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	<title>MlacMlac | Mlac</title>
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	<description>Museo Laboratorio d&#039;Arte Contemporanea</description>
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		<title>Nome Artista</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 20:14:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Shock can wear off - lo shock può sbiadire - è la frase di Susan Sontag, scrittrice statunitense, di cui si appropria Iván Navarro per rispondere alla domanda di Carolina Castro nell’intervista realizzata in occasione della mostra Nacht und Nebel, presentata il 2 marzo 2012 alla Fondazione Volume! a Roma...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Shock can wear off &#8211; lo shock può <a title="questo è un titolo" href="http://google.it">sbiadire </a>- è la frase di Susan Sontag, scrittrice statunitense, di cui si appropria Iván Navarro per rispondere alla domanda di Carolina Castro nell’intervista realizzata in occasione della mostra Nacht und Nebel, presentata il 2 marzo 2012 alla Fondazione Volume! a Roma&#8230;</p>
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		<title>Nuova Gestione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 14:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio Mostre]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi anni al Quadraro circa novanta esercizi commerciali hanno abbassato le serrande, cambiando la fisionomia di un quartiere storico, caratterizzato in passato dal proliferarsi di botteghe artigiane e altre attività...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wpcol-two-third">Negli ultimi anni al Quadraro circa novanta esercizi commerciali hanno abbassato le serrande, cambiando la fisionomia di un quartiere storico, caratterizzato in passato dal proliferarsi di botteghe artigiane e altre attività. Nel mese di febbraio 2012 cinque locali, collocati tra via dei Quintili e via degli Arvali, sono stati riaperti: un’ex falegnameria, un’ex trattoria, un ex internet point, un’ex sede di partito, un ex ufficio hanno avuto una <em>nuova gestione</em> attraverso interventi artistici.</p>
<p>Una possibilità di riqualificazione? La momentanea riattivazione di questi locali rappresenta un tentativo di rivitalizzazione urbana e sociale di un’area cittadina votata all’abbandono e all’isolamento.<em> </em>In attesa di destinazioni future, gli spazi dismessi sono terreno fertile per interventi inediti.</p>
<p>Il Quadraro rappresenta l’ambientazione ideale del progetto “Nuova Gestione”: la memoria storica, che ancora caratterizza fortemente l’atmosfera del quartiere, emerge negli stessi spazi il cui vuoto – concepito non come carenza, ma come stato di infinite potenzialità – rappresenta un forte stimolo per la realizzazione degli interventi artistici.</p>
<p>Si tratta in effetti di una vacuità solo apparente: ogni spazio, lungi dall’essere una <em>tabula rasa,</em> si rivela un naturale veicolo di memorie, traccia di vissuti e relazioni. Non solo contenitore, dunque, ma soprattutto contenuto, punto di partenza imprescindibile per ciascuno dei sei artisti coinvolti.</p>
<p>Ognuno di loro, attraverso le specificità del proprio linguaggio, ripercorre in modo spontaneo le storie passate e presenti di un intero quartiere; la progettazione condivisa, basata sullo scambio e sulla relazione, è la caratteristica comune dei lavori.</p>
<p>L’intervento di Marco Bernardi si inserisce in uno spazio neutro e asettico il cui pavimento nasconde ancora una botola e l’inizio di un cunicolo che, si racconta, abbia nascosto alcuni abitanti del quartiere durante il drammatico rastrellamento del 17 aprile 1944. L’artista si riallaccia a questa vicenda per attraversare in modo personale e apparentemente leggero una delle vicende più drammatiche del Quadraro: un tavolo da seduta spiritica deserto e silenzioso dove una moneta traccia sempre la stessa frase: ‘VEDOVEDOVE’, riferimento alle tante donne che durante quel rastrellamento persero i propri mariti, figli e nipoti tra i 947 uomini che furono deportati in Germania come prigionieri politici. La deportazione dell’intera comunità maschile causò, oltre al dramma affettivo, la disgregazione dei nuclei familiari rimasti senza principale fonte di reddito.</p>
<p>Il quartiere diventò essenzialmente una comunità di donne e bambini caratterizzata da un forte senso di ‘sorellanza’. L’accostamento tra questa realtà e le vespe, società femminili in cui la coesione  e l’interazione tra individui vicini è altissima è alla base di <em>Eusocial Wasps</em> – <em>Nido di vespe</em> di Luana Perilli: l’artista realizza delle stampe e un video servendosi di testi e illustrazioni estrapolati da trattati di inizio Novecento, nei quali le osservazioni scientifiche sul comportamento degli insetti eusociali sono filtrate da una continua relazione con le vicende umane. La definizione negativa che i nazifascisti avevano attribuito al quartiere, ‘nido di vespe’, è reinterpretata dall’artista in un’ottica diversa: quella della condivisione e della difesa del bene comune, del forte senso di altruismo verso la propria comunità, fino al sacrificio per la salvaguardia del proprio nido.</p>
<p>Con <em>A Case for Contents</em> Margherita Moscardini elabora il vissuto di oggetti e persone mettendolo in pausa: una grande cassa ostacola il passaggio tra due vani dell’ex trattoria Il Grottino; sospesa fisicamente nello spazio insieme al suo contenuto, essa sembra in attesa di transitare altrove ed essere reinvestita in altre storie. La cassa si rivela essere anche la grande custodia di un libro che raccoglie immagini e documenti nei quali l’artista si è imbattuta in fase di ricerca. Il titolo stesso del volume, <em>Contents</em>, ne indica la funzione didascalica: le fotografie e le immagini diventano dispositivi per ripercorrere la storia del nostro paese, di Roma e del Quadraro.</p>
<p>Il Grottino di via degli Arvali accoglie anche <em>Sole a mezzanotte</em> di Angela Zurlo. L’artista sfrutta la simbologia della grotta come grembo e tomba al tempo stesso, collocandovi una struttura circolare alla quale sono sospesi bimbi ricamati su piccole bustine di plastica, che ruotano attraverso un lento e continuo movimento nello spazio semioscuro, metafora del ciclo vitale dell’uomo. L’opera richiama l’immagine di un lampadario e quella di un carillon, evocando il tempo in cui il locale fu negozio di lampadari e giocattoli, alla fine degli anni Sessanta. Il contrasto buio-luce e la musica di sottofondo generano straniamenti percettivi, suscitando sensazioni contrastanti di sorpresa e timore.</p>
<p>In un quartiere da sempre caratterizzato dalla coesistenza di molteplici culture e tradizioni, Lino Strangis sceglie di proiettare il video <em>Odyssey in the Sense</em>  affrontando il tema dell’immigrazione da un punto di vista diverso dal solito. Il fenomeno viene così riletto non come piaga o ricchezza per la nostra epoca, ma come elemento comune a tutte le epoche storiche: l’immigrazione è intesa come condizione esistenziale dell’essere umano, costantemente in viaggio, a partire dalla figura archetipica di Ulisse: il piccolo astronauta 3d viaggia allegoricamente attraverso pareti bidimensionali, senza mai trovare una collocazione fissa.</p>
<p><em>Once, upon this time</em> è il titolo del progetto di Elisa Strinna: un intervento relazionale, fondato sull’incontro e lo scambio fra artista e abitanti del Quadraro. Nello spazio di via dei Quintili 105, ex sezione di partito trasformata per l’occasione in un laboratorio d’artista, Elisa raccoglie e rielabora storie, favole e miti popolari di persone provenienti da diverse parti del mondo, accomunate tuttavia dalla frequentazione del quartiere. I racconti sono lo spunto per attivare una serie di azioni artistiche, parte integrante di un percorso che culminerà nella stampa di un libro che ambisce a diventare una ‘fiaba di quartiere’, inevitabilmente ambientata nel set-Quadraro.</p>
<p><em>Nuova Gestione</em> non è occupazione sterile degli spazi, ma racconto, scambio, visione inedita di un quartiere che, grazie all’arte, si svela a chi non lo conosce e a chi – pur vivendoci – non ne ha piena consapevolezza, tentando di riacquisire dignità e di ristabilire un dialogo con l’intera città. <em>Nuova Gestione</em> è l’arte contemporanea che, rifuggendo ogni sorta di autoreferenzialità, accorcia le distanze dalla realtà, aprendosi ad una fruizione sempre più estesa.</p>
</div> <div class="wpcol-one-third wpcol-last"><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/1.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11813" title="1" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/1-300x200.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/2.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11818" title="2" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/2-300x200.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/33.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11852" title="3" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/33-220x220.jpg" alt="" width="266" height="266" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/4.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11820" title="4" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/4-300x200.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/5.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11821" title="5" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/5-300x200.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/6.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11823" title="6" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/6-300x200.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/10.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11826" title="10" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/10-200x300.jpg" alt="" width="188" height="282" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/11.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11827" title="11" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/03/11-300x189.jpg" alt="" width="270" height="170" /></a></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Dall’alto:</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Angela Zurlo, <em>Sole a mezzanotte</em>, 2012; photo: Gianluca Tullio</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Angela Zurlo, <em>Sole a mezzanotte</em>, 2012; photo: Lorenzo Vecchio</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Lino Strangis, <em>Odyssey in the Sense</em>, 2011; photo: Valeria De Berardinis</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Lino Strangis, <em>Odyssey in the Sense</em>, 2011; photo: Gianluca Tullio</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Luana Perilli, <em>Eusocial Wasps &#8211; Nido di Vespe</em>, 2012; photo: Valeria De Berardinis</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Luana Perilli, <em>Eusocial Wasps &#8211; Nido di Vespe</em>, 2012; photo: Gianluca Tullio</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Marco Bernardi, <em>VEDOVEDOVE</em>, 2012; photo: Valeria De Berardinis</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">13 febbraio 2012: visita con il Liceo Artistico Statale &#8216;Giorgio De Chirico&#8217;; photo: Simona Merra</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Elisa Strinna, <em>Once, upon this time (C&#8217;era una volta, oggi)</em>, 2012; photo: Gianluca Tullio</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Elisa Strinna, <em>Once, upon this time (C&#8217;era una volta, oggi)</em>, 2012; photo: Gianluca Tullio</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Elisa Strinna, <em>Once, upon this time (C&#8217;era una volta, oggi)</em>, 2012; photo: Gianluca Tullio</span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div><div class="wpcol-divider"></div></p>
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		<title>Titolo opera</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 12:07:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Collezione]]></category>

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		<description><![CDATA[</br>Tecniche:</br>
</br>Dimensioni:</br>
</br>Altre Note:</br>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wpcol-two-third">
<p style="padding-left: 30px;">Anton Roca, <em>Espai Linear &#8211; Homenatage a Lluìs Companys, 2004-2008. Un projecte Alcoverenc</em>, Centre d’Estudis Alcoverencs, dicembre 2011.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">Il 21 aprile 2012 sarà presentato il volume trilingue di Anton Roca <em>Espai Linear &#8211; Homenatage a Lluìs Companys</em>, prodotto e curato dalla città di Alcover (Territorio Alt Camp, provincia di Tarragona in Catalunya), di cui è originario l’artista. Un monumento omaggio a Lluis Companys (1883-1940), repubblicano e antifascista, Presidente eletto dal popolo del Governo autonomo di Catalunya. Catturato dalla Gestapo fu consegnato al governo fascista spagnolo che lo fucilò il 15 ottobre 1940 nel castello di Montjuic di Barcelona. È il primo scandaloso caso di un presidente repubblicano eletto democraticamente ed ucciso da militari golpisti. Con l’accordo della Francia di Vichy. Ma la cosa più straordinaria è il fatto che si sia attivata una volontà assoluta di memoria civile, in una località – Alcover – con la quale il presidente non aveva nessun legame d’origine né politico diretto. È tuttavia la generazione degli anni Settanta, che dai padri ha saputo che quel Presidente lì aveva inaugurato personalmente la prima scuola pubblica – generazione di cui sono parte sia Anton Roca sia il suo coetaneo Anton Ferré Fons, sindaco di Alcover – fare da tramite di testimonialità verso le generazioni attuali, che nulla ricordano e che restano sbalordite al racconto di quegli eventi apparentemente così lontani, così apparentemente inutili.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">Ed è straordinario che tale azione di attivazione della memoria storica e quindi politica sia affidata all’arte, al linguaggio degli artisti. Forse, tuttavia – a partire dall’ultimo quindicennio – non sorprendente, vista la azione critica e testimoniale che certi artisti contemporanei svolgono.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">Anton Roca è uno di questi.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">L’opera – scrive l’artista – è un segno fermato nel tempo: il nodo aperto del cappio dell’impiccagione? Comunque, un linguaggio scultoreo primario e tutta una serie di azioni che le persone che le si accostano compiono al suo interno suscitando una serie di interrogativi cui poi dovranno dare risposta con processi individuali di ricerca nella storia passata.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">Storia che non è finita, se pensiamo al recente tentativo di inquisire il giudice spagnolo Garzon, proprio all’interno di quella <em>ricerca di giustizia</em> che gli orrori del franchismo, la repressione dittatoriale e le violenze persistenti hanno lasciato irrealizzata.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">Una ultima nota: la Sede già della famigerata Guardia Civil è stata acquisita dalla città, e sarà il luogo delle arti e dell’unico linguaggio in grado di rivelare la ambiguità e la complessità del reale: il loro linguaggio appunto, la cui arbitrarietà ed indipendenza dai paradigmi della social/real politik è garanzia di verità.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">Nella scultura Espai Linear Anton Roca “ha disegnato – scrive Pilar Parcerisas – a partire dallo sviluppo di una linea nello spazio, una struttura tridimensionale che dà origine ad uno spazio interiore dotato di quattro punti di vista diversi, che ne modificano la percezione in base agli spostamenti del pubblico. Sul pavimento di pietra di Alcover, come se si trattasse di un tappeto, la linea mantiene nella sua parte esterna una finitura ossidata, mentre all’interno sfoggia un rosso intenso, simbolo di energia, ma anche una ripresa dei colori della bandiera catalana, delle sue quattro strisce rosso-sangue, mito fondativo della Catalunya.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">Con questa “linea” non chiusa ed apparentemente incrociata, pur nella sua astrazione, l’artista ha voluto indicare le due vie di una ricerca di libertà: incompiuta quella del presidente repubblicano Companys, così come quella della autonomia politica istituzionale ricercata dalla Catalogna.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="JUSTIFY">L’artista rivendica un certo simbolismo al monumento, ma anche una capacità diretta, della forma, di attivazione della sensibilità e del pensiero di chi la va ad abitare: leggere entro la grande struttura le parole di Companys, entrare nella forma astratto geometrica, uscirne, circolarvi.</p>
</div> <div class="wpcol-one-third wpcol-last"><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/02/ROCA-LINEAR-002.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-11790" title="ROCA LINEAR 002" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/02/ROCA-LINEAR-002-e1330171610960.jpg" alt="" width="260" height="390" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/02/ROCA-LINEAR.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-11788" title="ROCA LINEAR" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/02/ROCA-LINEAR-e1330171527365.jpg" alt="" width="260" height="369" /></a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/02/ROCA-LINEAR-001.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-11789" title="ROCA LINEAR 001" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/02/ROCA-LINEAR-001-e1330171568438.jpg" alt="" width="260" height="341" /></a></div><div class="wpcol-divider"></div></p>
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		<title>Titolo Link</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 15:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Links]]></category>

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		<description><![CDATA[Descrizione Link]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wpcol-two-third">
<p>Ancora una volta, come avvenuto nella mia relazione con la Biennale Architettura l’anno scorso, mi sono trovata davanti all’irrisolto contrasto tra ciò che sappiamo – noi che siamo amici degli artisti e dei poeti – dell’arte e ciò che avviene dell’arte quando si espone al mondo, quando si consegna nel luogo deputato.</p>
<p>In effetti questa è una delle questioni messe in opera dalla Bice Curiger, curatrice del Padiglione Internazionale, colei alla quale spetta il messaggio principale dell’arte, nelle diverse interviste pubblicate: nel “Il Giornale dell’arte”, in “Undo-net”, che è il miglior tabloid on line che possiamo trovare, e in special modo “Alfabeta” di Nanni Balestrini &#8211; il poeta e lo storico &#8211; che con il supplemento speciale al n.10 “Alfa biennale” ospita tra le altre l’intervista più chiara a Bice.</p>
<p>Una intervista che mi piace citare da Alfabiennale, curata da Manuela Gandini.</p>
<p>Il primo passaggio dell’intenzione di Bice Curiger è stato quello di “svelare” ciò che l’arte è, cioè il fatto che l’arte che noi oggi chiamiamo tale è non più da considerarsi come “oggetto” fruibile chiuso in sé, ma un processo del quale si fissa in modi e media ormai infiniti possibili, e nel fissarsi &#8211; l’opera &#8211; si fa “strumento – come dice la Curiger- strumento intellettuale con possibilità di percezioni intuitive”.</p>
<p>Questo svelamento – e ciò alla Biennale non avviene – richiederebbe tuttavia in primo luogo una relazione con l’artista, in secondo luogo un racconto del processo e l’attivazione di uno nuovo, in questo senso il cosiddetto pubblico diverrebbe attore dell’arte. Questo è tentato se ci si pensa, nel padiglione spagnolo con l’opera di Dora Garcia <em>L’INADEGUATO</em>, una extendend performance, con interventi di numerosi artisti ed intellettuali programmati durante tutto il tempo della Biennale.</p>
<p>Ma lo fanno meglio molti artisti che io ho chiamato Ipercontemporanei e che non sono qui in questa Biennale: Sukran Moral, René Francisco, Thomas Ochoa, Jusuf Hadzifezjovic, César Meneghetti, artisti che mi piacerebbe vedere nella prossima. O Rosa Barba, che espone al MART, per la cura di Chiara Parisi e Andrea Villani.</p>
<p>Il secondo passaggio è il misurarsi della Curatrice internazionale con l’idea di Nazione, che si darebbe esaurita nel mondo globalizzato in preda delle 500 multinazionali che sradicano le identità politiche in nome di una economia tutta finanziaria e anti industriale, una economia che domina il soggetto, lo schiavizza e lo usa, ne cancella le identità.</p>
<p>L’incontrollabilità del processo di selezione nazionale – infatti a ciascuna nazione è lasciata la libertà di criterio di selezione del proprio commissario – e la indiscriminabilità del fatto se una nazione sceglie in nome dell’autopromozione politica oppure in nome di una lucida selezione dell’arte stessa, la Curiger ha tentato di contrastarlo, almeno con un atto simbolico, coniando l’idea del PARAPADIGLIONE. Il parapadiglione, che vuole dire attribuire ad alcuni artisti uno spazio nel quale egli inglobi parte di mondo o parte di scena dell’arte invitando altri artisti o autori o “mostrando” tracce di mondo vissute: direi intelligente sublimazione di un atto critico per ora impronunciabile rispetto al funzionamento della Biennale stessa.</p>
<p>Gli artisti dei Parapadiglioni sono stati Song Dong (Cina) che ha ricostruito la casa secolare dei suoi genitori in Cina ospitandovi opere di Yto Barrada e Ryan Gender, Monica Sosnowska (Polonia, 1972), Haroon Mirza (Gran Bretagna, 1977), Oskar Tuazon (USA, 1975), Franz West (Austria, 1947), che ha ricostruito la sua cucina con tutte le opere di artisti suoi amici che egli tiene lì.</p>
<p>Il parapadiglione ha un suo precedente nella famosa partecipazione di Cesare Pietroiusti alla Quadriennale Romana del 1996, nel quale come opera scelse di invitare tutti gli artisti non invitati o semplicemente l’Escluso. Ma soprattutto diciamo che c’è un mondo dell’arte che ha portato avanti e realizzato &#8211; non solo “simbolicamente” &#8211; tale idea di portare un po’ di mondo di autobiografia nel “luogo deputato” oltre che nell’arte stessa, anche effettivamente modificando mondo e se stessi e l’altro. Diciamo che la Curiger è andata soft nella sua proposta puntualizzatrice di nodi, che purtuttavia fa emergere. Questa delicatezza della problematizzazione ha in effetti poi dato l’idea di un tono minore delle proposte di questa Biennale 54 di Venezia.</p>
<p>Ma, se pensavo che questo valesse solo per la difficoltà di “esporre” l’architettura &#8211; anche qui nella Biennale di arti visive sembra sempre che l’arte sia ALTROVE. Non si fa che metaforizzare la possibilità di percepire e conoscere l’arte, da parte di un grande esteso pubblico (oltre quello ristretto di chi frequenta da vicino e vive l’arte e gli artisti) è tutta lì davanti a noi la difficoltà di mostrare e di partecipare agli altri – a un presunto pubblico che non esiste in effetti, rispetto al ristretto autoreferenziale “sistema finanziario dell’arte”- l’arte stessa, la sua complessità e rispetto al modo di essere dell’artista fuori dal mondo, ma – come dice Boris Groys curatore del padiglione Russo in questa Biennale – anche del modo peculiare dell’artista di trasformare in linguaggio quella “materia prima” che è il mondo stesso, dandoci il senso di quelle Percezioni Intuitive di cui Bice Curiger parla.</p>
<p>È accennata la possibilità di tale percezione intuitiva dei problemi della vita, che sono ciò che interessa all’artista &#8211; come dava a vedere Kurt Schwitters, come diceva il grande artista italiano Giulio Turcato negli anni Cinquanta: “A noi non interessa l’arte, a noi interessa la vita”. La rinnovata dichiarazione di questa posizione, la trasformazione di un pensiero o di una percezione scelta di fatti della vita in “opera” (una “attitude” propose Harald Szeemann, nel famoso modo di esporre l’arte, estraendola dalle etichette che fu la mostra di Berna del 1969 <em>When attitudes become form</em>), insomma una “messa in scena della verità” nella frammentarietà in cui la realtà si presenta al soggetto artista -e non- , è ciò che sembra scorrere nelle vene o nel desiderio da tempo inaudito di questa 54° Biennale.</p>
<p>Lo fa la Garcia (Padiglione Spagnolo) con <em>INAUDITO</em> (presentata nella periodica di Scultura di Munster nel 2007), la argentina Amalia Pica, con la sua opera <em>Venn Diagram </em>nel Padiglione Internazionale <em>Illuminations, </em>lo fa Hirshorn (Padiglione Svizzero); lo fa Rosa Jijon (nel Padiglione dell’IILA) anche se la complessità del suo lavoro qui non si “vede”; lo fa nel Padiglione di Danimarca Katerina Gregos, curatrice della mostra <em>Speech Matters </em>sul tema della libertà di parola con invito a 18 artisti di dieci paesi diversi… e pochi altri.</p>
<p>Ma ciò sta avvenendo in molti artisti, qui nel mondo, e in artisti che proprio in questi giorni espongono e operano fuori della Biennale. Come Cèsar Meneghetti, che con il suo progetto <em>Io è/ un Altro</em>, non enuncia solo, ma realizza la possibilità di processi di inclusione e di relazione degli “esclusi”, attraverso l’arte (vedi più oltre, in questo <em>Speciale</em>). O come Rosa Barba, che alla Fondazione Galleria Civica di Trento, per la cura di Chiara Parisi ed Andrea Villani, insieme a Gabriella Belli, espone “Stage Archive”, trasformazione in scultura e installazioni di un pensiero e di una immaginazione dell’Archivio e della affermazione apparentemente smembrata ed assurda del fatto che sulla memoria si fonda la azione progettuale e culturale del Museo: museo che una volta tanto non è dato &#8211; come oggi prevalentemente è &#8211; come ricettacolo di legittimazione di proposte provenenti dagli attori del Sistema autoreferenziale dell’arte (il Collezionista, il Gallerista, l’investitore finanziario, il giornalista specializzato).</p>
<p>Insomma, anche se <em>Illuminations</em> non illumina, inscrive un’idea dell’arte largamente in atto nel passato e in un altrove, accennando alla fine della metafora e della sublimazione di ciò che veramente interessa al soggetto uomo artista ed a noi.</p>
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<p><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/17.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9287" title="1" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/17-300x225.jpg" alt="" width="258" height="193" /></a> <a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9274" title="2" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/2-225x300.jpg" alt="" width="258" height="342" /></a> <a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/32.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9275" title="3" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/32-300x225.jpg" alt="" width="258" height="193" /> </a><a href="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/41.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9276" title="4" src="http://luxflux.net/wp-content/uploads/2012/01/41-300x225.jpg" alt="" width="258" height="193" /></a><span style="font-size: x-small;">Dall&#8217;alto:</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Dora Garcìa, <em>The Inadequate</em>, 2011, Performance, Courtesy l’artista (Padiglione della Spagna)</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Franz West, <em>Extroversion,</em> 2000-2011. Parapavilion-Installazione consistente in 37 parti. Courtesy Gagosian Gallery. Particolare. Tutti gli elementi vedi in Catalogo, pag. 575.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Amalia Pica, <em>Venn diagrams (under the spot light), </em>2011, Courtesy Galerie Diana Stigter</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Rosa Barba, <em>Stage Archive, </em>2011, Fondazione Musei Civici di Trento, still da video courtesy “<em>Undo Net</em>”.</span></p>
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