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Incontri in Accademia: face-to-face con la curatrice Cornelia Lauf.
di Maria Egizia Fiaschetti.

Elisabetta Benassi e Joan Jonas: ghostbusters all'American Academy.
Maria Egizia Fiaschetti

Incontri in Accademia: face-to-face con la curatrice Cornelia Lauf.
di Maria Egizia Fiaschetti.

L'American Academy in Rome presenta, dal 4 Febbraio al 15 Aprile 2003, l'opera di due artiste: l'italiana Elisabetta Benassi e la statunitense Joan Jonas. I video, montati in sequenza e proiettati in loop, sembrano scaturire da una matrice comune, nonostante la specificità delle singole poetiche e delle rispettive scelte operative. Elemento unificante l'ipotesi critica di porre in relazione figure di diversa nazionalità e formazione culturale, allo scopo di evidenziare l'estrema versatilità del fare artistico, la sua potenzialità di svelare inedite connessioni, al di là dei confini linguistici, etnici, ideologici. L'Accademia Americana, dimora prestigiosa e appartata, villa di delizie adagiata sulle pendici del Gianicolo, sembra voler sconfinare dal suo ameno isolamento, alla ricerca di uno scambio fecondo con i molteplici stimoli offerti da una città come Roma. Portavoce, non soltanto della propria identità artistico-culturale, ma del vivace confronto tra l'Italia e gli Stati Uniti, l'istituzione si propone di favorire l'apertura al dialogo e la fusione di apporti eterogenei. In particolare, il percorso delineato dalla curatrice Cornelia Lauf intende riconsiderare strumenti e codici della contemporaneità in chiave dialettica e trans-culturale, tutelando il comune patrimonio dell'alterità. Coerente con la sua prassi metodologica la scelta di far interagire nel medesimo contesto artiste che incarnano generazioni e tendenze molto diverse. Sorprendono, perciò, le frequenti analogie emerse dall'espressione originale e autonoma di comuni istanze etico-estetiche. Chiedo a Cornelia Lauf, durante una recente intervista all'Accademia Americana, di definire la sua mission di curatrice, specificando gli obiettivi e le strategie del suo ultimo intervento.

M. E. Fiaschetti: " I video di Elisabetta Benassi e Joan Jonas sembrano condividere alcuni aspetti e riferirsi entrambi al tema del mito. Per Benassi è il mito ancestrale della guerra, codificato sempre tramite i medesimi rituali. Per Jonas è il mito letterario, che sublima la realtà nella fantasia; tale processo consente, in un certo senso, di giustificare la guerra sul piano della finzione poetica. Mi piacerebbe sapere perché hai scelto di porre a confronto proprio queste artiste".

C. Lauf: "Elisabetta Benassi e Joan Jonas sono entrambe pioniere, ciascuna a suo modo. Jonas è, ormai, una figura storica dell'avanguardia americana. Benassi è una delle personalità più interessanti della scena italiana. Hanno affrontato temi "femministi" senza cadere nei cliché e nella propaganda. Producono bellezza. Il loro lavoro è influenzato dalle rispettive terre d'origine, gli Stati Uniti e l'Italia, ma appartiene, al tempo stesso, ad una dimensione internazionale. Entrambe additano la politica attuale, la crisi tra la Casa Bianca e l'Iraq, sia in modo implicito, sia esplicito. Mostrano come il potere del mito e dell'allegoria, come il potere dell'Iliade, siano uno strumento di comunicazione più forte delle armi e della consueta retorica del potere".

M.E.F.: "Jonas mi ha colpito per il suo particolare modo di porre in relazione realtà e finzione, cultura classica e vita quotidiana. Trae ispirazione dal mito greco per sottolineare come antichi culti e credenze continuino ad influenzarci. Emerge un nesso interessante tra Elena di Troia e la coppia di The Pillow Talk, l'Egitto e Las Vegas, l'immaginario della letteratura e l'autoanalisi. Ritieni che il mito sia una componente fortemente radicata nella cultura americana"?

C. L.: "Penso che il video di Jonas sia un esempio lampante della libertà dell'artista americana di utilizzare qualsiasi testo culturale di qualsiasi Paese del mondo (a differenza dell'introspezione che gli Italiani compiono sul loro passato romano) e di associarlo tranquillamente a immagini della roulette di Las Vegas, dei cinema di Rodeo Drive, o dovunque le immagini siano girate. Jonas è ancora legata alla tradizione classica: il suo lavoro proviene dalla danza, dalla performance europea e si potrebbe dire, infine, dai parametri severi del balletto classico. Merce Cunningham, Trisha Brown, Yvonne Rainer s'ispirano ancora alle Avanguardie europee. Ma Jonas si avvicina anche alla televisione, al cinema in super-otto e a una sorta di uso colloquiale del film che è anche popolare e non necessariamente legato all'arte colta. Questo genere di libertà, la libertà della frontiera, di conquistare il West in un carro, di esibire un lampadario stile Impero in mezzo al deserto, è il genere di ottimismo americano che io trovo stimolante ancora oggi. Forse, perché io e la mia famiglia ci siamo trasferiti lì con lo stesso spirito e io continuo a sentirmi un'eterna immigrante. Se questo è un mito, allora così sia… puoi anche definirlo un modo di vivere, una mentalità, una realtà".

M.E.F.: "Guardando Lines in the Sand ho riflettuto sul deserto, un elemento chiave dell'arte contemporanea americana, dalla Land Art al Light and Space. Pensi che questo paesaggio vuoto e desolato, senza confini né punti di riferimento, sia stato uno stimolo all'immaginazione e all'affinamento del pensiero visivo? E' un puro caso se Las Vegas, a suo modo un luogo surreale, sorge nel bel mezzo del nulla"?

C. L.: Ci sono molte città ideali che sorgono in luoghi strani. L'Italia è piena di esempi del genere: la casa di Vitruvio e l'idea di sviluppare un ordine e un disegno architettonici su un terreno paludoso pieno di mosche e cadaveri dei nemici. Las Vegas è del tutto innocua rispetto ai progetti urbani dell'Asia o di quella città in Africa (come si chiama?) in cui stanno cercando di costruire una versione gigantesca del Vaticano. E' un esempio perfetto di ciò che accade quando la cupidigia incontra la realtà, la proprietà incontra la natura senza l'accuratezza di secoli di buon gusto e pianificazione urbana. E' unica e tutti lo sanno. Moltissimi europei sono stati affascinati da Las Vegas: appartiene a tutti".

M. E. F.: "L'opera di Benassi si basa essenzialmente sul mito della guerra quale rituale attraente e fascinoso. Gli artificieri sono tutti giovani e apparentemente non influenzati dalla loro attività meccanica; al contrario, assaporano il potere implicito nei loro gesti automatici, svelando il pericolo della sua misteriosa attrazione. Questa riflessione è un rimando esplicito alla mobilitazione attuale per la guerra. Come reagisce il pubblico allo sparo di cannone che rimbomba nell'Accademia Americana"?

C. L.: "Il pubblico è gratificato dal fatto che la complessità della situazione politica attuale non sia resa in modo semplicistico. Tutti comprendono i punti e le sfumature del lavoro di Benassi, senza essere colpiti alla testa come in un'opera di Hans Haacke. Queste sono un'arte e una politica positive e il pubblico ha reagito di conseguenza".

M. E. F.: "Come curatrice dell'Accademia Americana, quale input intendi dare all'arte contemporanea? Pensi di ripetere l'esperienza positiva di porre a confronto un americano e un italiano? Quali sono i tuoi progetti per il futuro"?

C. L.: "Il mio piano per quest'anno è triplice. Innanzitutto, vorrei rinnovare il dialogo tra Italia e Stati Uniti, che è stato il punto di forza dell'Accademia negli anni passati. Ci sono molte altre possibilità a Roma per esporre i personaggi internazionali dell'arte. La missione storica dell'Accademia, nella sua tradizione più che centenaria, nonché il suo legame speciale con il Paese ospite, impongono di continuare lo scambio dialettico tra le due nazioni, che ha caratterizzato alcune delle sue mostre più interessanti. Il secondo obiettivo è quello di rappresentare le diverse discipline delle Arti Visive all'interno dell'Accademia: architettura, arte, fotografia, design del paesaggio, storia dell'arte. Spero di poter ospitare un dibattito per ciascuna mostra sulla natura della mostra stessa, sulla natura dello stile e del bello, sulla natura delle nazioni e sui limiti del linguaggio politico a confronto con la velocità e l'efficacia dell'arte. Il mio interesse personale è stato quello di lavorare in società con l'arte, ponendomi come medium tra quello che molti considerano un linguaggio chiuso e per pochi addetti e la possibilità di far agire quel linguaggio nei contesti urbano, suburbano e persino rurale".

 

 

 

Elisabetta Benassi e Joan Jonas: ghostbusters all'American Academy.
Maria Egizia Fiaschetti

Le cronache mediatiche continuano ad aggiornare, con ineffabile puntualità, il bollettino di questa guerra postmoderna, combattuta a colpi di armi intelligenti e…bisturi chirurgico, patina high-tech e futuribile del conflitto! Tuttavia, la causa interventista si polverizza all'impatto visivo ed emotivo con le immagini delle esplosioni che divampano nel cielo di Baghdad, con il primo bilancio delle vittime e i volti annichiliti dei prigionieri. Intanto, le bandiere della pace sventolano alle finestre, testimoniando la volontà di non cedere alla violenza, con l'auspicio che l'arcobaleno torni ravvivare i colori di un'umanità decadente e sbiadita. "Quam ferus et vere ferreus ille fuit…": con tali attributi Tibullo additava il perfido inventore della guerra, consuetudine assai familiare per il suo popolo. Oggi Roma sembra porsi lo stesso interrogativo, che rimbalza dai manifestanti in divisa della pace a un luogo-simbolo come l'Accademia Americana. Qui convergono le riflessioni di due artiste, Elisabetta Benassi e Joan Jonas, che non si limitano a captare e trasporre in chiave narrativa un mood epocale; al contrario, vanno a caccia di archetipi, con un mestiere a metà tra l'archeologo e il ghostbuster, al fine di sondare l'inconscio collettivo, coacervo di miti ancestrali difficili da sradicare. L'americana Joan Jonas rispolvera, per l'occasione, il topos letterario della guerra di Troia, ispirandosi al poema Helen in Egypt di Hilda Doolittle; la scrittrice, recuperando fonti alternative a quelle omeriche, scardina la tesi convenzionale per cui Elena di Sparta avrebbe innescato il conflitto tra Greci e Troiani. Ben altre sarebbero, invece, le cause: il controllo delle rotte commerciali e lo sbocco sul Mar Nero. Inevitabile chiedersi se l'attuale campagna militare contro l'Iraq intenda effettivamente smantellare il suo arsenale chimico e instaurare un regime democratico nel Paese: ai posteri l'ardua sentenza! Il germe patogeno del possesso avvelena persino il microcosmo della vita domestica, come mostrano i protagonisti di The Pillow Talk, altro tassello letterario che compone Lines in the Sand, il complesso collage video realizzato da Jonas. Al centro della saga irlandese una lite coniugale, scaturita dal raffronto delle rispettive ricchezze, elemento discriminante nell'assetto gerarchico della coppia. Il video si snoda lungo un tracciato denso d'intersezioni tra fiction e realtà. Molteplici gli slittamenti e le sovrapposizioni tra la dimensione simbolica e quella della più tangibile concretezza. Nell'era dell'immagine sembra impossibile marcare nettamente i confini tra verità e illusione: vedere per credere! Poco importa se il tempio egizio è quello di Karnak, o il perfetto clone disneyano innalzato nel simul-mondo di Las Vegas, vera mecca dell'immaginario. Allo stesso modo, come distinguere le immagini in diretta dell'attacco alle Twin Towers, o della pioggia di missili in Iraq dalla grafica in 3D di un videogioco di ultima generazione? Holliwood docet, sulle orme di Omero, che niente è più potente e universale del mito. Alla sottile trama psicologica di Lines in the Sand si contrappone l'apparente fluidità narrativa di Noon 2002, video presentato da Elisabetta Benassi. Le chiedo di parlarmi di questo lavoro durante una piacevole conversazione al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell'Università "La Sapienza" di Roma.

M. E. Fiaschetti: "Osservando Noon 2002 sono rimasta colpita dalla peculiarità con cui è stato girato e montato il video, scandito da un ritmo lento, da passaggi morbidi, quasi a voler focalizzare i minimi particolari dell'azione. Mi è sembrato che questo espediente stimolasse uno sguardo non semplicemente contemplativo, ma analitico e riflessivo. Emerge una marcata differenza tra la tua prassi operativa e un approccio al video, in voga soprattutto tra i giovani sperimentatori, che privilegia un linguaggio accattivante da videogame, giocato su effetti speciali, tempi veloci, virtuosismo nella lavorazione delle immagini. Nel tuo caso, mi pare, invece, che la tecnologia sia uno strumento utile ad attuare un'indagine critica della realtà".

E. Benassi: "Il ritmo è un modo per portare dentro lo spettatore, attirarlo e respingerlo all'interno dell'immagine affinché veda e creda con i miei occhi. Per buona parte del video non è chiaro di che oggetto si tratti; quando il cannone appare, poi, si pensa ad una messa in scena e solo alla fine ci si accorge di essere a Roma e quello che accade, accade realmente. Sono gli stessi militari con il loro rito quotidiano a dissacrarne da dentro il senso".

M.E.F.: "Nell'allestimento all'Accademia Americana ho colto nel mito un possibile filo conduttore tra il tuo lavoro e quello di Joan Jonas. L'artista americana risale alle sue origini remote, poetico-letterarie, trasponendolo dal piano della finzione narrativa a quello della più intima quotidianità. Il mito emerge come un portato fondamentale della nostra cultura, profondamente radicato nell'inconscio collettivo, dove agisce come una specie d'impulso subliminale. Anche il tuo video mi sembra riflettere su un mito antico quanto l'uomo - la guerra - trasmesso per via genetica come un istinto connaturato nella specie. Mi hanno turbato i volti giovani e imberbi degli artificieri, obnubilati dall'automatismo di un gesto che, incessantemente ripetuto, finisce per essere codificato come legittimo, ovvio, necessario. Un termine che mi pare calzante al tuo lavoro è "rito", tanto più nella città eterna, fondata proprio sul potere simbolico di azioni, immagini, comportamenti. Che cosa ne pensi"?

E.B.: "La tua domanda contiene già molte risposte. Sì, è un po' come dici tu, mi fa piacere che ci siano dei punti di contatto tra due lavori così diversi, è interessante che gli artisti possano dialogare su temi vicini senza conoscersi direttamente! Direi che è stata principalmente Cornelia Lauf ad aver messo in comunicazione i due lavori esponendoli nella stessa mostra".

M.E.F.: "Molti hanno colto in Noon 2002 un riferimento esplicito alle cronache dei nostri giorni: il conflitto in Iraq e il ruolo da protagonisti degli U.S.A. nel perorare la causa bellica. Ritengo, tuttavia, che il tuo discorso sia più sottile e trascenda il mero rimando all'attualità. Ad essere additata è, in generale, la guerra come valore, come impulso larvato al potere e alla prevaricazione. Al tempo stesso, è messa in risalto l'attitudine nociva a metabolizzare acriticamente comportamenti, stili di vita, mentalità ispirati alla gratuità della violenza. Sintomatica la consuetudine di scandire il tempo con uno sparo di cannone: un gioco potenzialmente pericoloso…".

E.B.: " La mia è anche una risposta, una presa di posizione come artista rispetto a quello che accade intorno. Ogni opera si pone di fronte il presente, ma ha radici più lontane e profonde".

M.E.F.: "Il cannone, apparentemente innocuo, ma virtualmente minaccioso per la sua pregnanza simbolica, ricorda le armi giocattolo di Pascali. Ritieni che sia un nesso plausibile"?

E.B.: "È più minaccioso il simbolo che non questo cannone. La virilità di un pezzo di artiglieria che si riduce a sparare un colpo a salve è anche il suo aspetto ridicolo, naturalmente il suo aspetto minaccioso e terribile è sempre in agguato. Quando si vive a Roma ci si trova a dialogare con il Colosseo o il Pantheon tutti i giorni e il riferimento a Pascali non è inconsapevole, è un'immagine della cultura che ci appartiene".

M.E.F.: "Mi potresti spiegare com'è avvenuto, nella tua ricerca artistica, il passaggio dall'installazione alla videocamera e con quale intenzionalità hai scelto di utilizzare questo strumento"?

E.B.: "Un film è per me una storia nuova con nuovi ruoli. Per la sua stessa natura di rendere possibili altri mondi, altre realtà. Costruire attraverso il lavoro artistico una nuova utopia, per questo il video per la sua stessa natura di finzione, costruzione, ritmo, realtà, movimento..., per le possibilità che offre è il mezzo per me più completo in questo momento".

M.E.F.: "Quali sono i tuoi progetto futuri"?

E.B.: "I Moderni al Castello di Rivoli in Aprile, dove presento un nuovo lavoro video".