la rete reale virtuale dell'arte contemporanea

protocollo critico n.3

La cura critica: segno e significato*
di Domenico Scudero

La critica postmoderna nei decenni degli anni Ottanta e Novanta ha volutamente azzerato il significato logico della cura critica opponendosi all'azione artistica della sperimentazione. Una delle leggi non scritte della cura critica del postmoderno adulto è stata quella di valutare in eccesso le sue strutture di potere e di controllo nei confronti della creazione artistica. La cura critica ha posto così la sua diversità dalla pura azione creativa anni Sessanta e Settanta, quale quella realizzata da Seth Siegelaub e poi resa cristallina nel percorso statunitense della Lippard, dove l'azione critica si ritraeva sino a farsi parte integrante e paritetica del percorso dell'arte; gli anni del postmoderno hanno realmente innalzato il valore decisionale della critica, tuttavia non si è mai trattato di un ruolo d'autorità, bensì di una condizione di potere politico. In parallelo a questa idiosincrasia della critica che specularmente reagiva nel silenzio del significato, ovvero nella pronta negazione del discorso epistemologico, l'azione artistica diveniva interpretata soltanto attraverso il soliloquio, spezzato a volte dalle acuminate certezze sociologiche di voci singolarmente tragiche. Differentemente da quanto realizzato negli anni concettuali la critica postmoderna ha attraversato l'identità della cura con un occhio attento solo alle regole del significato accessorio e assolutamente inerte nei confronti dell'ordine del discorso, usufruendo per così dire della "piega" deleuziana nell'ambito significativo del linguaggio. Se la critica postmoderna investe il territorio della contemporaneità, allora lo fa soltanto in virtù di una sua acerrima avversione verso l'orizzonte del significare, attraversando percorsi oscuri e di introversione che appartengono essi stessi alla verifica del senso, all'azione dell'individuo e poco all'identità dell'arte. Appunto la mancanza di una prassi curatoriale che sia determinata da specifiche condizioni di tutoraggio "autorevole" ha proposto nel linguaggio critico comune una congerie testuale spesso al di fuori del significato logico, ma pertinente nell'affermazione del proprio esserci.
La critica posta a sostegno della cura diviene certamente un avverso accessorio anche per gli artisti i quali ne sentono l'aspetto fruibile in quanto percorso intellettivo a priori dell'arte e ne accettano la lettura solo perché diversione e consapevolezza dell'esserci. L' esistenzialismo di questa critica postmoderna viene messa in discussione quando con mostre lucidamente responsabili comincia ad affermarsi l'azione dell'arte critica, specialmente di provenienza francofona - si veda ad esempio il lavoro di critica "ad immagini" di "Public" realizzata da Philippe Cazal e Philippe Thomas ed i successivi Readymades - ; a questa arte che distruggeva il percorso della critica attraverso l'appropriazione dei suoi stessi luoghi di aderenza, la critica risponde con la messa in scena di percorsi di "potere" di un'arte in azione sostitutiva della stessa essenza artistica. Mostre come "Artificial Nature", "Post-Human" alcune ultime Documenta e la meno nota e molto importante "Ludwig Wittgenstein and Twentieth Century Art", ponevano al centro del percorso creativo l'attività curatoriale come a voler distaccare e distruggere il comune significato di una critica assente nel percorso "esistenziale" dell'arte. Quanto a noi interessa tuttavia non è l'identificazione del nucleo forte del significato della cura critica nel postmoderno adulto, quanto semmai la precisazione di una mancanza, lì dove la cura critica viene a porsi come luogo privilegiato dell'arte; ed è una identità che nasce da questa mancanza solo in virtù di un discorso epistemologico.
Proprio nell'adesione fenomenologica alla filosofia di Heidegger la critica degli ultimi due decenni ha avallato uno dei più ampi consensi nichilisti, dimenticando esattamente da dove questa stessa ragionevolezza critica era nata, così invincibile nei suoi dettati, perché vissuta al confine estremo della sconfitta del pensiero epistemologico. A ragione del sostegno estetico di una così ampia anestesia sensibile la rimozione sartriana di "L'essere e il nulla" ci ricordano di come l'esistenza non era negata neppure nel più feroce esistenzialismo negativo. Anche la concezione fenomenologica del nulla era nell'ipotesi sartriana l'apologia dell'essere al cospetto con la sua stessa essenza, qualcosa di irrisolvibile nell'immanenza estetica. La critica del ventennio postmoderno col suo carico di nichilismo esistenziale ha invece nutrito un idealismo monetario accanito avversario di qualsiasi ulteriore epistemologia dell'essere, ivi compresa quella di una possibile pariteticità del percorso critico ed artistico. Ed in certo modo diverte constatare che proprio questa tipologia di critica, che si realizza attraverso un meccanicismo deterministico, ripeta la logica nichilista e sprezzante del dominio curatoriale, procurandosi materiale teorico lì dove anche il più cieco nichilismo esistenziale deve incontrare l'idealismo logico della fenomenologia; Husserl, Heidegger sono veicolo di infinite dispute postmoderniste e spesso persino indicatori di nuovi percorsi, "sentieri" della cura espositiva e dell'arte, usati per dimostrare l'assoluta inadeguatezza del pensiero artistico nei confronti della cosiddetta complessità dei nostri tempi odierni. Questo contraddirsi non è però il segno di una inaudita illogicità dell'azione critica, semmai è la conseguenza di un nichilismo abbracciato a priori e senza reali convinzioni. La critica d'arte che compia questo passo ineluttabile dimostra piuttosto la persistenza ideologica di un ideale, sia pure l'ideale del dominio, la volontà di potenza del criterio di giudizio. La lotta acerrima combattuta dalla critica, nel suo ufficio di dominio dell'arte istituzionalizzata dal mercato, nei confronti della logica degli oggetti, ha conseguentemente posto in una luce cinica e perversa tutta l'architettura dell'arte e ha successivamente proiettato il suo cono nichilista nell'interpretazione dell'opera, rimasta priva di contorno ideologico, come vuoto contenitore d'interesse.
Il segno curatoriale della postmodernità adulta nasce nella prioritaria dimensione di un interesse che va al di là della mera messa in parentesi di determinati oggetti consapevolmente intesi come arte. La cura espositiva o di appropriazione oggettuale, attraverso un'idea aprioristica e concettualmente valida del pensiero dell'arte, viene adottato come archetipo illustrativo ed esempio universale che conseguentemente possa dimostrare la superiorità ideologica dello scenario identificato; cambiando lo scenario tuttavia non cambiano le priorità del discorso che rimane solo e sempre un percorso inintelligibile, avulso dal segno dell'arte. La cura critica degli anni postmoderni è stata intesa come azione autoderminata di un singolo simposio di potere attraverso cui l'arte poteva defluire verso una maggiore visibilità. Alla critica veniva delegato anche l'impegno di manifestare attraverso un "ordine" del discorso non soltanto la sua ovvia operazione di dominio, ma soprattutto la continuità dialettica di un ruolo. Solo nel superamento della condizione nichilista nasce una identità testimoniale della cura critica che si misura attraverso la consapevolezza di un ordine del discorso e che si evidenzia nell'insieme dei segni e nel percorso della contrapposizione di questi. La cura critica insomma ritorna ad essere nell'odierno una parte attiva dell'oggettualità artistica e non si sofferma sulla realizzazione economica di un determinato vettore dell'universo dei segni. Il fenomeno artistico ha una sua precisa identità testimoniale nella cura critica in quanto sezione sincronica dell'attività logico-creativa - e non a caso proprio gli artisti sono stati i migliori curatori - ; se il segno viene testimoniato dall'essenza stessa della mostra, o dall'immanenza estetica dell'oggetto, il significato esteso dell'opera all'interno della cura critica non può che oltrepassare la soglia della sua stessa immanenza. Proprio per questo si dirà che nella cura critica, ovvero nell'azione d'arte che voglia ripensare al suo ruolo, esiste un significato estetico che deve essere compreso in quanto azione artistica e non di una disciplina avversa. La cura critica insomma ha un suo preciso significato nell'identificazione del segno dell'arte, ma nello steso tempo non può essere, come è successo negli anni del postmoderno, un arbitrio della potenza ai danni dell'azione artistica.

*Testo realizzato nell'ambito del dottorato di ricerca "Arte di Confine" XVI ciclo.

Bibliografia
Jean-Paul Sartre, L'essere e il nulla, ed. it. Il saggiatore, Milano, 1997.
Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, L'altra estetica, Einaudi, Torino 2001.
George Kubler, La forma del tempo, ed. it. Einaudi, Torino 1989.
Gilles Deleuze, La piega, ed. it. Einaudi, Torino, 1990.
Jacques Derrida, Margini della filosofia, ed. It. Einaudi, Torino, 1997.
Cesare Brandi, Teoria generale della critica, a cura di Massimo Carboni, Editori Riuniti, Roma 1998.