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in questo numero:

Caterina Notte: Giusy la temeraria e gli zombies metropolitani.
di Maria Egizia Fiaschet

Alÿs e Caccavale al Centro per le Arti Contemporanee
di Silvia Biagi

Shagayegh Sharafi: "…Arriva una nuvola, madre se ne va…"
di Maria Egizia Fiaschetti

Antonio Rovaldi: Appunti dal vulcano.
di Maria Egizia Fiaschetti

Dall'utopia al quotidiano (e ritorno)

 


Caterina Notte, "Future Motion Capture", still da video, 2003.

Caterina Notte: Giusy la temeraria e gli zombies metropolitani.
di Maria Egizia Fiaschetti

La piazzetta del fico è pervasa da una brezza leggera e vellutata, che ingentilisce l'aria con un tiepido soffio primaverile. Le candele riflettono aloni aranciati sull'intonaco corrotto e scrostato di un piccolo borgo di casupole basse e squadrate. In questa dimensione sospesa e incantata s'incontrano personaggi sconosciuti, emersi inaspettatamente da un muretto calcinato dal tempo e rivestito da un fitto manto di rampicanti. Un rapporto di stretta continuità intercorre tra gli scorci di paesaggio che inquadrano i ritratti e la loro collocazione in un contesto profondamente marcato dalla presenza palpabile e indomita della natura: un elemento sul quale Caterina Notte s'interroga da tempo, spaziando da un piccolo orto nella campagna molisana alla distesa incommensurabile dell'universo. Tra i lavori presentati nella galleria romana AOC (Associazione Operatori Culturali Flaminia 58, dal 10 al 29 Marzo), nell'ambito del progetto Monitor: La Giovane Videoarte, spiccano i volti di familiari e amici dell'artista, sorpresi dall'obiettivo fotografico in una condizione di smarrimento. Il loro sguardo sfuggente e inquieto esprime una sensazione d'incertezza, quasi d'ignavia, come fossero intrappolati in un labirinto senza uscita. Li circonda un paesaggio brullo e desolato, abitato da sagome filiformi di alberi spogli e cadaverici, che affiorano dall'arida vegetazione. Vestono abiti moderni, dalle tinte smaglianti e accese, in netto contrasto con il monocromo spento dello sfondo, giocato su toni bruni e bituminosi. Questi nomadi metropolitani non riescono a stanziarsi nella natura, a prendervi fissa dimora, a porvi radici. Ne sono sconcertati, disorientati, scioccati, quasi ne facessero esperienza per la prima volta. Del resto, come non sentirsi soggiogati da tale immensità? Sembra impossibile, infatti, misurarsi con un ordine estraneo ai convenzionali parametri di riferimento dettati dall'uomo. Il cosmo è governato da regole proprie, codificate in un linguaggio alieno e difficile da decifrare. Caterina Notte, giovane che si affaccia con curiosità alla soglia del terzo millennio, propiziato dal nume tutelare della tecnologia, riscopre il sentimento del sublime: un misto di attrazione e repulsione di fronte allo spettacolo, al tempo stesso affascinante e terribile, dell'altro da sé. Eppure è impossibile prescindere dal vincolo originario che ci lega alla terra, che ci costringe a respirare per vivere. Non a caso, uno dei personaggi ritratti evidenzia questa ineluttabile simbiosi, cercando riparo e protezione nella cavità di un albero: un percorso a ritroso nell'utero materno, nel tentativo di rinsaldare l'antica unione. Tuttavia, altrettanto ineluttabile è il distacco, un distanziamento indispensabile ad attingere nuove prospettive di conoscenza. L'uomo vacilla, perciò, tra due poli contrastanti: affidarsi ciecamente alla natura, come un neonato dipendente dalla madre in modo assoluto e incondizionato, oppure liberarsene affrontando i limiti che ostacolano la sua progressiva conquista di autonomia. Allo stesso modo la piccola Giusy, nel video Future Motion Capture, si aggira pensosa e accigliata in un campo coltivato ad ortaggi; la camera si sofferma sui piedi nudi affondati nel terreno, a sottolineare il bisogno ancestrale di un contatto epidermico con le cose. Il microcosmo di Giusy è condensato in un fazzoletto di terra dissodata da braccia valide e pazienti, in armonia con i cicli della natura; i frutti testimoniano il felice connubio, pur lasciandone presagire la precarietà. Molteplici le insidie che potrebbero guastare il raccolto, dissipare gli sforzi, deludere le attese. Perciò la bambina imbraccia il rotolo di alluminio come un'arma contro la corruzione incombente sulle zucche rigonfie e i peperoni paffuti. Il suo gesto traduce l'intento di preservare intatta la freschezza di un autentico rapporto con la realtà. Alla sua disarmante spontaneità si contrappongono i due protagonisti delle scene girate nel contesto asettico di un qualsiasi parco cittadino, polmone verde artificiale dove disintossicarsi dalle scorie della vita urbana. In abito grigio, tipica divisa del professionista trendy e rampante, ci mostrano esclusivamente le insegne del loro status-symbol: il doppiopetto e le scarpe tirate a lucido. Ristagnano in una condizione di reciproco anonimato, dandosi perennemente le spalle. Comunicano ignari l'uno dell'altro e disinteressati a scoprirsi più profondamente. Il loro dialogo è sterile, di pura circostanza, destinato a non lasciare alcuna traccia nelle loro coscienze. Su di essi aleggia lo spettro della più vuota banalità e, frettolosamente, fanno ritorno alle loro esistenze omologate, imbellettate dall'involucro ingannevole dell'apparenza. Giusy, nel frattempo, ha finito d'impacchettare gli ortaggi e decide di avvolgersi, a sua volta, nella pellicola di alluminio. E' una sorta di scultura vivente, mummificata nella materia rifrangente e sfaccettata della carta stagnola; il suo broncio, lo sguardo chino a scrutare la terra, esprimono il precoce disincanto di chi sa la fugacità dell'essere. Tuttavia, la sua azione è un invito a resistere, a far sopravvivere l'innocenza, la spontaneità delle sensazioni nell'incubatrice del ricordo. Trattenere nella spugna assorbente della vita interiore la pienezza di un istante, catturare i profumi e i colori squillanti dell'estate prima che svaniscano, succhiare il nettare dei frutti maturi prima che marciscano: è questa la missione di Giusy la temeraria!


Francis Alÿs, The consequence of ignorance, 2000, olio ed encausto su tela, 40 x 50 cm


Francis Alÿs, The Prophet, 2001, Olio e encausto su tela, 38 x 47 cm


Francis Alÿs, The Liar, olio su tela, 28 x 20 cm, 2002


Giuseppe Caccavale, Sii prudente, disegno a spolvero


Giuseppe Caccavale, Tavolo da disegno, affresco


Giuseppe Caccavale, Corallo Nevicata Pastore, lastra in vetro piano e pigmenti, 2002 (part)


Alessandro Pessoli, Caligola, Still da film, 1999-2002

 

Alÿs e Caccavale al Centro per le Arti Contemporanee
di Silvia Biagi

Prosegue l'attività dell'istituendo Centro per le Arti Contemporanee di Via Guido Reni a Roma, con le due personali di Francis Alÿs e Giuseppe Caccavale, inaugurate il 29 novembre 2002, seconde della serie avviata a settembre dal curatore Paolo Colombo con le mostre di Eva Marisaldi e Michael Raedecker. Lo schema qui applicato è il medesimo delle precedenti: due mostre personali, che affiancano un artista italiano ad uno straniero, accompagnate dalla proiezione di un video di un terzo artista, in questo caso Alessandro Pessoli, che presenta Caligola (2002), realizzato con l'animazione di più di 6.000 disegni.
Di Alÿs è raccolta in mostra l'Obra Pictorica, circa quaranta dipinti e novanta disegni, realizzati tra il 1992 e il 2002, che offrono una visione completa e rappresentativa della sua ricerca pittorica. Caccavale espone invece, con Tavolo da disegno, alcuni disegni eseguiti con la tecnica dello spolvero, tre dipinti su vetro e un grande affresco (4x3 metri) montato su un telaio mobile.
Apparentemente le affinità fra i due artisti non sono molte: Francis Alÿs, nato nel 1959 ad Aversa (Belgio), vive e lavora a Città del Messico, dove alterna l'attività pittorica con la sperimentazione di modalità espressive e tecniche diverse: video, installazioni, performance e paseos (passeggiate). I paseos, l'attività forse maggiormente caratterizzante della produzione di Alÿs, sono percorsi, passeggiate appunto, effettuate dall'artista attraverso la città (nella maggioranza dei casi la stessa Città del Messico) e connotate dalla ricerca di momenti e situazioni extraquotidiani, eppure intensamente calati nel reale. In uno di questi interventi l'artista ha attraversato Città del Mexico con un "cane magnetico" al guinzaglio (una scultura di metallo con un magnete all'interno, chiamata The Collector), che raccoglieva tutti gli oggetti metallici incontrati lungo la strada; in un altro intervento (intitolato Paradox of Praxis) ha trascinato un blocco di ghiaccio, fino a quando questo non si è sciolto completamente. Celebre è anche la processione organizzata in occasione dell'apertura della nuova sede del MoMa a Queens, nella quale sopra i baldacchini, al posto delle immagini sacre, erano trasportate copie di celebri opere d'arte del Novecento e perfino un'icona vivente (l'artista Kiki Smith in persona).
Giuseppe Caccavale, invece, è nato a Afragola (provincia di Napoli) nel 1960, e, dopo un periodo di ricerca artistica e spirituale, trascorso prima in Grecia, sul Monte Athos, e poi a Gand, in Belgio, si è trasferito a Marsiglia, dove tuttora vive. A differenza di Alÿs, il suo lavoro è esclusivamente figurativo e pittorico, caratterizzato da una grande attenzione alla sperimentazione tecnica: evidente è infatti nell'opera di questo artista non solo l'interesse per le tecniche legate alle arti minori (come la miniatura, lo smalto, l'oreficeria e la lavorazione del vetro), ma soprattutto per il recupero di tecniche antiche, come l'affresco.
Proprio in questo aspetto sta forse il punto di maggior contatto fra i due artisti: entrambi infatti amano la sperimentazione tecnica, ed in particolare il riutilizzo di tecniche del passato: Alÿs dipinge le sue piccole tele ad encausto, Caccavale approfondisce non solo l'affresco, ma anche le tecniche del disegno a spolvero e della pittura su vetro.
Per il resto, la ricerca dei due artisti procede per direzioni opposte, a partire dalle dimensioni (Alÿs lavora su piccoli e piccolissimi formati, Caccavale ci propone un grande affresco), fino ad arrivare alle caratteristiche stesse del loro approccio all'arte: quello di Alÿs è prevalentemente narrativo, egli identifica delle tipologie umane, isola degli aneddoti, frutto delle osservazioni compiute nel corso dei suoi giri per la città, e li racconta in un linguaggio pittorico semplice e immediato. Il lavoro di Caccavale ha una valenza invece maggiormente decorativa, in cui la preminenza è data alla manualità, al bello stile, alla precisione nell'esecuzione.
Nel complesso, tuttavia, l'impressione che sorge nel visitatore è che queste differenze fra i due artisti, anziché creare un'interessante dialettica, generino piuttosto un certo disequilibrio fra le due mostre: Caccavale risulta in definitiva un po' marginale, nonostante le dimensioni della sua opera, rispetto ad Alÿs; mentre le due diverse concezioni artistiche non riescono a dialogare fra di loro, e rimangono mute l'una all'altra. Anche per quanto riguarda Francis Alÿs, che pure, per il numero e la disposizione delle opere in mostra, finisce per assumere una posizione di preminenza, si ha la percezione che manchi un pezzo fondamentale per la comprensione della sua opera. Come già si accennava più sopra, infatti, l'Obra Pictorica è essenzialmente un proseguimento ed un ampliamento dei paseos e delle altre attività di Alÿs, trae da essi linfa e vita, ed inevitabilmente, scissa da questi aspetti, finisce per perdere di senso. Inoltre, molte di queste piccole opere erano destinate, secondo una consolidata prassi dell'artista belga, ad essere riprodotte da pittori rotulistas (esecutori delle insegne e dei cartelloni pubblicitari) in grandi dimensioni - il che spiega anche le scelte stilistiche di Alÿs, che ricordano alcuni aspetti di un certo stile pubblicitario.
Infine, non ci si può esimere dal fare alcune annotazioni a livello di allestimento: una sezione della mostra di Alÿs contiene alcuni larghi tavoli di legno, dove è raccolto il materiale che ha fornito ispirazione per l'esecuzione delle opere (in alcuni casi riproduzioni di dipinti celebri del passato, ma anche ritagli di giornale o immagini pubblicitarie) e le bozze e gli studi preliminari all'esecuzione dei dipinti. È particolarmente evidente in questa parte dell'esposizione la carenza - e di conseguenza l'esigenza - di un legante concettuale, di un inquadramento testuale - che poi, banalmente, potrebbero anche essere anche delle semplici didascalie (peraltro del tutto assenti) - che faciliti al visitatore la comprensione del contesto all'interno del quale si svolge la ricerca di Francis Alÿs.

Silvia Biagi

Francis Alÿs Obra Pictorica 1992 - 2002
Giuseppe Caccavale Tavolo da disegno
Curatore: Paolo Colombo

28 novembre 2002 - 8 febbraio 2003
Centro Nazionale per le Arti Contemporanee
Via Guido Reni 10, Roma

Orari: da martedì a domenica ore 11 - 19, chiuso lunedì

Ingresso: libero

Info: tel. 06 32 02 438

Shagayegh Sharafi: "…Arriva una nuvola, madre se ne va…"
di Maria Egizia Fiaschetti

Shaghayegh Sharafi, artista di origine iraniana da molti anni in Italia, ha ideato per il progetto MONITOR un originale intervento dal titolo: "…Arriva la nuvola, madre se ne va…" (Roma, Associazione Operatori Culturali Flaminia 58, 23 Novembre-7Dicembre 2002). Un cancello in ferro battuto, che apre direttamente sulla strada, inghiottita dal traffico e dal caos quotidiani, segna una cesura netta svelandoci uno scorcio inaspettato: una breve gradinata, corrosa dal tempo e intrisa d'antico, prelude all'hortus conclusus che si profila sullo sfondo, giardino segreto votato al sacro culto del ricordo. La fuga prospettica proietta lo sguardo, rapito dall'atmosfera sospesa e atemporale, sulla quinta di un edificio generosamente rivestito da un manto di rampicanti. Una vasca rettangolare, decentrata rispetto alla veduta principale, è incastonata in un angolo nascosto tra le fronde. Questa, la prima tappa di una catarsi che, dalla frammentazione postmoderna, tenta di risalire alla radice stessa dell'essere. Un abito scarlatto galleggia sull'acqua come un relitto, come l'ex-voto di una cerimonia funebre: è l'unico superstite di un destino naufragato. La foggia suggerisce che apparteneva all'adolescenza, ormai sepolta sotto gli abissi. Le sagome guizzanti e serpentine di alcuni pesci rossi accendono lampi improvvisi di vita nella desolante immobilità della vasca. Al tempo stesso, attestano la relatività del nostro essere-nel-mondo, fluttuante tra l'ek-stasis del progetto e l'ineluttabile riflusso nel vortice della gettatezza. La fugacità dell'esistenza, preda dell'inarrestabile scorrere del tempo, è metaforizzata dall'immagine dell'acqua che stinge, dilava, consuma…Schegge di ricordo emergono sulle pareti dello spazio espositivo, rianimate da una lunga obsolescenza: il riflesso ossessivo e tumultuante del vestito, che ora si dispiega nitido sul muro, ora si dissolve nel tremolio dei pixel, con ritmo cadenzato sulle pulsazioni del cuore; i disegni, che si snodano continui e ravvicinati come le tappe di un viaggio intimo, come le pagine di un diario o i fogli di uno spartito. Il segno, a volte quasi graffito sulla carta, altre sfumato con il dito, è traccia appena leggibile, residuo evanescente d'impulsi troppo immediati per essere fenomenizzati nella concretezza della materia e imbrigliati in un codice. Tutto, nella mostra di Shaghayegh Sharafi, è giocato sull'aleatorietà, come recita il titolo: "…Arriva una nuvola, madre se ne va…". Basta un rapido passaggio di nubi, apparentemente innocuo, ad offuscare il cielo dell'adolescenza. Da allora, si sperimentano la separazione, il peregrinare affannoso sulla terra, alla ricerca di una nuova identità, tessuta di quella stessa fibra aerea e impalpabile delle nubi, liquida e sfuggente come l'acqua. Il lamento infantile, che emana misteriosamente dal vestito, esprime il doloroso senso di abbandono suscitato dalla perdita di stabilità affettiva. La ratio ordinatrice tenta, artificiosamente, di sublimare questa opprimente percezione di precarietà nella tettonica stabile e confortante del concetto. Da qui, la forma geometrica preposta a inglobare e trattenere la massa informe dell'acqua. In questa trappola fatale, anche i ricordi si fossilizzano, sedimentati nella durezza granitica dell'immutabilità. La memoria stessa appare, perciò, "…danza riflessa nello specchio d'una materia che non ha peso/ d'un tempo che non ha durata/ di un'immagine che non ha volto/ di un suono diluito nel suono/ di un brusio primordiale/ che nuota a velocità d'anima"1.

  1. Toni Maraini, Come abito al vento in acqua che scorre, ottobre-novembre 2002, testo poetico specificamente composto per l'opera di Shaghayegh Sharafi: "…Arriva una nuvola, madre se ne va…".

Antonio Rovaldi: Appunti dal vulcano.
di Maria Egizia Fiaschetti

Il progetto MONITOR, a cura di Paola Capata e Maria Egizia Fiaschetti ha inaugurato con una personale del giovane Antonio Rovaldi nello spazio Operatori Culturali Flaminia 58 di Roma, dal 6 al 19 Novembre 2002. Un televisore posizionato all'esterno della galleria trasmette le immagini di Indiga, video girato sull'Alpe di Gera, nei pressi di Sondrio. Come in un dipinto di Friedrich, il pescatore ci volge le spalle, mentre getta l'esca nel vuoto. Le sue movenze eleganti, simili a una coreografia, tentano di misurare la vertigine dello spazio che sconfina oltre la cinta montuosa: una distesa immensa incastrata tra le rocce, precipizio insondabile denso di fumi e vapori. L'esile canna disegna acrobazie nell'aria, a caccia di risposte pescate negli abissi più oscuri e remoti, come un oracolo tratto dalle viscere della natura: cassa armonica delle emozioni, foresta di segni, libro scritto in una lingua originaria perduta e incomprensibile. Recuperarne il senso, vincere lo straniamento, esercitarsi all'ascolto: ecco il segreto! Utilizzando un'espressione dell'artista, occorre fermarsi Un attimo prima, titolo di un suo recente lavoro (Milano, O' Artoteca, 2001). Fermarsi equivale a una pausa, un'interruzione, una smagliatura nella rete del pensiero. E' un percorso a ritroso, dalla periferia della ragione sino a toccare l'anima del mondo. Fermarsi è dormire, forse sognare, come l'anziano protagonista del video proiettato all'interno della galleria romana. Una parete dipinta di rosso, dal colorito intenso e vibrante, accoglie l'immagine di un uomo addormentato; il volto smagrito, segnato dalle rughe, mostra i segni dell'età. La visione, inquadrata da profili netti che ne ritagliano il perimetro, apre un varco nella bidimensionalità del piano. E' una finestra oltre la quale s'intravede una via di fuga prospettica ma, al tempo stesso, onirica. L'inquadratura ravvicinata e i sobbalzi della camera amplificano la precarietà dell'immagine. L'anziano sembra levitare tra sogno e realtà: le palpebre socchiuse, il respiro pesante, a volte affannoso, sono le uniche tracce di un viaggio iniziato sulla circumetnea e finito nei tortuosi meandri della psiche. Alle immagini si sovrappone, infatti, una rapida successione di frasi dal contenuto criptico e surreale; libere associazioni, registrazioni automatiche, dalla vena spesso paradossale: uno scacco alla ragione, avida di conquistare nuovi traguardi, di avventurarsi oltre le colonne d'Ercole del dubbio e dell'ignoto. La suggestione e il fascino della scoperta sono annotati sulle pagine di un diario, come schegge esplose dal turbine dell'immaginario. Inevitabile il rimando al paesaggio vulcanico filtrato dallo sguardo dell'artista: ammassi rocciosi che affiorano da una terra arida, dalle tinte basse, spente, caliginose, le stesse campionate e appuntate sulle pareti; sono quel che resta di una sensazione a livello primario, elementare. Il rombo del vulcano riempie lo spazio espositivo simile a un'eco lontana, a un suono che pulsa nel cervello: è il genius loci, o la voce di Empedocle sepolto sotto i lapilli? Impossibile tessere un racconto che abbia la coerenza narrativa della trama, scandita dal logico avvicendarsi di sequenze spazio-temporali. Tutto si scontorna e dissolve nel fluido della memoria, dalla quale affiorano le impressioni più intense, sopravvissute alla fugacità dell'istante; ristagnano al confine della coscienza, senza oltrepassarlo, continuando a migrare da una regione all'altra dell'inconscio. Sono solo un flash improvviso, un tonfo nelle tempie, un fremito del respiro, impossibili da decifrare. Quel che resta è un piacevole senso di stordimento, un dolce sapore d'indefinito dopo il risveglio da un sogno: "…Non ricordo esattamente quando".

Dall'utopia al quotidiano (e ritorno)

Una mostra, quella inaugurata al PAC di Milano il 23 ottobre scorso, che già nel titolo identifica e riassume il rapporto dialettico e ambivalente fra i due poli principali intorno ai quali viene organizzato il percorso espositivo.
Utopie quotidiane, ovvero il confronto-scontro fra il mondo del sogno, dell'ideale, dell'utopia appunto, e la realtà del vissuto, sia esso intimo o sociale: una doppia polarità che si esplica sia nell'operare artistico sia a livello di critica, ma anche, in generale, nel rapporto tra arte, artisti e società.
La mostra raccoglie quasi cento opere realizzate da 52 artisti, italiani e stranieri, accostando i generi e le tecniche più diversi, dalla fotografia alla scultura, dalla pittura alla videoarte, per ricomporre un vasto panorama artistico che va dagli anni 60 ai giorni nostri, spaziando dall'Italia, alla Russia, all'Iran, alla Corea.
Opere ed artisti per i quali l'elemento accomunante non è né l'appartenenza ad una corrente, né una scelta stilistica e nemmeno, ovviamente, un criterio geografico o cronologico, ma unicamente la capacità di esprimere o di confrontarsi con i due estremi dialettici proposti, l'utopia e la quotidianità.
Tale tensione dialettica è particolarmente evidente nell'ambito della creazione artistica, e ben riassunto nei risultati artistici degli ultimi quaranta anni: se le avanguardie degli anni '60 ponevamo come elemento irrinunciabile dell'operare artistico il riferimento alla vita sociale e politica, spesso con intenti rivoluzionari o comunque fortemente critici nei confronti di essa, nel corso degli '70 si avverte un profondo mutamento, la crisi delle ideologie viene a coincidere con la spersonalizzazione dell'artista, che trova rifugio nell'intimità (ovvero nel proprio quotidiano) oppure si risolve per un approccio genericamente sociologico. Non sempre tuttavia, almeno a questo livello, il confronto fra utopia e quotidiano si risolve in un rapporto di negazione: talvolta infatti la dualità può essere superata, laddove si consideri che anche le grandi utopie sedimentano necessariamente nel quotidiano, lasciando in esso tracce evidenti di sé.
E' evidente che, dinanzi ad un tema tanto vasto e con tanti risvolti e sfaccettature, è facile talvolta perdere il filo conduttore, ed infatti non sempre all'interno del percorso espositivo sono evidenti i legami fra un'opera e l'altra, o piuttosto, fra alcune delle opere esposte e l'elemento accomunante individuato dai curatori. A meno naturalmente di non voler allargare il senso del tema proposto al punto da fargli perdere di consistenza ed unitarietà, riducendo l'antinomia dialettica utopia-quotidiano al generico confronto con problematiche che potremmo definire socio-storiche, e che vanno dal rapporto con l'ambiente e la natura a quello con la tecnologia, dall'evoluzione nei rapporti umani all'interno di una società massificata, al ruolo dell'arte e degli artisti nella società contemporanea, e così via….. L'impressione del visitatore è infatti che, a tratti, i curatori siano caduti in questa trappola, giungendo a comprendere nel percorso espositivo tutte quelle opere e quegli artisti che, in un modo o nell'altro, si siano confrontati con la realtà quotidiana, sia essa intima o sociale. è inevitabile l'implicazione di problematiche amplissime,
Per alcuni degli artisti in mostra il legame con l'utopia è più evidente: così è per Oyvind Falstrom, la cui opera "Colum #4 (IB-affair)" del 1974, è stata scelta come icona della mostra stessa. In essa, così come nelle altre opere presenti all'esposizione "Sixteen elements from Chile I" e "Notes for the cold war", vi è una feroce critica della situazione geopolitica contemporanea, nella quale la guerra fredda e lo strapotere delle potenze occidentali, mascherato dietro false ideologie, finisce per schiacciare gli stati meno avanzati, condannandoli allo sfruttamento ed alla miseria. Altri rivolgono la loro riflessione sulle grandi tragedie della storia, dal nazismo alla bomba atomica su Hiroshima: è questo il caso di Boltansky, che con "Inventaire des objects ayant appartenu à une vieille dame de Baden Baden", 1973, riesce a rappresentare il dramma collettivo dell'olocausto attraverso il dramma intimo, personale, riassunto nelle spoglie fotografie di 48 oggetti appartenuti a una vittima dei campi di concentramento.
Al nazismo è dedicata anche l'opera di Fabio Mauri, "Manipolazione di cultura" (1975), che qui però assurge a simbolo ammonitore del pericolo delle utopie totalizzanti e realizzate, svelando, attraverso le didascalie apposte alle fotografie, la menzogna che si nasconde dietro l'immagine.
Sulla tragedia di Hiroshima riflette invece Cioni Carpi, con il video d'animazione "Un giorno un aereo", del 1963, che nel tono apparentemente leggero esprime invece un'aspra critica contro il lancio della bomba.
Per altri artisti, invece, il confronto con la storia, con il passato, diventa un modo per ricuperare la memoria, personale e collettiva, per trasformare un ricordo privato in un messaggio corale: emblematica, in questo senso, l'opera di Anna Valeria Borsari "Ricostruire Pompei", nel quale l'artista evoca momenti del suo personale vissuto, o piuttosto momenti non vissuti, occasioni mancate, rimpianti, associandoli, in un panorama di macerie, all'utopia di ricostruire l'antica città distrutta, che assurge a simbolo del "perduto".
Il rapporto con la memoria e con il passato può divenire in alcuni casi recupero onirico, come nell'opera di Anne e Patrick Poirier "Moulages Cathédral de Bordeaux", in altri, ed è il caso de "L'Ultima Stanza" di Brodsky, si fa tentativo di ricreare un luogo fisico che sia luogo della memoria privata e collettiva. I Poirier ricostruiscono in carta di riso alcune sculture della facciata medievale della cattedrale di Bordeaux, con un'operazione che è una sorta di sogno archeologico, un tentativo di rifugiarsi in un passato mitizzato che già nella scelta dei materiali (la carta di riso usata per riprodurre pesanti sculture in pietra) smentisce le proprie possibilità di successo.
Alcuni artisti dimostrano invece, nelle loro opere, un interesse di natura potremmo dire antropologica: così è per Claudio Costa, che presenta le sue proposte "Per un inventario delle culture", raccogliendo all'interno di teche di legno immagini e oggetti, reali o ricreati in creta, provenienti da culture primitive diverse e distanti fra loro. Il fatto stesso di inserirli in vetrine che sembrano evocare un museo polveroso implica una forte critica nei confronti della cultura occidentale, che sembra incapace di comprendere e confrontarsi realmente con le culture "altre", che è capace solo di inventariare, musealizzare, analizzare, ma non di comprendere.
Una sorta di indagine scientifica è anche quella proposta da Bernd e Hilla Becher che documentano fotograficamente alcune vecchie fabbriche tedesche, in una ricerca che va ad indagare nel rapporto fra ambiente, urbanistica, sistema economico e vita sociale.
Per alcuni artisti più giovani, come Enzo Umbaca ed Emilio Fantin, il confronto con le tematiche sociali diviene riflessione sui problemi della contemporaneità: Fantin, in "Casa Dabui" affronta il tema dell'emigrazione, raccogliendo in una valigia oggetti appartenenti ad una famiglia di emigrati iraniani a Berlino, ed accostandoli all'immagine di un gruppo di naziskin pubblicata sulla copertina di una rivista tedesca. Umbaca invece, nel suo video "Survival" (1999), cerca di convincere i passeggeri della metropolitana di Milano a consultare un sito web dedicato al problema dei profughi. Ma più che sul tentativo di sensibilizzazione da parte dell'artista, il video si concentra sulle reazioni dei passeggeri, che vanno dal disagio, alla diffidenza fino all'indifferenza più totale.
All'evoluzione dei rapporti sociali nella direzione di una progressiva massificazione è dedicato il lavoro del coreano Do Hu Soh, che, nelle sue opere caratterizzate dalla ripetizione di migliaia di minuscoli omini, propone un'immagine limpida (e forse anche troppo trasparente) dell'omologazione di massa.
Shirin Neshat, artista iraniana ormai di fama internazionale, nelle sue fotografie denuncia invece la condizione femminile nei paesi a ortodossia islamica: le sue donne mute, velate di nero, sono simbolo di una reclusione, di un imprigionamento al quale la stessa artista ha potuto sfuggire solo abbandonando la sua patria.
Accanto a questi fin qui citati, la mostra include anche artisti che si allontanano volutamente dalla storia e dalla politica per affrontare problematiche ambientali: così fa Giuliano Mauri che apre l'esposizione con la sua colossale scultura naturale "Anfora votiva". Nelle sue opere Mauri esplica una sorta di arte ambientale, recuperando tecniche di lavorazione primarie e materiali che sono piuttosto "ambientali" che naturali, nel senso che appartengono all'ambiente in cui l'opera viene concepita e realizzata, piuttosto che alla natura in genere. Egli opera in questo modo un superamento dell'antinomia cultura-natura, grazie anche all'introduzione dell'elemento temporale, dato dall'inevitabile mutamento e decadimento nel tempo cui vanno soggette le sue creazioni.
Se per gli artisti fin qui citati il legame con il tema della mostra appare evidente o comunque facilmente rintracciabile, meno chiaro è il motivo per cui sono inclusi artisti come Matthew Barney, qui presente con una sola immagine tratta dal lavoro "Cremaster #5", o Sophie Calle, la cui opera in mostra, il ciclo "Days under the spell of", seppure molto interessante, può essere inclusa solo intendendola come esempio di adesione della quotidianità ad un utopia (o piuttosto alla fantasia creativa di un autore, in questo caso Paul Auster).
Ancora meno chiara è la presenza di altri artisti, come Daniel Spoerri o Tom Phillips, i cui lavori, seppure validi, non paiono mostrare rimandi più o meno evidenti all'utopia o al quotidiano.
Nel complesso, tuttavia, e malgrado alcune incoerenze, la mostra del PAC ha comunque il notevole pregio di mostrare un'ampia panoramica dell'arte internazionale degli ultimi quarant'anni, e trova un forte punto di interesse proprio nell'aspetto centrifugo e multiforme della sua concezione.


UTOPIE QUOTIDIANE
L'uomo e i suoi sogni nell'arte dal 1960 ad oggi

Dal 23 ottobre 2002 al 19 gennaio 2003 presso il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano,
Via Palestro, 14.

Orario
9.30 - 19.00, tranne il giovedì 9.30 - 22.00.
Lunedì chiuso.

Ingresso e biglietteria
Intero € 5.20
Ridotti e studenti € 2.60
Scuole € 1.80

Per informazioni e prenotazioni tel. 02.76020400

Sito web: www.pac-milano.org