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la
rete reale virtuale dell'arte contemporanea
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megazine ® speciale biennale
numeri
arretrati
Artiglierie dell'Arsenale, veduta degli spazi interni. Courtesy La Biennale di Venezia Press Office
Joseph Beuys, La
fine del 20° secolo (Das ende des 20. Jahrundert), 1983, 21 pietre di
basalto di dimensioni diverse, feltro, argilla, carriola, legno squadrato,
installazione,
Chris Burden, The Flaying Steamroller, 1996, acciaio, calcestruzzo, macchina Huber spiana sfalto 1968. Courtesy La Biennale di Venezia Press Office. |
La
Biennale come opera complessa Ho visto la Biennale ed ho osservato una sola, grande opera complessa. Ne ho attraversato le sale ed ho incontrato pochi artisti, la maggior parte dei quali dal contegno rilassato, quasi distaccato. Non era la loro mostra. Perché questa Biennale segnala prepotentemente la riuscita di quel progetto che da diversi decenni curatori come Szeemann inseguono, ovvero quello di trasformare una mostra, ogni mostra, in una grande opera complessa in cui l'individuo artista risulta schiacciato dalla grandiosità operativa dell'ideazione curatoriale. In questa congerie di elementi apparentemente casuali, come sono quelli della grande esposizione alle Corderie, all'Arsenale ed in tutti i grandi spazi occupati, emerge l'identità di una grande opera complessa siglata e ideata dal curatore, senza peraltro indicare una reale volontà collettiva. Le scelte non sono state infatti sulle personalità da esporre ma sui singoli lavori. Ogni accostamento, ogni ridondanza e similitudine, nasce dal preciso disegno di un'arte come insieme di oggetti e non di soggetti che ne producono la materialità. La pericolosità di questo progetto curatoriale non si realizza nell'immediato percorso della percezione, ma nella distanza della comprensione del reale messaggio che questa esposizione vuole dare al suo pubblico. Si avverte l'idea di voler rappresentare l'arte come insieme monumentale in cui convergono gli scopi e le ragioni delle singole individualità raccolte, ma solo attraverso la muta emergenza della materia, privata ovvero di quella emozionalità che è sempre alla base di un percorso artistico prepotentemente rilevante. Non può stupire quindi che la centralità concettuale di questo lavoro organico che qui chiamerò "Biennale Szeemann" sia nelle rocce imbevute d'olio di Josef Beuys. Qui come anche altrove, e mi riferisco anche alla marginalità della presenza italiana rappresentata solo attraverso l'esposizione del lavoro di Boetti, si parla di artisti che non sono più nostri contemporanei, e lo dico con grande nostalgia della presenza di Beuys e di Boetti. Ho incontrato Beuys una sera in un ristorante, dove cenava con alcuni amici, una ventina d'anni fa. Egli rappresentava ai miei occhi lo stregone, lo pensavo così perché era in primo luogo l'essere al di fuori della norma, l'individuo estraneo alle ragioni della consuetudine e ne intuivo la forza anche se non sapevo, data la mia giovane età cosa facesse, ignoravo che egli fosse un artista anche perché non potevo capire nemmeno il significato della parola "artista". Ciò che voglio segnalare è che a mio giudizio Beuys, il cui atteggiamento nei confronti del mondo è stato sempre di antagonismo viscerale alle consuetudini, non avrebbe mai sottoscritto un percorso espositivo centrato sulla sua opera piuttosto che non sull'atteggiamento derivato dalla sua opera. Questa "Biennale Szeeman", sia pure nella sua complessità e nella sua obiettiva ragione concettuale opera uno spostamento materialista dell'identità umana che non è mai stato negli scopi di artisti come Beuys, né lo è tantomeno in altri artisti che vi sono rappresentati attraverso la sterilità di una scelta oggettiva. Questo compulsivo avvicinare opere sincroniche per significati, valori segnici, similitudini formali costituisce sì la fascinazione dell'elemento concreto alla base della grande esposizione, e certamente non lascia indifferenti, piuttosto demotiva alla base l'aspettativa di una istantanea sulla contemporaneità che produca il minimo spostamento nella ragione critica di ciascun fruitore. Credo quindi che l'esserci avviati verso l'epoca delle grandi esposizioni intese come "opere collettive" stimolate dell'ideazione del curatore, in certo modo svilisce il concetto di pluralismo, annichilisce l'ampiezza di significato di lavori storici, quali appunto quello di Beuys e giustifica la radicalizzazione di principi funzionalisti all'interno di una disciplina, quella dell'arte contemporanea, che non può in alcun modo ridursi ad essere il ripetitore concreto delle aspettative del potere, qui rappresentato dalla cura critica. Parigi, giugno 2001.
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