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Linguaggio è guerra, 1975. Reperti fotografici con timbro, cm. 42 x 29,5



Linguaggio è guerra, 1975. Reperti fotografici con timbro, cm. 42 x 29,5



Linguaggio è guerra, 1975. Reperti fotografici con timbro, cm. 42 x 29,5



Linguaggio è guerra, 1975. Reperti fotografici con timbro, cm. 42 x 29,5



Linguaggio è guerra, 1975. Reperti fotografici con timbro, cm. 42 x 29,5



Linguaggio è guerra, 1975. Reperti fotografici con timbro, cm. 42 x 29,5



Linguaggio è guerra, 1975. Reperti fotografici con timbro, cm. 42 x 29,
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Fabio Mauri Linguaggio è guerra, 1975

Riproduzioni di fotografie d'epoca, della seconda guerra mondiale, scelte, manipolate, racchiuse in un'opera-libro 1 (il libro, primo strumento di informazione, di conoscenza, di formazione di una coscienza…), immagini divenute linguaggio e messaggio, costituiscono Linguaggio è guerra di Fabio Mauri.
Le fotografie sono state tutte tratte da riviste inglesi e tedesche, sono state tagliate, montate, modificate ed infine marchiate con un timbro circolare, mai del tutto visibile, con la scritta "Language is war".
Il linguaggio si assimila a ciò che le fotografie, altra forma di linguaggio, documentano e narrano, cioè si assimila alla guerra, perché ne sfrutta gli stessi meccanismi e fini: ogni linguaggio, infatti, è "la prima forma di proprietà sul mondo" 2, dona identità alle cose (identità non autonoma, perché derivante e dipendente dal linguaggio stesso) e ne prende, così, possesso 3, difende determinati concetti e posizioni, dice l'artista, e tende ad eliminare qualunque nemico, cioè qualsiasi linguaggio diverso, sia nella forma che nel contenuto, perché vuole essere autarchico. "Forse il linguaggio appare com'è: primo e ultimo atto di proprietà intransigente sull'uomo e il suolo."4
Possesso, potere, distruzione del nemico: esattamente le stesse caratteristiche della guerra; ecco perché Mauri teorizza una coincidenza tra linguaggio e guerra ed immediatamente anche tra linguaggio ed uomo, dunque l'uomo è in guerra perenne e l'artista (che è un uomo più sensibile degli altri, perché dotato del dono della poesia) è un soldato che dipinge per legittima difesa e l'arte è la sua arma, "un'arma micidiale" 5: si attua una guerra dell'io che in ambito razionale, sociale e tecnico, si combatte attraverso l'arma del linguaggio.
"Il libro si chiede se l'uomo come idea e come fatto in sostanza è quel linguaggio. Cosa lo differenzia da quel linguaggio. L'aderenza tra linguaggio ed uomo è così stretta, in condizione di guerra, che sul tavolo analitico se ne ricava una nozione antropologica maligna: il linguaggio è cattivo, o il suo uomo lo è, o l'uno e l'altro lo sono." 6
L'unico modo ("l'antidoto") per contrapporsi a questa accezione perversa del linguaggio è l'esercizio della critica.
"Per ottenerne il servizio il poeta è obbligato a cogliere il linguaggio di sorpresa, a non fargli più dire ciò che già ha detto" 7, cioè l'artista è costretto a creare uno spazio tra immagine e messaggio in cui si inserisce la critica individuale. Quest'ultima non impedisce che l'immagine invii il suo messaggio, ma lo intercetta e lo interpreta modificandolo: il risultato è un'immagine con un doppio significato di cui rendersi conto (il marchio Language is war sulle fotografie dell'opera ne segnala la presenza) ed a proposito del quale prendere una posizione personale.
Proprio per questo Filiberto Menna nella sua introduzione all'opera-libro 8 parla di uno scollamento tra significante (la fotografia) e significato (l'immediato messaggio che lancia) entro il quale lo spazio si dilata e vi si inserisce il discorso critico di Mauri che propone e supera la contraddizione tra estrema formalizzazione delle immagini, tutte contrassegnate dai valori di ordine e simmetria (pur nell'occasionalità, quotidianità, banalità di soggetti scarsamente programmati in senso estetico), e la distruzione ed il caos causati dalla guerra, "scoprendo un'analoga-emblematica tra la razionalizzazione della strategia della guerra ed il disordine che la guerra significa." 8
In tutte le fotografia che Mauri sceglie, ritaglia e compone sono evidenti centralizzazione e frontalità dei soggetti che per questo, pur essendo se mai ritratti in movimento, sono caricati di una forte staticità, tra l'altro già insita in quasi tutti i soggetti stessi facenti parte dell'orizzonte guerra: pesanti navi da guerra, serie di mitragliatrici e armi di vario genere, depositi di casse, schieramenti di motociclette ferme, di aerei (in movimento, ma bloccati nei loro allineamenti), luoghi bombardati; quando sono ritratti individui sono sempre al centro dell'immagine, la persona, quando c'è, è il punto focale: donne intente a ricerche in schedari, uomini che caricano (o scaricano) casse, soldati (spesso isolati) con armi o intenti alla propria strumentazione, politici, persone comuni.
La centralità porta con sé la simmetria delle figure, spesso legata anche all'andamento dei rigorosi tagli prospettici che fanno fuggire l'immagine verso il fondo o la fanno risalire verso lo spettatore o spezzano diagonalmente la foto in due metà. Quando sembra non esserci un bilanciamento simmetrico, il timbro di Mauri, nella sua presenza discreta, perché mai completo, è posizionato strategicamente in modo da fare da contrappunto all'elemento disequilibrante o comunque da ricondurre l'attenzione dello spettatore al centro della composizione, assumendo quasi le veci di una bandiera, di un bersaglio, di una stampa su un pacco, di uno strumento di lavoro…
Fabio Mauri scrive: "Seguivo la condotta del linguaggio attraverso le immagini rilevando che il momento di maggior forma, di pieno impiego dei segni, risultava essere proprio la guerra. Una trama così complessa, da sembrare completa, coincideva con una governata grammatizzazione dei segni: emblemi, bandiere, numeri e alfabeti, ogni classificazione e forma trovavano nella belligeranza luogo perfetto di esecuzione. Perfino la rovina che tali atti producevano permaneva linguistica, frammento esibito di linguaggi colpiti a morte, tuttora espressivi." 9
"In questa pienezza il linguaggio mostra di non curarsi del suo fine creduto primario, dell'informazione, ma della soppressione di ogni informazione contraria, cioè è svelatamente di fronte al suo avversario, la critica." 10
Questo studio di tipo linguistico lascia, così, in secondo piano la cronaca della seconda guerra mondiale che traspare, però, dall'accostamento delle immagini come "sottotraccia storica" che attraversa tutta l'opera.
Quindi Mauri oltre a suscitare profonde riflessioni semiologiche, non perde occasione di indurre a considerazioni di ordine storico ed ideologico.


Bibliografia:
Fabio Mauri, Linguaggio è guerra, Massimo Marani ed., Roma, 1975.

Fabio Mauri, Fine e confini dei linguaggi come luoghi unitari e (per me) unici di identità, Catalogo, Arte Identità, Confini, di Carolyne Christov Bakargiev e Ludovico Pratesi, Ed. Carte Segrete, Roma, 1995.

Tommaso Trini, Fabio Mauri: il linguaggio è guerra, "Data", anno IV, n. II, Milano, primavera 1974.

Marcella Cossu, Linguaggio è guerra, in Fabio Mauri: Opere e Azioni 1954-1994, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Cossu, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, ed. Giorgio Mondadori, Milano/Carte Segrete, Roma, 1994 (catalogo).

Fabio Mauri, Storia di un manifesto mancato, in Arte in Italia 1960/1985, a cura di Francesca Alfano Miglietti, Politi Ed., Milano, 1

note:

  1. Fabio Mauri, Linguaggio è guerra, Massimo Marani ed., Roma, 1975.
  2. Fabio Mauri, Fine e confini dei linguaggi come luoghi unitari e (per me) unici di identità, Catalogo, Arte Identità, Confini, di Carolyne Christov Bakargiev e Ludovico Pratesi, Ed. Carte Segrete, Roma, 1995.
  3. Genesi, 1,26: Poi Dio disse: "facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici, su tutte le fiere e sopra tutti i rettili che strisciano sopra la sua superficie".
    Genesi, 2, 19-20: Ora, il Signore Dio aveva già formato dalla terra tutti gli animali della campagna e tutti gli uccelli del cielo. Li condusse quindi da Adamo per vedere con quale nome li avrebbe chiamati; perché il nome che egli avrebbe imposto ad ogni animale vivente, quello doveva essere il suo vero nome. Adamo dunque dette il nome ad ogni animale domestico, a tutti gli uccelli del cielo e ad ogni animale della campagna.
  4. Fabio Mauri, Linguaggio è guerra, Massimo Marani ed., Roma, 1975.
  5. Tommaso Trini, Fabio Mauri: il linguaggio è guerra, Data, anno IV, n.11, Milano, 1974.
  6. Fabio Mauri, Linguaggio è guerra, Massimo Marani ed., Roma, 1975.
  7. Fabio Mauri, Fine e confini dei linguaggi come luoghi unitari e (per me) unici di identità, Catalogo, Arte Identità, Confini, di Carolyne Christov Bakargiev e Ludovico Pratesi, Ed. Carte Segrete, Roma, 1995.
  8. Filiberto Menna, Linguaggio è guerra, Massimo Marani ed., Roma, 1975.
  9. Fabio Mauri, Fine e confini dei linguaggi come luoghi unitari e (per me) unici di identità, Catalogo, Arte Identità, Confini, di Carolyne Christov Bakargiev e Ludovico Pratesi, Ed. Carte Segrete, Roma, 1995.
    Fabio Mauri, Linguaggio è guerra, Massimo Marani ed., Roma, 1975.
  10. Fabio Mauri, Linguaggio è guerra, Massimo Marani ed., Roma, 1975.