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Energia (1982), Città del Messico. Cemento


André Bloc all'interno dell'Habitacle no.1


Habitacle no.1 (1962), parco dell'abitazione di Meudon. Gesso, stucco e armature metalliche (opera rimossa prima del 1964).


Le Torri della Città Satellite (1957), Città del Messico. Cemento, h. da 57 a 37 m

c.a.r.lab contemporary art research laboratory


la scultura architettonica: andré bloc e mathias goeritz
a cura di samantha ceccobelli

L'ambiguità di fondo dell'espressione "scultura architettonica" ha fatto sì che essa venisse adattata tanto ad una scultura di tipo costruttivista, che rimanda ai moduli architettonici, quanto ad un'architettura vicina alla plasticità della scultura, ma soprattutto, negli anni '50 e '60, ad una fusione di scultura ed architettura generatrice di "ibridi", che, indefinibili per natura, non erano (e non sono) né architetture, perché inservibili, né sculture, perché di dimensioni e materiali tipici dell'edilizia. Nel campo delle arti figurative, questo processo di sconfinamento interdisciplinare, tipico del Novecento, ha trovato nelle "archi-sculture" di A. Bloc e nelle "architetture emozionali" di M. Goeritz forse il suo apice. E' da qui, infatti, che si può far partire un filo conduttore che, passando attraverso la Disarchitettura o Anarchitettura degli anni '70 (da Peter Eisenman ai SITE), è giunto a ciò che il Decostruzionismo di Jacques Derrida definisce "antiarchitettura" o "grado zero dell'architettura", ponendo seri interrogativi sul ruolo dell'architettura stessa e sulla possibilità di "costruire senza pianificare una maniera di abitare". E' possibile, cioè, erigere edifici in mattoni o cemento di dimensioni colossali privi non solo di una funzione abitativa ma di ogni funzione tout court? In realtà, le opere d Bloc e di Goeritz una funzione l'avevano: quella cioè di provocare una reazione nei confronti del funzionalismo architettonico, di cui non negavano i valori quanto piuttosto una loro applicazione troppo rigida, attirando l'attenzione attraverso il colore, l'ipertrofia e soprattutto attraverso la negazione (solo episodica) proprio del concetto-base dell'architettura tradizionale, quello di utilità, col fine ultimo di favorire la reintroduzione delle arti plastiche nell'architettura e, più in generale, di riqualificare lo spazio urbano, utilizzando le risorse delle arti figurative. Come l' "antiarchitettura" derridiana, infatti, queste opere possiedono una forte carica polemica (celata dietro un'imbarazzante parvenza di giocattoli inutili) nei confronti di un'edilizia alienante e disumana. E' chiaro come un attacco così irriverente ai fondamenti dell'architettura sia stato più naturale per degli scultori, per i quali, già avvezzi all' "inutilità" della scultura, si è trattato semplicemente di rivolgersi ai materiali e alle tecniche edilizie, amplificando fino all'eccesso le dimensioni delle loro creazioni.