la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

megazine ®

interviste
articoli tematici
articoli monografici
records
art in theory
protocollo critico
elzeVirus
extensions
recensioni

numeri arretrati
ultimo numero


Regine Kolle, "Pilote: the day after paradise" 2001 - 2002.


Surasi Kusowong, "Minimal Factory($1 Market)", 2002


Henrik Plenge Jacobsen, Smoke, 1998 (courtesy Gallei Nicolai Wallner, Copenaghen).


Pascale Marthine Tayou, "Plastic bags", 2001, foto Attilio Maranzano, courtesy Associazione ArteContinua, San Gimignano.


Pascale Martine Tayou, "Goal Kepper", 2001


Philippe Terrier-Hermann, "Fascination - Monsigneur Bernard de Lanversin - Palazzo della Cancelleria", 2001.

articoli tematici

Visto da vicino nessuno è normale
di Patrizia Mania

Mai come in questa fase storica l'arte è sconfinata verso la vita rendendo sempre più labile e inconsistente il divario tra ciò che si dice "arte" e tra ciò che non lo è. La questione della definizione del concetto di arte, fuori dalla contestuale identificazione con la vita, è di effettiva attualità e rappresenta lo snodo centrale di ogni controversia sull'argomento. Il tacito consenso sull'estensione della creatività artistica a dimensioni non connaturatele statutariamente è la sua realtà definitoria e al tempo stesso sdefinente. In un recente lavoro di Cesare Pietroiusti (& Platform) "Ask a sample of 100 people to show you something that is certainly not art", l'autore domandava appunto ad un campione di 100 persone di individuare qualcosa che a loro avviso non avesse niente a che vedere con l'arte, cercando in tal modo proprio di mettere a fuoco il paradosso dell'arte contemporanea, del suo esporsi, della sua capacità di convivere nella realtà, e di essere accettata nei suoi significati.
L'uscita dai consueti registri di classificazione dell'arte non è certo fenomeno dell'ultima ora, ma nuova è l'acquiescenza al fenomeno da parte ormai di tutti coloro che si occupano d'arte soprattutto a livello istituzionale, e l'ultima edizione di Documenta a Kassel ne è la conferma.
Ciò che semmai non marginalizza la proposta artistica contemporanea nell'indistinto caotico e magmatico reale è il suo tessersi accanto al quotidiano estraendone, per il solo fatto di dirsi arte, lo straordinario sommerso. Che è anche eleggere la brutale banalità del cinismo contemporaneo ad icona del contemporaneo. "Visto da vicino nessuno è normale", recitava uno slogan stampato su delle t-shirt e scelto per accompagnare anni addietro un momento di quella rivoluzione culturale voluta da Basaglia che si abbatté contro le discriminazioni nei confronti dei cosiddetti matti per l'acquisizione dei principi fondamentali del rispetto di ciascuno e che portò come eclatante vittoria all'apertura dei manicomi. Ma erano altri tempi, tempi di perbenismo borghese non ancora aperti a confrontarsi dialetticamente con la cosiddetta diversità. Allora, furono proprio per questo necessari grandi dosi di impegno, coraggio ed energia per ottenere i risultati legittimamente auspicati.
Oggi, spesso dietro la scorza della presunta normalità si nasconde la lobotomica sottomissione ai diktat del consumo massificato. Altrove il velo dell'omologazione copre misfatti criminali, che, nella loro imperturbabile icasticità risultano assolutamente refrattari a stati ed ipotesi di coscienza. E, proprio l'arte contemporanea, si direbbe la più pronta a rilevare , a far emergere con un coefficiente critico spiazzante questi paradossi occultati dall'egida della normalità, dalla patina reiterata dei suoi rituali.
E' quanto immediatamente si deduce dalla visione e partecipazione delle opere presentate alla mostra "Tutto Normale" allestita, per la cura di Jerôme Sans e Ludovico Pratesi, negli spazi esterni di Villa Medici a Roma. Ad onore del vero, per approdare a queste considerazioni occorre preliminarmente scarnificare la lettura alle sole opere significative in tal senso, ma a parziale ammenda per il di più si può sempre invocare l'assioma della varietà del mondo e della sua "normalità", passe - partout che rende lecita qualsiasi operazione e che per sua stessa natura è forse poco interessante indagare. Più interessante cogliere invece nell'articolarsi del percorso gli spiazzamenti su accennati.
Se tanto scandalizzò la scelta di De Dominicis di esporre alla Biennale di Venezia del 1972 un ragazzo down ("Seconda possibilità d'immortalità - L'universo è immobile"), misura la distanza temporale ma anche la scettica ed orrorifica indifferenza odierna, la scelta di Georgina Starr che durante la performance inaugurale ha esposto una bambina"vera" dentro un recinto di mattoni alto due metri. La piccola veniva guardata dall'alto da un pubblico a dire il vero per la maggior parte talmente incurante dell'assurda costrizione a cui era stata relegata la povera innocente da commentare l'evento come "il più carino" della mostra. Di carino in effetti non aveva e non voleva avere niente visto che il presupposto di questa installazione "Inside Bunny Lake Garden" cita la scena finale del film "Bunny Lake is missing" girato nel 1967 dal regista Preminger, quando lo zio della bambina Bunny, intenzionato ad uccidere la piccola innocente, la conduce prima di compiere il delitto in un giardinetto distraendola con dei giochi. Delitto virtualmente rinnovato da chi nell'osservare la scena, avvezzo alle "stranezze" dell'arte contemporanea ed anestetizzato dalla violenza appresa dai media non riesce più a distinguere la realtà dalla finzione, ed il bene dal male. L'azione sembra essersi rovesciata così sullo spettatore che proprio perché agisce in quello spazio è complice nella visione dell'evento.
L'appiattimento omologato,sensibile specialmente nelle ultime generazioni, è offerto in una visione osmotica nel gruppo di bolle di neve di Corrado Sassi intitolato "Clan" .L'artista ha esemplificato al loro interno i riti tribali delle identità sociali maggiormente reiterate.
Di un artista come Erwin Wurm così attento a sottolineare non le cose ma i processi di coscienza sulle cose colpisce subito in mostra il ritratto deformante, ingigantito, sovradimensionato "imperiale" di uno dei curatori della mostra, Sans, posto lì quasi a rischiarare della identità di un ruolo il côté non dichiarato ma effettivo. Rirkrit Tiravanija, convinto che nel cinema e nella cucina principalmente, si possano individuare più nettamente che altrove i caratteri del consumo sociale e culturale, propone la proiezione di un cult-movie trash degli anni Settanta "L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente" con una base musicale inedita che scorporando audio da video ci disturba immettendo il prodotto cinematografico in un processo sovrapposto di estraneamento.
Kendell Geers che in quest'occasione si è firmato Geers & K.O. Lab tenta di dislocare altrove il panorama che si può osservare da Villa Medici facendo campeggiare la grande scritta al neon BELIEVE sul suo margine esterno proprio di fronte alla cupola di San Pietro simbolo della Chiesa e quindi della fede di chi appunto crede. Una regalità monumentale che dialoga con la distanza critica di chi guarda alle più alte gerarchie del potere con circospetta perplessità.
D'altro canto proprio ad una pausa di riflessione e di distacco sembra averci invitato tutta questa esposizione accompagnata in tutta la sua estensione da alcuni manifesti pubblicitari concepiti da Olivier Bardin al cui centro giganteggia il ritratto curioso ma un po' distante di un bambino, corredato da una didascalia che risulta sintetizzarne il senso complessivo e che recita: "Tutto normale - credo".