| Mario Costa è
uno dei protagonisti del dibattito internazionale sull’arte
neo-tecnologica, nel quale ha introdotto concetti come “sublime
tecnologico”, “estetica della comunicazione”,
“blocco comunicante”. Tra i suoi libri più
noti e tradotti, Il sublime tecnologico (Castelvecchi,
Roma 1990). Fondatore e promotore di Artmedia, prima
manifestazione italiana sulle arti neo-tecnologiche, è
ordinario di Estetica all’Università di Salerno
e professore incaricato di Etica ed Estetica della comunicazione
all’Université de Nice–Sophia Antipolis (Deess). |
ART
IN THEORY
Dimenticare l’arte.
Conversazione con Mario Costa
di Maurizio Bolognini
1. Arte tecnica, tecnologica e neo-tecnologica
M.B. Nel tuo ultimo libro, “Dimenticare
l’arte” (Angeli, Milano 2005), analizzi le categorie
dell’estetica nelle diverse fasi della storia dell’arte
e della tecnica. Il rapporto tra tecnica e produzione artistica
è la questione centrale, che affronti distinguendo
gli strumenti (e la loro co-appartenenza alla mano) e le macchine,
e individuando tre epoche diverse: 1) l’epoca della
produzione tecnica (in particolare pittura e scultura), che
inizia con le incisioni del paleolitico e finisce con la nascita
della fotografia; 2) l’epoca tecnologica (fotografia,
televisione, cinema, fonografo, magnetofono, telefono...),
che nei primi decenni del XX secolo determina la trasformazione
dell’arte in avanguardia artistica, e segna la crisi
delle teorie estetiche tradizionali; 3) infine l’epoca
della produzione neo-tecnologica (computer, reti, realtà
virtuale...), che provoca una rivoluzione legata innanzitutto
al modo di manifestarsi della “presenza”, che
rimette in discussione le nozioni di spazio, di tempo e di
corpo.
Mentre riconosci all’estetica di aver cercato di superare
le categorie dell’epoca tecnica attraverso una teoria,
sia pure incompiuta, dell’arte tecnologica, sarebbe
ancora inadeguata la comprensione dell’arte neo-tecnologica:
la concezione dell’arte come “linguaggio”
non poteva che nascere con la produzione tecnologica, a partire
dal cinema e dalla fotografia, ma a questo periodo avrebbe
dovuto limitarsi; solo le tecnologie – sostieni –
“traducono” la cultura e dunque danno luogo a
un “linguaggio”, mentre con le neo-tecnologie
la nozione di linguaggio si perde necessariamente in quella
di “fisiologia della macchina”. Come definisci
questi tre periodi? Che differenza c’è tra tecnica,
tecnologia e neo-tecnologia? E cosa significano per l’arte
e l’estetica?
M.C. E' necessaria una premessa. Ci sono
nell'estetica dei luoghi comuni dati come verità indiscutibili
e che è invece opportuno discutere. Quali sono: a)
che la tecnica è una componente marginale dell'arte
e che questa si fa utilizzando indifferentemente ogni tecnica;
questo punto di vista si è spinto a volte fino a considerare
del tutto innecessaria la stessa realizzazione dell'opera
(da Schleiermacher a Croce), ma anche quando non si è
giunti a questa posizione estrema e paradossale, la tecnica
è stata sempre ritenuta come puro "tramite"
di qualcosa che le resta estraneo: l'Arte come prodotto spirituale;
b) che, e questo sul piano più generalmente filosofico,
esiste uno sviluppo lineare della tecnica che va dalla più
lontana preistoria ad oggi, e che tra le varie epoche della
tecnica esiste soltanto una differenza di grado e non di qualità.
Questi luoghi comuni, io sostengo, sono stati estremamente
perniciosi e hanno generato nell'estetica confusioni e incomprensioni
di ogni tipo. Il mio punto di vista è un altro: a)
la produzione artistica è sostanzialmente radicata
nella tecnica, è questa che la fonda (ne è il
fondamento) al punto che la storia dell'arte appare piuttosto
come una storia delle tecniche o, meglio, della estetizzazione
delle tecniche; b) non esiste uno sviluppo lineare tra le
tecniche e il loro divenire è piuttosto caratterizzato
da "catastrofi"; da questo punto di vista bisogna
fare una distinzione ben netta tra "tecnica", "tecnologia"
e "neo-tecnologie" perché si tratta di epocalità
diverse, dal punto di vista antropologico e da quello del
senso che in ciascuna di esse assume la produzione artistica.
M.B. Cosa distingue queste diverse epoche
della tecnica?
M.C. Ti posso rispondere quasi riportando
le parole del libro, ma senza argomentare, come invece faccio
nel libro, quelle che qui sembrano affermazioni un po’
apodittiche.
La tecnica – sembra dominata dal principio della individuazione
degli strumenti; è l'epoca della mano; gli oggetti
tecnici sono legati al bisogno e rispondono ad esso; fanno
parte della cultura nel senso che sono una parte della cultura
stessa (gli antropologi hanno potuto parlare di essi come
di una "cultura materiale"); sono fortemente individualizzati
, non nel senso in cui Simondon intende questo concetto: sono
individualizzati nel senso che sono degli "individui"
stabili, immutabili e indipendenti: "L'utensile […]
È là, separato dal resto dell'universo",
"L'artista che incide il legno, batte il metallo, modella
l'argilla, scolpisce il suo blocco di pietra, tramanda fino
a noi un passato dell'uomo, un uomo antico senza il quale
non esisteremmo. Non è mirabile vedere tra noi, nell'età
della macchina, tale ostinata sopravvivenza delle ere manuali?
[…] È l'eterno ritorno di un passato formidabile,
la riscoperta, senza ripetitività dell'ascia, della
ruota, del tornio del vasaio"; gli oggetti tecnici possono
servire l'uno all'altro (la ruota serve al carro, al vasaio,
al dispositivo idraulico…) ma non si interpenetrano
e non si ibridano; non stabiliscono relazioni tra di loro;
in essi forma e funzione si corrispondono e sono fatte l'una
per l'altra; sono quelli più intimamente legati alla
corporeità dell'uomo e da essa attivati.
La tecnologia – sembra dominata dal principio del familiarismo
tecnologico; gli strumenti sono sempre meno legati al bisogno
e si costituiscono in famiglie dando luogo a delle vere e
proprie "saghe" familiari nelle quali, ad esempio,
ci sono storie anche drammatiche di individui che si affermano
e di altri che scompaiono; gli oggetti tecnologici crescono
stabilendo rapporti tra di loro (è il momento della
"ibridazione" indagato da McLuhan); essi procedono
per sequenze tecno-logiche (la fotografia, la diapositiva,
la fotocopia… il cinema muto, il cinema sonoro, il cinema
a colori, il cinema stereoscopico, stereofonico, tridimensionale…)
e per ibridazioni; più che far parte della cultura
e costituirla, la traducono; forma e funzione non si corrispondono;
con essi comincia un processo di marginalizzazione dell'uomo.
Per gli oggetti tecnici, e ancora per quelli tecnologici,
vale il concetto mcluhaniano di estensione o di protesi.
Le neo-tecnologie – hanno la tendenza a costituirsi
in blocchi e a formare degli ipermedia; crescono su sé
stesse, al di fuori della cultura e tendono a dissolvere la
cultura stessa; l'uomo è del tutto marginale ed il
suo ruolo è sostanzialmente quello di far funzionare
i diversi blocchi neo-tecnologici; le neo-tecnologie non sono
più estensioni o protesi, nel senso mcluhaniano, ma
estroversioni separate dei funzionamenti di base dell'umano
che tendono progressivamente a farsi autonome e sé-operanti.
Come si vede, già i termini da me adoperati per i tre
periodi della evoluzione degli strumenti: l'"individuazione",
il "familiarismo" e il "blocco", indicano
una tendenza degli strumenti prima a crescere e a differenziarsi,
poi a stabilire relazioni tra di loro e a perfezionarsi selettivamente,
e infine a chiudersi su se stessi; tale mi sembra la più
realistica direzione dell'evoluzione.
M.B. Consideriamo in che modo la transizione
da un periodo tecnico all’altro può spiegare
l’evoluzione delle arti.
M.C. Per quanto riguarda le arti, stabilito
che esse consistono sempre nella estetizzazione di una tecnica,
ciò che bisogna considerare è il tipo di tecnica
che viene estetizzata perché tra le "arti tecniche",
le "arti tecnologiche" e le "arti neo-tecnologiche"
esiste una differenza profonda.
Le arti tecniche sono immediatamente legate al corpo e da
esso sono messe in opera; qui "È il corpo umano
[…] che viene messo in gioco, che viene incaricato di
esprimere la verità profonda" (Alain); è
solo da questa circostanza che sono nate le categorie dell'estetica
tradizionale: l'interiorità, l'espressione, il significato,
l' idea, lo stile, la personalità artistica, il simbolico,
il genio, e così via.
Le arti tecnologiche si costituiscono sulla base di una mediazione
rappresentata dalla presenza ineliminabile della macchina;
questa (la "macchina" e non lo "strumento"),
e solo questa, traduce l'esperienza nel senso in cui McLuhan
intende questo concetto: le tecnologie sono "modi per
tradurre un tipo di conoscenza in un altro […] Tutti
i media […] hanno il potere di tradurre l'esperienza
in forme nuove […] i media […] trasformano e trasmettono
esperienza"; con le arti tecnologiche, insomma, si ha
sempre e comunque a che fare con una traduzione del soggetto;
è da qui che è nata la concezione dell'arte
come "linguaggio" e nell'estetica è questo
il momento nel quale si afferma la "semiotica":
il luogo prima dominante del "soggetto" viene sostituito
dai "linguaggi" e dal "testo".
Le arti neo-tecnologiche segnano la fine di ogni estetica
dell'io, del soggetto e dei linguaggi, e si risolvono, sempre
più chiaramente, in un'estetica dell'oggetto e della
macchina sé-operante.
Questo significa ancora che le categorie forti della nuova
estetica neo-tecnologica sono l' "esteriorità",
i "significanti", il "non-soggetto" e
la "fisiologia della macchina".
M.B. Le spiegazioni legate alle tendenze
evolutive della tecnica possono sovrapporsi a quelle interne
all’arte, con influenze diverse a seconda dei casi e
dell’orizzonte temporale considerato (breve, lungo o
lunghissimo). Un momento cruciale nella storia dell’arte
del XX secolo è stata la Seconda avanguardia. Come
analizzi questo momento? In quale misura l’uscita dal
quadro, l’installazione, la performance, si possono
spiegare con riferimento alla storia e alle logiche interne
dell’arte, o sono figlie anche dello sconquasso determinato
dalla transizione tra un periodo tecnico e l’altro?
M.C. Ho analizzato tutto questo soprattutto
in un altro mio libro, "L'estetica dei media", pubblicato
nel 1990 e poi ripubblicato, accresciuto di molto, nel 1999,
ma molte altre ricerche andrebbero fatte. Le trasformazioni
legate alle logiche interne all'arte, come tu dici, sono trasformazioni
di superficie rispetto a quelle indotte dalle nuove situazioni
tecniche, poi tecnologiche e poi neo-tecnologiche: la storia
della pittura cambia con l'avvento dei colori ad olio in tubetto
e della fotografia. Ma è ancora poco. L'arte deflagra
e viene scagliata fuori di se stessa dalle tecnologie. Il
suo luogo mentale e materiale si fa introvabile e allora bisogna
ricercarlo e rifondarlo in altre parti e in altre procedure.
Le tecnologie lavorano ed operano occultamente in tutto questo:
le azioni della land art sono sollecitate e diventano film
e video, le performances si fanno presto video e media performances,
le sperimentazioni linguistiche diventano presto poesia elettro-acustica,
le istallazioni tematizzano, innanzitutto e anche loro malgrado,
la preponderanza dei dispositivi e dei significanti tecnologici…
e così via.
M.B. Molti antropologi spiegano che una
parte della tecnica (dai primi strumenti alle nanotecnologie)
si trova dentro la cultura, nel nostro modo di stare nel mondo,
mentre un’altra parte precede la cultura (l’attribuzione
all’arte della capacità di sperimentare e anticipare
nuove possibilità esistenziali trova anche in questo
una legittimazione). La tua riflessione muove tuttavia da
una prospettiva diversa: la cultura è dentro la tecnica,
ed è la tecnica che decide del simbolico e del nostro
modo di essere nel mondo. Questo significa che la tecnica
opera dissolvendo la cultura e quindi la ricerca artistica?
Che ruolo hanno allora la cultura e il simbolico?
M.C. Noi non siamo più veramente
in una cultura o in un simbolico ma, piuttosto e sempre di
più, in un esterno e materiale mondo tecnologico, siamo
semplicemente e soprattutto nella tecnica, una neo-tecnologia
che, per altro, non agisce più solamente e prevalentemente
sulle "cose" ma anche e radicalmente sull'uomo stesso
(genetica, bio-tecnologie…). In altri termini, il simbolico
ha cessato di essere quel sistema di significati capace di
nascondere e ricomporre l'orrore di un mondo privo di senso;
esso non offre più alcuna vera riparazione e alcun
sicuro asilo. Il simbolico del nostro mondo è o "simulato",
come quello che la televisione costruisce quotidianamente,
o "iper-reale", come quello degli integralismi di
ogni tipo. Potremmo anche dire che da un mondo costituito
di "software" siamo passati ad un altro fatto di
"hardware" e di questi soltanto.
In questa situazione la cultura ed il simbolico che noi abbiamo
conosciuto si rivelano ed agiscono come forze regressive e
distruttive, e questo perché tutte le nozioni/supporto
sulle quali il simbolico si è antropologicamente edificato
sono ora teoreticamente liquidate: l'identità, la presenza,
lo spazio, il tempo, la cosa, la sensibilità, la ragione…
assumono sempre di più lo statuto esistenziale ed ontologico
deciso dalla neo-tecnologia e che ben poco ha a che vedere
col passato. Faccio l'esempio della "cosa": tutte
le teorie della "cosa", da Heidegger a Baudrillard,
sono ora del tutto inutilizzabili: la neo-tecnologia ci mette
di fronte a nuove cose digitali, vere e proprie epifaníe
in grado già di per sé di perturbare fortemente
tutti i modi nei quali la "cosa" è stata
pensata; ma, ancora di più, che cosa sono i robot azionati
dalla NASA che abbiamo visto muoversi su Marte?
di fronte a quali "cose" ci mette la tele-robotica?
e quando le "cose" subiscono l'azione della tele-presenza,
che cosa sono? e che cosa è, semplicemente, la televisione
che mi sta davanti ma che comincia ad esistere veramente solo
quando non è più presso di me ma in un altrove
che non so collocare?
2 . L’estetica nell’epoca neo-tecnologica
M.B. Le immagini dell’epoca tecnologica,
con il cinema e la televisione, perdono il rapporto con il
referente e con l’Io che aveva caratterizzato la condizione
pre-moderna. Lo statuto moderno dell’immagine si può
riassumere nella nozione di “blocco immagine”,
proposta da Virilio: nessuna immagine è indipendente
dalle altre, ma confluisce in un blocco che ha un effetto
“derealizzante”, cioè toglie realtà
alle cose nell’istante in cui le trasforma in immagini.
Nella tua analisi questo effetto viene considerato determinante
nella fase tecnologica. Ma con le neo-tecnologie – sostieni
– sarebbero altrettanto importanti i flussi comunicazionali
e la tendenza delle stesse tecnologie comunicazionali a costituirsi
in blocco, a integrarsi (grazie alla convergenza digitale)
e crescere su se stesse, fino a diventare degli “ipermedia”:
è ciò che chiami il “blocco comunicante”.
In questi termini, i nuovi oggetti tecnologici non procederebbero
solo per sequenze e per ibridazioni, ma rivelerebbero una
tendenza a costituirsi in "blocco mediale". Che
differenza c’è tra la “multimedialità”,
che continua a riempire le gallerie d’arte, le “ibridazioni”
studiate da McLuhan, e il “blocco comunicante”?
E quale arte è resa possibile dal “blocco immagine”
e dal “blocco comunicante”?
M.C. Per quanto riguarda i modi dell’essere-assieme
dei media, la loro maniera di rapportarsi e interagire, è
necessario distinguere questi tre concetti fondamentali: la
“multimedialità”, l’“ibridazione”
ed il “blocco”.
Nella nozione di “multimedialità” è
sottintesa quella dell’“opera”, del “soggetto”
forte che mette assieme ed attiva diverse fonti di informazione
per “mettere in opera” il “significato”;
la “multimedialità”, con tutto il suo implicito
carico di trionfalismo umanistico, può esser fatta
risalire alla nozione wagneriana di “opera d’arte
totale” della quale, però, già Nietzsche
aveva ben inteso l’impossibilità di andare al
di là di una suggestiva “retorica teatrale”.
Ed è quanto fanno, ora, tutte quelle cosiddette “installazioni
multimediali” che, di fatto, occultano e degradano le
tecnologie ad elementi di una mera scenografia.
In quanto al concetto di “ibridazione”, esso è,
tra quelli individuati e definiti da McLuhan, certamente uno
dei più interessanti ed ancora praticabili.
L’“ibridazione”, di cui McLuhan parla e
di cui fornisce numerosi esempi, è, nel migliore dei
casi, quella che si stabilisce tra media appartenenti ad ambiti
sensoriali e a tecno-logiche ben distinte e differenti. E
l’“ibridazione”, si noti, genera sempre
nuova energia e nuove forme.
E dunque, una prima distinzione si impone: la mera giustapposizione
di media, pur interagenti, che nulla aggiunge in termini di
dinamica e di qualità dell’energia, e l’interpenetrazione
dei media, una miscela esplosiva che sprigiona energie di
tipo nuovo.
M.B. Poi, accanto a queste, esiste un'altra
maniera dello stare-assieme dei media, che è in qualche
modo il contrario dell’“ibridazione” e che
indichi come “blocco”.
M.C. Infatti, qui un medium tende a costituire,
appunto, un “blocco” con tutti gli altri media
che funzionano, o che finiscono col funzionare, allo stesso
modo e che hanno, o che finiscono con l’avere, la sua
stessa essenza. Non si può più parlare, a questo
punto, di medium ma di “blocco mediale”, di un
complesso cementificato di media che agiscono secondo la stessa
fisiologia e che, per ciò stesso, si rafforzano l’un
l’altro. Si pensi al reciproco rimandarsi, che è
ormai un fatto compiuto, di reti, cellulari, televisione,
telefonia, ecc. oppure a ciò che alcuni chiamano "ubicomp",
cioè alla presenza diffusiva e pervasiva delle tecnologie
numeriche.
La mia ipotesi è che in questa situazione la sperimentazione
estetica non deve compromettersi col "blocco", ma
non nel senso che essa deve evadere in un'arte pre-tecnologica
e neppure che deve tendere ad una "umanizzazione"
delle tecnologie; la non compromissione consiste piuttosto
nel far scoprire le carte al blocco stesso, mettendolo a lavorare
a vuoto ed esibendo la sua nuda fisiologia.
M.B. Le neo-tecnologie, telematiche e informatiche,
determinano un mutamento estetico e antropologico, un cambiamento
di paradigma. Nella tua analisi, il “sublime”
(sublime naturale, nel Settecento, poi metropolitano e industriale,
e infine tecnologico) rappresenta la nuova dimensione della
ricerca estetica, nella quale gli oggetti neo-tecnologici
si configurano come delle “aseità”, delle
“epifanie ritratte in sé” – non più
estensioni o protesi dell’umano, ma “estroversioni
separate”, tendenti ad operare autonomamente.
Si tratta di categorie ormai entrate nel dibattito sull’estetica
neo-tecnologica, che alcuni hanno anche messo a confronto
con i “simulacri” di Baudrillard. Ma mentre questi
rimandano allo svuotamento dei significanti prodotto dalla
ipercomunicazione e dal carattere iperreale delle immagini,
la tua analisi fa riferimento piuttosto al funzionamento vuoto
dei dispositivi, alla loro stessa fisiologia. Da sempre, quando
parli di comunicazione non ti riferisci ai contenuti ma ai
dispositivi. Spieghi che in realtà anche la “estetica
della comunicazione” non ha niente da comunicare, che
sono flussi vuoti, senza informazione, quelli cui fai riferimento:
quanto di più lontano si possa immaginare da qualsiasi
ideologia comunicazionale.
Nella tua visione anche l’interattività e la
bidirezionalità dei nuovi media sono poco più
che un miraggio, qualcosa di molto elementare cui i primi
artisti telematici hanno guardato con troppo entusiasmo. Tuttavia
non possiamo escludere che la ricerca sulle tecniche di comunicazione
di gruppo possa avere nei prossimi anni grandi possibilità
di sviluppo. Perché anche questo non basterebbe a legittimare
una prospettiva ancora umanistica nella ricerca artistica?
E, viceversa, in che modo il sublime tecnologico tenderebbe
ad accelerare la tendenza alla “disumanizzazione”
dell’arte che individui già nel costruttivismo
e in artisti come Gabo, Moholy Nagy e Duchamp?
M.C. Da venticinque anni parlo dei prodotti
di sintesi, del virtuale e delle reti, soprattutto ma non
solo, come delle "epifaníe ritratte in sé"
o come delle "aseità"; mi sono limitato a
constatarne l'inedita e perturbante esistenza senza interpretarla
troppo e cercando di ricavarne le conseguenze sul piano estetico
e su quello più generalmente antropologico.
Ora, tra molti altri autori che si sono oggettivamente messi
in sintonia con le mie riflessioni, trovo un analista junghiano
di Monaco, Wolfang Giegerich, che, mettendosi dalla sua prospettiva
e interpretando, scrive, in un testo di appena qualche anno
fa (L'immaginale, 17/30, aprile 2001), le cose seguenti: si
tratta per lui di liberarsi "dall'illusione (in apparenza
così ‘naturale’) che lo sviluppo tecnologico
sia, o potrebbe essere, al servizio di noi esseri umani e
a nostro beneficio. Il progetto della tecnica ha i propri
fini intrinseci e noi dobbiamo essere al suo servizio […]
I benefici pratici […] e l'idea che lo scopo della tecnologia
in sé sia quello di creare dei benefici per noi sono
l'esca, per così dire, necessaria per sfruttare le
nostre energie a favore del progetto della tecnologia […]
possiamo invece considerare Internet e il World Wide Web come
phainomena in cui l'’anima’ parla di sé
[…] Per Internet, per i computer e per i telefoni cellulari
non siamo che l'interfaccia umana; siamo i loro allegati […]
Viviamo (sempre di più) nel Web non in noi stessi […]
La mente e la materia hanno scambiato le proprie nature. La
mente ha assunto l'oggettività e l'esistenza indipendente
della materia e la materia la sottigliezza e l'invisibilità
della mente […] Internet […] E' veramente un non-io.
Non soltanto si sviluppa e si organizza per proprio conto,
ma è anche al servizio di se stesso", e così
via.
M.B. Forse Giegerich ha letto Heidegger.
M. C. Forse, ma non credo che abbia mai
letto quello che sto scrivendo, appunto, da venticinque anni,
e dunque un riscontro così puntuale tra le mie antiche
tesi e quello che lui ora scrive è quanto mai significativo.
Capisci allora come, in questa situazione, ogni ipotesi artistica
di assoggettamento o di umanizzazione delle tecnologie sia
puramente velleitaria, tanto più che, a mio avviso
e come ho cercato di dimostrare altrove, l'avanguardia più
lucida aveva già ben compreso che il destino dell'arte
stava nel rinsecchimento del significato e nella disumanizzazione.
M.B. Vorrei infine mettere a fuoco il ruolo degli
artisti in questi rivolgimenti. Riassumo la questione in due
punti. Il primo riguarda la legittimazione teorica dell’arte,
che è un problema per i critici e per gli estetologi
ma lo è meno per gli artisti. Come artista posso considerare
l’arte una semplice convenzione e tuttavia accettare
che, sulla base di questa, ci sia un sistema (dei luoghi,
un pubblico, un apparato di comunicazione) che, per quanto
distorto, mi consente di fare delle cose che non avrebbero
spazio altrove. Se anche l’arte non fosse altro che
un "mito filosofico", come sostieni, resterebbe
tuttavia all’origine di una effettiva possibilità
di sperimentazione.
La seconda questione riguarda la fisionomia degli artisti
nell’epoca neo-tecnologica. E’ evidente che le
categorie estetiche (espressione, stile ecc.) sopravvissute
dal Rinascimento, fino allo stereotipo dell’artista
maledetto e bohèmien, non hanno più senso. Nella
tua analisi gli artisti delle nuove tecnologie, secolarizzati
sperimentatori del galleggiamento nell’universo tecnologico,
non sarebbero più i malinconici e ispirati figli di
Saturno che si supponeva fossero nel Rinascimento, ma tornerebbero
finalmente ad essere (come pittori e scultori medievali) più
pragmatici figli di Mercurio, assimilati agli orologiai e
ai costruttori d’organo. Mi piace che gli artisti oggi
possano essere più simili ai costruttori d’organo:
ricercatori estetici, titolari di un sapere tecnico-scientifico,
concentrati sui dispositivi (per esempio le tecniche di comunicazione
di gruppo) e sulla loro fisiologia. Ma perché non pensare
allo stesso tempo agli artisti come attori capaci di coniugare
le due culture? Improbabili figli di Mercurio e di Saturno,
ancora in grado di utilizzare le vecchie scorciatoie dell’arte,
fatte di intuizioni e seduzioni che spesso permettono di anticipare
altri percorsi. Come immagini il futuro dell’arte e
degli artisti? E cosa intendi quando parli degli artisti come
soggetti della “domesticazione” dell’eccesso
tecnologico?
M.C. Nulla è più lontano da me dell'idea
che gli artisti abbiano esaurito il proprio compito e la loro
funzione. Lo chiarisco ancora una volta perché spesso
avverto del malanimo e del risentimento legati e dipendenti
da questo equivoco. Da trent'anni lavoro con gli artisti e
spesso li promuovo. La sola "Artmedia", la cui prossima
Edizione è prevista per i giorni dal 23 al 24 novembre
<www.artmedia.unisa.it>, dovrebbe essere sufficiente
a fugare ogni sospetto. Io non sono un critico d'arte, e dunque
non accetto tutto quello che, di qualità, viene fatto;
sono al contrario fortemente parziale e mi interessa solo
quella ricerca estetica che considero in qualche modo come
una sorta di filosofia applicata, di quella filosofia che
ho qui appena accennato; questo significa anche che non mi
interessano quegli artisti che, come ho detto, presumono di
"utilizzare", "umanizzare", "assoggettare"…
le nuove tecnologie, la qual cosa significa semplicemente
far fare ai nuovi media il lavoro di quelli vecchi e riproporre
con strumenti nuovi poetiche ormai esaurite e noiose. Detto
questo, la tua idea dell'artista mi va perfettamente bene
ed è quella che io stesso sto cercando di delineare
e definire da molti anni.
Per "domesticazione del sublime" intendo poi l'esibizione
dell'eccesso tecnologico nel registro dell'estetico, secondo
quelle modalità alle quali ho accennato e che spero
di aver anche qui in parte chiarito.
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DA SOPRA:
R. Ascott Aspects of Gaia, 1989, Ars Electronica,
Linz
M. Bolognini, Progetto SMSMS (serie CIMs-Collective
Intelligence Machines), 2001
M. Bolognini, CIM 3, Installazione, 2004, Neon, Bologna
F. Forest, Hommage à Mondrian, 1989-2003,
Museo del Sannio, Benevento
R. Kriesche, Telematic Sculture n. 4, 1995, Biennale
di Venezia
M. Mitropoulos, Face to Face, 1985-2004, Museo del
Sannio, Benevento
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