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Ettore Innocente
1934 - 1987
di Antonio Capaccio e Francesca Capriccioli
Ettore Innocente nasce a Roma nel 1934. Si diploma all'Accademia di
Belle Arti di Roma nel 1958. Dal 1958 al 1962 lavora per il teatro.
Realizza progetti e bozzetti per scenografie. Cura scenografie di
spettacoli allestiti al Teatro Pirandello di Roma. Tra la fine degli
anni Cinquanta e l'inizio del decennio successivo, nascono i primi
cicli di lavori pittorici - quasi tutti su carta - che muovono da
una segnicità di derivazione informale evolvendo rapidamente
verso soluzioni di asciuttezza linguistica. Nei primi anni Sessanta
emergono nelle opere frammenti di citazioni da scritture, giornali,
rotocalchi, pubblicità, all'interno di un tessuto espressivo
dove comunque introspezione e disegno mantengono una loro percepibile
evidenza.
Nel 1960 partecipa alla VIII Quadriennale. Intorno al 1963 comincia
a realizzare lavori che lo accomunano chiaramente al clima della cosiddetta
pop art romana.
La sua prima mostra personale ha luogo nel 1965 alla Galleria La Salita
di Roma. Espone opere del 1964 ("La ragazza di Modigliani",
"Il riposo del guerriero", "Jasper Johnson alla Casa
Bianca", "Clan notturno") e del 1965 ("Michelangelo",
"Paolo VI", "Cranac", "High Society").
In queste opere Innocente adotta e intreccia una molteplicità
di tecniche e materiali differenti che si incrociano e si sovrappongono
e che sostengono una altrettanto grande pluralità di citazioni
e riferimenti simbolici, dalla storia dell'arte al più ovvio
conformismo consumistico. Sono macchine narrative e segniche complicate
e complesse, a volte anche ridondanti, spesso volutamente inceppate,
comunque sempre sorrette da un'alta qualità di realizzazione.
Già in questa prima fase della sua produzione possiamo riconoscere
modalità operative che in forme diverse e più mature
caratterizzeranno tutto il suo intero itinerario creativo: il tentativo,
ad esempio, di legare zone di senso e di sensibilità che appaiono
distanti se non addirittura inconciliabili. L'opera diviene un campo
di germinazione inclusiva sempre più ampio, la cui difficile
forza coesiva è affidata esclusivamente alla alta qualità
fatturale e tecnica dell'autore.
Sempre nel 1965
la Galleria La Salita lo invita a partecipare alla mostra a tema "Corradino
di Svevia", Premio Nettuno, al Castello Sangallo di Torre Astura.
In questo luogo, nel 1268, Giovanni Frangipane tradì e imprigionò
il giovane Corradino di Svevia per poi consegnarlo a Carlo D'Angiò
che in seguito lo fece decapitare. In mostra, oltre alle opere pittoriche
di Festa, Lombardo, Mambor, Mauri, Mondino, Schifano e Titone, sono
presenti alcuni lavori di taglio più oggettuale, un altare
di Pino Pascali, dal titolo "Requiescat", ricco di iscrizioni,
un "Monumento a Corradino" di Ceroli, una tela imbottita,
"Decollazione di Corradino", di Tacchi, e "Corradino
o delle vicissitudini" di Innocente, oggetto "da usare",
con uno sgabello su cui salire e uno sportello da aprire, un'ipotesi
iniziale di concreto coinvolgimento del fruitore. "...Curioso
il pezzo di Innocente, Corradino o delle vicissitudini, un lunghissimo
racconto figurato ma un po' eclettico nel linguaggio espressivo...
" (M. Fagiolo 1965). L'iniziativa viene riproposta alla Galleria
La Salita di Roma nell'autunno dello stesso anno.
Nel 1966 partecipa a mostre di gruppo, alle gallerie romane La Salita
e La Tartaruga. Alla collettiva "Roma 1966 - Realtà dell'immagine"
a La Tartaruga espone l'opera in plastica bianca dal titolo "Mosca
bianca".
Alla personale alla Galleria La Tartaruga di Roma nel 1967 presenta
una scultura composta di scatole strutturate a cascata, dalla parete
a terra, e una serie di altre sculture a parete fatte di materiale
industriale. Alcune, come "Girasole" e "Nuvola",
con marcati inserti di colore, conservano una referenzialità
naturalistica e un'ancora leggibile matrice pop. Altre, una serie
di plastiche bianche dal forte impatto spaziale, "Forse graffio"
, "Forse taglio" e "Sollevatore bianco verticale"
, poi riproposte alla mostra alla Galleria Del Naviglio di Milano
nello stesso anno, costituiscono, dietro un evidente richiamo a Lucio
Fontana, un notevole scarto con l'operato precedente, da cui si distanziano
certo formalmente pur mantenendone la sostanziale ironia.
"...Io srotolo immagini dalle immagini, in una sequenza di spazi,
di combinazioni, di idee, di ricordi, di sensazioni e non vorrei tornarvi
sopra a spiegare una volta realizzati, perché il mio mondo
è già lì: dapprima arrotolato in una pellicola
inerte e poi impressa come macchina, come occhio, come campo (magnetico).
Usando bianco plastica impiego "papiro industriale" sottointendendo:
catena di fabbricazione - rulli di compressione - razionalità
di spiegamento - uso collettivo.
Nel bianco non soltanto ritrovo il senso dell'incominciare e quello
di vedere per la prima volta le cose, ma anche quello di smitizzarle,
di renderle asettiche, di anonimarle, per poi riproporle con un significato
diverso e, forse, anche banale di giuoco limite. I miei oggetti sono
una bianca ipotesi in un mondo di daltonici e l'ironia di ospedalizzarli
(cioè di renderli necessari di cura perché trascurati)
ne consegue direttamente. La curiosità è ora, dopo la
mostra, come uscirò fuori insieme a questo bianco provvisorio,
e se è proprio vero che prevarrà quella 'poetica dell'assenza'
". (dalla lettera del 13 settembre 1967 indirizzata da Ettore
Innocente a Cardazzo della Galleria del Naviglio).
Nello stesso anno partecipa alla V Biennale des Jeunes Artistes a
Parigi presentando l'opera Fratelli Fabbri, grande libro in plastica,
summa di citazioni pittoriche, già esposta nella personale
a La Tartaruga.
Nel 1968 prende parte al "Teatro delle mostre - ogni giorno un
artista in scena", serate di mostre e azioni ideate da Plinio
De Martiis a La Tartaruga di Roma. Iniziativa che si rivela testimone
di un punto di svolta nella ricerca artistica di quel periodo.
"(...) Diventa più che mai attuale la proposta di Dewey
dell'arte come esperienza, e più in generale le sue nozioni
di esperienza e di conoscenza; la coscienza è costruita, per
Dewey, dagli stimoli sensibili, è biologica e fisiologica,
ma non è una costruzione statica, piramidale, è un succedersi
instabile di situazioni, è esperienza; l'esperienza, nella
sua stessa instabilità, contiene l'impulso verso la conoscenza,
e la conoscenza non è mai un traguardo ma un processo, un'operazione
attiva che rientra nell'esperienza (...)". (M. Calvesi 1968).
Innocente realizza per l'occasione l'ambiente "Camera fiorita"
: "la camera ha le pareti ricoperte di lastre bianche in plastica.
Sopra, girandole a forma di fiori. I fiori girano quando arriva una
folata di vento. I fiori si muovono pure al tocco della mano o con
un piccolo soffio" (A. Bonito Oliva 1968).
Da ora in poi Innocente abbandona rapidamente ogni derivazione pop
e si apre a una nuova stagione più matura del proprio lavoro
recependo tempestivamente le indicazioni del nascente clima concettuale.
L'artista si allontana sempre di più da un'idea tradizionale
di opera che si presenti nelle forme evidenti di finitezza e compiutezza,
attraverso modelli fruitivi e percettivi convenzionali, e invece radicalizza
la spinta ideativa verso l'esterno, verso lo spazio comunemente praticabile,
dove l'opera (azione, operazione, processo, linguaggio) non ha più
salvaguardia, collide e rischia la propria visibilità e identità
in un territorio scarsamente definibile a priori.
Un territorio dove i ruoli attivi del fruitore e della casualità
degli eventi, non più programmabili dall'autore, risultano
sempre più determinanti. Il compito dell'artista sta allora
proprio nel creare le condizioni necessarie di apertura e disposizione
dell'opera verso l'esterno, verso l'altro. Per questa ragione, da
ora in avanti, il valore del progetto acquista, per Innocente, una
rilevanza straordinaria.
In questa prospettiva Innocente sperimenta nel 1969 l'azione "100
metri di libertà", compiuta srotolando una bobina di tela
grezza avvolta e fissata con un gancio al pavimento del proprio studio
di Via S. Maria dell'Anima progressivamente per tutta la sua lunghezza
fino alla strada. La misura di spazio (100 metri) condiziona la durata
e il carattere dell'esperienza che si modella e prende forma sulla
reale topografia dei luoghi percorsi. Si tratta di innescare un meccanismo
che soltanto la concretezza del vissuto può davvero attivare.
Potenzialità e unicità dell'evento si specchiano nell'opera.
Di questo lavoro, agìto dall'artista, ci resta una documentazione
fotografica esposta nel 1972 in occasione della mostra personale alla
Bertesca di Genova. L'oggetto, cioè il dispositivo, è
stato esposto solo molto più tardi nel 1995 in una personale
a cura di Giuditta Villa alla Galleria AOC F 58 di Roma.
Nel 1969 in occasione di "Azioni inutili", personale alla
Galleria La Salita di Roma, Innocente realizza l'ambiente "Fasciare
lo spazio". Strisce di tela verde continua morbidamente tese
sottolineano e ridefiniscono insieme la cubatura spaziale della galleria:
la lezione dei futuristi (sovviene alla mente ad esempio la scenografia
disegnata da Enrico Prampolini per "Thais" di A.G. Bragaglia)
e di Lucio Fontana s'innesta su una sensibilità già
propria dell'artista per lo spazio scenografico, cioè lo spazio
ridisegnato. In un'altra sala installa Oggetto da appendere, composto
da strisce di stoffa pesante agganciate al muro o al soffitto con
occhielli metallici che lo spettatore può sganciare e riagganciare
liberamente.
Sempre al 1969 risalgono i progetti "Odorare lo spazio",
"Vedere lo spazio", "Toccare lo spazio", "Impronte
del naso, della mano, degli occhi dell'artista che affondano nella
parete", installati per la prima volta nel 2001 nello spazio
dell'Associazione Equilibri Precari di Roma per la cura di Antonio
Capaccio.
Con questi progetti - dai quali si evince un'attenta lettura del lavoro
di un altro dei grandi maestri dell'avanguardia, Piero Manzoni - Innocente
avvia un crescente interesse per l'impronta, la traccia fisica e organica
di passaggi di presenza umana, per la vasta gamma dell'esperienza
sensoriale. Eppure a tanta fisicità - seppure allusa - si accompagna
un massimo di dematerializzazione: l'opera è "in negativo",
nella sottrazione di materia, in questo caso nello spazio svuotato,
scavato, nello spessore della parete. Emerge già da ora una
sensibilità per la permeabilità dello spazio e non rigidità
della materia, riscontrabile, come vedremo, in altri lavori degli
anni successivi.
L'influenza del dato esistenziale si ritrova anche nella evidente
attenzione rivolta dall'artista a rendere attivo il rapporto tra corpo
umano e spazio circostante, sia da un punto di vista antropometrico
("Take one" 1972 - "La misura iniziale di cm 100 è
data dalla normale disposizione delle braccia di un uomo nell'afferrare
una lastra di acciaio prima di lavorarla. La misura finale è
in relazione alla sensazione tattile che è determinata tra
il pollice e l'indice della mano destra di un uomo normale" e
"Homo sapiens", 1973) che fisiologico percettivo ("Vedere
dall'alto", "Instabile", anche essi entrambi del 1973).
Nel 1971 espone alla personale alla Galleria G.A.P.-Arte contemporanea
di Roma "Take one" 1970 "(Ipotesi per una dilatazione
fruitiva)" , primi esempi della lunga serie del ciclo dei "Take
one" avviato nel 1970 e vitale per tutto il decennio, che radicalizza
il coinvolgimento del fruitore nell'opera d'arte. Tra i lavori esposti,
"1500 microelementi in trafilato di ferro (vettori)" poggiati
a terra su un'orma, una griglia numerata disegnata su cartoncino;
"64 piastre in ferro (vettori) " collocati a fianco della
propria orma.
Ogni visitatore, prelevando un vettore, lascerà l'orma corrispondente
vuota fino a totale esaurimento dei vettori. Ciascun fruitore in possesso
di un vettore spostandosi nello spazio e nel tempo estende e modifica
la forma di relazione tra gli elementi dell'opera (vettori), la quale
si configura come un'entità in continuo e infinito divenire.
Innocente offre il mezzo, innesca il dispositivo, ma l'opera sta nel
processo avviato e non più controllabile da parte dell'artista
attraverso il quale i vissuti spazio-temporali esperiti dai fruitori,
latori dei vettori, vanno a costituire una rete relazionale tanto
ignota quanto reale, comunque sottratta a un'intenzione predeterminante
dell'artista, e un'architettura spaziale organica, mobile, incoerente.
In questo, come in "Calore umano - ore 8,20" , sempre del
1970, Innocente coniuga in modo densamente poetico il concetto di
asportabilità del "Take one" all'organicità
del contatto tattile e della relazione a distanza. Così lo
descrive l'artista: "n. 2 pezzi in ottone tenuti a contatto-calore
umano per ore complessive 8,20. Il pezzo mancante è già
in viaggio, stabilendo costantemente una linea di contatto fisico
tra il possessore dell'elemento mancante e questo". La barretta
di ottone acquista un valore aggiunto, un tempo/calore umano che l'artista
vi ha trasmesso tenendola tra le sue mani.
Alla personale presso la Galleria La Bertesca di Genova del marzo
- aprile 1972 Innocente presenta "Grande piombo" e "Linea
di stoffa" del 1968, "Calore umano 8", "20"
(1970) e l'inedito"Take one 1971" : vettori inseriti in
una parete ad una altezza tale da dare la possibilità allo
spettatore di estrarli con facilità.
Alcuni "take one" o "ipotesi per una dilatazione continua
nello spazio" vengono proposti come azioni rivolte non più
esclusivamente al pubblico delle mostre, ma a all'intera collettività
urbana, a ciascun cittadino metropolitano, in breve a "chiunque".
Questa locuzione chiave, che ricorrerà spesso nelle note progettuali
scritte dall'artista, diviene una sorta di responsabilizzazione ulteriore
del fruitore a partecipare al compimento dell'opera. Innocente a questo
scopo mette il 7/12/72 un'inserzione sul quotidiano romano "Il
Messaggero" che recita: "Take one 1972 - Da oggi per 100
persone sono disponibili gratuitamente prime 100 di 500 piastre vettori
- Marciapiede Corso Vittorio angolo Baullari - Ettore Innocente".
Nel luogo indicato si trovano le prime 100 piastrine facenti parte
di questo Take one. Le successive azioni precedute da medesimi annunci
si svolgono il 7/12/73 in Via Cola di Rienzo angolo Via Paolo Emilio,
il 7/12/74 in Via Prenestina angolo Via Tor de' Schiavi, il 7/12/75
sul marciapiede all'ingresso della metropolitana fermata Colosseo.
Su questa linea, un altro esempio è rappresentato dal progetto
"Azione di dilatazione continua. Take one 1971" così
descritto dall'artista: "Una città o paese - Una normale
sala cinematografica o teatrale - Un numero di posti, tanti quanti
ne contiene la sala - Tanti elementi-vettori quanti sono i posti a
sedere -
A ogni numero di poltrona corrisponde quello di una bustina in 'carta
cipolla' delle dimensioni di cm 7,5 x 4,5 sulla quale è stampato
il giorno, il mese, l'anno e il luogo dove si svolge l'azione. La
bustina (fissata sotto la placca-numero delle poltrone) contiene un
elemento-gettone in metallo a forma circolare del diametro di cm 3,00
sul quale è impresso il numero corrispondente a quello della
poltrona. Lo spettatore, prelevando la bustina con il suo contenuto
punto-metallo, da una forma casuale iniziale di punti-vettori statico-contemplativi,
dà vita ad una azione in continua dilatazione nello spazio,
attraverso la fruizione fino a totale esaurimento degli elementi-vettori
a disposizione. Come documentazione dell'azione avvenuta verranno
scattate una serie di foto-flash-reportage: prima, durante e alla
fine dell'azione stessa. Una pianta della sala in oggetto, sarà
documento di quanti numeri-poltrone sono stati necessari per svolgere
l'azione. Ettore Innocente. Roma 19 giugno 1971".
Nel giugno 1972 Innocente, insieme a Maurizio Mochetti, è redattore
di un "numero unico" di rivista - edita da Giancarlo Politi
- intitolata "17,5 x 25 - Diciassettevirgolacinqueperventicinque"
(le misure espresse in centimetri della pubblicazione). Vi sono presentati
e descritti lavori e progetti di numerosi autori: John Cage, Walter
De Maria, Jan Dibbets, Braco Dimitrijevic, Sol Lewitt, Zvi Goldestein,
Kasimir Malevich, Giulio Paolini, oltreché quelli dei redattori.
Alla personale alla GAP del 1973 Innocente presenta due lavori: "5
asticciole cilindriche in acciaio inox mobili e 10 fori nel muro in
due pareti affrontate, una relazione tessuta dallo spostamento continuo
e casuale dei vettori compiuto da chiunque"; "realizza un
mio lavoro"; e un'altra versione del "Take one" con
100 piastrine di rame su ognuna delle quali è marcato il tempo
in cui l'artista, una dopo l'altra, le ha tenute appese fuori dalla
sua finestra, una parte del giorno, una parte dell'esistenza, da prendere
e portare via. La mostra finirà quando le piastrine (la somma
del tempo che esse racchiudono) saranno state disperse.
Tra il 1973 e il 1975 realizza diverse "impronte": "Contatto",
un blocchetto in bronzo da fissare a parete reca sulla sua superficie
l'impronta dell'indice dell'artista che nel progetto su carta specifica:
"l'elemento è a disposizione di chiunque voglia stabilire
un contatto" ; "Gruppo di famiglia" , opera su carta
che, ironizzando sulla tradizione del ritratto di famiglia, presenta
in sequenza la mappa delle impronte dei suoi famigliari, radicalizzando
il contrasto tra l'irriducibilità schiacciante della prova
identitaria e la negazione dell'appagamento del desiderio per ciò
che è visibile; "Silicio, piccole tracce" o "Altro
ritratto" affianca alle impronte il riferimento a sali e minerali
presenti nella composizione del corpo umano.
Alla personale del 1977 presso la Galleria Multimedia di Erbusco (Brescia),
per la cura di Romana Loda, Innocente presenta "Dove gira l'infinito"
e "Chiunque condensa il proprio alito su una di queste piastre
verifica il tempo della propria esistenza.."
"Riflessione sul tempo", una mostra organizzata nel 1976
da Giorgio De Marchis all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, a
cui partecipano, oltre a Innocente, Castellani, Chiari, Lombardo,
Mochetti, Paolini, Vaccari, viene riproposta l'anno seguente nella
forma di brevi personali in successione alla Galleria del Cortile
di Roma. Innocente espone "Take one 1970" .
Per la mostra personale del maggio 1983 alla Galleria La Salita a
Roma, intitolata "126 particolari sul vero", Innocente realizza
"frottages" di notevoli dimensioni - frottages di porta,
angolo di pareti, sedia, palanca di impalcatura - e installa le grandi
carte a parete ricostruendo la spazialità perimetrale - solo
i volumi sono sacrificati - degli oggetti di partenza o delle porzioni
di reale. Il "vero" però, più che dalla dimensione
1 a 1, è dato proprio dalla tecnica utilizzata: il "frottage",
infatti, permette di trasferire sulla carta proprio le imperfezioni,
le ruvidezze, le asperità delle superfici, in breve "la
pelle" della materia, o meglio, ancora una volta, la sua "impronta",
la sua traccia fisica.
In questi anni Innocente concepisce diversi progetti nei quali viene
conferito forte risalto ad una condizione di percezione visiva puramente
individuale, anzi, è solo attraverso di essa che, secondo l'artista,
l'opera esiste. Già nel 1973 con "Oggetto per vedere lontano"
ipotizza una visione comunque deviata grazie a un parallelepipedo
forato al suo interno con un verso curvilineo. Del 1982 è il
disegno "L'oggetto è in continua espansione", dove,
date di esso quattro fasi provvisorie, l'artista indica "chiunque
dà un'informazione su questo oggetto realizza un mio lavoro",
e ancora, il progetto del 1983 "Altra ipotesi sulla pittura"
è analogamente seguito da "chiunque traguardando rileva
una quantità casuale di blu sulla lastra realizza un mio lavoro".
Nel 1984 con il disegno "Altra ipotesi sullo spazio" , seguito
da versioni analoghe, Innocente torna sul motivo a lui caro della
dilatazione spaziale - che però in questo caso non si esercita
più "nello spazio aperto" potenzialmente infinito,
ma necessita del luogo chiuso, finito, delimitato da pavimento e pareti
- operando una riflessione sulla "dilatazione dello spazio fisico"
che elegge proprio il limite, parete, soffitto o pavimento, il limen,
il confine invalicabile, come condizione imprescindibile perché
il paradosso spazio-temporale si compia. La serie" Eppure gli
oggetti stanno affondando nello spazio", esposta nel maggio 1985
alla Galleria del Cortile a Roma, comprende i "Sei bronzi + spazio",
sei oggetti del panorama domestico fusi in bronzo e posti in fila
sul pavimento sul quale lentamente "affondano", e "Grande
bronzo + spazio", una sedia per metà ancora visibile,
per metà "inghiottita" dalla parete. La materia cambia
stato, la solidità si fluidifica, tutto diventa "spazio"
permeabile, elastico, permanentemente in transito. Alla maniera di
Eraclito. "Un blocco di marmo sta affondando in uno spazio a
causa di un peso di ottone di gr. 5 poggiato in un angolo per un tempo
"n"". E alla maniera di Zenone di Elea.
In occasione della mostra "Chiunque...", personale del dicembre
1986 organizzata dalla Galleria La Scala nel locale "Il desiderio
preso per la coda" a Roma, per la cura di Domenico Nardone, Innocente
opera una tematizzazione linguistica raggruppando quei lavori degli
anni Settanta e Ottanta le cui note progettuali sono accomunate dal
pronome "Chiunque...", ribadendo così la funzione
determinante del fruitore, il solo in grado di promuovere compiutamente
"l'oggetto" o "l'elemento" a opera d'arte.
Nelle modalità di interazione tra autore e fruitore, Innocente
offre al pubblico una proposta di pensiero di grandissima potenzialità
il cui fondamento indispensabile resta comunque ancorato nell'intensa
qualità creativa dell'artista.
(Il testo, opportunamente rivisto dagli autori, è tratto dal
catalogo della mostra "Ettore Innocente", Perugia, Rocca
Paolina, 6 - 28 luglio 2002)