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Interviste
"Devo
obbedire a qualche cosa che ho dentro":
intervista di Francesco Vincitorio a Bice Lazzari (1979)
a cura di Sergio Cortesini
Qualche parola di introduzione.
Bice Lazzari figura
solitaria, astrattista precoce (fin dal 1925), allieva del Conservatorio
ergo pittrice dotata di un segno lirico e musicale; Bice Lazzari, infine,
figura ingiustamente trascurata. Questo è il refrain e le autocritiche
che accompagnano decine di articoli e di presentazioni di mostre, a
cominciare da un mea culpa di Argan del 1980.1
Ma la questione è più complessa.
Per un verso Bice Lazzari è stata un'artista coerente con la
cultura pittorica e con il sistema artistico veneziano degli anni '20.
Nata a Venezia il 15 novembre 1900, nel 1920 si è diplomata in
decorazione all'Accademia di Belle Arti e, contemporaneamente, ha iniziato
a dipingere nella Laguna e nell'entroterra ve-neto. Questa duplice matrice
(decorazione e pittura) è alla radice della sua identità
artistica, per molti anni in-centrata sulle attività parallele
di pittura ed arte applicata.
Nel decennio giovanile a Venezia (1924-34), infatti, Bice Lazzari era
legata ai modi figurativi della "scuola di Burano" e ha partecipato
alle maggiori esposizioni regionali: dalle mostre della Bevilacqua La
Masa alle sindacali del Triveneto a Padova. Ma, più di altri
artisti suoi coetanei, è stata anche un'interprete del rinnovamento
dell'artigianato artistico orchestrato in Italia, tra anni '20 e '30,
dall'ENAPI e localmente dall'Istituto Veneto per il Lavoro e le Piccole
Industrie. Ha disegnato modelli per tappeti, arazzi, cuscini, gioielli
esposti alle maggiori mostre di "arti industriali", dalla
Biennale di Monza/Triennale di Milano (dal 1927 al dopoguerra), alla
Biennale di Venezia nel 1934 e 1950, ad altre importanti rassegne, anche
all'estero (Barcellona, 1923; Amsterdam, 1931).
Ripercorrere le partecipazioni dell'artista alle Triennali e il suo
lavoro per l'ENAPI significa ritrova-re la trama di una cultura complessa
e di volta in volta sensibile alle evoluzioni del gusto. La Lazzari
passò da un effimero interesse per il decoro futurista - prima
esplosivamente colorato intorno al 1927, poi più composto intorno
al 1930 - a forme sempre più sciolte dalla decorazione, a studi
sul colore, slabbrato e dila-gante in carte che ci appaiono, oggi, ambiguamente
sospese tra bozzetti o piccole opere astratte.
Nel 1935 si trasferisce a Roma; per cercare occasioni di crescita artistica,
per spezzare dolorosi groppi esistenziali e sentimentali. E compie un
salto nella solitudine. Entra nel meccanismo delle mostre del Regime,
dalla Mostra del Tessile Nazionale (1937) a quella del Dopolavoro (1938),
che sorgevano e scompa-rivano lungo la spina del Circo Massimo. Disegnava
pannelli pittorici per Ernesto Lapadula, Giovanni Guer-rini, Mario Romano
e i suoi lavori commentavano le architetture effimere, viaggiando dove
lei stessa non era mai stata, fino alla New York World's Fair del 1939.
È stata una protagonista silenziosa di quel exhibit de-sign,
potemmo dire oggi; eppure quel sistema artistico/artigianale, continuato
nel dopoguerra in una serie di decorazioni di locali pubblici di Roma,
rimase per lei il travail alimentaire che la sottraeva all'arte con
la A maiuscola (come disse l'artista).
È nella Roma del dopoguerra che Bice trova e ritrova se stessa,
ricostruisce ancora una volta la sua identità. È astrattista
con piena consapevolezza. Ma quell'astrattismo non era già enunciato
nella lunga espe-rienza della decorazione? Ora, condividendo progetti
ed esperienze con Lorenzo Guerrini, Sebastiano Carta, Alfio Castelli
e altri, prendeva coscienza dell'arte come introspezione e rivelazione.
Tra il 1954 e il 1958 sono i primi importanti riconoscimenti: l'interesse
di Lionello Venturi, le mo-stre alla galleria Schneider di Roma (1954),
al Cavallino di Venezia e alla Salita di Roma (1958).
Le sue forme pittoriche attingono al nucleo vitale della coscienza,
intesa come aurorale travaso tra impulso e pensiero concettuale. La
Lazzari ancorava il suo modello estetico al mondo sentimentale e ricollo-cava
al centro del procedimento artistico il rapporto io-mondo. La sua pittura
negli anni '50 era una prospet-tiva di indagine intuitivamente fenomenologica
e l'artista trovava i vasi comunicanti tra la realtà e l'immaginario
fermandoli sul piano liminare del quadro.
Il suo linguaggio passa da composizioni astratte-geometriche intono
al 1950 a un lento disfacimento delle forme, fino alla stagione informale.
I quadri diventano allora schermi di materia e colore solcati da se-gni
ma raramente si abbandonano alla bellezza del colore in sé. Rivelano
sempre una condizione esistenziale silenziosamente, dignitosamente in
disarmonia.
Anche quando dopo il 1963 - attraverso Guido Montana - è stata
attratta dalle ricerche "gestaltiche" sulla struttura geometrica
e seriale dell'immagine, il suo procedere è stato libero e originale,
aggiornato ma indipendente. Paradossalmente, i quadri dal 1965 in poi,
silenziosi schermi solcati di linee, da sequenze di tratti, da semplici
segni colorati su superfici spente e quasi monocrome, privi di corpo,
continuavano ad esse-re la traduzione di visioni, di "illuminazioni"
(diceva l'artista), dello sguardo e dell'immaginazione. La pittu-ra
per Bice Lazzari ha continuato ad essere la ricerca di armonia. Armonia
delle forme e armonia con i propri interiori mulini a vento.
Si spegne a Roma il 13 novembre 1981.
Conversando con Vincitorio.
Il documento che
qui si riporta è la trascrizione di una inedita conversazione
tra Bice Lazzari e il cri-tico Francesco Vincitorio nel 1979, registrata
su un nastro magnetico conservato presso l'Archivio Lazzari di Roma.
L'interesse del testo risiede nel fatto che la pittrice, incalzata dalla
puntualità delle domande, mette a nudo i motivi più profondi
dell'operazione artistica, spiegando l'intenzionalità sottesa
al suo stile più tardo, incentrato sui temi della misura e del
segno. Sopratutto l'intervista rivela la natura impulsiva della pittura
della Lazzari, il suo porsi all'ascolto di illuminazioni subitanee,
la ricerca di un miracoloso equilibrio interno all'immagine.
Ricerca di misura, di armonia, d'equilibrio, di corrispondenze: sono
questi i termini che tornano più frequentemente. In ultima analisi,
l'artista insegue il mistero della bellezza. Ma, insieme ad esso, si
radica in lei la consapevolezza che il suo lavoro individuale può
contribuire a sottrarre un osservatore dalla piattezza, dalla superficialità,
dalla farragine, dalle cento "trappole" (per usare le parole
della pittrice) della vita con-temporanea.
Vincitorio: Ecco, tu mi devi dire che cosa hai in testa, adesso,
per quanto riguarda il tuo lavoro: le motiva-zioni... una specie di
autoanalisi del tuo lavoro.
Lazzari: Me
la faccio dalla mattina alla sera. Naturalmente adesso ci vedo di più;
adesso vedo i numeri dove l'ho fatto un lavoro, ecc.; questo mi aiuta
molto.2 Adesso - passa il tempo
- io mi dimentico le cose che ho fatto, perché non sono quella
che dico: faccio questo tema e lo svolgo, e lo svolgo, e lo svolgo tutto;
e dopo magari sto dieci giorni handicappata e devo ricominciare da capo.
Per me è stato tutto un ricominciare, per cui si possono trovare
anche degli sbalzi probabilmente in quello che faccio.
Un giorno tu hai detto: fai tutte le righe musicali... i pentagrammi.
Io li ho superati i pentagrammi; non li fac-cio più. Quindi io
sposto. Comunque, siccome ho rivisto tutto, perché Montana deve
fare questo libro dei disegni 3
e mi mancavano un sacco di disegni, aspetto di averli tutti per rivedere
le cose. Naturalmente trovo degli sbalzi in questo senso.
Ma adesso, in questo momento, che cosa ti preme dentro? Hai altre idee?
Hai voglia di fare altre cose?
Sì, certo,
altre idee! Anche di riprendere una parte di colore, se mi è
possibile, visto che per tanti anni ho vi-sto sempre grigio. E non è
che farò la caciara di colori, perché non li sento.
Io sento che lo spazio è uguale. Guardo fuori e vedo che tutto
è uguale. Questo spazio poi corrisponde anche al tempo. Io dico:
il tempo che cos'è? Me lo domando in continuazione: che cos'è
il tempo? È una parola che abbiamo inventato noi per definire
le primavere, ecc., oppure è un tempo indefinito, che si ricongiunge
allo spazio? Tu che sei più adatto a capire queste cose adesso
me le puoi spiegare.
Allora, siccome io amo lo spazio, su questo spazio cerco di definire
un mio tempo, perché in fondo io vivo questo periodo. Non vivo
come se vivessi quarant'anni fa; vivo adesso, e cerco di captare tutto
quello che c'è nell'aria - questo mi sembra che sia anche giusto
- per cui potrei anche incappare a fare delle cose che fanno i giovani.
Ma questo a me non mi interessa; sono cose che mi nascono dentro.
Ma cosa senti tu nell'aria? Puoi chiarirlo con le parole?
Io l'aria la vedo
tutta movimentata. E la vedo sempre in rapporto a tutti questi segni
che faccio; in fondo per me questi segni determinano un tempo più
visivo. Hai capito?
Come sarebbe più visivo?
Dove si può
anche trovare qualche cosa che corrisponda; che corrisponda a un'immagine,
qualsiasi tu ce l'abbia dentro. Che sia un'immagine difficile da leggere,
questo lo sappiamo. È difficile leggere...
Ma quei segni secondo te a cosa corrispondono? Alla tua interiorità?
A una misura, che
ha la vita. Tutto corrisponde a misura dentro di me. Infatti io nei
miei titoli ho Misura e segno, Misura e segno, Misura e segno... Sono
tutte misure. Corrispondono; come potrei dire a cosa corri-spondono?
A un ordine, che io ho dentro. Perché io ho un ordine; e sono
anche rigorosa in questo ordine, e le misure, per me, mi nascono da
una divisione di questo spazio che ho e devono essere equilibrate. Quindi
en-treremmo anche un po' nella matematica, per cui mio marito mi dice
sempre che sono una matematica svagata, perché le metto ad occhio
le misure che corrispondono.
Corrispondono fra di loro. Si equilibrano; e lo spazio, secondo me naturalmente,
diventa equilibrato, ed ha un suo perché. Per me, perché
potrebbe avere anche un senso, capisci? Infatti molte cose che ho fatto
ulti-mamente dicevo che erano un senso; ma capisci come lo dico un senso?
Un senso per chi lo vedeva, non per me. Per me avevano quel senso definito
che in quel momento mi fa fare una riga così e una storta. Corri-sponde
a un gioco anche. C'è un gioco dentro di noi che dobbiamo giocarci
no? Per dare - non so se sia giu-sto dire - un'immagine visiva. Dico
giusto?
Che poi uno lo guardi e non capisca cosa vuol dire questo scatto, a
me in fondo non importa. Io devo obbedi-re a qualche cosa che ho dentro,
ed io sono molto obbediente in questo senso, anche se sbaglio, e molte
volte posso sbagliare no? Non so adesso se io ho spiegato in qualche
maniera...
No, vogliamo continuare...
Non è facile
per me definire perché faccio queste cose. Molte volte sono illuminazioni
che ho. Infatti perché ho tanti pezzettini di carta? Tu mi hai
detto che non devo buttar via niente, e infatti io porto tutto. Perché
ma-gari sono lì, lui dorme, ed io non dormo e penso; mi viene
un'immagine davanti, vado di là e faccio due se-gni. Da questi
due segni, dopo, io mi ritrovo il perché di questi due segni
e li riporto in una maniera più or-ganica. No, non è la
parola giusta, non è più organica; li riporto più,
come potrei dire, più equilibrata forse è la parola più
giusta.
Mi viene fatto, sentendoti parlare così, Bice, di chiederti:
questi segni colorati, di colori diversi che tu tracci su una tela o
su una carta... quand'è che tu consideri che hai finito questo
tuo intervento?
È uno scatto,
che ho dentro, che mi fa fermare. Tu non lo crederai: io sporco tanta
carta, che poi butto via na-turalmente, ma c'è un momento che
mi fermo, e dico: qui mi devo fermare. È un impulso. Io in fondo
vivo di impulsi che non posso dominare. Io sono un'istintiva; forse
tu lo hai capito questo, quindi è inutile che io te lo dica no?
E vivo di questi impulsi, che da loro agiscono dentro di me e mi fanno
dire: questo disegno può esser buono! E allora lo prendo e lo
metto là. E continuo. Può darsi che me ne venga un altro;
può darsi che me ne vengano degli altri... Di un'immagine - diciamo
"immagine" e cerca di capire se dico male le parole, perché
io non le ho - ne posso fare tante e sbagliate; ne posso fare tante
dello stesso soggetto fin tanto che mi risulta quella giusta.
Ho capito ma voglio ancora più scavare...
Sì scava,
scava!
Che cosa vuoi dire agli altri quando dici che hai raggiunto e ti
scatta: "ecco, adesso mi devo fermare"? Tu hai una volontà
di dire questo equilibrio agli altri? E perché?(agli altri, a
chi guarderà).
Sì certo.
Questo non è escluso; ma tu lavori per te. Io sono una persona
libera e quando lavoro non penso a nessuno. Vivo quel momento di felicità
che mi viene da dentro. È una felicità, in fondo: una
grande felicità; e non mi posso sobbarcare tutto un peso di questa
gente che vedrà questa roba. Io sono anche convinta che non capiranno
niente, ma questo non vuol dire che io non debba obbedire a qualche
cosa di interiore che viene su e buonanotte!
Ecco, ma non hai preoccupazioni... "devo essere più
semplice per farmi capire"?
No. Sì, posso
essere più semplice, perché dico che un segno magari può
esser più sufficiente di tre; ma que-sto è per me, non
per gli altri. Questa semplificazione che io in fondo ho fatto nel mio
lavoro, venendo giù con gli anni, è una semplificazione
perché vuol dire che ero carica di troppe cose inutili. Perché
ho capito che un disegno, dieci segni, non valgono niente, e su quel
disegno dove ho fatto dieci segni ne ho levati tre, per-ché erano
inutili. Riempivano soltanto uno spazio che non doveva esser riempito;
andava bene aperto.
Sempre per quell'elemento di equilibrio, o direi per una corrispondenza
fra l'immagine e quello che tu hai dentro?
È tutto corrispondente.
L'immagine viene corretta; viene corretta da una esigenza di spazio.
Dove c'è troppo - e tu senti che qui ci va uno spazio libero,
che riequilibra questa parte che tu hai fermato - allora tu la vedi,
ecco. Questo è un lavoro che viene dopo. È un lavoro,
come potrei dire, di lima. Ecco perché io tengo tutti pezzetti
di carta dove c'è la corrispondenza; e ogni tanto di tanti pezzetti
di carta ho fatto anche dei quadri (non tutti naturalmente). Ma allora
scelgo quelli che magari mi corrispondono; in quel momento che lo scel-go,
naturalmente, perché magari lo guardo domani e vedo che è
troppo carico. E allora lo osservo...
Io guardo i disegni in continuazione per vedere se sono equilibrati,
se sono rigorosi, se gli spazi appartengo-no giusti qua e giusti qua
per un loro equilibrio... Non so se mi posso spiegare meglio.
Ti chiedo un'altra cosa: ti senti utile quando fai questo lavoro?
Però devo
dire una cosa che ho osservato alla mostra, anche quella della Rondanini.
Passava la gente, indif-ferente (la gente è indifferente proprio!),
e passava. Poi ho visto qualche persona che è tornata indietro
per guardare qualche cosa. Allora dentro di me ho fatto questo ragionamento:
se quello è ritornato indietro per rivedere una cosa, che così
momentaneamente lo aveva colpito e lo aveva lasciato passare oltre ed
è tornato indietro a rivederla, vuol dire che qualche cosa lo
ha colpito. Magari in superficie, naturalmente. Sempre in superficie...
purtroppo la nostra fatica è tutta in superficie, Francesco,
non so se tu sei d'accordo con me.
Perché - sai - un viso che sia ben dipinto o mal dipinto è
sempre un viso, dove tu raccogli tutto in quel viso. Quindi lui non
può neanche capire (chi guarda) se è ben dipinto, se ha
valore, non ha valore, ecc. Allora è più facile: la retina
riceve, perché vede tutti i giorni le stesse cose no? Qui non
si vede niente! Qui bisogna pene-trare...
È come la musica. Secondo come tu la senti ti sembra allegra,
ti sembra triste, ti sembra così. La musica va molto d'accordo
con quello che facciamo noi. La musica ti accompagna per un pezzo; un
disegno ti accom-pagna per quell'attimo che tu l'osservi e ti prende;
magari te lo porti a casa e te lo guardi in un momento di malinconia.
Ecco la differenza che io faccio tra la musica e le cose che facciamo
adesso.
Ecco, ti voglio chiedere questo, sempre su questa base...
Sempre domandami
tutto quello che vuoi!
...tu mi hai detto: no! prima. E lo hai detto con un filo di voce,
però molto ferma. Però, a un certo punto, quando hai visto
una persona tornare indietro, hai detto: ho vinto la mia battaglia!
Sì, certo.
...e però hai corretto ulteriormente: "probabilmente
è rimasto in superficie, non ha capito tutto quello che c'era".
Che cosa tu desidereresti che quel visitatore che è tornato indietro
capisse?
Che al di là
di tutto quello che noi abbiamo dal nostro giro giornaliero, e cioè
tutta una farragine di cose da vedere (per chi le guarda, per chi non
passa così, superficialmente, per la strada), c'è anche
qualche cosa, che va al di là di questa visione superficiale
di manifesti, ecc.
E dentro di noi c'è qualche cosa di nascosto, sempre, che dobbiamo
scoprire, e che dovremmo avere (ma al-lora entriamo già in un
campo un po' più alto). E dovremmo cercare di capire che, al
di là di queste cose così un po' inutili, un po' superficiali,
c'è dentro di noi qualche cosa che ci porta fuori e che vuol
dire qualche co-sa di più importante; qualcosa che si deve scoprire.
Si scopre tutto oggi, forse farà parte anche della scienza, non
lo so; scopriamo i microbi che si dividono, che si moltiplicano... Quindi
c'è tutta una, come potrei dire, un complesso di cose che va
al di là delle cose visibili al momento. E qui è la parte
difficile del nostro lavoro, naturalmente, che o è fatto con
molta coscienza, oppure è fatto così per fare una "trovata",
dove è anche facile ingannare la gente, perché si illude,
vede colori, vede trappole, vede stupidaggini.
Non è questo che dico io. È più importante penetrare
- e magari sbagliare anche - ma cercare quello che è nascosto
dentro di noi, quello che non è visibile, quello che gli altri
fanno fatica a vedere, e che in fondo poi è anche molto interessante,
devo dire la verità.
Allora ritorno a quando io ti ho detto: ti senti utile? e tu hai
detto no.
No, non mi sento
utile per un certo numero di persone.
Collega questo discorso che stavi facendo adesso. E non è
utile questo aiutare la gente a capire che c'è...
Allora in questa
maniera io li aiuto. Ma questo è un altro discorso che ti faccio
dopo.
Ecco ma è questo che mi interessa...
Ma questo te lo
faccio dopo no? Io penso di essere molto utile alla gente a renderla
meno piatta. È la piattez-za della gente quello che ti rovina.
Perché c'è molta piattezza sai? Anche nelle persone intelligenti,
purtrop-po, e questo lo devo dire, scusami.
Perché ci sono delle persone... Guarda che io ho trovato dei
medici aperti. Perché amano queste cose? Spie-gamelo Francesco,
tu che lo sai meglio di me. Io tutti i medici me li sono "comperati"
perché dipingo, e di-pingo in questa maniera - io dico sporco
tele - faccio queste cose. Perché? È un'evasione per loro?
Oppure ritrovano in questi segni, in queste cose, così, diremo
difficili anche a spiegarsi, trovano una corrispondenza con loro? Forse
perché fanno delle analisi e hanno un percorso che li sollecita
a unire le cose, non te lo so spiegare. I medici mi vogliono bene, proprio
perché faccio queste cose. Tutti. È stato un grande aiuto
per me naturalmente sai, intendiamoci, perché a conquistarli
tutti, mi vogliono tutti un bene grandissimo... tanto è vero
che vogliono bene a me e mi curano anche il marito, per rispondenza
naturalmente, ma questa è stata una cosa meravigliosa per me.
Non tutti i medici. Per esempio quello di Montagnana è sordo
a queste cose; ma lui è sordo anche alla musi-ca, e la moglie
piano piano un giorno mi ha detto: sono riuscita a fargli digerire Mozart!
Figurati quanta ne ha da correre! Comunque, siccome anche lui è
un uomo intelligente, io gli ho portato... Io non ho altro da of-frire.
Perché in ospedale sai... (lo sai che cosa è no?), ma
siccome mi hanno curato con grande amore io gli ho portato qualche cosa
di mio. Era anche giusto no?
Ecco, lo vedi che stiamo arrivando proprio al cuore del discorso.
Abbiamo detto che tu, se trovi rispondenza in chi ti guarda ti senti
utile, perché gli dai qualche cosa di cui non abbiano conoscenza;
che ha, forse ab-biamo, ma di cui non abbiamo coscienza. Ecco, siamo
d'accordo su questo punto?
Perfettamente.
E come credi che agisca - faccio un altro passo in avanti, come
conoscenza, come autoconoscenza del tuo lavoro, che deve venir fuori
- come pensi che agiscano questi tuoi segni, questi tuoi equilibri,
su chi guarda, perché gli faccia capire che c'è qualche
cos'altro?
Questa è
difficile.
La voglio una risposta in questo senso. Sforzati, come ti viene
fuori.
Come mi viene naturalmente.
Ma sai, te l'ho detto, io agisco per impulsi. Non posso lasciare una
tela tutta para perché questa mi rappresenta lo spazio, no? Lo
spazio è, come potrei dire, è disegnato da infinite cose,
lo spazio, se tu guardi. Perché lo spazio non è vuoto;
non è vero che è vuoto.
Perché tu puoi vedere moltissime cose nello spazio: un uccello
che passa, una foglia che si sposta, potrei dire anche una sagoma, anche
un uomo che passa ti dà la sensazione che lo spazio è
diviso ed è popolato di tante cose. Solo che bisogna captarle,
in quel momento che tu le vedi, per farle tue.
Ora, se io le sento, perché non le deve capire anche un'altra
persona? Non so se la risposta sia giusta sai? Se le ho viste io...
Mio marito non le vedrebbe.
È questo che a te ti preoccupa? Quest'aspetto misterioso,
questo qualcosa che in genere gli uomini per piat-tezza non colgono?
È solo questo che a te ti interessa che colgano? Cioè
questo spazio così popolato? O qualche cosa di più?
Be' è anche
un po' magico. Questo spazio in fondo noi lo popoliamo, ma è
un po' magico. È un po', come potrei dire, la tua ricchezza -
che non sai di avere - che la dai. Adesso che sia una ricchezza di oro
giusto, o che sia di argento, è un'altra valutazione a parte,
ma tu cerchi di dare la tua ricchezza che hai.
...che è questa consapevolezza di questo che ci circonda?
Tutto.
Questa intuizione, che tu senti di avere, di quello che ci circonda?
Sì. In fondo
è proprio così sai? Perché io sto a casa ma sto
anche fuori, capisci? Io sento tutto il movimento che ci gira attorno,
e lo faccio mio. Naturalmente, poi dopo, quando sto li mezza... (supponi
che ho preso una droga quando non dormo completamente) e allora ho delle
visioni. Delle visioni, delle intuizioni, delle illu-minazioni le chiamo
io, e sono quelle poi che mi fanno fare le cose.
Naturalmente, sai, quando ti metti a tavolino è come se tu accosti
due parole e ti sembrano armoniose; quan-do le vai a scrivere non corrispondono
più. Quindi è qui che comincia la fatica direi del "ragionamento".
Non so se sia giusto, sai, ragionare sopra ogni cosa, ma tu ma la devi
ragionare. Perché tante volte io penso delle parole che mi sembrano
bellissime, vado di là, le scrivo, poi le rileggo e dico: ma
guarda che sozzonata. Per-ché non corrispondono più all'armonia
che tu volevi dare; non è ancora quello che tu vuoi.
Adesso l'hai detta la parola. Tu hai detto: "Io voglio dare
agli altri questa intuizione che io ho dello spa-zio". Però
- adesso e prima - avevi detto: "equilibrio, armonia". Perché
tu questo spazio lo senti armonico? O confuso?
Io lo sento armonico.
Perché ho bisogno io di armonia capisci? E allora per forza devo
popolare lo spazio in una maniera armonica
sarà una particella
del mio io interiore; io non lo posso dividere in tante caselline (anche
questo è troppo difficile); ma che io abbia bisogno di armonia...
Perché sto male in questo mondo? Perché non trovo l'armonia
che voglio. A me non mi importa niente di es-sere ammalata; quando mi
manca l'armonia sono ammalata. E questo può essere derivato da
tante cose. Ar-monico, deve esser tutto armonico in un certo senso.
Ma questo spazio che ti è intorno, e del quale tu vorresti
rilevare
qui arriviamo proprio a spaccare il ca-pello in quattro
come te avrai capito. Tu dici: "voglio far vedere agli altri questo
popolatissimo spazio" - hai detto proprio bene: una foglia che
passa, un uomo, una sagoma, quindi un mondo popolato, uno spazio popolato
- "però al tempo stesso io sto male se non c'è armonia".
Allora significa che tu vuoi, in fondo, proporre uno spazio però
dato ordinatamente? Armonicamente?
Armonicamente. Vorrei
- per lo meno tutta la mia fatica è questa - rendere armonico.
Una foglia casca. Se tu guardi c'è qualche cosa in quella foglia
che casca (questi sono poi gli elementi che servono a me, adesso te
li dico così), dico casca, e questo è il tempo che la
fa cadere; ma cade nello spazio questa foglia, e ti lascia un segno.
Se tu lo vedi, naturalmente, allora lo fai tuo.
Ed è armonico secondo te?
Sì. Secondo
me la natura è molto armonica. Per conto suo. È anche
disarmonica naturalmente, c'è sempre il contrasto: qualche volta
è anche disarmonica. Le uniche cose che vedo volentieri sono
quelle delle bestie, che sono terribili, no? Ma in fondo in tutto questo
giro, che è naturale, c'è anche dell'armonia: è
giusto che una gazzella venga mangiata da un leone, capisci adesso per
dirti in maniera anche banale la cosa. È questa l'armonia. Quindi
un segno può esser così, ma può esser anche così,
e trovare nel loro squilibrio l'armonia.
Questo è molto importante, questo che stai dicendo. Cioè
in fondo tu poi lo racchiudi definitivamente in un'immagine armonica,
equilibrata, che è lo spazio, che è il mondo nel quale
noi viviamo e che gli altri non vedono, o per lo meno sono distratti.
Se potessero vederlo
non saremmo così stupidi come noi siamo, Francesco. Ma non si
può pretendere che tutta la gente abbia questa possibilità.
È una possibilità, è una ricchezza infinita che
tu hai dentro se tu riesci a sopportare la vita con la sua banalità,
se non hai queste cose che ti portano un po' lontano. Questo è
in tut-to. Ecco perché in fondo io non mi sono mai accorta di
tante cose che mi mancavano, e ho sempre detto: "sono nata con
il bacio in fronte".
Non è vero niente: tu conosci la mia vita dal '70 in giù,
figurati che bacio ho avuto io! Ma continuo, insisto, e dico che sono
nata con una ricchezza che non sapevo di avere - questo è stato
anche un problema - ma me la sono sfruttata a modo mio, quindi non ho
rimorsi. Sbagliato o no, l'ho sfruttata a modo mio.
Tu adesso hai detto: "avevo una ricchezza che non sapevo di
avere". Chi te ne ha dato coscienza?
La malattia, perché
sono stata tanto malata.
E l'arte? E il fare arte?
Per me era una cosa
necessaria. Ma vedi lo squilibrio che c'è tra queste cose che
stamperà Lea Vergine, 4
e quelle che faccio dopo la guerra, quando non ho più lavorato
con gli architetti. Perché? Perché io sono venu-ta fuori
dall'Accademia che non avevo neanche 19 anni, perché nasco in
novembre. Con dei professori creti-ni, perché allora l'Accademia
era cretina, nel '19 era cretina. Cosa mi hanno insegnato? Niente.
Alle esposizioni non potevo andare, perché mio padre era severo:
non si poteva andare perché c'erano i nudi. Tutta un'altra epoca,
lasciamo perdere. Quando ho potuto capire qualche cosa mi sono fermata
all'impressionismo. Marinetti io non l'ho capito. Perché c'è
un fatto: le cose che pungono non fanno per me. Mi entrano dentro come
tante lame.
E le sculture sono tutte puntute. Lorenzo [Guerrini, n.d.r.] non le
fa puntute per esempio - adesso per portarti un esempio - infatti io
voglio molto bene a Lorenzo... Che poi guarda
(ma questa è
un'altra questione, questa appartiene ad un altro giudizio) io ho davanti
una piastra di marmo scolpita, un po' alla Medardo Ros-so: non mi dà
fatica, non mi dà dispiacere. Per esempio: Somaini è bravo,
ma ha tutte quelle cose così
Ma-stroianni: e chi lo guarda?
Mi viene, mi viene l'angoscia capisci?
A me gli scultori mi danno un'angoscia, perché hanno tutte punte.
Cappello per carità. Ma non è mica colpa mia. È
forse che io sono fatta in una determinata maniera, che loro non lo
sanno, e loro sono fatti in un'altra maniera. Forse per loro le punte
potrebbe darsi che abbiano un valore di infinito, faccio per dire, adesso,
una roba che mi viene; non ci ho mai pensato a questo, ecco per esempio.
Stai a sentire Bice, tu questa Accademia la hai fatta a Venezia?
Sì.
Ed eri molto giovane quando sei andata in Accademia?
Giovanissima, giovanissima.
Eri proprio giovane giovane, nel senso che...
E tesoro, sono del
'900, no? Sono nata al 15 di novembre; ha sbagliato mia madre. Mi ha
fatto nascere al 15 Novembre 1900, per cui ho fatto tutte le scuole
all'indietro. Ma sai allora erano tre Speciali, no, due Speciali e tre...
Stai a sentire, Bice: tu sei una signora, una donna, e la nascondi
l'età? O non la nascondi?
Io no! Ma cosa vuoi
che nasconda, che io dico che ho una faccia di tartaruga! Ma no, tesoro!
Cosa vuoi che nasconda! Io amo l'acqua fresca per lavarmi il viso e
basta.
Note:
- "Come
rassegna di omissioni o d'ingiustificate oblivioni la mostra milanese
[L'altra metà dell'avanguardia, n.d.r.] per noi critici è
un po' mortificante: è quasi vergognoso vedere là, nella
metà in penombra, un'artista come Bice Lazza-ri, che da molti
anni avrebbe potuto esser protagonista di non importa qual mostra
italiana o straniera. Una pittrice or-mai ottantenne, che ha speso
la vita a distillare la qualità dalla qualità e ad isolare
l'essenza pura del segno senza brutali appelli alle origini, ma attraverso
l'alchemica decantazione di tutta una cultura": Giulio Carlo
Argan, Se il pennello fos-se donna?, in "L'Espresso", a.
XXVI, n. 13, 30 marzo 1980, p. 141.
- Bice
Lazzari allude qui ad una recente operazione agli occhi, da tempo
affetti da glaucoma.
- Cfr.
Guido Montana, Bice Lazzari. I valori del segno, Torino, Galleria
Weber, 1980.
- Si
riferisce ai disegni astratti degli anni '20 e '30, soprattutto destinati
all'arte applicata, che Lea Vergine scelse per la mostra L'Altra metà
dell'avanguardia (Milano 1980)
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