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la
rete reale virtuale dell'arte contemporanea
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megazine ® interviste numeri
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Etichetta Birra Moretti per il mercato africano durante gli anni delle Colonie. Dalla mostra "Immagini & Colonie", Roma, 2000. Courtesy Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Roma. |
protocollo critico
n.1 Protocollo Critico consiste nella metacritica alla tecnica base che è strumento dello storico e del critico d'arte contemporanea: ovvero identificare con uno sguardo "ostile" e non compiacente le identità e le strategie che preesistono al territorio complesso della critica d'arte oggi attiva sul campo dell'attualità.
La critica dell'alterità. In uno dei capitoli di Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo (1), Fredric Jameson descrive la nuova identità culturale dei paesi tardo capitalisti, immersi nella logica del liberismo democratico, attraverso la figura dell'iperspazio postmoderno, come luogo atto a separare e scardinare ogni fluidificazione fra corpo e cognizione d'essere. Analisi che poi anche Augé ha subliminato descrivendo quella che Vattimo chiamava "società trasparente" come luogo di una impossibile alterità, territorio dell'uniformità spazio temporale deprivata da ogni segno non funzionale alla sua logica produttiva. Lo spazio deumanizzato del postmoderno globalizzato, e la sua conseguente digitalizzazione, hanno nella dialettica della possibile alterità e della differenza un introspettivo riflesso critico relativo al suo territorializzarsi nella specificità di luoghi diversi; poiché fenomeno dell'azione culturale innovativa dell'individuo e anche evidenza di un "luogo comune" dell'universo creativo istituzionalizzato la "cultura dislocata" del tardo postmoderno è già luogo fisico di una "alterità" da molti evocata sebbene poi irraggiungibile nella sua propria essenza. Il diverso, l'altrove, il "nessun luogo" come simbolo di una complessità deprivata dalla parola conquistano nei fatti la priorità della critica; nei fatti una critica segnaletica posta a suggellare quegli incroci di culture evocativamente in dialogo seppure manifestazioni di una alterità che per sua costituzione è di prassi ciò che non conosciamo. La cultura dislocata e introspettiva, altamente psicologicizzata, psicoanalizzata e iperdescrittiva propone il luogo oscuro e testimoniale dell'alterità come prodotto del tardo colonialismo occidentale, come territorio neutro in cui proiettare scopi e sviluppi dell'impulso distruttivo e disperato di dominio del mondo attraverso la logica e la prassi della telematica industriale. In ciò anche Perniola ha chiarificato quanto di alterità esista nel non detto, o nell'oscurità di quell'apparire senza evidenti stilemi e filologismi che sembra caratterizzare l'immediatezza e la compiuta emergenza dell'antiestetica alla fine del postmoderno. In questo luogo deprivato dalle leggi dell'empirismo e non soltanto di tradizione kantiana, ove la critica all'oggetto ha lasciato il posto ad una consapevolezza "daltonica" sui saperi e sui colori propri dell'arte, l'alterità è una aleatoria opposizione all'apparenza estrema di quel grande luogo indescrivibile che è lo spazio vitale alla fine del postmoderno, nell'era della telematica industriale. La riflessione ed il rispecchiamento di questo spazio "globalizzato" in un oggetto che non ha valori estetici se non nella negazione della sua origine, che non ha territorio di sua competenza se non nella dislocazione aurale di luogo e che non ha una sua identità che non sia interstizialità, e conseguente marginalità sono il risultato apologetico di un ambito proteso al limite dell'eccesso; questa alterità di quanto conosciuto e comprovato ha nutrito e fomenta una falsa coscienza dell'altrove, della diversità, come di un muro che cinga ogni particolare carattere non sottoposto alle pressioni spazio-temporali esibite dalla postmodernità e del suo habitat commerciale. Quest'arte della dislocazione, quest'arte esibita come opposizione e contrario del non-luogo, dell'iperumano come contraltare dell'inumano, ha i caratteri di una umanità che coglie il suo apparire e la sua consistenza di sangue, di unghie, pelli e carni soltanto per provarne e provocarne la veridicità sulle superfici asettiche di una struttura sociale sempre più distante e incomprensibile; la zanzara dell'arte che si schianta e spande i zsuoi liquami contro il vetro blindato che protegge ogni potere, nella logica dell'imperativo economico. Qui il valore esistenziale dell'alterità infine si spegne perché costituito nella finalità puramente d'esercizio d'una logica di dominio economico. Ogni opposizione, quel concentrarsi per contrastare l'evidente clamore dell'inumano, produce una teorica improvvisata sull'alterità e sulla diversità, e in questo la critica in atto ha dato grande prova di sé; avvalorare un "luogo comune" l'altrove per dimostrare la propria necessità al commento. Un'arte divenuta incomprensibile alterità nei confronti di uno spazio razionalizzato dove l'esistente si misura attraverso la manutenzione di una sua estaticità, quindi una sua fisiologica staticità, deve includere tutto ciò che non appartiene allo spazio reso inumano, evocativamente solare, anche se di una solarità perennemente accesa e filtrata da una incombente dominanza elettronica. Una realtà divenuta schermo acceso, illuminato sulla notte dell'estetica razionale, positivista, meccanicista, diviene sfondo e contenitore, background allusivo di ogni persistente diversità, poiché allora un'arte che assuma in sé l'oscuro, e quanto esista nella differenza, ritrova la sua consistenza oggettuale, perché negazione della luce dello schermo e del suo oblio e della sua immaterialità (2). Inutilmente però la critica ha raggelato ogni tendenza alla volgarità di una estetica del brutto e nella bassezza del sensibile. Questa è invece emersa in tutta la sua brutalità estetica, susseguente alla contiguità di un corpo come simulacro di quella dissolvenza materiale che quest'epoca di traslazione verso la definitiva immaterialità pone a suo obiettivo. Se come sosteneva Rosenkranz l'antitesi del sublime è il volgare (3) allora si capisce perché in questa società strutturata funzionalmente su uno spazio del vivere che è assoluta volgarità ripetitiva di una stessa dislocazione formale la sua antitesi è il sublime del qui e ora, di un'avanguardia subliminata nel suo presente mentre l'alterità, il brutto ed il repellente siano divenuti, contraddicendone l'estetica, l'emblema di un'arte sincronica e complementare alla logica di dominio del tardo capitalismo e del liberismo democratico: i mostri squarciati e le ferite morali sono il volto oscuro ed il carattere nascosto di quel potere sempre sorridente e paternalista del mondo ultramoderno. E allora di quale differenza e di quale alterità può oggi discettare la critica, o ancora di quale differenza e di quale alterità etnica ha sin'ora discusso inalberandosi su una ipotetica visuale privilegiata dell'Occidente e del suo ipocrita "politically correct"? Da questa visuale un'arte della differenza più che rappresentare un'alterità definisce piuttosto la volontà di incanalare e recintare i confini di ogni coscienza della differenza all'interno delle prassi consolidate di potere. Né d'altra parte l'arte contemporanea sembra volersi sganciare dal "luogo comune" che ne fa attualmente strumento di ogni deriva totalizzante dell'alterità; non solo mostre come "Sensation" hanno avvalorato l'ipotesi che l'artista contemporaneo non abbia nulla da spartire con la norma del pensiero, ma in più vi è una precisa volontà a diagnosticarsi come inusuali alle prassi consolidate di potere per potersene assumere successivamente un ambito, come nuovo ruolo, virgineo. Un'arte che non ha nessuna voglia di competere e confrontarsi con la sua storia non può che partorire una meta analisi che è nella sua sostanza "alterità" naturale rispetto alla consuetudine, al progetto, al disegno storico dell'arte e della sua critica. Un'arte infine, che ha come suo specifico patrimonio quello di non volersi relazionare con l'immediatezza del significare non può che essere circoscritta dall'unico teorema che ne possa salvificare l'estensione, appunto quell'essere natura diversificata, differenza, alterità. Proprio per questo, invece, a mio avviso, la critica non può che oltrepassare la deriva dell'alterità ed interrogarsi invece su quanto veritiera sia questa forma "differente" così precocemente esibita come arte ed ovunque egualmente apprezzata, monumentalizzata, ma sostanzialmente frutto di precisi diagrammi di potere e di dominio economico cui nessuno con la sola forza del pensiero, postmoderno, premoderno, surmoderno che sia, può opporsi. Domenico Scudero
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