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opere
(giardini d'artista)

 

Il passato presente- il presente passato


Raddoppio, 1291-1995


Ridda, 1399-1995


Su alcune sicurezze apparenti e su un'insicurezza sicura

Ivan Kafka
di Zuzana Horvatoviccva


Ivan Kafka è nato il 29 febbraio 1952 a Praha, figlio del noto artista Cestimir Kafka.
Dal 1967 al 1971 frequentò il liceo artistico a Praha: sono anni di un generale fermento politico culturale che coinvolse soprattutto l’ambiente studentesco; è l’epoca degli azionisti, dei manifesti ambientalisti e pacifisti, degli happenings improvvisati per le strade, del confronto-scontro tra l’arte concettuale e l’Informale, della stretta relazione tra l’immagine, la parola e l’azione, del ritorno alla Natura e, in generale, del rifiuto di ogni schema culturale e artistico stabilito a priori.
La relativa libertà politica concessa dal Presidente Dubcek permise ai cechi di mantenere un continuo contatto con l’estero e di partecipare al movimento artistico e culturale che accompagnò le proteste politiche e sociali del 1968 nel mondo.
Ivan Kafka fu testimone della “primavera di Praha” del 1968, che riconfermò il potere del Partito Comunista. Crebbe nella generazione successiva al Sessantotto e subì soprattutto le conseguenze negative di quell’epoca. Avvenne così che Ivan non passò l’esame di ammissione all’Università anche a causa della professione paterna: che si professava “artista”. Cestmir Kafka, per giunta, non era iscritto al PC: quindi era limitato nell’esercizio dei propri diritti civili, quali il diritto allo studio per i propri figli.
La generazione degli anni ’70 visse un decennio di forte isolamento generale. Da una parte lo Stato cecoslovacco aveva chiuso le frontiere con l’estero, per cui le possibilità di viaggiare fuori dal paese erano minime, cosi come era inverosimile ricevere informazioni obiettive sulla situazione politica mondiale attraverso i mezzi di comunicazione legali del tutto controllati dal regime; d’altra parte gli artisti si potevano dedicare alle proprie ricerche solo nel tempo libero: secondo la legge cecoslovacca ogni cittadino aveva l’obbligo di svolgere uno dei lavori enumerati nello Statuto dei Lavoratori, fra i quali il mestiere di pittore o scultore non compariva.
Fu così che, durante il corso degli anni ’70, le installazioni eseguite da Kafka non ebbero un pubblico e solo agli inizi degli anni ’80 ebbe la possibilità di organizzare alcune mostre nei cortili interni di Praha ed in alcune gallerie. Fu solo nel 1987, quando il regime era ormai prossimo al crollo definitivo, che Kafka poté formare con dieci suoi coetanei il gruppo “12.15 pozde, ale jeste” (tardi, ma ancora)
Fu un evento storico poiché, per la prima volta dopo anni, lo Stato accettò di firmare il manifesto ufficiale del gruppo, permettendogli di organizzare una mostra ufficiale. Numerosi furono, da allora, gli artisti che seguirono l’esempio del gruppo “12.15”. Ritornando al percorso artistico di Ivan Kafka, non si può sottovalutare l’influenza che ebbe su di lui il padre Cestimir che lo diresse verso forme artistiche concettuali e all’uso di materiali industriali e riciclabili nelle sue sperimentazioni. Ivan non si sottrasse all’analisi delle grandi correnti artistiche degli anni ’50 e ’60, come la Land Art, la Minimal Art o l’Arte Povera dimostrando, tuttavia, un certo distacco da esse.
In senso generale la tendenza concettuale intesa come un linguaggio espressivo rigorosamente razionale si dimostrò la più congeniale al percorso creativo e metodologico intrapreso dall’autore.
Un assunto costante che si riscontra nella poetica kafkiana è dato dalla volontà di rinunciare all’idea di creare una forma nuova e originale, preferendo invece concentrarsi sul prelevamento di oggetti già esistenti e disponendoli poi in luoghi che , già di per sé, sono carichi di una propria semantica, autonoma e ben definita. L’arte kafkiana è comprensibile solo impostando continue relazioni e scambi tra l’oggetto, l’ambiente ed il titolo.
L’intuizione e la lucida razionalità che caratterizzano il modo di procedere di Kafka, fanno sì che le sue idee vengano materializzate in forme astratte, ma non criptiche: le componenti delle sue creazioni sono facilmente individuabili, ma non del tutto definibili. Ciò significa che le forme geometriche pure da lui adoperate non possono essere ridotte a puri simboli, ma piuttosto ad un discorso accennato e relazionale, che esclude frasi fatte e definitive. Le sue installazioni sono formate da frammenti di realtà, sempre inseriti in un contesto, soggette a repentini cambiamenti naturali ed umani; sono strutturate in base ad associazioni mentali, a rimandi e suggerimenti che portano avanti un discorso aperto, mai stabilito a priori.
“Concettuale” può essere definita, in senso generico, anche l’Arte Povera, come la Minimal Art o la Land Art, per indicare quelle correnti che partono da un progetto mentale che nella sua realizzazione presenti un’esperienza estetica e umana inserita in un contesto prestabilito.
Ivan fu da molti critici d’arte, come ad esempio Karel Srp, spesso associato ad esse.
Kafka lancia domande senza risposta lasciando che l’immagine fornisca una possibile chiave di lettura allo spettatore.
Se si confronta l’arte kafkiana con la Minimal Art americana che, fondamentalmente non pone domande sociali o esistenziali, si giunge a focalizzare la loro sostanziale differenza: le opere kafkiane hanno sempre un fondo semantico, mentre quelle della Minimal Art sono progettate per “presentare” solo se stesse.
Pertanto, le somiglianze tra l’artista ceco e la corrente americana possono essere ridotte all’affinità tra le loro metodologie compositive.
La Minimal Art prende a modello la città, sia riciclando i suoi materiali industriali, sia ispirandosi alle sue forme urbane come criterio estetico e metodologico. La visione giornaliera delle diramazioni viarie, della formazione a scacchiera degli edifici e della stratificazione piano su piano dei grattacieli di Manhattan, ha portato la Minimal a progettare i suoi ambienti accatastando, ripetendo e sovrapponendo elementi geometrici nella piena coerenza e fiducia nella società industriale di cui diviene emblema.
Ivan non ha mai avuto il mito della civiltà, tanto caro alla Minimal Art, ma neppure il mito americano della natura, proposto dalla Land Art, la quale ha voluto rimodellare il paesaggio ad immagine e somiglianza dell’ideale della “natura del futuro”. Ivan è rimasto sempre estraneo al gigantinismo americano che ha portato artisti come Michael Heizer in “DOPPIO NEGATIVO”, Deserto del Nevada 1970, o Robert Smithson in “SPIRAL JETTY” Grande Lago Salato 1970, ad ideare su scala monumentale enormi spirali, forme megalitiche, diramazioni di solchi scavati dentro ed attorno le montagne.
L’artista ceco non ha mai desiderato scindere la natura dalla civiltà. Ha accettato la civiltà con la sua tecnologia pur non nascondendo le sue contraddizioni interne; non ha voluto d’altronde nascondere né rinunciare alla sensibilità e allo spirito empirico che lo spingevano a un contatto diretto con la natura, benché in essa non si è illuso di trovare scappatoie o fughe.
A differenza della Land Art, le installazioni kafkiane non vogliono domare o trasformare irrimediabilmente l’ambiente. Al termine delle mostre, Ivan, infatti, ripristina sistematicamente l’assetto iniziale del luogo da lui prescelto per l’esposizione.
La Land Art sperimenta le trasformazioni possibili sulla natura: segna, scava, copre monti e prati, ecc. mentre l’arista ceco pone qualcosa di estraneo nell’ambiente, a volte naturale, a volte urbano, e poi ne valuta le possibili relazioni ed associazioni; infine lascia che gli agenti atmosferici o lui stesso distruggano l’opera. La sua è un’operazione puramente mentale.
Le ideazioni kafkiane hanno qualche affinità tematica e stilistica con l’Arte Povera, a partire dall’uso del riciclaggio di materiali organici e di altro tipo.
L’Arte Povera italiana è difficilmente definibile in egual misura a quella kafkiana poiché non possiede tematiche fisse né modi espressivi contenibili in poche coordinate stilistiche definibili. Ambedue usano tutti i tipi di materiali reperibili, sondano e commentano ciò che la realtà contingente gli offre: dai mass-media, all’osservazione topografica della città, alle considerazioni filosofiche e storiche contenute nel nostro bagaglio culturale, citate spesso in forme trasfigurate nelle loro ideazioni.
Allo stesso modo non creano, ma mostrano un processo in corso, associano azione-parola-immagine.
Non scindono il progetto mentale dalla sua materializzazione sensoriale (lo spettatore deve toccare, guardare ed odorare personalmente la sostanza delle loro installazioni), ma soprattutto ambedue sono consapevoli che la nostra comprensione della realtà ha perso una visione di insieme che inglobi le singole parti nel tutto. Infatti le installazioni di Pistoletto, oppure di Fabbro e di Pisani, come quelle di Kafka, ricercano forme espressive frammentarie e discontinue che rivelino una realtà che non può che essere vista da punti di osservazione multipli e simultanei.
Kafka continua tuttora a esplorare un mondo che ha perso il suo centro e le sue definizioni, e a concentrare le sue sperimentazioni sulle infinite possibilità combinatorie di elementi trovati nella realtà; più che puntare sull’estro dell’originalità