Testo critico
e contesto curatoriale
di Domenico Scudero
Il sistema dell'arte contemporanea e le sue contraddittorie tendenze
alla specializzazione hanno di fatto decretato la netta separazione
fra il lavoro specificamente critico da quello determinatamente curatoriale;
fra queste due identità, il critico sostanzialmente legato ad un rapporto
intellettualistico con il soggetto "arte", ed il curatore verosimilmente
proteso alla realizzazione di una motivazione logica delle sue nozioni
pratiche espresse nella realizzazione di una mostra, si è instaurato
un rapporto stringente, ma che negli anni si è sempre più complicato.
Il testo è il luogo in cui si sottolinea il percorso critico e d'indagine
del critico, il contesto è lo spazio in cui si individua l'azione
del curatore. Sino alla fine degli anni Settanta queste due anime
venivano espresse da differenti approcci sostanzialmente legati ad
un identico modello operativo che si poneva dialetticamente di volta
in volta in posizione più o meno centrale fra cura critica e critica
letteraria. In quegli stessi anni si era andata rafforzando la specificità
teorica di quanti lavoravano fra cura critica ed analisi dell'arte,
in quel modello noto della militanza. Dagli anni Ottanta in poi si
è assistito al tramonto della posizione "teorica" ed al conseguente
declino della figura del critico analitico, personaggio insieme pratico
e idealista sui problemi dell'arte e della sua fruibilità, ed al suo
posto si è situato il critico curatore. Proprio questa figura determina
il cammino diversificato e proficuo dell'arte contemporanea sino ai
nostri giorni, in un momento storico in cui la figura del critico
è praticamente assente mentre risulta vincente quella del curatore;
ma qualcosa cambierà in fretta. In realtà la figura critica sarebbe
proponibile in svariate personalità attive nel circuito dell'arte
contemporaena, ma la paura di rimanere fuori dal sistema curatoriale
fa sì che nessuno di questi si pronunci al di fuori di modelli stereotipati
di linguaggio e di metodo: i cosiddetti critici oggi scrivono soltanto
delle meste recensioni di plauso e accettano questo ruolo subalterno
per potersi esprimere sostanzialmente attraverso la cura delle loro
mostre, nella speranza che gli sia riservato lo stesso trattamento,
recensioni e critiche di circostanza. Chi potrebbe sperare in una
recensione della sua mostra dopo aver sparato a zero su quelle degli
altri se i ruoli non sono differenziati? La mancanza del discorso
critico si avvale anche di questo silenzio secondo cui difficilmente
la critica può essere fatta senza determinare la colpevolarizzazione
dell'autore, proprio per via di un ingessamento delle dinamiche interne
del sistema dell'arte. Il critico che avrebbe svolto un'azione di
sostegno alla forma artistica e che avrebbe potuto dare un "giudizio"
viene soppiantato dal cronista specializzato in analisi dettagliate
e misurate sull'identità dell'opera ma non sul suo significato esterno
al sistema propriamente detto dell'arte. Risulta così l'atteggiamento
"vincente" opposto al "perdente", per usare un linguaggio assai in
uso nella categoria in questione, linguaggio atto a delimitare non
tanto la qualità attraverso un discorso sulle sue caratteristiche
attraverso il giudizio, ma solo ed esclusivamente attraverso la giustificazione
del suo esserci in quanto metodo, prassi, sistema di analisi empirica.
Il curatore allora non procede che per intuizioni connesse col suo
sistema di indagine privata da qualsiasi contatto con il giudizio
qualitativo ed epistemologico della sua azione cognitiva.
Una delle molteplici conseguenze di questa lacuna del giudizio, causata
dalla paura di essere tagliati fuori dal percorso di cura critica
dell'attualità, è che sono spesso gli artisti stessi a diventare curatori
di una particolare azione di cura critica, approfittando dell'impasse
critico. Si tratta a ben vedere di mega-operazioni creative che se
svolte dal curatore di formazione critica danno spesso adito a polemiche
circa l'effettivo ruolo e l'invadenza concreta dell'organizzatore,
mentre quando svolte in prima persona da un artista concentrano sulla
sua personalità ogni parvenza di autoanalisi per favorire un più spontaneo
congiungimento di intuizione e prassi costruttiva. Il tema della Biennale
di Bonami risulta a questo punto interessante per i suoi spunti che
a me appaiono abbastanza ipocriti, proprio perché puntano falsamente
sulla partecipazione del pubblico nell'analisi dell'opera mentre invece
sappiamo che queste sparute avanguardie esplicite dall'arte istituzionale
ne sono state sempre cacciate fuori, per via della loro allusiva complessità,
e che questo pubblico in realtà altri non è che lo stesso mondo dell'arte,
fatto di artisti non troppo famosi, critici un po' male in arnese,
professori e studenti, collezionisti e mondani e comunque da tutti
coloro che non sono direttamente chiamati in causa da protagonisti
in quella specifica sessione espositiva; questo il pubblico di volta
in volta protagonista. Stiamo sempre e comunque nella posizione di
condividere un "contesto" e non diamo di questo la visione da "testo"
a latere, non ne possiamo comunque giudicare il significato recondito
e relativo perché del "contesto" ne siamo parte ed attori e del "testo"
non possiamo quindi far altro che dissentire: esso è esterno alla
nostra condizione, non può dirci nulla di cui essere consapevolmente
d'accordo.
Altra conferma di questa posizione ci viene data ancora una volta
dalla pratica curatoriale così come viene adesso accettata; il curatore,
specialmente se questi è un artista saltuariamente impegnato anche
nell'ideazione di una mostra, non ha alcun interesse a rimettere la
sua azione in una traslitterazione linguistica. La sua "forma" complessa
è quella appunto della cura e questa non ha alcun bisogno di una traducibilità
che non sia quella della sua impressione immediata nell'azione dello
spettatore, di cui sappiamo, di cui abbiamo appena detto. Lo spettatore
è informato dell'evento in questione e non ha alcun interesse che
questi possa essere altro che se stesso, di quella specifica "essenza"
di cui fa parte come pubblico protagonista, di conseguenza qualsiasi
analisi critica apparirebbe frutto di invidia e di esclusione; il
lamento dell'estraneo.
A questo punto occorrerebbe ricordare di come testo e contesto siano
stati argomento impegnato durante il concettuale, durante l'azione
diretta del concettuale, in quegli anni in cui si assisteva allo smascheramento
del percorso artistico. Ancora oggi una buona lettura del contesto
curatoriale porterebbe lo stesso curatore ad una più intrusiva stanzialità
della sua forza e non nel nome dell'ipocritica tensione con lo spettatore,
ma della sua stessa coscienza e consapevolezza del luogo dell'azione
creativa di cui disporre a piacere. Si dirà che non a tutti è dato
poter esprimere per mezzo letterario la consistenza e l'attualità
di un percorso curatoriale, ma proprio qui sta a mio giudizio la qualità
della figura e la sua estraneità ai processi induttivi, riconducibili
al lavoro dell'artista, se di curatore si tratta. Il contesto del
curatore, in altri termini, deve sempre condurci al testo critico,
altrimenti non stiamo discutendo di pratica curatoriale ma di azione
artistica indipendente, ovvero di quella specifica azione proiettata
nella forma volitiva dell'autonomia dell'arte e dell'artistico attraverso
le installazioni complesse. |
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