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JANA STERBAK - Pensare ad alta voce
Museo Laboratorio di Arte Contemporanea - Università La Sapienza di Roma

Le "teste"
ritratte da Chuck Close all'American Academy di Roma

Nuovi "Vedutisti"
Moving Landscapes - Il paesaggio contemporaneo. Arte e architettura nei Paesi Bassi

Boetti-Afghanistan-Sarenco a Via Margutta
di Ilaria Gianni

L'ESPERIMENTO NON E' UN'ESPERIENZA
Comunicazioni dal workshop Comune a tutti è sognare di Emilio Fantin

 

JANA STERBAK - Pensare ad alta voce
Museo Laboratorio di Arte Contemporanea - Università La Sapienza di Roma, 4 - 28 aprile 2002

di Lorella Scacco

Jana Sterbak è una delle artiste più innovative nel panorama dell'arte contemporanea internazionale. Nata a Praga nel 1955, ha poi vissuto dal 1968 in Canada, a Parigi e a New York, per poi decidere di soggiornare di recente tra Barcellona e Montreal. Uno tra i suoi primi lavori a ricevere un riconoscimento internazionale è stato "Vanitas", (1987) un abito realizzato con carne bovina cruda, che oggi appare come una veste di pelle essiccata. Dello stesso anno è l'opera fotografica "Generic man", che ritrae la testa di un uomo visto da dietro, sul cui collo appare tatuato il codice a barre. Si tratta di una delle prime dichiarazioni polemiche nei confronti dell'omogeneizzazione della cultura e, dunque, della personalità umana, attraverso le "sigle" del consumismo. L'artista ha poi continuato a creare delle opere che non hanno mai lasciato indifferente lo spettatore. Come in "Remote Control" (1989), che ha suscitato grande attenzione alla Biennale di Venezia del 1990 dove incontravamo una donna imprigionata in una struttura di alluminio, o meglio, in una scultura mobile. La struttura poteva essere controllata dalla donna, ma anche da qualcun altro dall'esterno, facendo sì che la performer poteva sia mantenere che perdere il controllo di essa. I disegni preparatori di "Remote Control" sono esposti in questa mostra al Museo Laboratorio. Essi conservano la stessa tridimensionalità della scultura a differenza di altri schizzi. L'aspetto grafico dei cosiddetti "disegni di metallo" è infatti più orientato verso la bidimensionalità, che gli conferisce una dimensione molto vicina all'astrazione, al linguaggio e al concetto. Il Museo Laboratorio espone numerosi disegni a grafite realizzati da Jana Sterbak durante i suoi venticinque anni di attività creativa. Essi costituiscono un importante elemento per comprendere la complessità e la totalità della ricerca artistica di Jana Sterbak. La sua pratica del disegno è alimentata sia dalla problematica del confine tra materiale e immateriale che da quella tradizione di pensiero occidentale che oppone all'universo dello spirito, dell'anima e della vita quello del corpo, della materia e della morte. Così la ricerca dell'artista si delinea attraverso un approccio del pensiero scientifico e di quello artistico. Anzi la concezione dei suoi lavori nasce proprio dalla congiunzione di questi due mondi: arte e scienza. Come scrive Louise Dery, la curatrice della mostra, Jana Sterbak << si dedica ad una pratica intellettuale non tanto del disegno quanto attraverso il disegno, e questo atteggiamento potrebbe manifestare, attestare il suo desiderio di rendere più concreti i percorsi del suo pensiero >>.

 

 


Chuck Close, "Alex / Reduction Print", 1993


Chuck Close,"John", 1997


Chuck Close, "Autoritratto manipolato", 1982.

Le "teste" ritratte da Chuck Close all'American Academy di Roma
di Patrizia Mania.

Nell'antica Roma esisteva un diritto, il ius imaginum, appannaggio delle sole famiglie patrizie, in base al quale le famiglie gentilizie potevano conservare nelle loro case i ritratti dei loro antenati. Un modo per serbarne la memoria nel privilegio. Oggi, il diritto all'immagine non è più neanche lontanamente rivendicabile essendo accordato a tutti e per fortuna indistintamente, ma il genere del ritratto continua ad affascinare, seducendo in modi diversi ma non per questo meno vitali.
La galleria di ritratti di Chuck Close presentata in questi giorni presso i locali dell'American Academy di Roma ci fornisce l'occasione per scoprirne l'attualità. Close non è certo un ritrattista su commissione ed i suoi ritratti corrispondono ai volti delle persone a lui care: familiari, amici, altri artisti, qualcuno con cui condivide o ha condiviso una conoscenza.Ma poi quest'intimità è come violata dal fatto che l'interesse dell'artista si appunta sui caratteri "tipizzanti" di questi volti. Ed esplicita questo intento nel fatto che per lui queste figure, pur rivelando sempre l'identità di qualcuno, sono comunque tutte "heads". Teste che pur essendo riferite a specifiche identità appartengono al genere umano nel suo insieme e lo definiscono. Ciascun viso - afferma Close - " è una carta stradale dell'identità del soggetto" e nei solchi , nelle deviazioni, nelle peculiarità vi si leggono dei segni caratteriali che possono dirsi universali.
Close non opta a priori per una tecnica in particolare: da febbrile sperimentatore, alla ricerca di inaspettati effetti, impiega decine e decine di tecniche diverse, dalla vasta gamma di tecniche riproduttive incisorie - litografie, serigrafie, cera molle, acquatinte, mezzatinte, - all'arazzo, al mosaico, al ricamo a mano, al pastello e via discorrendo. Sembra infaticabile, sospinto da un'energia creativa che gli consente di verificare nel passaggio da una tecnica ad un'altra, da un formato ad un altro, la tenuta e le trasformazioni di uno stesso soggetto.
L'artista, per alcuni da ritenersi quasi il precursore della pittura digitale, in questi passaggi filtra rigorosamente il suo studio sulla figura approdando a risultati che proprio la metodicità quasi maniacale del suo fare rende simili agli effetti del digitale, transfert assolutamente inintenzionale, il cui avvicinamento testimonia semmai quanto le sue immagini siano radicate in strutture di pensiero e di azione fortemente disciplinate.
Nel suo modus operandi Close procede sempre partendo da una fotografia che poi trasferisce sulla superficie prescelta con delle griglie. Il fare è irrinunciabile, è la poetica, è la ragione del suo dipingere. La campionatura di tecniche serve quasi a far echeggiare la manualità del procedere e l'aver avocato a sé questo prerogativa, il suo ius imaginum, fa sì che questi volti ci restituiscano la straordinaria vitalità di una ritrattistica dell'umanità.


Edwin Zwakman, "Façade 1, Turkish woman", 1999


Jeroen Kooijmans / Roy Cerpac, "the city of 12 millions suns", video, 2000.


Jeroen Kooijmans / Roy Cerpac, "Floating gardens", video 2001

Nuovi "Vedutisti"
Moving Landscapes - Il paesaggio contemporaneo. Arte e architettura nei Paesi Bassi

di Vera Montini

Il "vedutismo" è stato un fenomeno che tra la seconda metà del '600 e la prima del '700 si è qualificato in tutta Europa con una singolare pittura del genere del paesaggio con un forte grado di aderenza al vero nella quale si sono all'inizio distinti soprattutto pittori olandesi.
L'ossessione del vedere, meglio e di più, sembrerebbe non aver abbandonato ancora oggi gli artisti e gli architetti olandesi come dimostrano i lavori documentati nella bella mostra allestita negli spazi della Sala 1 a Roma.
Come sottolineano i curatori dell'esposizione, Lorenzo Benedetti e Marieke Von Rooy: "con una densità pari al Giappone e la più alta d'Europa, i Paesi Bassi devono affrontare continuamente nuove soluzioni per utilizzare meglio lo spazio". E così architetti ed artisti - perché la progettazione dello spazio è innanzitutto e sempre "cosa mentale" e poi pratica - si sono messi all'opera alla ricerca di possibili risposte, spesso, come illustrano alcuni dei lavori in mostra, non sufficientemente praticabili, ma che hanno comunque il pregio di evidenziare al massimo la questione e le valenze culturali di un'indagine sullo spazio dell'uomo.
Così gli architetti del gruppo MonoLab, nel programmare dei nodi infrastrutturali o dei progetti in luoghi senza controllo urbano mostrano anche un'attenzione politica ed etica nella riduzione dell'espansione della giungla urbana. O gli architetti del gruppo West 8 che progettano delle architetture per giardini o dei giardini sensibili all'estetica del paesaggio architettonico.
Il duo di artisti Jeroen Kooijmans/ Roy Cerpac ripresenta in questa occasione l'intervento visivo per il progetto sulla densità proposto alla Biennale d'Architettura di Venezia nel 2000. Kooijmans e Cerpac decisero in quest'occasione di andare a Tokyo e lì registrare i ritmi della densità e nelle sequenze video registrate e abilmente montate si scorgono soluzioni non sempre assecondanti ma sempre riqualificanti il tenore ed il piacere di vivere. Quasi una sfida alle grigie abitudini del quotidiano.
Il tempo e la rappresentazione della realtà delle immagini è l'oggetto dell'attenzione di Rob Johannesma che parte da una diapositiva proiettata a parete e su di essa filma con il video dei movimenti, i suoi movimenti, creando in realtà uno spazio altro in un tempo assolutamente estraneo all'immagine originaria, il tempo della sua rielaborazione.
Mentre le iperrealtà di Edwin Zwakman si rivelano delle simulazioni di realtà come realtà: a partire da maquettes costruite in studio l'artista le fotografa simulando la realtà riproponendocela come paesaggio reale quasi metafora dello spazio naturale delle sue città.
Infine, Crimson, un teorico del paesaggio che ne interpreta le istanze riflettendovi anche con distacco ironico, per carpirne idiosincrasie e futuribili espansioni.

Boetti-Afghanistan-Sarenco a Via Margutta
di Ilaria Gianni

Boetti, Sarenco, l'Afghanistan, la guerra, la speranza, i sovietici, il mondo, l'umanità, la violenza, l'oriente, l'occidente, l'arte, la storia; tutti termini racchiusi in un unico spazio e ospitati fino al 15 Giugno dalla Galleria Erica Fiorentini a Via Margutta 17 in "Appunti di Viaggio" una mostra a cura di Erica Fiorentini e Enrico Mascelloni che si connota per il suo forte legame con una dimensione attuale proseguimento di un percorso storico.
Tappeti, arazzi, cartoline, disegni si confondono in un ambiente che riesce a inserire lo spettatore in una dimensione storica e culturale inaspettata e tuttavia conosciuta.
L'Afghanistan nella mente della gente è ormai inscindibile dall'aggettivo guerra. Un paese distrutto, un popolo devastato, generazioni che hanno conosciuto soltanto una realtà violenta. Una cultura e una tradizione che tenta di continuare a sopravvivere tra le macerie di guerra, adeguandosi alle condizioni che un trentennio ha ormai imposto come realtà. Abbandonati i tradizionali motivi floreali e geometrici, sono ormai le immagini familiari dei simboli di guerra ad ornare i tappeti, simbolo persistente di un'antica tradizione tessile conservata da donne e bambini. Mitra, carri armati, bombe a mano, elicotteri, kalashnikov, missili, aerei, oggetti dell'orrore quotidiano, sono raffigurati attraverso una tessitura minuziosa e colorata che contraddicendo la cupezza della guerra ne accentua l'inquietudine, lanciando tuttavia un'idea di pace e di speranza. Produzione così lontana e al contempo così vicina a quei primi tappeti con carte geografiche, intrisi di un troppo imprudente ottimismo che Boetti ebbe modo di conoscere nel suo primo viaggio in Afghanistan nel 1971, in un momento di relativo benessere del paese. L'artista, colpito dalla tradizione e dalla cultura afghana stabilirà un profondo legame con il paese, che sarà fonte di ispirazione determinante per i suoi lavori. Testimonianza dei suoi rapporti con l'Afghanistan sono gli arazzi qui in mostra che costituiscono solo una parte di quelli commissionati dall'artista dal 1971 alle donne afgane, dopo aver subito il fascino di una tradizione così radicata nell'animo e nel territorio e di un artigianato/arte così originale e magistrale.
Se Boetti è riuscito in un primo tempo a conoscere un Afghanistan relativamente felice, l'impatto di Sarenco, arrivato a Kabul nel 1989, fu molto duro. Dopo dieci anni di occupazione sovietica, il paese è devastato e Sarenco non può far a meno di rapportarsi con gli effetti del conflitto che diventano temi centrali del suo lavoro. Foto belliche, poster recuperati, materiali che riguardano la vita militare e di guerra sono testimonianze che con Sarenco si trasformano in invenzione concettuale rivelatrice e polemizzante con la realtà. Un'arte impegnata inserita in una storia che non si risveglia ma continua. Un percorso devastante che Sarenco ha seguito e continua a seguire elaborandolo e mostrandolo nelle sue installazioni a parete.
Boetti, Afghanistan, Sarenco, dialogo profondo in una mostra che ci rivela l'arte come espressione degli unici contatti autentici che forse in questi ultimi trent'anni si sono stabiliti tra occidente e oriente.

Galleria Erica Fiorentini, Via Margutta 17
"Appunti Di Viaggio"
Tappeti kalashnikov tappeti geografici, Boetti, Sarenco.

 

 

  L'ESPERIMENTO NON E' UN'ESPERIENZA
Comunicazioni dal workshop Comune a tutti è sognare di Emilio Fantin
Francesco Ventrella

Grazie al patrocinio della Fondazione Baruchello, Emilio Fantin ha potuto realizzare un progetto di workshop ( 10/12 maggio 2002), curato da Carla Subrizi, continuando una modalità nel fare artistico che l'artista prosegue dal 1992 ( cfr. Seminari di Arte Contemporanea ).
Il workshop, pensato e presentato al posto di un'opera d'arte 1, è stato progettualmente collegato al seminario/comunicazione svoltosi all'interno del corso Le ultime generazioni internazionali. Un certo loro sguardo della Cattedra di Storia dell'Arte Contemporanea- Prof. Simonetta Lux.
Anche in quest'ultimo lavoro l'artista bolognese sceglie di collocarsi all'interno di un gruppo omogeneo ( undici studenti di storia dell'arte contemporanea), cercando di svolgere una riflessione sulle modalità attraverso le quali nasce l'opera e scegliendo come strumento il sogno. Per mezzo di una serie di comunicazioni, continui dibattiti e riflessioni che hanno animato la comunità del workshop, Fantin presenta un' ipotesi dell'arte che si propone come inautoriale, ridiscutibile, che non produce l'oggetto artistico.
Fantin lavora sul sogno sin dal 1995 ( Dreams), giungendo nel 2001 all'utilizzo dei workshops ( sinora tenuti a Grenoble, Monaco e New York). Di fatto, ogni workshop riprende il percorso teorico dell'autore ponendolo in ri-discussione all'interno dello scambio di gruppo. Come Trekking (1992) proponeva una ridefinizione del ruolo dell'individuo all'interno di un contesto a lui estraneo, così Comune a tutti è sognare ridefinisce la collocazione del sogno gettando un ponte fra tempo diurno e tempo notturno. Ancora, se con By Air (1992) Fantin rifletteva sulla funzione e sull'uso dell'opera d'arte nell'intenzione del fruitore, ora il partecipante al workshop ripensa autonomamente all'uso di qualcosa che non gli è estraneo ( il sogno), ma attraverso il quale fa esperienza del gap della comunicazione, come del processo artistico.
Nel confondere arte e vita è bene, però, sottolineare come il progetto dell'artista bolognese non preveda la produzione di alcun "oggetto artistico". L'uso del sogno si compie attraverso un bricolage delle immagini diurne con quelle notturne che ognuno dei partecipanti al workshop ha proposto in dialogo con l'artista, attraverso l'utilizzo di videocamera e macchina fotografica digitali… Ma il prodotto videofotografico che ogni partecipante produce, non vale precipuamente come documento, non è un risultato, bensì una risultante della situazione; così pure il lavoro dell'autore non è un esperimento, ma un'esperienza.
L'artista diventa medium e istruttore, nei termini entro i quali sta a lui definire le "istruzioni per l'uso" ponendo dei confini che gli permettono di "contenere" la riflessione all'interno di un percorso che ha già tante aperture quanti sono i partecipanti al workshop.
Qui l'ipotesi assume la sua forza più caratterizzante: l'artista non ha scelto di avere una sola risposta definitiva, ma di lavorare rischiosamente nel vario, molteplice e multiforme scambio con il fruitore in tempo reale, abbracciando una realtà che intanto è contemporanea, in quanto è sfuggevole nel suo essere evento ( = ex-ventum).
Nel percorso di comunicazione, rilevazione, ricostruzione e ripresentazione del sogno nel tempo diurno, non ci sono solo oggetti o soggetti che si mettono in situazione, ma soprattutto il processo artistico stesso.
Sottoposta a questa diversa ipotesi la comunicazione riflette su se stessa e sul suo valore d'uso, inteso come insieme di corrispondenze fra una dimensione individuale e una collettiva, che, in quanto non del tutto compatibili, lasciano eccedere un "surplus che io mi gioco sempre nel lavoro" dice l'artista.
E' in quest'ottica che andrebbe letto il riferimento al gioco sull'assenza e la detrazione, al quale Fantin spesso si riferisce. Come ha evidenziato la curatrice Carla Subrizi nell'incontro di sabato 11 maggio, aperto al pubblico e parte integrante del workshop, l'assenza si determina come qualcosa da cui viene fuori ( perché già contenuto!) quel surplus che diventa cortocircuitante, almeno quanto i sogni, come surplus>eccedenza>evento dal tempo diurno ( sviluppo degli input captati durante la veglia), diventano cortocircuitanti se ricontestualizzati attraverso un nuovo uso.
Allora questo progetto risulta realizzarsi solo all'interno di uno scambio di polarità opposte, lavorando in maniera entropica sul pensiero, prima che senta la necessità di figurazione.
Solo attraverso la situazione l'artista può operare "politicamente" sul fruitore, non più solo mandando una comunicazione che colpisca uno dei sensi percettivi, ma "compartecipandola" nella situazione stessa.
Così, la modalità del workshop è necessaria ad Emilio Fantin perché si delinea come ipotesi sulla formazione di libertà, etica, pensiero, processo e procedure del fare artistico.


Note:

  1. Carla Subrizi, Azioni dall'ordinario quotidiano, su "Km/n", Anno II, n. 3, novembre 2001.