice
Merleau-Ponty, Signes, Gallimard, Paris 1960; trad. it. Segni, Il
Saggiatore, Milano 1967, p.72
-
Paola
Levi Montalcini, "Scritto S.T." (datato Torino 1962),
op.cit.
-
Paola
Levi Montalcini, Questo Novecento, dattiloscritto s.d. (inedito),
p.8
-
Cfr.
Carlo Sini, La fenomenologia, Garzanti, Milano 1965
-
Maurice
Merleau-Ponty, Signes, Gallimard, Paris 1960; trad. it. Segni, op.cit.,
p.78
-
Maurice
Merleau-Ponty, Sens et non-sens, Nagel, Paris 1948, trad.it. Senso
e non senso, Il Saggiatore, Milano 1962, p.116
-
Paola
Levi Montalcini, Catastrofe a farfalla
, in Simona Weller,
Il complesso di Michelangelo, op.cit., p. 161-162.
-
-
Gillo
Dorfles, Paola Levi Montalcini, F.lli Pozzo, Torino, 1962
-
Maurice
Merleau-Ponty, Signes, Gallimard, Paris 1960; trad. it. Segni, op.cit.,
p.83
-
Paola
Levi Montalcini, "Scritto S.T." (datato Roma 1979), op.cit.
-
Cfr.
Paola Levi Montalcini, Catastrofe a farfalla
, in Simona Weller,
Il complesso di Michelangelo, op.cit., p. 161-162.
-
Maurice
Merleau-Ponty, Signes, Gallimard, Paris 1960; trad. it. Segni, op.cit.,
p. 86
-
-
Vedi
Augusto Pieroni, Paola Levi Montalcini vista dagli scaffali della
sua biblioteca, saggio in catalogo
Bibliografia:
- Renato Barilli, Informale Oggetto Comportamento, volume I, Feltrinelli
Editore, Milano 1979
- Giorgio De Chirico, Paola Levi Montalcini, Edizioni Accame, Torino
1939
- Gillo Dorfles, Paola Levi Montalcini, F.lli Pozzo, Torino, 1962
- Filiberto Menna, "Presentazione" in catalogo della mostra
Paola Levi Montalcini, Paolo Portoghesi, Vittorio Gigliotti, Studio
Farnese, Roma 1969
- Maurice Merleau-Ponty, Sens et non-sens, Nagel, Paris 1948, trad.it.
Senso e non senso, Il Saggiatore, Milano 1962
- Maurice Merleau-Ponty, Signes, Gallimard, Paris 1960; trad. it.
Segni, Il Saggiatore, Milano 1967
- Paola Levi Montalcini, Questo Novecento, dattiloscritto s.d. (inedito)
- Paola Levi Montalcini, "Scritto S.T." (datato Torino 1962),
nel catalogo Paola Levi Montalcini - Foyer del piccolo Regio, Torino,
De Luca Editore, Roma 1981
- Paola Levi Montalcini, Catastrofe a farfalla
, in Simona Weller,
Il complesso di Michelangelo, Ed. La Nuova Foglio, 1976, pp. 160-162.
- Paola Levi Montalcini, "Scritto S.T." (datato Roma 1979),
nel catalogo Paola Levi Montalcini - Foyer del piccolo Regio, Torino,
De Luca Editore, Roma 1981
- "Intervista a Paola Levi Montalcini", 30 marzo 1991, Roma.
Archivio privato dell'artista.
- Sandra Orienti, Paola Levi Montalcini (titolo presunto), in <<Il
Popolo>>, Roma 13.01.1974
- Rosanna Maggio Serra (a cura di), Torino intorno agli anni Cinquanta,
in Guida alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino,
Fabbri Editori, 1993, pp.74-77
- Carlo Sini, La fenomenologia, Garzanti, Milano 1965
- Lorenza Trucchi, Paola Levi Montalcini (titolo presunto), in <<Momento
Sera>>, Roma 23.01.1974
- Lara Vinca Masina, "Presentazione" in catalogo della mostra
Paola Levi Montalcini, Paolo Portoghesi, Vittorio Gigliotti, Studio
Farnese, Roma 1969
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