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Mara Coccia in una scultura - ambiente di Alek Cavaliere
Galleria Mara Coccia

 

Mara Coccia con lo scultore
Mauro Staccioli a Panicale

 

Franco Angeli, foto di scena sul set di "Morire facile", Galleria Arco d'Alibert, 1966

 

Paul Klerr e un aiutante, nell'allestimento dell'environment "The Magic Carpet", installazione di Alvin Curran e Pau Klerr, alla galleria Arco d'Alibert, 1970

 

C. alder, Studio per il logo dell'Arco d'Alibert, 1967

Interviste

in questo numero:

Mara Coccia
memorie occasionali


Memorie occasionali
ricordi di Mara Coccia 1960-2000
raccolti in un’intervista da Flaminia Giorgi Rossi

Nel dicembre del '63 Mara Coccia inizia la sua attività aprendo la storica galleria Arco d'Alibert. Uno spazio espositivo vitale e aperto alle nuove sperimentazioni, dal teatro d'avanguardia, alla poesia visiva, al film d'arte (nel ‘66 Sandro Franchina vi girò "Morire facile" con protagonista Franco Angeli). Si lega ad artisti come Novelli, Dorazio, Perilli, Franco Angeli e Fabio Mauri. Negli anni Sessanta sostiene la ripresa del gruppo Forma 1, e propone con continuità Angeli, Mauri e Kounellis. Nel '67 con Carandente organizza una grande mostra di Calder. Nel '68 con la collaborazione di Michelangelo Pistoletto, allestisce "Il percorso" una delle sue mostre più importanti in cui espone nove artisti torinesi emergenti (fra cui Pistoletto, Boetti, Merz, Paolini, Anselmo). Nel 1981 dopo un periodo di pausa riapre nella storica sede dei fratelli Bragaglia in Via Condotti 21 dedicandosi a mostre dal taglio più storico (Morandi, Severini, Balla). Nei suoi quarant'anni di attività come gallerista Mara Coccia ha operato con lucidità e coerenza critica e, con lo stesso impegno di sempre, seguita a svolgere la sua attività di "promoter dell'arte" come si autodefinisce. Attualmente ha avviato una nuova fase della sua attività con "Arte da camera" D. La tua attività di gallerista inizia con la galleria l'Arco d'Alibert come rivedi questa tua partenza? R. L'Arco d'Alibert apre nel '63 dopo una mia esperienza di apprendistato prima all'ufficio vendite della Quadriennale e poi con Claudio Bruni alla galleria la Medusa. Nel dicembre del '63 apro una mia attività e la chiamo Arco d'Alibert, commettendo un errore a cui più tardi riparerò perché, soprattutto nei rapporti con l'estero, era difficile far capire la sigla e il collegamento con il direttore che ero io e spesso veniva confuso il nome della galleria col mio. Nell'82, con molto ritardo, porto definitivamente il mio nome nell'attività che diventa galleria Mara Coccia. D. In una tua lunga intervista con Laura Cherubini, pubblicata nel catalogo della mostra sugli Anni Sessanta a Palazzo delle Esposizioni, hai parlato del tuo modo di lavorare impostando rapporti diretti con gli artisti e alle volte quasi “materni” come hai definito il tuo legame con Franco Angeli… R. Ho appreso questo modo di lavorare da Plinio de Martiis e da Liverani, loro avevano fatto delle scelte propositive importanti, avevano portato Roma ad essere il collegamento principale con gli Stati Uniti… A Roma c'era Twombly, conosciuto da Giorgio Franchetti, collezionista legato a Plinio, negli Stati Uniti. Poi c'era Rauschenberg, che veniva a trovare Twombly. C’erano Oldemburg e Segal da Liverani. Twombly, che nelle intenzioni, avrebbe dovuto rimanere a Roma per un breve periodo, per poi andare a vivere in Grecia, vi si trattiene e sposa la sorella di Giorgio Fianchetti, dalla quale ha un figlio…. Alessandro. Così in quegli anni Twombly era uno dei nostri artisti più importanti. Come Kounellis, che veniva dalla Grecia e si naturalizzò italiano. Ma per Kounellis è una storia diversa…. D. Non credi che questi artisti americani abbiano avuto uno stretto legame con artisti italiani come Novelli? R. I grandi amori di Twombly a Roma sono stati per l'archeologia e per le statue antiche. Lui non era legato tanto agli artisti romani, anche se poi si sono fatte delle mostre di Novelli, Perilli e Twombly, come molti altri stranieri che a Roma purtroppo non cercano gli artisti più o meno coetanei…. la prima cosa che fanno cercano l’archeologia. Certo anche questo è un legame…. ma non è nemmeno un vero legame fra la Pop e la scuola romana che poi si identifica con la scuola di piazza del popolo: Angeli, Festa e Schifano. Schifano va negli Stati Uniti però le radici della Pop, definita così dai critici, in questo gruppo sono da rivedere. E mentre Schifano lavora proprio con le riviste americane sulle ginocchia - questo lo racconta Uncini che aveva lo studio insieme a Mario nei primi anni - Franco Angeli e Festa trovano nelle radici culturali della nostra storia i motivi della loro figurazione. Angeli parte con i simboli del Vaticano e di Roma antica. D. Torniamo alla tua galleria. Quale è stata l'attività dell'Arco d'Alibert? R. La storia dell'Arco d'Alibert… La galleria si veniva a trovare schiacciata tra la Salita e la Tartaruga, perciò ho cercato di darle una linea diversa… di informazione e documentazione. Infatti dopo l'inaugurazione e la prima mostra di disegni di Gastone Novelli, ho fatto una mostra su Asger Jorn, mostra che io considero molto importante, e che chiamo mostra documento, volendo indicare proprio una direzione di ricerca non perseguita dalle altre gallerie. Lo spazio a quell'epoca era piccolo e quindi io sceglierò per Jorn molta grafica, lavori importanti anche inediti, quasi dei prototipi, tirature di una, due o tre copie, e anche ceramiche e piccoli quadri e acquerelli. Qui io do l'idea di voler cercare qua e là le motivazioni di un lavoro che non ricalchino quelle delle gallerie già affermate. D. Proporre materiali diversi di grandi artisti era questa la strategia? R. Non solo. C'era in quegli anni anche Gaspero del Corso, che aveva uno spazio piccolissimo a Via Gregoriana ed era molto attivo. Aveva fatto cose importanti, aveva cominciato con Burri e proponeva grandi nomi. Ma erano appena degli accenni infatti quando io nel '67 potrò avere una grande mostra di Calder organizzata da Carandente posso dire in tutta coscienza che è la prima mostra di Calder a Roma anche se Gaspero del Corso aveva proposto in precedenza una piccolissima mostra. Insomma Roma ha una grande mostra di Calder, per merito di Carandente, in questa galleria a tre piani, in via dell'Orto di Napoli, dove si era allora trasferita la sede. Per questa mostra porto addirittura uno Stabile sul terrazzo quindi una vera mostra museo. D. Con Tano Festa hai fatto una mostra nel 1968 all'Arco d'Alibert? R. Nel ‘67 Festa è di ritorno dagli Stati Uniti e Furio Colombo mi propose di fargli una personale e presentare il suo lavoro su Michelangelo. La mostra viene inaugurata nel 1968 e la presenta Furio Colombo. Riguardo a quanto dicevo prima, Tano prendeva la figura del Davide come motivo dei suoi lavori. Niente a che vedere con la Pop americana. D. Cosa univa le tue scelte di gallerista, c'è un filo conduttore? R. Oscillavo da uno spazio più piccolo a uno spazio grande, in diverse direzioni, ma sempre cercando la qualità. Avrò Licini, Severini come artisti storici e poi cerco sempre di continuare il lavoro con i giovani che a quell'epoca per me era soprattutto Angeli. D. Quale è stato il tuo rapporto con gli artisti di Forma 1? R. Nel 1965 recupero una storica situazione romana ormai un po' dimenticata che era quella di Forma 1 e da allora sono molto condizionata dalla presenza degli artisti di Forma 1 nella mia vita e nel mio lavoro. Di Forma 1 io avrò all'inizio l'esclusiva in pratica di Sanfilippo, poi molto Turcato anche se Giulio Turcato faceva mostre in più posti. Non esporrò mai né Carla Accardi né Pietro Consagra in personali mentre quando Dorazio e Perilli negli anni 80 saranno liberi dal legame con la Marlborough comincerò a fare le mostre anche con loro. Questi legami hanno condizionato le mie scelte in pittura quindi per avere anche uno spazio di libertà, molta mia attenzione si trasferisce sulla scultura. D. Il tuo legame con Forma 1 dura ancora? R. E' durato fino all'87, quando abbiamo celebrato i quarant'anni di Forma 1. Allora era ancora vivo Turcato, abbiamo registrato una serie di video con il Ministero degli Esteri su ogni singolo artista di Forma e un ricordo di Sanfilippo, che era morto nell' 80, con la figlia. Nel 1987 i quarant'anni del gruppo vengono celebrati sia in Francia sia in Germania. Ora restano i rapporti personali con alcuni di loro. D. Hai sempre posto una particolare attenzione alla veste grafica del tuo lavoro di gallerista proponendo soluzioni originali. Che valore dai alla divulgazione e alla comunicazione? R. Io ritengo, col contributo determinante di Concetto Pozzati, che era stato prima grafico e poi pittore, di aver fatto una scelta molto importante nel formato e nella segnaletica proprio con i miei cataloghi e pieghevoli. Credo di aver dato, con le varie interpretazioni del primo modello disegnato da Pozzati, un segnale di comunicazione nuova per le gallerie. Fino all'arrivo di Calder nella mia vita. Nel '67 Calder ridisegna il catalogo, e da allora io capisco che i tempi stanno cambiando… si arriva alla segnaletica sulle mostre che si avrà verso gli anni Settanta cioè manifesti, cartoline… ossia qualcosa di più dinamico di più… forse anche economico tutto sommato perché poi i tempi non erano… così favorevoli ogni tanto subivamo delle crisi economiche… infatti io nel '70 chiudo la galleria e faccio un lavoro privato per alcuni anni, poi riapro e alla fine approdo alla sede di Via Condotti 21 - ex galleria Bragaglia subito dopo la guerra - e definitivamente chiamerò la galleria "Mara Coccia". Lì riprendo i cataloghi disegnati sulla linea individuata da Calder per la sua mostra e poi anche una serie di schede, anche questa era una scelta sia propositiva sia economica, perché queste schede elencano semplicemente le opere che sono esposte nella mostra. Infatti Perilli scherzando si presentava dicendo: "Sono scheda 6". Ho fatto in tutto 14 schede… anche su mostre storiche come quella di disegni di Morandi. Questa maniera di documentare e informare sulla mia attività, spedendo in giro queste schede, è stata a ripensarci un'idea buona… D. Erano una sorta di catalogo essenziale? R. No, erano dei fogli che venivano inviati come inviti. Non c'era intervento del critico, non c'erano immagini, c'era semplicemente l'elenco. Era anche questa una maniera di comunicare e informare sull'attività. D. Nella tua galleria hai ospitato oltre alle mostre eventi e manifestazioni diverse? Mi incontro con Mario Ricci lo ospito nella sede di Via Alibert. Lui aveva fatto una serata a casa di Ponente e poi fa la sua prima uscita pubblica all'Arco d'Alibert. Più tardi avrò con Giancarlo Nanni un'esperienza simile e questo mi ha portato ad essere citata come galleria su tutti i libri che trattano dell’avanguardia teatrale romana. D. Nel '66 con le Kiko Galleries di Huston, hai pubblicato "Stripsody" di Eugenio Carmi, accompagnato da uno scritto di Umberto Eco, interpretato da Cathy Barberian, autrice anche della musica. Intorno alla tua galleria ruotavano quindi personaggi diversi: poeti, scrittori, attori, registi? R. Ho presentato riviste di design, una mostra nel '65 con Balestrini Giuliani e Porta sulla poesia visiva, erano tutte novità. Non sono ancora vere e proprie performances. Direi che lo spazio della galleria era aperto a manifestazioni diverse compresa la festa di nozze di Vana e Giulio Turcato a cui parteciperà Alberto Sordi come testimone di Vana. E' tutta una concezione nuova dello spazio espositivo. D. Negli anni '60 apri il Doc, un bar che diventa subito un famoso luogo d'incontro di intellettuali e artisti romani. E' anche da questa nuova concezione dello spazio espositivo che prende vita l'idea di aprire un bar? R. Il Doc nasce dalla consapevolezza che la musica rock (Mick Jagger venne una volta al Doc) stava diventando comunicazione… che aveva inoltre un indirizzario di oltre 2000 persone… che a Roma una donna sola non poteva entrare in un locale notturno perché veniva considerata immediatamente male - sembra oggi impossibile ma nei primi anni Sessanta era ancora così-. Nel dicembre del '66 apro questo locale… proprio nel mezzo di tutti quei fermenti e moti di ribellione - nel '63 ci sono le rivolte universitarie a Trento, posteriori ma in sintonia con quelle di Berkeley-. Dunque fra il '66 e il '70 io mi trovo in mezzo, pur non appartenendovi più come età, a quel movimento. Nel '72 lascio la gestione al mio Barman, quindi esco io come immagine e il Doc resta solo un bar. D. Come ripensi a quell'esperienza? R. Nel locale vengono artisti, architetti, giovani attori di teatro che parlano di politica, ballano, bevono… purtroppo circola anche molta droga (di cui io non sono responsabile) però se ne parla. Il Doc a parte questo, a parte la zona dove si balla e dove c'é chiasso, ha anche un piano superiore che io chiamo speck easy alla vecchia maniera degli anni Trenta. Si tratta di uno spazio stretto e lungo dove si affollano per due anni tutti gli intellettuali romani. Schifano quando stampa il suo disco, per prima cosa lo porta al Doc. Lo ricordo che apre la porta e dice "ecco il mio disco" lo lascia lì e se ne va. Pozzati racconta sempre che lui veniva da Bologna arrivava la sera alle 11 al Doc e incontrava tutti e sarebbe potuto ripartire la mattina dopo perché tanto aveva visto chi doveva vedere e non solo i romani - c'era mi ricordo anche Mulas milanese che però era molto assiduo -. Nell'immaginario degli artisti il Doc aveva un po' questo significato… Luogo d'incontro… dove si potevano trovare uniti artisti, scrittori attori di cinema, di teatro…. Ma questo potrebbero testimoniarlo più loro. D. E politici? R. No la politica era in tutti. Mentre i politici erano in tutti altri luoghi. D. Poi negli anni seguenti come prosegue la tua attività? R. Nel ‘92 perdo lo spazio, chiudo definitivamente a via del Corso e con l'Associazione (Associazione Mara Coccia per promozione dell'Arte Contemporanea Europea) costituita assieme ad alcuni privati comincio un'attività di proposte in spazi pubblici e poi con la collaborazione con la galleria AAM. ritrovo in qualche modo una galleria a cui appoggiarmi. D. Adesso con "Arte da camera" hai avviato un nuovo corso della tua attività, allestendo un ambiente espositivo della tua casa di via del Vantaggio, ex studio di Antonio Sanfilippo. In cosa consiste quest'attività? R. Nasce dalla necessità di avere comunque uno spazio espositivo, idoneo anche se piccolo. Ho scelto questo nome "Arte da camera" proprio pensando alla musica da camera alla consuetudine di suonare nelle case private per un gruppo scelto di amici o conoscenti. D. Quali sono le tue passioni attuali? R. Passioni attuali … é sperare di poter ancora dare un contributo al lavoro dei miei giovani, che poi più tanto giovani non sono perché Mauro Folci che seguo dal 1987 ormai ha 42 anni, anche Licia Galizia da quando aveva 23 anni e ora sono più di dieci anni, e per Roberto Pietrosanti è lo stesso. Loro si sono formati molto bene con le loro esperienze e spero di poter dire di aver contribuito un po' alla loro affermazione. Sono gli artisti a me più vicini; salvo guardare con attenzione adesso Daniela Perego, che avendo iniziato un po' tardi anche lei giovanissima non è ma viene da Firenze ed è ancora abbastanza nuova a Roma. Lei sarà una delle a nuove proposte di "Arte da Camera".