Il carnevale
vip di Pino Boresta: benvenuti nel gotha dell'arte
di Maria Egizia Fiaschetti
Un rutilante vibrare di tinte vivaci e squillanti divampa sull'intonaco
bianco della sala inferiore del Museo Laboratorio di Arte Contemporanea.
E' tempesta cromatica, overdose di colori che inebriano i sensi e
saturano lo spazio espositivo, lo azzerano trapassandolo con l'eco
amplificata dei loro battiti sonori. Si propagano all'esterno, s'irradiano
come pulsazioni martellanti e ipnotiche, che invitano inesorabilmente
il passante a varcare la soglia, ammaliato dal fascino capzioso e
suadente del colore. Per questo Pino Boresta, dopo aver attraversato
gli ambiti più diversi e, talvolta estremi, della ricerca artistica,
recupera una prassi tanto tradizionale, quanto efficace come la pittura:
linguaggio universale, diretta emanazione dell'atto comunicativo,
medium duttile e immediato, tramite il quale manifestare la propria
volontà d'essere; una sintesi mirabile di talento tecnico e sguardo
prensile sulla realtà, che non si limita alla sua copia conforme,
ma a rifarla concretamente, in sincronia con i rintocchi dell'anima.
L'artista, dunque, riscopre l'immenso potenziale creativo della pittura,
capace di distillare nella velocità del tocco la profondità di un'azione
etica. Non a caso, Boresta sceglie il ritratto, troppo spesso imbalsamato
nella sterile gerarchia dei generi, votato al culto della personalità,
o all'esaltazione del mestiere pittorico. Il ritratto, al contrario,
stabilisce un particolare flusso dialettico tra l'artista e il suo
modello, sul crinale instabile e sdrucciolevole tra identità e alterità.
Plasmando la materia densa e pastosa del colore, l'operatore estetico
ri-crea se stesso e l'altro da sé nel processo dinamico del
loro relazionarsi. E' emblematico che Boresta selezioni un particolare
target, riassunto nella sigla A.Q.P.A.C.: Archivio Quadrografico dei
Personaggi dell'Arte Contemporanea. Sono le "icone" di un olimpo mitico
ed elitario, bersaglio costante dei suoi strali polemici; volti "scolpiti"
a colpi di pennello, forgiati dalla consistenza solida e grumosa dell'impasto,
circonfusi di un'aureola sfavillante di colori, eminenze celesti e
iperuraniche! Bastano pochi tratti a identificare i personaggi, segno
che la loro popolarità li rende facilmente riconoscibili. Ciononostante,
l'artista dota ciascun ritratto d'informazioni dettagliate su nome,
cognome e numero relativo all'ordine di compilazione. Tale operazione
suggerisce l'intento di non allestire una galleria di ritratti illustri,
intrappolati nella condizione sepolcrale di effigi monumentali, ma
di rianimarli a contatto con il pubblico, trascinandoli nel vortice
dell'esistenza. Allora, quelle facce imbrattate di colore diventano,
paradossalmente, altrettante figurine da archiviare in un ipotetico
album. Al fruitore il compito di reperire, raccogliere e arricchire
la collezione nel tempo. Il progetto è aperto, infatti, alla partecipazione
di chiunque voglia farsi fotografare il giorno dell'inaugurazione,
o inviando successivamente all'artista una propria foto formato tessera.
Il "situazionauta" Boresta segna, così, un altro punto a suo favore:
profanando il sacro tempio dell'arte, ne provoca la precipitazione
fenomenica, il violento riflusso nel magma dell'esperienza vissuta.
Chiunque può appropriarsi quelle immagini, scardinando il tradizionale
assetto gerarchico che contrappone radicalmente pubblico e critica,
militanti dell'arte e nomadi metropolitani. Motto di Boresta e titolo
della mostra è proprio "Artisti & Co.", all'insegna di un rinsaldato
legame arte-vita. Attento osservatore della contemporaneità, l'artista
cerca di attuare tale pacificazione, utilizzando le attuali strategie
comunicative che più impattano l'audience. In una società che produce
e consuma in massa le immagini, tradotte in valore economico, l'artista
detiene il compito di riaffermare la loro intrinseca funzione etica
e gnoseologica. Da qui, la necessità di evadere dai tradizionali luoghi
e cliché dell'arte, per rituffarsi nello sciabordio dell'esistenza.
Le logiche della comunicazione mass-mediatica e dell'advertising sono
letteralmente scardinate, depistate sul binario morto dell'ironia
e del non-senso. Lo sticker, il gadget fetish-kitch si trasformano
in arma pacifica di manipolazione estetica, d'intervento nello spazio
della vita, rivendicando la volontà di partecipare all'ipotesi progettuale
di una nuova società, collegialmente costruita. Completa la mostra
"Artisti & Co." la serie inedita dei Testamenti: sentenze lapidarie
in forma di collage pittorico, lettere ritagliate e ricostruite in
sequenza, come il messaggio shockante di un serial killer! In realtà,
l'ironia tagliente di Boresta scaturisce, ancora una volta, dall'atmosfera
apparentemente noir dei lavori. L'artista ci fa depositari del suo
testamento: "Questo quadro diventerà un'opera d'arte a tutti gli
effetti, solo il giorno in cui sarò invitato a partecipare alla Documenta
di Kassel" . Un'amara riflessione sulle dinamiche interne al sistema
dell'arte ma, al tempo stesso, uno stimolo a rivitalizzare la sensibilità
estetica dei fruitori, arbitri indiscussi del gusto, per quanto storditi
dal megafono dei media e indottrinati dalle omelie dei troppi critici-vati.
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