la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

c.a.r.lab

 

 


Untitled #341, 1999 35x23 inches b/w photograph

 


Untitled #342, 1999 25x38 inches, b/w photograph

 


Untitled, 1989 80x60x 8,5 cm Light box with two transparencies superimposed

 

 


 

 

 

c.a.r.lab contemporary art research laboratory


cindy sherman: alle radici del surrealismo
a cura di cecilia canziani

La difficoltà maggiore nell'affrontare l'analisi dell'opera di Cindy Sherman, sta nel fatto di trovarsi di fronte ad un'artista che in tutte le interviste rilasciate non ha fatto altro che sottolineare il suo assoluto disinteresse nei confronti della Storia, della Cultura e della Critica, e le cui immagini tuttavia rimandano ad un immaginario storicizzato, a categorie del sapere consolidate. Gli scatti di Sherman ricordano le Poupèe di Bellmer. La donna meccanica di Man Ray. Le immagini "doppie" di Brassai. Possiamo trovare un precedente illustre per ogni stampa dell'artista americana, che tuttavia continua a ricordarci di preferire il film di genere ai vernissages, la TV ai libri, e di aver scoperto tardi, grazie a quei critici che ne hanno studiato l'opera, il lavoro di Bellmer e dei fotografi surrealisti. Come è possibile che queste immagini fotografiche, così lontane nel tempo, si specchino -sans le savoir- l'una nell'altra? Meglio: a quale fonte comune hanno attinto Sherman e i Surrealisti? Parlando di arte riflettiamo anche sul reale (e questo è ancora più vero se parliamo della fotografia) una realtà che si è data fino ad ora attraverso la alterità: il bene esiste perché c'è il male, la donna esiste perché è diversa dall'uomo, il bianco esiste in opposizione al nero. Questa visione dialettica del mondo sembra ricalcata sulla nostra stessa coscienza, la cui formazione deriva da un atto di riconoscimento del sé come altro, altro che in seguito diviene continente nero in cui confinare il rimosso, che puntualmente torna a turbarci sotto forma di doppio, specchio, automa, mostro. Tra le forme di alterità, la forma "altra" per eccellenza: la donna. 1. Sherman /il doppio Tra le forme di duplicazione del reale esiste un mezzo "doppio" per eccellenza: la fotografia. Cindy Sherman: donna e fotografa, e ancora di più incarnazione perfetta della realtà del doppio, nella sua opera che la vede sempre al di qua e al di là dell'obiettivo. Cindy Sherman donna quindi fotografa dovremmo dire, perché la fotografia è stata considerata fin dalla sua nascita uno specchio della realtà, ed è lo specchio l' "attributo femminile per eccellenza" , "strumento atto a rivelare un'identità…altrettanto atto a deformarla, nel momento in cui produce forme nelle quali somiglianza e alterità si sovrappongono e si mescolano" Ed è proprio questa (ancora) doppia possibilità offertaci dallo specchio (dalla fotografia) che Sherman mette in atto nelle proprie opere, dimostrandoci e mostrandoci che l'Altro che ci guarda through the Looking-Glass è il nostro stesso volto, e contemporaneamente è anche un volto altro: deformato, monstrificus. Il mostro: l'altro. Il doppio. Così nella tradizione occidentale. Capolavori della letteratura tout-court, ma nati sotto l'egida del romanzo gotico ottocentesco, Frankenstein, Dracula, Dottor Jeckill e mr Hyde testimoniano quanta importanza abbia l'orrore nell'immaginario occidentale, e quanta importanza abbia l'horror nella letteratura. Il romanzo nero nasce in un secolo di grandi rivoluzioni per l'uomo, alla soglia di un'era nota come civiltà dell'alienazione: il nuovo mostro è colui che non riesce ad integrarsi e a riconoscersi nella società moderna. Società in mutamento, società mutante: dall'horror al noir alla fantascienza, la letteratura e il cinema ci hanno mostrato le mille facce dell'archetipo del doppio e del simulacro. E' giusto a questo punto continuare a etichettare "letteratura di consumo" i romanzi di Dick - per scegliere un autore tra i tanti che potremmo citare- che ci hanno dato l'analisi più lucida e struggente del nostro presente? E' giusto, considerando che sotto la maschera di sottogenere questi romanzi celano temi comuni alla grande letteratura e all'Arte? Il Surrealismo ha dato inizio ad una riflessione importante sul doppio e sul mostruoso - e più efficacemente attraverso la fotografia - aprendo all'arte un territorio ancora oggi attraversato da artisti ( e soprattutto artiste) che mettono ora in scena il corpo postorganico, l'Altro futuribile, il Simulacro dickiano. Sono queste contaminazioni tra cultura alta e bassa, questi punti di frizione tra diversi campi che ci interessano, perché in questi luoghi di frontiera le gerarchie si annullano, permettendoci un'analisi dei fenomeni artistici finalmente liberata. Un viaggio: dall'Europa agli Stati Uniti "praticando la loro sintesi immaginifica tra marxismo e psicanalisi, i surrealisti avevano messo in luce il rovescio dell'uomo - massa, avevano colto il turbamento dell'identità sociale del soggetto che si specchia e si sdoppia nei fantasmi della persona" ; ma i surrealisti avevano anche operato una sintesi più fortunata tra cultura mainstream e underground, ed è questo il grande lascito del Surrealismo, la sua traccia più vistosa, il fil rouge che attraversa esperienze dell'arte apparentemente distanti nei modi ( e nei luoghi). Se il doppio/ l'altro/ il mostro /il simulacro risulta essere un tema che manifesta un così alto tasso di extraterritorialità, qual è la forma più adatta ad esprimerlo? Ancora la fotografia, perché la fotografia ha percorso le stesse strade sotterranee prima di emergere e conquistare lo statuto di arte fra le arti, perché "la qualità del suo artificio è tale da ritornare all'origine dei miti dello specchio e al futuro dei linguaggi sintetici" perché la fotografia è la metafora stessa dell'idea del doppio, per la sua proprietà di permettere alla natura di riprodurre se stessa perché realizza il paradosso di costituirsi come immagine autonoma, altra, pur (o proprio) partendo da una copia del reale, e ancora di più realizza il paradosso di rendere l'immagine più reale della realtà: il simulacro più vero del vero: perché è il simulacro il luogo in cui più visibile si manifesta la ferita del vivere, perché la fotografia è "l'icona del nostro mondo" artificiale, attraverso la quale esso rappresenta la propria rappresentazione. Se i sentieri che Sherman ha percorso conducono fino alla scelta della fotografia come mezzo unicamente valido per esprimere il contenuto della sua opera, riconosciamo la sua scelta come l'unica possibile e coerente, l'unica che immediatamente illumini il cammino di questa cultura trasmigrante tra città alta e livelli inferiori del sapere. L'unica che renda visibile l'essere Altro proprio della donna, e più in generale dell'umanità di fine millennio. L'unica scelta attuale nella società delle immagini in cui viviamo. Consideriamo un sistema del reale in cui la realtà si dà attraverso la sua duplicazione e la trasformazione in simulacro, e che viene denunciato come tale nell'opera di Cindy Sherman, attraverso la messa in atto dello stereotipo e attraverso scelte tematiche e tecniche. E' altresì evidente che il lavoro di Cindy Sherman si situa nella tendenza generale della fotografia americana degli anni settanta, "una visione della fotografia come mondo parallelo al reale naturale, ma non più attraverso una presa diretta del "vero", bensì attraverso la simulazione totale." La riflessione di fotografi come Sherman, Laurie Simmons, Barbara Kruger, si appunta sulle forme di comunicazione della società di massa, ripercorrendo un sentiero già tracciato dalla cultura Pop, ma variandone il senso: le immagini della massificazione sociale vengono ricostruite in modo da rivelarne l'artificio, e se il falso è denunciato in modo tanto evidente, si aggiunge all'ironia warholiana una sottile critica di sapore concettuale. E' questo il punto di frizione che interessa sottolineare: la possibilità di far coincidere diverse esperienze dell'arte (facendo dunque all'interno dell'arte una riflessione sull'arte) come il Pop, il Concettuale e il Surrealismo, fenomeni da cui la genesi artistica delle opere di Sherman non può prescindere, con gli aspetti meno "alti" e più sotterranei della cultura, del pensiero, e dei movimenti citati, come l'orrore e il fantastico. 2. Sherman /Lo specchio Cindy Sherman ha scelto di esprimere la realtà del proprio tempo attraverso l'immagine del doppio, considerato via via come stereotipo, cyborg, simulacro, rivelandosi con la sua scelta in sintonia con il pensiero filosofico moderno. Ma l'artista nelle numerose interviste rilasciate ha sempre sottolineato che alla base delle sue opere c'è un lavoro di riflessione ( riflettere 1.riprodurre un'immagine su una superficie 2.intr Indica considerazione attenta intesa ad una soluzione o previsione5) sull'immaginario di massa e sulle forme basse di riproduzione del reale. E' la stessa Sherman dunque ad autorizzare questa ricerca che si svolge sul doppio piano di una analisi della sua opera alla luce del pensiero filosofico ed artistico moderno e sulle sue contaminazioni con le arti "basse", commerciali e commerciabili. Riteniamo che questi due piani si incontrino sul terreno del "doppio": il Simulacro di cui parla Baudrillard non è diverso dal cyborg di Dick, che a sua volta è figlio della creatura sognata da Mary Shelley, e nipote del mitico Golem. Al di là di questo curioso albero genealogico ci preme sottolineare che se il cyborg sembra essere il simbolo stesso della nostra società, esso non è che una filiazione del doppio, e in quanto tale è stato presente nella letteratura e nel pensiero fin dai suoi albori. E' l'idea stessa del doppio a informare di sé il pensiero occidentale ( "noi vediamo attraverso uno specchio, oscuramente"6) e a eliminare le gerarchie tra arti nobili e basse. Non possiamo vederci se non attraverso lo specchio, e scoprendo che l'immagine che abbiamo di fronte è la nostra, ma contemporaneamente non lo è. Il doppio è un archetipo, per questo attraversa tutti i tempi e tutte le arti. Se nell'era postmoderna abbiamo imparato a non temerlo, e a credere più nella rappresentazione del vero che all'oggetto reale, il corpo postorganico anticipato dagli artisti dell'ultima generazione promette di realizzare la profezia baudrillardiana: eliminato il doppio sarà eliminato anche il suo referente: l'uomo organico. All'interno di questa prospettiva la ricerca artistica di Sherman si situa in equilibrio tra il recente passato e il prossimo futuro, proponendo una funzione più attiva dell'arte, e una posizione intelligentemente ironica. Da artista postmoderna Sherman fa precipitare nelle sue immagini indifferentemente splatter e Freud, Lacan e porno, vampiri e Simulacri, Bellmer e Warhol, Cahun e i precisionisti americani, Melies e Carpenter, Pessoa, Borges e Ballard. L'elenco di citazioni puntuali o casuali che emergono in ogni fotografia di Cindy Sherman non si esaurisce con questo breve- troppo breve - elenco, tuttavia deve a questo punto essere evidente che i territori attraversati dall'artista sono terribilmente diversi, apparentemente incomunicabili. Se rileggiamo attentamente i nomi citati vedremo che essi sono uniti da una comune fascinazione dello specchio, dello sguardo, della condizione di alterità. Non possiamo sapere quanto Sherman pensi a Borges mentre scatta i suoi Untitled: l'artista afferma pittosto "mentre sto davanti alla macchina fotografica penso a tutti i film e a tutti i volti che ho visto durante la mia vita"; è tuttavia importante che noi spettatori ricolleghiamo tra loro questi diversi livelli del pensiero, ed è forse ancora più importante che qualcosa dei grandi temi trattati dai grandi artisti rimanga nella cultura di massa…. Al di là della sua pretesa naivetè Cindy Sherman lavora in modo molto coerente e molto consequenziale, utilizzando in modo mirato non solo il mezzo fotografico non solo i temi sviluppati e che interessano una riflessione efficace sulla società e sull'arte come produttori di stereotipi e sulla cultura come soluzione satura di elementi eterogenei, soprattutto è il suo ruolo di soggetto (in quanto fotografa) e di oggetto (in quanto modella) della visione ad accentuare e a rafforzare l'effetto della sua opera. Duplicandosi Sherman ha reso il proprio corpo un indice della duplicazione, un simbolo del doppio e della fotografia stessa. Non solo: scegliendo di esibire il proprio corpo ha indicato nel corpo ( un corpo femminile) il luogo deputato di ogni riflessione sull'arte e sulla società, aprendo il proprio lavoro al dialogo con artisti e soprattutto artiste che con altri mezzi operano un'indagine simile. Nomade, Cindy Sherman, che si muove tra fenomeni artistici così vari, riuscendo a rendere la propria opera tanto paradigmatica da essere considerata una delle artiste più importanti del nostro secolo, proprio perché il suo lavoro offre letture disparate e tutte egualmente valide del mondo contemporaneo. Abbiamo parlato del legame sotterraneo che Sherman ha intessuto con l'immaginario fantastico e horror, ripercorrendo le immagini surrealiste di Bellmer, Man Ray, Claude Cahun e i tanti altri artisti che hanno lavorato in questo ambito, e ripercorrendo i territori poco frequentati dalla critica letteraria del romanzo di fantascienza, del poliziesco americano e dell'horror, possiamo a questo punto introdurre una (forse) ultimavariabile che concorre a costruire l'universo poetico dell'artista: il cinema. Se il cinema è l'espressione perfetta della cultura di massa, assieme alla pubblicità, è probabile che proprio attraverso il cinema siano stati veicolati molti dei temi trattati da Sherman. E' stato naturalmente notato il ricorso al cinema e alla pubblicità nella composizione della serie "Untitled Film Stills" di Sherman, e in particolare il suo occhio attento soprattutto al b-movie, al cinema di seconda classe, che meglio rappresenta i gusti del grande pubblico americano. Penso tuttavia che il filo che lega l'artista al cinema sia più profondo e duraturo di quanto non sembri: se nella sua prima serie in bianco e nera è il b-movie degli anni cinquanta ad essere preso a modello e pretesto di una riflessione sullo stereotipo e sul doppio, in seguito Sherman attinge al film horror e alla fantascienza. Come la fotografia anche il cinema si presenta come arte della duplicazione, rendendo perfetta la finzione attraverso l'introduzione della variabile tempo. Dalla sua nascita il cinema ha fagocitato la cultura, attingendo alla letteratura e massificandone il messaggio, fino ad arrivare negli ultimi anni ad una riflessione su se stesso. Non stupisce quindi che il penultimo lavoro di Cindy Sherman sia stata la direzione di un film, di un film horror, anzi. Dopo aver lavorato per venti anni alla creazione del Simulacro, nuova Frankenstein, Sherman ha dato vita alla propria creatura, inserendola nel tempo. Evidentemente il passaggio dalla fotografia al film apre nuove prospettive all'analisi dell'artista. Se questa appare una scelta di continuità (il cinema come filiazione della fotografia) si rivela al contempo una scelta di rottura: l'artista si inserisce di peso nella sottocultura a cui ha attinto finora, e che ha finora nobilitato nel suo riportarla alla dignità di arte, accettandone tutte le implicazioni- anche commerciali. A questo punto non si tratta più di contaminazioni tematiche tra arti alte e basse, ma di inserire tutta la propria opera nel corpo mutante della cultura borderline, come se le precedenti serie di Untitled non fossero altro che run up di questo film. Come se Cindy Sherman volesse in questo modo eliminare la distanza tra simulacro e realtà: "Il cinema le consente ancora di riprodurre sullo schermo il suo stesso dispositivo simulacrale, di liberarlo ulteriormente dalle limitazioni del quadro narrativo della fotografia, rielaborandone una dimensione più interiorizzata"7 Meta-arte, anche, perché con questo film Sherman torna alle fonti del proprio immaginario, riflette sul mezzo fotografico in opposizione al mezzo cinematografico, ma anche in sintonia: rivelandone cioè la stessa matrice archetipica: lo specchio.