la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

articoli monografici

Massimo Attardi: tra arte e fotografia
di Maria Egizia Fiaschetti

Roma, 15 Gennaio 2002…L'orologio segna le 14:45 e sono in ritardo! Con passo frettoloso percorro i vicoli del quartiere San Lorenzo, incurante della vita che mi brulica intorno. Improvvisamente, mi fermo al n.3 di via degli Ausoni: suono il campanello e una voce mi fornisce istruzioni su come raggiungere il loft al terzo piano. Scivolo negli spazi di quello che, un tempo, era il pastificio Cerere; oggi è la dimora di numerosi artisti che qui hanno scelto di vivere e lavorare. Le pareti intonacate di grigio, le porte in ferro, lo scheletro disadorno dell'edificio testimoniano la sua originaria funzione. L'assenza di coordinate visive, insieme alla sensazione di annaspare in un mare di cemento, piatto e uniforme, contribuiscono a incrementare l'attesa, ad acuire la curiosità. Tre rampe di scale, strette e ripide, mi separano da una porta di legno semiaperta: la stessa voce di prima m'invita ad entrare. Oltre quella soglia, al tempo stesso materiale e simbolica, si apre il mondo di Massimo Attardi, figura difficile da inquadrare nelle tradizionali gerarchie di "genere". Di fronte alle sue opere l'interrogativo più frequente é: "…Artista, o fotografo"? Domanda retorica, se è vero che la fotografia è, ormai, legittimata al rango di arte visiva. La ricerca di Massimo Attardi ne riafferma, appunto, l'inesauribile potenziale espressivo, attivato mediante un uso sapiente del mezzo. La fotografia lo appassiona sin dall'adolescenza e, dopo l'iniziale adesione a stilemi tradizionali, l'artista intraprende una fase d'intensa sperimentazione. Il suo intento è quello di operare un distacco dai classici modelli di riferimento, per raggiungere esiti radicalmente nuovi. Progressivamente, sente crescere l'esigenza di svincolarsi dai limiti spazio - temporali della fotografia, di liberarsi da quel rettangolo visivo indissolubilmente incollato alla fissità dell'istante. L'obiettivo non funge più da "protesi sensoriale", capace di fissare con ineffabile precisione il referente esterno, bensì da filtro attraverso il quale è possibile esprimere la propria intenzionalità etico - estetica. L'artista rinnega la consueta vocazione documentaria della fotografia, che non è freddo reportage, copia conforme all'originale, ma sconfinamento dell'occhio interiore nel mondo - della - vita. Il suo iter è denso d'incontri che hanno il sapore della scoperta: scorrendo le pagine di una rivista, un articolo su Paolo Gioli rafforza la sua determinazione a ridurre la rilevanza del dato meccanico, per esaltare l'autonomia dell'immagine; poco dopo, su una bancarella acquista un volumetto che lo introduce alle varie tecniche di stampa. La sperimentazione delle diverse soluzioni descritte nel testo lo spinge a concludere che la gomma bicromata 1, facile da trattare e ricca di effetti, gli è congeniale. Il suo interesse si concentra, sempre più, sulla prassi operativa e sui passaggi che la scandiscono: il prelievo dalla realtà subisce un processo di manipolazione non soltanto tecnica, ma, soprattutto, psicologica. La fotografia diventa supporto della memoria, dove convergono le percezioni interiori epurate dalle scorie dell'oggetto. Nelle opere di Attardi, infatti, le immagini sembrano fissarsi solo temporaneamente, prossime a svanire nella trama complessa delle molteplici stesure cromatiche. E' come se, destati da un antico letargo, quei fantasmi dell'immaginario tornassero a vestire l'abito, evanescente ed effimero, dell'apparizione. Breve è la loro sopravvivenza nell'epidermide del legno: l'inconscio li richiama presto a sé e vanifica il loro tentativo di reincarnazione. Unico residuo è l'esistenza anonima di quei corpi nudi, perfetti esemplari anatomici imprigionati nelle pieghe della materia. Il loro sguardo è sempre negato, quasi a voler cancellare qualsiasi segnale che possa svelarne la vita interiore. Simulacri corporei, in cui l'anima è incarcerata e ammutolita. L'unità aristotelica di spazio - tempo - azione è, volutamente, ignorata e l'assenza di contesto mette fuori gioco i sensi. L'artista ricerca una comunicazione puramente "corporea", depistando l'attenzione dai suoi consueti catalizzatori: viso, occhi, labbra…Queste entità disanimate non hanno altro da offrire che i loro corpi, cibo allettante e merce sontuosa per il voyeurismo postmoderno! L'universo femminile è indagato in tutta la sua ambiguità, in bilico tra forza e impotenza. La stessa tessitura delle immagini, larve impastate di colla e colore, suggerisce l'idea della precarietà e ricorda il disagio delle adolescenti di Münch, atterrite dal presentimento di una corporeità asservita e mercificata; altro possibile rimando è alle donne di Klimt che, nel sogno, cercano rifugio dall'ineluttabile declino fisico; nondimeno, il terzo millennio continua ad alimentare il culto di una femminilità che s'identifica esclusivamente con il suo involucro esterno. Le creature "devitalizzate" di Attardi traggono, tuttavia, alimento dalla marcata espressività delle cromie pop, capaci di attivare nel fruitore un'attrazione visiva di enorme intensità. In futuro, l'artista prevede di liberare i suoi soggetti dalla loro amorfa staticità: presto, vedremo dettagliarsi il loro campo d'azione e un barlume di vita potrà, finalmente, sprigionarsi dalla misteriosa alchimia della materia - colore!

http://www.sergioferraris.it/istruz/att.htm

http://www.mclink.it/n/infocity/archivio/spettacolmag96.htm


http://www.newtrendweb.com/iovine/iovine3.htm


http://www.net-art.it/exhibitions/past/contaminazioni/index.html


1 La tecnica della gomma bicromata è modificata per poter eseguire la stampa su legno. Una volta scattata la foto, su negativo di medio formato, questo è ingrandito utilizzando una pellicola a tono continuo, di grande formato. In questo modo, si ottengono i positivi e, per contatto, i negativi della foto scattata. Successivamente, si stende l'emulsione alla gomma bicromata, si usano le pellicole negative o positive (a seconda dell'effetto che s'intende ottenere) e si espone con una luce ultravioletta; si tolgono le pellicole e s'immerge la tavola in acqua. Una volta apparsa l'immagine, si fa asciugare e si ripete l'operazione. Questi passaggi sono ripetuti sino a trenta volte, con colori diversi: la loro sovrapposizione produce, infatti, molteplici sfumature e dà corpcorpo all'immagine, che non è mai ritoccata.