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la
rete reale virtuale dell'arte contemporanea
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protocollo critico n.4 Critical curating:
l'utopia post-ideologica Come già
precisava Karl Mannheim il problema della relazione conoscitiva si
fonda sulle connessioni fra reale e ideale. L'identità della
ragione moderna ha successivamente prodotto un idealismo ideologico
che sconnettendosi dalla precipua realtà del vissuto si connette
ad un progetto "geometrico" tale da potersi dire, descrivere,
osservare solo come esempio. La progettualità del Moderno è
anche una forma di fede estrema nelle possibilità logiche dell'individuo,
quale definizione assoluta del linguaggio; l'idea del progetto artistico
è uno dei luoghi della comunicazione maggiormente aderenti
al concetto stesso di Modernità. L'avanguardia modernista nasce
quindi già come progetto e si alimenta della mentalità
utopica nella contraddizione persistente della realtà. L'idea
di spezzare l'ordine preesistente attraverso il progetto moderno ha
inoltre due facce contigue, quella del messaggio utopico, e quella
opposta del messaggio ideologico. Qui l'ideologia rappresenta il sistema
politico e sociale gravato dallo schematismo della logica conoscitiva,
in cui quindi le trasmissioni comunicative non vertono sul dialogo
della progettualità con la trascendenza. Il progetto conoscitivo
dell'arte, come sappiamo bene, quando è rimasto ingabbiato
nello schematismo logico dell'ideologia, ha perso la sua connotazione
di ricerca, ed alla luce della contemporaneità risulta essere
un inizio del fallimento moderno della disciplina artistica [Maurizio
Vitta]. L'idea di divulgare ciò che altre discipline andavano
formalizzando diviene per l'arte l'inciampo ideologico, programmatico,
lesivo della sua indipendenza. Qui le dinamiche curatoriali s'iniziano
a percepire come organismo a se stante, per certi versi inglobato
nelle identità della pratica oggettuale dell'arte. Ciò
che il meccanicismo dialettico del razionalismo non riusciva a produrre,
in termini di ideologia, lo rilascia in contenuti di utopia, quando
ovvero l'indagine verte non sull'esistente ma su ciò che si
proietta come esistente in un al di là del tempo e dello spazio.
Ne conviene quindi che l'identità dell'utopia si differenzia
con l'ideologia formale attraverso l'apertura di un campo possibile
ma non direttamente conseguente all'indagine sociale; le dinamiche
curatoriali hanno avanzato l'ipotesi di una loro trascendenza dall'oggettualità
proprio descrivendosi come utopie leggibili in un tempo pervaso da
ideologie concrete. La nascita di un sistema dell'arte avverso ad
ogni segnale che non fosse identificabile con la sua propria tradizione
è in realtà un controsenso storico proprio perché
aderisce al significato di progetto utopico piuttosto che non a quello
di aderenza ideologica. Il problema posto da questa pratica progettuale
che è del Moderno è sintomaticamente positivista; ma
qui la logica smentisce se stessa perché non la si può
comprovare altrimenti che con la sua tradizione [Maurizio Ferraris,
2001]. Un paradosso per l'identità dell'avanguardia che si
suppone debba essere indipendente e funzionale ai suoi scopi; tuttavia
la pratica curatoriale, tutoriale dell'arte utopica, ha trovato il
suo sistema di esplicazione dimostrando nei termini di un discorso
specifico, ciò che altrimenti rimarrebbe oscuro ai più.
La pratica curatoriale in altri termini supplisce il mancato coefficiente
linguistico dedotto dalla tradizione elaborando quei contenuti comunicativi
che permettono la lettura dell'avanguardia. L'esplicazione è
anche una forma di tradimento dell'oggetto che si vorrebbe altero
e solitario nella sua innata forza di conoscenza. Ma è un tradimento
che non lede l'utopia. Il linguaggio curatoriale, la critica e l'esegesi,
esplicano per connettere i due campi, l'ideologia con l'utopia, facendo
dell'operazione artistica uno strumento di analisi sociale e politica.
Naturalmente la ribellione curatoriale degli anni Settanta conclude
un ciclo di apparente disinganno della scrittura e ne apre un altro,
più strutturale. Se la critica diviene arte, o paradossalmente
una sua alterazione afferente, questa forma disciplinare rimane distaccata
dalla tradizione ideologia per riscoprirsi esclusivamente forma utopica.
Proprio nella sua distanza dall'arte, usufruendo di prospettive analogamente
utopiche, la tensione curatoriale scoordina il postulato della progettualità
e definisce un campo inaccessibile, insondabile alla ricerca scientifica.
La cura critica conclude il suo esercizio nell'esimersi da ogni analisi
comprovabile assumendo lo stesso metodo utopico dell'arte. Il passo
successivo si conclude nel terreno dell'ambientazione espositiva;
se questo luogo è rimasto definito nella sua essenza quale
modello aperto delle utopie, e se la cura critica ne condivide gli
atteggiamenti allora l'unico modello di riferimento logico diviene
il sistema espositivo, lo spazio della galleria, il luogo del museo,
il territorio dell'azione. Ma essi paventano la loro libertà
e si riferiscono sempre ad un livello di raziocinio che è proprio
del sistema economico. Qui le pratiche curatoriali si esauriscono
nella desertificazione del significato, nella sua stessa esistenza.
Il terreno della comunicazione si affievolisce, resistendo solo come
corollario tecnico, indimostrabile se non con le connessioni economiche.
Il mercato stabilisce allora i percorsi dell'arte assumendone il controllo,
mentre la cura critica ed il suo linguaggio divengono abbellimento
e surplus di valore, certificazione di uno stato di fatto. Non stupisca
se poi spesso le quotazioni sono realizzate proprio pubblicamente
per rendere stabile un percorso fattuale. Nella logica degli eventi
questa rimane comunque la soglia percettibile di un valore altrimenti
inestimabile per difetto. Brano tratto da Domenico Scudero Maurizio Bolognini/Installazioni, disegni, azioni, Lithos editrice, Roma 2003. |
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