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Pascale Martine Tayou, "Goal Kepper", 2001

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Lanversin - Palazzo della Cancelleria", 2001.
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articoli tematici
Visto da
vicino nessuno è normale
di Patrizia Mania
Mai come in
questa fase storica l'arte è sconfinata verso la vita rendendo
sempre più labile e inconsistente il divario tra ciò
che si dice "arte" e tra ciò che non lo è.
La questione della definizione del concetto di arte, fuori dalla
contestuale identificazione con la vita, è di effettiva attualità
e rappresenta lo snodo centrale di ogni controversia sull'argomento.
Il tacito consenso sull'estensione della creatività artistica
a dimensioni non connaturatele statutariamente è la sua realtà
definitoria e al tempo stesso sdefinente. In un recente lavoro di
Cesare Pietroiusti (& Platform) "Ask a sample of 100 people
to show you something that is certainly not art", l'autore
domandava appunto ad un campione di 100 persone di individuare qualcosa
che a loro avviso non avesse niente a che vedere con l'arte, cercando
in tal modo proprio di mettere a fuoco il paradosso dell'arte contemporanea,
del suo esporsi, della sua capacità di convivere nella realtà,
e di essere accettata nei suoi significati.
L'uscita dai consueti registri di classificazione dell'arte non
è certo fenomeno dell'ultima ora, ma nuova è l'acquiescenza
al fenomeno da parte ormai di tutti coloro che si occupano d'arte
soprattutto a livello istituzionale, e l'ultima edizione di Documenta
a Kassel ne è la conferma.
Ciò che semmai non marginalizza la proposta artistica contemporanea
nell'indistinto caotico e magmatico reale è il suo tessersi
accanto al quotidiano estraendone, per il solo fatto di dirsi arte,
lo straordinario sommerso. Che è anche eleggere la brutale
banalità del cinismo contemporaneo ad icona del contemporaneo.
"Visto da vicino nessuno è normale", recitava uno
slogan stampato su delle t-shirt e scelto per accompagnare anni
addietro un momento di quella rivoluzione culturale voluta da Basaglia
che si abbatté contro le discriminazioni nei confronti dei
cosiddetti matti per l'acquisizione dei principi fondamentali del
rispetto di ciascuno e che portò come eclatante vittoria
all'apertura dei manicomi. Ma erano altri tempi, tempi di perbenismo
borghese non ancora aperti a confrontarsi dialetticamente con la
cosiddetta diversità. Allora, furono proprio per questo necessari
grandi dosi di impegno, coraggio ed energia per ottenere i risultati
legittimamente auspicati.
Oggi, spesso dietro la scorza della presunta normalità si
nasconde la lobotomica sottomissione ai diktat del consumo massificato.
Altrove il velo dell'omologazione copre misfatti criminali, che,
nella loro imperturbabile icasticità risultano assolutamente
refrattari a stati ed ipotesi di coscienza. E, proprio l'arte contemporanea,
si direbbe la più pronta a rilevare , a far emergere con
un coefficiente critico spiazzante questi paradossi occultati dall'egida
della normalità, dalla patina reiterata dei suoi rituali.
E' quanto immediatamente si deduce dalla visione e partecipazione
delle opere presentate alla mostra "Tutto Normale" allestita,
per la cura di Jerôme Sans e Ludovico Pratesi, negli spazi
esterni di Villa Medici a Roma. Ad onore del vero, per approdare
a queste considerazioni occorre preliminarmente scarnificare la
lettura alle sole opere significative in tal senso, ma a parziale
ammenda per il di più si può sempre invocare l'assioma
della varietà del mondo e della sua "normalità",
passe - partout che rende lecita qualsiasi operazione e che per
sua stessa natura è forse poco interessante indagare. Più
interessante cogliere invece nell'articolarsi del percorso gli spiazzamenti
su accennati.
Se tanto scandalizzò la scelta di De Dominicis di esporre
alla Biennale di Venezia del 1972 un ragazzo down ("Seconda
possibilità d'immortalità - L'universo è immobile"),
misura la distanza temporale ma anche la scettica ed orrorifica
indifferenza odierna, la scelta di Georgina Starr che durante la
performance inaugurale ha esposto una bambina"vera" dentro
un recinto di mattoni alto due metri. La piccola veniva guardata
dall'alto da un pubblico a dire il vero per la maggior parte talmente
incurante dell'assurda costrizione a cui era stata relegata la povera
innocente da commentare l'evento come "il più carino"
della mostra. Di carino in effetti non aveva e non voleva avere
niente visto che il presupposto di questa installazione "Inside
Bunny Lake Garden" cita la scena finale del film "Bunny
Lake is missing" girato nel 1967 dal regista Preminger, quando
lo zio della bambina Bunny, intenzionato ad uccidere la piccola
innocente, la conduce prima di compiere il delitto in un giardinetto
distraendola con dei giochi. Delitto virtualmente rinnovato da chi
nell'osservare la scena, avvezzo alle "stranezze" dell'arte
contemporanea ed anestetizzato dalla violenza appresa dai media
non riesce più a distinguere la realtà dalla finzione,
ed il bene dal male. L'azione sembra essersi rovesciata così
sullo spettatore che proprio perché agisce in quello spazio
è complice nella visione dell'evento.
L'appiattimento omologato,sensibile specialmente nelle ultime generazioni,
è offerto in una visione osmotica nel gruppo di bolle di
neve di Corrado Sassi intitolato "Clan" .L'artista ha
esemplificato al loro interno i riti tribali delle identità
sociali maggiormente reiterate.
Di un artista come Erwin Wurm così attento a sottolineare
non le cose ma i processi di coscienza sulle cose colpisce subito
in mostra il ritratto deformante, ingigantito, sovradimensionato
"imperiale" di uno dei curatori della mostra, Sans, posto
lì quasi a rischiarare della identità di un ruolo
il côté non dichiarato ma effettivo. Rirkrit Tiravanija,
convinto che nel cinema e nella cucina principalmente, si possano
individuare più nettamente che altrove i caratteri del consumo
sociale e culturale, propone la proiezione di un cult-movie trash
degli anni Settanta "L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente"
con una base musicale inedita che scorporando audio da video ci
disturba immettendo il prodotto cinematografico in un processo sovrapposto
di estraneamento.
Kendell Geers che in quest'occasione si è firmato Geers &
K.O. Lab tenta di dislocare altrove il panorama che si può
osservare da Villa Medici facendo campeggiare la grande scritta
al neon BELIEVE sul suo margine esterno proprio di fronte alla cupola
di San Pietro simbolo della Chiesa e quindi della fede di chi appunto
crede. Una regalità monumentale che dialoga con la distanza
critica di chi guarda alle più alte gerarchie del potere
con circospetta perplessità.
D'altro canto proprio ad una pausa di riflessione e di distacco
sembra averci invitato tutta questa esposizione accompagnata in
tutta la sua estensione da alcuni manifesti pubblicitari concepiti
da Olivier Bardin al cui centro giganteggia il ritratto curioso
ma un po' distante di un bambino, corredato da una didascalia che
risulta sintetizzarne il senso complessivo e che recita: "Tutto
normale - credo".
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