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REGIONES
QUESTIONI (CUBANE) DI METODO
I principi dell’educazione in un match impari tra F.
Castro e L. Moratti
di Augusto Pieroni
Sia chiaro: una nota turistica, niente di più. L’appunto
appassionato del viaggiatore incuriosito. Il candido stupore
di uno che ignorava uno stato di cose. Né più
né meno di chi si sorprenda a rimuginare vedendo per
la prima volta splendori ormai patrimonio dell’umanità;
non diversamente dalla barzelletta su Pierino che piange per
aver saputo a scuola che Napoleone è... morto.
Forse. Oppure no? La domanda è se – dando per
scontato ciò che ho visto – si sia mai chiesto
consiglio ad esperti di metodologia dell’insegnamento
cubani per redigere le linee guida del Morattismo: alias l’impostazione
neoliberista, privatista e aziendalista dell’insegnamento.
Evidentemente no, altrimenti avremmo ben altre stelle fisse
nel firmamento dell’educazione in Italia. E molti finiranno
per dire: non serve andare a Cuba, bastava consultare qualche
buon metodologo sotto casa. Certo, ma ero lì: questo
c’era.
Insomma, all’interno del Museo della Rivoluzione all’Avana,
in una saletta del tutto negletta – perché priva
di foto, vessilli, pistole, cappellacci di Barbudos e radio
sfasciate anni Cinquanta, che fanno molto folklore della Revolución
– in una bacheca di questa saletta linda e pinta, immerso
tra grafici e dati statistici e informativi ho trovato questo
foglietto incollato su un cartoncino azzurro. È scritto
al computer con ordine, ma con gli standard basilari di Word,
ad esempio in carattere Times, eppure questa sua spartana
materialità fa a pugni con la sua profonda saggezza
metodologica, la povertà del suo editing copre a malapena
la sua straripante ricchezza di idee. Niente di nuovo, per
alcuni. Per altri, l’ignoto. Ecco in sostanza cosa c’è
scritto:
Principi generali dell’educazione a Cuba:
1. Tutti i centri di insegnamento sono statali
2. L’educazione è gratuita
3. Coeducazione
4. Educazione di massa e permanente, con opportunità
per tutti
5. Partecipazione di tutta la società alla funzione
educativa
6. Educazione integrale, que coniuga la formazione ideologica,
scientifica, tecnica, culturale e fisica
7. Vincolo della scuola con la pratica sociale, con la produzione
e lo sviluppo economico e sociale del paese
8. Natura scientifica del lavoro educativo e della relazione
insegnamento-apprendimento
9. Accesso dei lavoratori all’insegnamento medio e universitario
10. Orientamento vocazionale diretto ai rami fondamentali
e necessari per lo sviluppo della nazione
Ho numerato i punti, che originalmente erano solo elencati,
per notare alcune cose. Primo: che si tratta di un decalogo
e che pertanto dobbiamo ritenere spostate in alto verso la
visibilità nozioni, diciamo, di regime quali quelle
incluse al punto 6. e potenzialmente esclude dalla visibilità
elementi tecnici, pur salvandone alcuni decisamente fondamentali
come ai punti 3. e 8. Fate voi se per favola popolare, per
luogo comune o per esperienza, comunque tutti sanno che a
Cuba le non pingui risorse statali – prima del progressivo
desembargo, ancora tutto da finalizzare e da ricalcolare –
vengono investite con priorità assoluta in due campi
essenziali: la salute e l’educazione. Anche il più
misero fra i guidatori di bici-taxi de l’Avana (oltre
a saper leggere e scrivere) è in grado di prescrivere
due ricette alternative per il trattamento dell’influenza
utilizzando il nome chimico dei componenti, non diversamente
da un qualunque medico di base nostrano: “Però
per abbassare la febbre – mi fa – c’è
solo il paracetamolo!” (il paracetamolo, e non la Tachipirina®,
che è il prodotto commercializzato: mi spiego?).
E ora due commenti volanti sul decalogo, così: tanto
per il gusto di sapere che alcuni principi che da noi si stanno
oggi ripudiando ipocritamente ed altri che zoppamente si stanno
affermando, sono legge da quasi mezzo secolo in almeno un
paese del mondo, ma certamente in molti altri ancora (notizie
dal ministero dell’educazione canadese? quale il decalogo
dell’educazione australiano?). E please, non si dica
che ciò li rende obsoleti o passé.
Tutti i centri di insegnamento sono statali: propone la visione
statalista dell’educazione, non ci piove; come non piove
sulla necessità di modalità rigorose di reclutamento
e di aggiornamento professionale sui quali il decalogo non
ha molto spazio per ragionare (ma v. punto 8.). Però
L’educazione è gratuita ci informa che la gente
non deve impegnare gli ori di famiglia per iscriversi al costosissimo
asilo/scuola/liceo privato – poco conta se gestito da
un cognato del capo-scout del figlio del Sottosegretario –
e da cui tutti dicono escano solo buoni partiti (lo erano
già in entrata, cara signora!).
Il principio della Coeducazione è insieme il più
tecnico e il più commovente: evoca l’educazione
tra pari (si impara meglio se si ragiona tra simili che si
aiutano a vicenda), la defocalizzazione (dimenticare di stare
apprendendo), e principi di nebulizzazione dell’apprendimento
tali da rendere ridicoli i presidi militarizzati del tutor
e altre trovate che c’entrano con l’apprendimento
in quanto prassi di vita, come c’entro io con la guerra
in Iraq.
Se poi si parla di Educazione di massa e permanente, con opportunità
per tutti immagino a nessuno venga in mente di pensare alla
massa come a un’indistinta marmellata di cervellini
vuotini e stoltini. Significa invece che la qualità
dell’insegnamento deve essere alta per tutti senza sapere
prima chi sei e se puoi permettertela. L’educazione
permanente è il principio che informa anche il corollario
del punto 10. Accesso dei lavoratori all’insegnamento
medio e universitario. Chi lavora (chi?) non deve pensare
solo a far quello: lo studio arricchisce il fare di nuovi
modi, motivi, strategie. L’educazione permanente, quella
che travalica i confini dell’età scolastica,
è il principio grazie al quale in Italia esistono grandi,
medi e piccoli istituti, privati of course, di incontrollata
qualificazione scientifica, nei quali si parcheggiano ed intrattengono
centinaia di migliaia tra pensionati di buona volontà
e laureandi tardipari, tra universitari malindirizzati e fannulloni
stipendiati dalle famiglie pur di togliersi di mezzo. Questa
educazione è permanente come un edificio sorto su terreno
non edificabile: connesso ai servizi, ma senza radici e fondamenta
scientifiche. Non per caso al punto 8. il decalogo parla di
Natura scientifica del lavoro educativo e della relazione
insegnamento-apprendimento. Tanto per slegarle dal volontariato
sottopagato, dal sospetto di inessenzialità e di parassitismo,
dal precariato di lusso, ma soprattutto sciogliendo, e per
sempre, l’insegnamento – e la pesante responsabilità
del rapporto anche umano coi discenti – da qualunque
forma di dilettantismo e di appiccicaticcia approssimazione
metodologica.
E sta bene, ma Partecipazione di tutta la società alla
funzione educativa che vuol dire? Mai sentito niente di così
ridicolo, no? No? Eh no, cari! Se tutta la società
in ogni sua funzione e strato è, come minimo, educata
bene (che ovviamente non vuol dire tossire con la mano davanti
alla bocca o dire “grazie!”), essa converge su
chi apprende, cioè su se stessa, come in un gigantesco
e multiforme abbraccio formativo e non vanificando ogni attesa
del discente o contraddicendone gli orizzonti di comprensione
(come quando docenti e libri descrivono mondi inesistenti).
Dire poi che l’educazione debba essere integrale, e
coniughi la formazione ideologica, scientifica, tecnica, culturale
e fisica significa fuggire dallo specialismo precoce, dal
ghetto tecnocratico che impedisce di cogliere la cultura e
le culture diverse come un gigantesco reticolo di identità
e d’influenze, come un fatto globale intessuto di complessità
navigabili. Significa anche curare corpo e mente, vuol dire
tramandare sia saperi che competenze. Equivale al rifiuto
di costruire automi non raziocinanti, buoni solo a perseguire
il budget trimestrale, ma inabili al dialogo: con tanti saluti
alla democrazia.
Il punto 7. Vincolo della scuola con la pratica sociale, con
la produzione e lo sviluppo economico e sociale del paese
e il 10. Orientamento vocazionale diretto ai rami fondamentali
e necessari per lo sviluppo della nazione portano un tono
etico nella formazione dei giovani e nella responsabilità
reciproca fra essi e il paese che fornisce loro educazione
e motivi di crescita. Si rende disponibile la formazione secondo
le vocazioni, le inclinazioni di ognuno, in quanto individuo
– e qui l’enfasi nostrana sul primato del singolo
ci starebbe tutta, ma non in un senso da supermercato del
sapere, quanto secondo il principio della personalizzazione
dell’educazione su base comune – tuttavia l’offerta
formativa può essere orientata magneticamente sulle
priorità di sviluppo nazionali. Il che significa intrecciare
la crescita dei singoli con quella del paese impedendo, tanto
per dire, la cosiddetta fuga dei cervelli. Non militarizzando
la cultura, o commissariandola, ma coestendendo ricerca e
formazione.
Ma forse era meglio che parlassi di Mojito, Cuba libre e Daiquirì?
Ok! Allora, alla Bodeguita del Medio fanno così: si
prende un ramoscello di hierba buena...
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