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sul libro di Domenico Scudero Dopo le visioni escatologiche della storia che hanno caratterizzato non solo le avanguardie artistiche del '900, ma persino, in certa misura, le concezioni postmoderne riferibili alla "fine della modernità", o alla cosiddetta "fine della storia", o all'"ultima avanguardia possibile" o addirittura all'"ultimo Dio" (si tratti qui del dio della Tecnica, come sostengono molti esegeti della nostra epoca, oppure di ciò che potrebbe risultare da quella "mutua comprensione" tra culture diverse evocata speranzosamente da Gadamer in una recente intervista) (1) eccoci comunque giunti, a quanto pare, ad una strana fase di passaggio tra il vecchio e il nuovo secolo. Scudero evoca tale condizione già nel titolo del suo libro: Avanguardia nel presente. Egli non è certo un neofuturista, pur essendo indubbiamente interessato all'avvenire dell'arte. Ma non è neppure un nostalgico della "presenza perduta", pur dichiarandosi favorevole alla ricerca di uno "stacco classico" rispetto all'odierno tempo frenetico in cui ogni scritto tende invece a consumarsi nel mito di una presunta leggerezza e trasparenza del linguaggio. Egli, insomma, non è classificabile tra i ragionieri del sistema dell'arte, ma neppure tra quei nuovi apocalittici che ci ripropongono ancora qualche usurato effetto speciale da fine del mondo simulata al computer. Abbiamo qui un testo molto denso che è l'esatto contrario, appunto, di quel linguaggio giornalistico reso in genere (forse dalle stesse caratteristiche del medium usato, oppure dalla fretta, dall'incuria o dall'insipienza degli scriventi) così "automatico" da provocare una sorta di anestesia totale nel destinatario. Testi che perlopiù si distruggono durante la loro stessa lettura. Tali, dunque, da non lasciare quasi mai tracce durevoli nella mente del lettore. Dato che nel caso in questione non si tratta di un testo puramente promozionale, ma di un lavoro propriamente critico, mi chiedo se la complessità del testo di Scudero non sia anzitutto dovuta alla difficoltà oggettiva di afferrare in termini logici il senso di questo curioso paradosso: è infatti molto difficile, se non impossibile, prendere la parola in nome dell'Altro, senza che proprio in virtù di questo medesimo discorrere di un "altrove" (le cui tracce però, in qualche misura, possono mostrarsi già qui ed ora) si tenda fatalmente a ricondurre tale alterità intravista a partire da questo "guardare avanti a sé" (tipico, appunto, dell'avanguardia), alla semplice identità e prevedibilità del Medesimo. Il rischio, dunque, è sempre quello di far coincidere la visione dell'altro con la nostra stessa immagine riflessa in uno specchio. Occorre qui fare molta attenzione alle persistenti insidie della dialettica, al fascino del dialogo tranquillizzante, ossia al sogno ermeneutico della "fusione di orizzonti", o alla spensierata celebrazione odierna di quella convivialità gastronomica che in nome di una comunicazione facile o che si presume perfettamente vicendevole e simmetrica - ad esempio tra i navigatori della Rete - finisce spesso per eludere il problema tipico di ogni avanguardia: quello di essere pur sempre affermazione o testimonianza del radicalmente eterogeneo anziché del sempre uguale a se stesso. Occorre bensì farsi ancora oggi interpreti di un porsi-in-opera dell'arte nel trauma dello stupore. Stupore sempre rinnovato per la flagranza di un incontro necessariamente imprevedibile e dunque sempre "libero" e inatteso. Il quale implica, per altro, una singolare compresenza relazionale del "qualcosa" che si mostra e del riguardante che ne accoglie e custodisce le tracce. Desidero evocare qui una sorta di "poetica dell'incontro", per così dire, tra differenze non riducibili. Incontro che a sua volta produce altre differenze. Incontro potenzialmente destabilizzante, il quale può certo avviare una fase dialogica tendente a ripristinare la condizione "omeostatica" di partenza, ma non esiste nessuna garanzia a priori che l'esito di tale dialogo sia la semplice riconferma delle identità iniziali o il mero approfondimento di esperienze già collaudate. Occorre insomma affrontare il rischio di un reale cambiamento. Di quel completo e talora durevole rivolgimento dei paradigmi dominanti in virtù del quale, come sappiamo, ogni volta nell'arte può rimettersi in questione il senso dell'intero esistente. Intendo alludere, perciò, all'etica dell'eversione poetica, dello spaesamento continuo, dell'incontro straniante. L'incontro con l'opera andrebbe quindi sottratto al puro e semplice atto notarile del riconoscimento dell'identità di un oggetto più o meno originale, a quella sostanziale indifferenza verso le verità dell'arte che è tipica del mero rispetto pluralistico delle opinioni altrui. L'empatia conversazionale è certo una risorsa utile per il buon venditore, ma la ricerca di un consenso immediato non può essere anche lo scopo primario del filosofo o dell'artista. Scudero, infatti, non si lascia sedurre da quella mitologia del gioco senza frontiere che si ripropone oggi sotto il segno omologante della globalizzazione, ennesima versione tecnologica dell'opera totale wagneriana, vera trasposizione simulacrale su scala planetaria di quell'Eros platonico in cui l'Uno non incontra mai, di fatto, qualcosa o qualcuno che sia realmente altro da Sé. Sappiamo infatti che per Platone l'amore era idealizzabile come pura sintesi degli opposti, approdo pacificante, riunione definitiva delle parti separate dell'androgino primordiale, dunque estasi ego-centrica e transito circolare dallo stesso allo stesso. Ma ora possiamo forse affermare che se si dà un'avanguardia nel presente è proprio perché la storia non è ancora finita e perché nessuna profezia escatologica può esorcizzare la possibilità di un'irruzione puntualmente inattesa e imprevedibile dell'evento dell'arte (e non solo dell'arte, ovviamente). Allora, forse, con il libro di Scudero siamo già introdotti nell'orizzonte dischiuso da una singolare eterologia critica che prepara uno spazio nel presente per l'a-venire dell'arte (l'arte dell'altro, come direbbe forse Patrizia Mania) (2) sapendo che per far questo deve rinunciare ad ogni maldestra fuga prospettica verso il futuro. Non si tratta di una ennesima forma di lassismo qualunquista, ma di un preciso impegno critico-operativo che però, in qualche modo, si richiama qui all'idea heideggeriana della Gelassenheit ("Abbandono"), o magari a quel principio levinassiano e derridiano che chiama in causa un'etica dell'ospitalità: in altri termini, il luogo dell'evento deve essere lasciato aperto, sgombro, vuoto, libero da ogni aspettativa prematura o rimembranza nostalgica, proprio affinché ciò che è, kantianamente, libero e "disinteressato" per definizione, possa realmente venire accolto nel suo darsi come tale all'interno della stessa eterogeneità del presente. Anche ammesso che, sul piano critico, si possa o si voglia prevedere in anticipo il corso degli eventi, occorre bensì comprendere che in ogni caso non si dovrebbe farlo, se non altro perché una simile anticipazione risulterebbe comunque fallace e controproducente proprio in quanto pregiudiziale, soggettivistica e tendenzialmente mistificatoria. Ma questo lasciar-essere non implica un atteggiamento di pura passività né una pretesa obiettività scientifica, bensì presume una sorta di ritegno maieutico, nonché un impegno energico e costante volto alla rimozione di tutti quegli ostacoli teorici e pratici riferibili alla stessa possibilità di un'avanguardia nel presente in senso lato. D'altronde come potrebbe, di per sé, il principio scontato, seppure ragionevole, facilmente comprensibile e sostenibile, relativo al valore democratico della cosiddetta reciprocità di ogni rapporto paritario tra soggetti (interlocutori che già in partenza si riconoscono come "simili" proprio in quanto appartenenti ad un medesimo orizzonte culturale), predisporci davvero all'incontro con quel "radicalmente altro" che può irrompere nella 'nostra' casa in qualunque momento? Come affrontare la sempre rinnovata imminenza di tale evento senza chiamare in causa l'idea, ben poco armoniosa e tranquillizzante, di un nostro essenziale sbilanciamento verso l'ignoto? Può darsi allora che si debba condividere la seguente affermazione di Derrida: "Il problema etico è fare in modo che l'incondizionato accada". Roma, Gennaio 2001 Note: |
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