la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

art in theory

LIFT THINK
Alberto Zanazzo FRAMMENTO alfa

"L'arte e la politica sono connesse da un elemento comune: entrambe sono fenomeni del mondo pubblico. Per mediare il conflitto tra l'artista e l'uomo d'azione è necessaria la cultura animi, uno spirito esercitato e coltivato così da poter custodire e accudire un mondo di apparenze il cui criterio è il bello".
Hannah Arendt

"Alla domanda circa il fine della società emancipata si ottengono risposte come la realizzazione delle possibilità umane o la ricchezza della vita. Altrettanto illegittima l'inevitabile domanda, altrettanto inevitabile il tono tronfio ed urtante della risposta, che ricorda l'ideale socialdemocratico della personalità, proprio di certi naturalisti barbuti della fine del secolo che volevano vivere fino in fondo la loro vita. Risposta delicata sarebbe solo la più grossolana: che nesuno debba più patire la fame".
Theodor W. Adorno

il tempo senza spazio
teatro e nuove tecnologie di comunicazione
intervista a Fabrizio Crisafulli su "Lingua Stellare"
a cura di Vittoria Biasi

In che maniera incidono lo sviluppo delle tecnologie massmediali, dell'informatica, il diffondersi capillare della Rete, il generale ridefinirsi delle funzioni di scambio in termini di velocità e distanza, su attività fisico/spaziali come il teatro e la danza? Si è attuato anche nei loro confronti il "colpo di stato mediatico" di cui parla Paul Virilio?(1) Che prospettive di sopravvivenza hanno le arti e lo spettacolo dal vivo di fronte all'imporsi del virtuale? Queste ed altre domande si pone Lingua Stellare, ultima produzione della compagnia Il Pudore Bene in Vista (2), uno dei gruppi della "nuova scena italiana" (3) più ricettivi rispetto alle trasformazioni che investono oggi società e cultura, e alla loro influenza sulle arti performative. Un testo di presentazione del lavoro precisa che lo spettacolo costituisce anche un momento di "riflessione sul significato del teatro e della danza in un'epoca in cui nuove tecnologie, infosfera, predominio delle comunicazioni a distanza, hanno totalmente mutato il contesto di queste discipline artistiche e le loro ragioni", provocando peraltro profondi cambiamenti nella "generale sensibilità nei confronti del corpo, dello spazio, degli oggetti, e delle loro reciproche relazioni" (4). La comunicazione globale privilegia il lontano rispetto al vicino, l'immateriale rispetto al fisico, il passaggio via etere rispetto al confronto "viso a viso". Di fronte a queste tematiche - spiega ancora il documento - il corpo e la parola ripartono dai loro "elementi costitutivi essenziali", per cercare nuove motivazioni nel contemporaneo. Lo spettacolo, di cui sono autori Fabrizio Crisafulli e Giovanna Summo, rispettivamente regista e coreografa della compagnia, è un gioco e una sfida. Una rete di dinamismi che si snodano tra movimenti a scatti, rumori di computer, squilli di cellulari, voci iperamplificate e segni luminosi che disegnano gli spazi oscuri. Ed è uno sguardo al microscopio: attento, circoscritto, analitico e registrato nella luce. Dove la linea di astrazione scenica tipica del gruppo - ancor più che nei precedenti Folgore Lenta e Sho - tocca un minimalismo segnico e mentale, che nello spettacolo si traduce in poesia. Come recita il sottotitolo, è "dedicato a Velimir Chlébnikov, Presidente del Globo Terrestre". Ad uno dei poeti, cioè, più grandi e misconosciuti del nostro secolo. Autore di una poesia fatta di scosse, incertezze, arresti, iterazioni, distorsioni infantili e abbaglianti metafore (5) . Ispiratore dei futuristi russi, auspicava una lingua assoluta, transmentale. Un linguaggio ZAUM - come egli diceva - del quale possono farsi veicolo non solamente le parole, ma anche le immagini e i suoni. Una lingua che - complice la tecnica e le nuove forme di comunicazione (Chlébnikov pensava allora alla Radio, che definiva "sole spirituale") - possa superare i confini geografici e culturali, facendosi medium generale. I suoi "transracconti" erano "architetture di racconti nelle quali ogni singola parte è indipendente, come in un moderno ipertesto" (6). Chiedo a Fabrizio Crisafulli: quali riflessioni vi hanno condotto alla formulazione di uno spettacolo così particolare? E qual'è il senso della dedica a Chlébnikov? Il poeta russo può essere considerato un precursore della comunicazione globale? Lavorando con il teatro e la danza, in questo periodo, avvertiamo di essere come in una zona d'ombra, rimasta tra le maglie di quelli che sono i principali canali di comunicazione. Allo stesso tempo, si sente però la potenza che appartiene a questo nostro ambito, proprio per i suoi caratteri di realtà e fisicità. E la grande carica energetica che ne può sprigionare a maggior ragione oggi, di fronte ad un quotidiano in cui corpo e luogo - che sono gli elementi sui quali queste espressioni si basano - tendono a dileguarsi, in una esistenza passata seduti in auto, o davanti al computer o alla TV. Da tempo, inevitabilmente, ragioniamo su questi problemi. Queste nostre riflessioni si sono ad un certo punto incontrate, o reincontrate, con la ricerca del videopoeta Gianni Toti, e con il suo interesse per Chlébnikov, un autore che già agli inizi del Novecento incredibilmente profetizzava le grandi trasformazioni che oggi investono il mondo delle comunicazioni, compreso - a leggere bene i suoi testi - Internet. Squee Zange Zaùm, "videopoemopera" realizzata da Toti nell'88, nella quale era presente come coreografa e danzatrice Giovanna Summo, era appunto un lavoro in buona parte ispirato al poeta russo. Toti aveva promosso anche l'unica edizione italiana del transracconto Zangezi, nella collana "Carte Segrete". Riguardando assieme a Gianni Squee Zange Zaùm, e discutendo di Zangezi, ci rendemmo conto di come proprio Chlébnikov potesse fornirci una chiave per affrontare le questioni generali sulle quali si andava ragionando. Il suo modo di guardare alla tecnica ed al "progresso" aveva infatti qualcosa di assolutamente libero, dinamico, poetico e visionario, con il quale ci trovavamo in grande sintonia. Quello che ci interessa fare con il teatro e la danza rispetto alle nuove tecniche di comunicazione, è un discorso di interazione nei due sensi. Nel quale non ci si limiti ad un'assimilazione passiva di nuovi strumenti. Ci interessa soprattutto capire cosa possono dire alle nuove tecnologie queste forme espressive, e l'arte in genere, usando ciò che di esse è peculiare: la poesia. Lo spettacolo non esprime giudizi e interpretazioni, ma crea una rete di dinamiche, che riesce a trovare un suo senso finito. Fa uso di una "costellazione" di linguaggi tecnologici, non tanto per trasformare l'immagine e l'estetica del lavoro, quanto come modo di comunicazione di un pensiero. Si può parlare di manipolazione artistica della tecnologia? Abbiamo rimesso in gioco i linguaggi, facendo interagire e cortocircuitare danza, gesti, parole, suoni e immagini all'interno di un artificio poetico-drammaturgico. Generando, con le associazioni e le combinazioni che ne derivano, anche sorprese, flash di pensiero, risonanze inattese. Elementi che - con la struttura comunicativa e di contenuto che li organizza - possono dire molto sull'universo che stiamo esplorando. Forse più dei ragionamenti. Si tratta non tanto di manipolare, quanto di trovare un nuovo ordine - di tipo poetico - che abbia capacità illuminanti rispetto all'ordine originario. Come ha influito sul lavoro l'idea chlébnikoviana degli "uomini-suono", o quella dell'alfabeto inteso come "tabella dei rumori"? Ne abbiamo tratto delle suggestioni che sono poi state tradotte in soluzioni sceniche. Nell'uso, ad esempio, di piccoli radiomicrofoni a corpo, per amplificare non solo le voci, ma anche i battiti sui corpi; e nell'amplificazione del palcoscenico, per sentire passi e tonfi. Questa sorta di esagerazione fonica, oltre a riferirsi all'idea degli "uomini-suono" e alla tendenza di Chlèbnikov a ridurre i nomi a spoglie audio cui conferire però forti virtù incantesimali, è servita anche a creare una sorta di schermo sonoro, con effetto di appiattimento spaziale. Un tempo senza spazio, dove le vicende hanno un ordine, ma il vicino e il lontano non si distinguono più. Si è cercato così di mettere in gioco uno dei temi cruciali del contemporaneo: la perdita dello spazio fisico. Di creare - con l'apporto sostanziale degli altri elementi dello spettacolo: la coreografia, la scena, la luce - una sorta di sottovuoto, di non-luogo buio, dove far confluire azioni pensate dentro un impianto drammaturgico-poetico, e rette da una tensione assoluta. Multimedialità e simultaneità, in Lingua Stellare, hanno quindi il loro centro ispiratore in quel pensiero profetico di una ricerca matematica applicata al linguaggio. Quanto accade in scena sembra parte di una costruzione geometrica sospesa nello spazio "oscuro". E il buio teatrale crea il corpo poetico degli elementi comunicativi luminosi. In questo contesto, mi sembra che la tua luce (7) intenda comunque farsi paesaggio "reale", che non scorre su piani e superfici, ma cerca la propria esistenza spaziale. Come intendi la luce in questo lavoro? Non come elemento accessorio, ma essenziale. Anche perché come tale si configura nella società contemporanea, dove la luce ha assunto un'importanza basilare, ad esempio, proprio nel settore delle tecnologie di telecomunicazione. Che essa poi abbia in scena un connotato di "realtà" o rimanga sospesa in una dimensione intangibile e immateriale, questo riguarda anche interrogativi più ampi, concernenti, ad esempio, cosa è "reale" e cosa non lo è. Personalmente tendo ad attribuire connotati di realtà all'intera dimensione fantastica, non solo riguardo al mio lavoro (tanto che mi piace definire il mio un teatro reale), ma la vita in generale. Credo, ad esempio, che l'immaginario o i sogni siano "realtà" a tutti gli effetti. Facendo slittare il discorso sul piano dei mezzi e delle tecnologie di comunicazione, penso sia veramente difficile distinguere anche tra "reale" e "virtuale", dal momento che non si può certo negare che quest'ultimo sia frutto, e poi concausa, della "realtà". Tornando alla luce, anche in Lingua Stellare - dicevo - essa ha un ruolo importante, sebbene diverso che in altri miei lavori. La sua presenza è strutturata - in accordo con suggestioni legate alla comunicazione via etere - dall'idea della luce elettronica, del LED, dei puntini di luce che costellano di notte l'ambiente contemporaneo: antenne e ripetitori, computer e apparecchi stereo, spie e display luminosi di vario tipo, le luci degli aerei e dei satelliti…Compone un discorso drammaturgico incentrato su quest'idea della luce puntuale isolata nello spazio, con tutte le sue possibili varianti, evoluzioni, evocazioni e risonanze. Vi è una scena in cui un punto luminoso verde intermittente viaggia nello spazio buio del teatro fino a girovagare sulle teste degli spettatori, e poi tornare indietro. E, durante questo viaggio "interplanetario", così spiazzante dal punto di vista percettivo, perchè chi guarda perde ogni riferimento prospettico e dimensionale, una voce fuori campo racconta una storia di normale quotidianità ambientata in Sicilia, con effetto esilarante di scollamento tra etere e terra, pesci ed elettronica, reale ed astrale… Questa soluzione, insieme ad altre, è scaturita anche dall'idea di un'umanità imbrigliata nella Rete, che vive in un mondo di collegamenti a distanza e immagini artificiali, ma allo stesso tempo, negli spazi consentiti, tira fuori tutta la propria carica istintuale ed umana. Ed è in qualche modo da correlare al rapporto, pieno di contraddizioni, che c'è oggi tra locale e globale. Nella prima versione del lavoro, un annuncio - con effetto a sorpresa rispetto alle consuetudini teatrali - invitava il pubblico, in una certa fase della rappresentazione, ad "accendere i cellulari, lasciandoli squillare senza rispondere". Le suonerie attivate dalle chiamate dal palco, che si combinavano con quanto accadeva in scena, davano un'idea di comunicazione siderale. I suoni dello spettacolo comprendevano la registrazione del battito del cuore del regista (colui, appunto, che dà i tempi allo spettacolo), mischiata al ritmo trascinante della stampante del computer. Un "assalto" di stelle verdi (satelliti? spie elettroniche? firmamento artificiale?) invadeva verso il finale la sala buia. All'uscita, gli spettatori, divertiti, con ancora i cellulari in mano, defluivano in un paesaggio di lunghe canne nere con punte di luce sulfurea, giunte in sala non si sa bene come. Più di una volta vi siete anche divertiti, nelle azioni, a rivelarne i "trucchi"… Che ruolo ha l'ironia in Lingua Stellare? E' parte costitutiva dello spettacolo. Ed ha anche la funzione, tra l'altro, di procurare leggerezza, e quindi miglior leggibilità. Marc Augé ha scritto che le relazioni stabilite attraverso i media possono ormai dipendere anche dalla difficoltà di creare legami sociali in situ, e che "la sostituzione dei media alle mediazioni" (cioè ai rituali sociali) contiene in sé la possibilità della violenza (8). Sei d'accordo con questa analisi? E come essa rientra nel discorso che portate avanti con lo spettacolo? Credo che quanto dice Augè sia vero, stando a quello che avverto nel quotidiano. Per quanto riguarda il teatro, un certo impiego in scena delle nuove tecnologie, o comunque dei nuovi linguaggi, può certamente andare nella direzione di una rinnovata ritualizzazione dell'uso dei media, con posizione di contrasto rispetto all'impasse rituale e simbolico che contraddistingue la nostra epoca e che è sicuramente tra le ragioni di molto disagio sociale. In questo senso l'arte, il teatro, la danza, possono fare molto. Lingua Stellare va in tale direzione, anche se non è certo il singolo spettacolo a poter dare un contributo significativo. Si tratta anche di lavorare, in generale, sul mantenimento dell'identità specifica delle singole discipline artistiche nel mutato contesto contemporaneo, senza cadere in alcuna forma gregaria (per effetto di fascinazione, per moda, per fragilità) rispetto all'universo delle nuove tecnologie. Traendone i molti motivi di rinnovamento, senza però perdere la consapevolezza che l'arte può dire molto alla tecnica. Magari proprio per recuperare ritualità e comunicazione.

Note
(1) Paul Virilio, L'art du moteur, Editions Galilée, Paris, 1993; trad. it.: Lo schermo e l'oblio, Ed. Anabasi, Milano, 1994.
(2) Questi i dati dello spettacolo: Compagnia Il Pudore Bene in Vista, Lingua Stellare, spettacolo di teatrodanza ideato e diretto da Fabrizio Crisafulli e Giovanna Summo. Assistente alla regia Antonella Conte; disegno luci Fabrizio Crisafulli; costumi Carmen Lòpez Luna; musiche originali e sonorizzazione Andrea Salvadori. Interpreti: Giuseppe Asaro, Carmen Lòpez Luna, Massimiliano Pederiva, Giovanna Summo. Prima rappresentazione: Rassegna "Danza und Tanz", Teatro Furio Camillo, Roma, 31 marzo 2000 (ma due diversi studi erano stati presentati in precedenza, rispettivamente a Roma e Ferrara).
(3) Per una panoramica sulle nuove tendenze della ricerca teatrale in Italia, vedi: Stefania Chinzari, Paolo Ruffini, Nuova Scena Italiana, Castelvecchi, Roma, 2000.
(4) Programma di sala a cura di Cristina Gualandi, Rassegna "Percorsi nel Teatro 2000", Teatro Comunale di Ferrara, marzo 2000.
(5) Cfr. Angelo Maria Ripellino, Tentativo di esplorazione del continente Chlébnikov, commento a Velimir Chlébnikov, Poesie, Einaudi, Torino, 1968.
(6) Cfr. Cristina Gualandi, cit.
(7) Di altri aspetti dell'uso della luce nel lavoro di Crisafulli mi sono occupata in: Vittoria Biasi, La realtà attraverso l'emozione luminosa, in "Lighting Design", gennaio-febbraio 1999; Id., L'esperienza di Formia. Intervista a Fabrizio Crisafulli, in Aa.Vv., Teatro dei luoghi, a cura di Raimondo Guarino, G.A.T.D., Roma, 1998; Id., Accordi di luce, Ed. Teseo, Roma, 1998. Marc Augé, La Guerre des reves , Editions du Seuil, Paris, 1997; trad. it.: La Guerra dei sogni, Ed. Elèuthera, Milano, 1998.