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Ron Mueck, "Untitled (boy)", 1999, Corderie dell'Arsenale, Venezia 2001.

 

Josef Dabernig, "Wisla", 1996, corderie dell'Arsenale, Venezia 2001

 

Maurizio Cattelan, "La nona ora", Courtesy La Biennale di Venezia

 

Johan Muyle, "We don't know him from Eden", Serra dei Giardini di Castello,Venezia 2001 (a latere)

 

Ilya e Emilia Kabakov, "Not every one will be taken into the future", Artiglierie dell'Arsenale, Venezia 2001

 

Cai Guo-Qiang, "refreshing", Arsenale, Venezia 2001

 

Francio Alÿs, "The Ambassador", Venezia 2001

 

Barry McGee, Stephen Powers, Todd James, "Street Market", installlazione Corderie dell'Arsenale, Venezia 2001.

 

Pierre Huyghe, installazione presso il Padiglione Francese, Venezia 2001

speciale biennale

Un mondo provvisorio
di Patrizia Mania

La 49esima edizione della Biennale d'arte di Venezia ha aperto i battenti proponendo un'ipotesi rassicurante di attribuzione di ruolo all'arte. Contro i pessimistici e sempreverdi annunci di morte presunta l'arte continua a vivere e a cimentarsi con prove dalle quali sembra uscire più energica che mai e una riprova di grande vitalità è proprio questa rassegna soprattutto per quel che concerne il progetto curatoriale di Harald Szeemann. Sottacciamo il discorso sui padiglioni nazionali vista e considerata l'assenza ingiustificata dell'Italia che ritengo vada attribuita ai commissari italiani più che a Szeemann.

Tornando al suo progetto appare evidente che "Platea dell'umanità", il titolo con il quale si presenta non sia peraltro un tema ma una dimensione come lui stesso ha ribadito più volte. Il che sgombra il campo dal sospetto di un anacronistico ricorso al criterio tematico, tra l'altro fin troppo inadeguato trattandosi di umanità. A definire questa "dimensione" sono stati dunque gli artisti o meglio le opere presenti. Szeemann stesso interpreta questo suo impegno espositivo come un evento teso a chiudere o meglio a ulteriormente aprire il cerchio della propria attività critica, come in qualche modo rappresentasse l'esito ultimo del suo percorso iniziato con When Attitudes become Form svoltasi nel 1969. Scrive infatti: "parafrasando il titolo di allora, si potrebbe dire "Quando le forme diventano comportamenti ed esistenza", "La platea della presentazione di esistenza umana"", ravvisandovi una "carica sovversiva-rivoluzionaria" che potrebbe proiettarsi nel futuro e che dà vita nell'oggi circostanziato dell'esposizione ad un "mondo provvisorio". La provvisorietà della narrazione di questa esistenza è esplicitata anche nel modus operandi scelto da molti degli artisti in mostra che, nei giorni della vernice hanno svolto delle performances delle quali resteranno solo tracce testimoniali nei video e nelle fotografie destinate a sostituire gli eventi per tutta la durata successiva dell'esposizione. Da quella più glamour di Francesco Vezzoli che ha chiamato il mito vivente delle passerelle del passato a svolgere per lui una performance: nei giorni della vernice Veruschka ha ricamato sul tombolo ivi specchiandosi con la propria immagine del passato. Reinterpellando il passato nel presente Vezzoli l'ha costretto a riassumersi nei contorni di una decorazione la cui durata e precisione esecutiva "sottomette" l'immagine di consumo pubblico alla meditazione e alla pratica privata.

L'artista Francis Alÿs ha stigmatizzato la vanità e l'aspirazione all'immortalità della propria identità d'artista delegando ad un pavone il compito di rappresentarlo e a due guardiani e a delle cartoline la funzione di accompagnarlo e sostenerne il significato.

Traducendo la forma nel comportamento, riproiettandola nel vivo dell'esperienza, inevitabilmente la documentazione di ciò che è stato e di ciò che è prende il sopravvento su qualsiasi forma di concettualizzazione del percorso. Si tratterrà allora di predisporsi ad attraversare un documentario poliedrico di tracciati di esistenza divenuti estetica. Da una siffatta prospettiva risultano ovviamente estromesse tutte le eventuali accuse, che pure la stampa meno specializzata ha mosso, di stanchezza ingenerata dall'ordinarietà di molti dei lavori. L'accento va semmai posto sulla capacità di resa dell'ordinario in straordinario che aleggia un po' ovunque.Ed in questo la capacità di porsi criticamente oltre gli angusti confini della realtà globalizzata ridando dignità all'esistenza di ciascuno.

La tecnica video è probabilmente quella più presente alle Corderie e alle Gaggiandre ma non c'è un'impronta comune che possa facilmente racchiudere in un'etichetta le diverse presenze o meglio esistenze.

A partire da un lavoro realizzato al computer Charles Sandison ha installato Living Rooms, un'opera che "accerchia" il visitatore con delle parole scritte al computer e da lì traslate in uno spazio buio dove interagiscono ed interferiscono con chi lo attraversa. La sfida al buio, all'oscurità necessaria alla visione è lanciata da Alessandra Tesi che riesce lavorando sulla luce a farci apparire come incantesimi i suoi video in ambienti luminosi, qui collocati dentro il padiglione Italia. Una vena narrativa è nel video di Chantal Akerman che risale al 1975 e il cui titolo al completo è Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles, ed in cui è ricostruita nelle espressioni e nei gesti della protagonista che di mestiere è una prostituta il passaggio dalla sua "normalità" al suo rendersi protagonista del delitto di un cliente che rappresenta nell'angoscia della morte la sua liberazione. Anche John Pilson ci racconta del vissuto, in questo caso di quello di Mr. Pickup un avvocato che prima di uscire dal suo ufficio per un impegno importante tenta non riuscendovi di riassettare la sua cartella di documenti. Il montaggio è per certi versi comico ma l'accento posto su situazioni apparentemente di solo intralcio al normale volgersi degli eventi contiene una forza inedita di ribaltamento e rovesciamento delle consuete scale di valori di importanza attribuite al nostro esistere nei luoghi di identità sociale. Ad identificarsi con il luogo che provvisoriamente abita è invece il protagonista del video Uomoduomo di Anri Sala che sembra imbastire con lo spazio in cui si trova una stretta relazione di appartenenza, come fosse parte di sé, sua proprietà. Un sottile gioco di straniamento è al contrario alla base del video Wisla di Joseph Dabernig dove si assiste ad una partita senza giocatori né palloni solo stadio, tifosi, tecnici in panchina che poi si riveleranno non essere tutti tecnici ma "stranieri" provvisoriamente partecipi di quel rituale e di quella dimensione. La video proiezione School di Tiong Ang ribalta effettivamente lo sguardo dallo spettatore all'attore in questo caso una scolaresca di bambini che guarda l'artista che ricorda: "Il mio ingresso aveva viziato la situazione". Nessuno prescinde dal fatto che qualcuno lo sta riprendendo e si innesta una reazione per cui tutto parte dal presupposto di essere osservati. In Facing Forward del 1999, Fiona Tan indaga la figura del viaggiatore e quella dell'antropologo inserendovi stralci di filmati etnografici, il loro "soggetto" di interesse. In questa commistione di ruoli l'artista apre ad una prospettiva della storia ampia inclusiva di tutti i suoi protagonisti. Un'umanità non più dunque suddivisa in protagonisti e comparse ma tutta insieme "personaggio".

A queste realtà straniate e stranianti si contrappone un lavoro forse omeopatico di ricostruzione ambientale e realistica di una strada Street Market realizzato da tre artisti originariamente autori di graffiti Barry Mc Gee, Stephen Powers e Todd James che hanno letteralmente portato la strada alla Biennale con tanto di extracomunitari che vendono i loro falsi d'autore. Si resta perplessi di fronte all'apparente mancanza di distacco dell'intervento dalla realtà effettiva che riproduce con fedeltà spostandola solo di luogo, non inficiandola criticamente ma anzi coartandola a sé stessa. Più che una platea in questo caso sembra essere stato ricostruito un palcoscenico con quel che di finto vi si respira!

Spaventosamente umano il grande Untitled (boy) di Ron Mueck grandeggia con i suoi quasi cinque metri di sviluppo in altezza accentuati dal fatto che il ragazzo appare accovacciato. L'opera è di un naturalismo inquietante e l'adolescente con quegli occhi sgranati, sbigottiti, sembra trovare un lontano ascendente solo in Pubertà di Munch . Se lì l'angoscia tutta interna al mutamento del proprio corpo portava l'adolescente a coprirsi le nudità inaspettate qui il ragazzo semivestito nasconde tutto sé stesso come avvertisse la propria inadeguatezza rispetto al mondo circostante, rispetto ad un'ostilità cui reagisce con lo sguardo panico e refrattario di un risentito isolamento. Ritratto tra i più appropriati a definire la condizione psicologica di angoscia esistenziale nella distanza dall'omologazione.

Da un'angolatura surreale nasce il lavoro di Cattelan la discussa Nona ora tacciata di blasfemia e qui proposta a conclusione di un percorso in cui senso e paradosso si alternano in una visione dell'arte dell'umanità in cui anche l'apparente oltraggio sottolinea la perdita dell'assoluto ed il riscatto dell'umanità.

Non a caso l'esposizione si apre idealmente nelle intenzioni di Szeeman con La fine del XX secolo di Joseph Beuys l'artista che storicamente ha più di ogni altro investito ed insistito sulla necessità etica di far posto all'uomo. Di un ritorno alla centralità dell'umanità che colloca positivamente anche se provvisoriamente questo momento all'inizio del nuovo millennio.

 

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