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D.R.I.L.L.S.
L'eco della memoria
di Anna Lo Cascio
Poliedrica, multiforme, cangiante nel tempo e nel medesimo
istante, secondo il diverso punto di vista dal quale viene
di volta in volta esaminata, la memoria sembra continuamente
sfuggire a qualsiasi interpretazione costante e immutabile,
dividendosi in più chiavi di lettura, moltiplicando
gli infiniti significati, tra gli innumerevoli valori soggettivi,
diversificati, unici e irripetibili, come i momenti che cerca
di preservare dall’imperante nulla, sovrana incontrastata
del tempo. Tentarne, dunque, una definizione esauriente è
un’operazione ardua e pressoché impossibile essendo
illimitate e composite le ragioni che essa via via ricopre
ed incanala.
La memoria è fragile e vulnerabile, essendo anch’essa,
pur se garante del tempo passato, sottoposta al suo passaggio
e al suo arbitrio. E’ selettiva e frammentaria, camaleontica
e sfuggente. Ove svariate sinestesie si sommano e sovrappongono,
parole frantumate bisbigliano, immagini assopite di soprassalto
riemergono e si traducono in spettri. Silenzio e frastuoni
tra sottotoni, sfumature impercettibili del pensiero e scorci
che ritornano. E’ un filtro, un bagaglio, una risorsa.
La conformazione dell’essere nella sua sostanza, essenza,
consistenza, tale da svincolarlo dai limiti del finito, dalle
cerchie del provvisorio e proiettarlo nella illusione necessaria
della immortalità e garantirgli così un senso,
una permanenza, una ragione altrimenti inesistente.
Questa prolifica e infinitesima molteplicità della
memoria si riflette pienamente nel differente modo in cui
diversi artisti, a partire dagli anni ’60 circa, hanno
rappresentato e pensato ad essa, ciascuno riproducendo appieno
uno dei tanti volti con cui essa ricorda, ci fa ricordare.
Ognuno di essi, difatti, in modo personale ed originale e
con differenti mezzi, si rifà ad un singolare aspetto
di questo mosaico dialettico che la memoria giornalmente conserva
e preserva, in base alla propria esperienza e al proprio sentire.
Tra questi Christian Boltanski, artista francese di origini
ebraiche, nato a Malakoff nel 1944, il quale nei suoi testardi
e tenaci tentativi, per lo più fallimentari, di ricostruzione
e di archiviazione di qualsiasi traccia del passato, ha messo
in luce la contraddittorietà e inaffidabilità
propria della memoria, attraverso installazioni metonimiche
di foto sfumate e ingiallite e di abiti dimessi e ammassati,
che ci conducono, tra ironia e nostalgia, in un universo ambiguo
e fittizio, nell’assenza di quegli sguardi e quei corpi
ormai scomparsi per sempre e nell’assenza stessa che
ci circonda.
Nella sua e nella nostra “vita impossibile”.
A tale scopo egli ha, infatti, ricercato e raccolto tutto
quel materiale che custodisce e rende tangibile il passaggio
dell’esistenza, tutti quei momenti vissuti e assediati
costantemente dalla forza disgregatrice e inesauribile dell’oblio.
Tutto ciò che è saturo di passato, che ha qualcosa
da raccontare, tramandare, per preservarlo vivo nel ricordo.
Oggetti d’uso quotidiano, insignificanti, di poco conto
e di nessun valore estetico se non fosse per quella dolcezza
inappagata della nostalgia che trascende il quotidiano e lo
mitizza attraverso le lenti deformanti del tempo, conferendo
ad esso quel fascino che riveste ogni prodotto d’antiquariato.
Scelti non casualmente ma perché testimoni di una determinata
vicenda e adoperati non per se stessi, per la loro forma o
per ciò che rappresentano, ma per la loro capacità
magica d’evocare…una storia, un’assenza,
un ricordo qualsiasi. Di gente comune e sguardi anonimi [1][.
E così ci avventuriamo nell’oscurità,
interrotta talvolta da flebili luci inquisitorie, delle sue
esposizioni sepolcrali, tra dubbi mentali e sensoriali, nell’acre
odore che fiori secchi, spesso utilizzati, diffondono nell’aria
già di per sé tetra e irrespirabile. Nei frequenti,
velati e struggenti, riferimenti all’Olocausto, tragica
e irrazionale vicenda intorno cui ruota tutta la sua produzione.
Come qualcosa d’impossibile da dimenticare, di impossibile
da ricordare. Un aut-aut senza sosta e senza soluzione di
continuità che sottintende una doppia volontà
e il costante fluttuare tra i due poli: memoria-oblio; luce-
ombra; vita-morte. E che giungerà infine all’amara
consapevolezza di quanto poco sia ciò che siamo riusciti
a trattenere in fondo alla nostra misera e smemorata coscienza,
nella memoria infedele che famelica inghiotte e dimentica
ogni ieri trascorso. Del nostro passato. Delle nostre esperienze.
Dei nostri ricordi. Una memoria emotiva, dunque, tragicomica,
di sapore proustiano e densa di doppi sensi, di struggente
tenerezza, di quesiti irrisolti, e in fondo infine di disarmante
bellezza.
Un altro aspetto della memoria, la sua predisposizione alla
seduzione della manipolazione e la sua conseguente necessaria
importanza storica, è stato indagato, invece, da un
artista romano, Fabio Mauri, il quale, dopo un esordio proto-pop,
neo-dadaistico culminante nella realizzazione dei cosiddetti
Schermi [2], emblemi collettivi della nostra società
multimediale, la società dello spettacolo,
approderà negli anni Settanta alla realizzazione delle
operazioni-azioni ideologiche, da Che cosa è il
fascismo ad Ebrea, veri e propri esercizi spirituali,
immersioni catartiche nel massimo grado del male possibile,
tali da ridestare nel ricordo attualizzato l’orrore
passato e il desiderio di riscatto. Perché non vengano
ripetuti gli stessi errori. Mauri, in tal modo, proseguendo
la sua critica ideologica alla società dei consumi
e alla miserevole predeterminazione degli eventi e delle nostre
azioni, ad opera degli onnipresenti persuasori occulti, ricostruisce,
nello statuto della performance, brani di storia collettiva.
Ci riporta all’epoca del fascismo, della “Grande
Bugia”, e a tutto l’orrore che l’ha permeata,
ricolma di sangue innocente, di atroce violenza e di inganni
mascherati.
Dal quadro all’azione il passo risulta inevitabile,
allora, e l’idea fuoriesce dai confini della superficie
della tela, attraverso atti di oggi che parlano di ieri, di
un passato non ancora smaltito, intollerabile e per sempre
indigesto. Ancora più insopportabile e molesto se si
considera la sua palese e mortificante attualità. L’oblio,
in questo caso, è definitivamente messo tra parentesi,
dimenticato e il dovere di memoria diviene indiscutibile.
Una memoria etica, consapevole, armata di buon senso e di
capacità critiche, contro ogni forma di ingiustizia
e discriminazione, di ignoranza e crudeltà. Contro
le storture di qualsiasi autoritarismo e i muri tuttora esistenti
dell’indifferenza e dell’arbitrio.
Ritroviamo, invece, l’ossessività della memoria
e la sua predisposizione alla ripetitività nell’opera
e nella storia temporale di un uomo che pur avendo vissuto
sulla propria pelle, all’età di nove anni, la
tragica condizione di reclusione in un campo di concentramento,
perché polacco, non ha mai posto l’accento su
di essa: Roman Opalka, nato ad Abeville nel 1931, il quale,
dopo una serie di esperimenti fallimentari rivolti al disperato
tentativo di dipingere il tempo che passa, rappresentati dai
“Chronomes”, illuminato dall’eureka del
1965, decide di consacrare l’intera sua esistenza alla
realizzazione di un’opera unica ma infinita. Nasce così
il singolare “projet de vie” intitolato “Opalka
1965/8” che consiste nella trascrizione pittorica di
una progressione numerica ascendente che avrà termine
solo con la morte dell’autore stesso. Si tratta, dunque,
di un’opera organica, dinamica, in continuo movimento
nel suo accrescersi, inarrestabile e irreversibile come il
tempo e la sua memoria. Ma anche di una vera e propria missione,
una professione di fede alla quale Roman Opalka si dedica
con la massima severità, serietà e costanza.
Non si è mai dedicato, infatti, parallelamente alla
realizzazione di altri progetti, ma ha scelto impavido la
ripetizione di uno stesso gesto. Tra i vari “Détails”,
come nomina significativamente i quadri che compongono fisicamente
l’illimitatezza mentale di questo “tableau unique”,
sparsi per tutto il mondo e tutti rigorosamente dello stesso
formato (196x135 cm), esiste, dunque, un legame indissolubile
come indissolubile è il rapporto esistente tra i tanti
istanti della vita umana, così iscritti nella tela
e per sempre. Quello che noi vediamo è, allora, sì,
una serie indistinta e processuale di numeri, ma è
anche, e soprattutto, la registrazione di un tempo vissuto,
di un tempo esistenziale, della durata di Roman Opalka. Inoltre
per accentuare la finalità del progetto, a partire
dal 1972 ha aggiunto, a questa maestosa architettura pittorica
del tempo che fugge, due varianti: l’aggiunta di 1%
di bianco in più sul fondo di ciascun dettaglio e lo
scatto di un autoritratto al termine della giornata di lavoro.
Le tele sempre più bianche, come le foto, per il naturale
invecchiamento dell’individuo, ci ricordano l’avvicendarsi
della morte e la fine di un progetto tendenzialmente infinito.
Una memoria ossessiva, dunque, che, attraverso un approccio
filosofico e inimitabile, ripete ciò che di per sé
è irripetibile. Che scorre come scorrono i giorni e
che parla di ciò che non ha voce, né sapore,
di ciò che è per sua natura ineffabile e incommensurabile,
eppure sempre presente. Del tempo che passa e delle modifiche
che questo sottintende nell’apparente monotonia della
ridondanza, della ripetizione dei giorni.
Memoria autobiografica. Intrisa delle stanchezze, le fatiche,
le gioie e le sfide di un uomo che ha votato se stesso alla
realizzazione concreta di un’idea astratta.
Infine è possibile riscontrare l’estrema fragilità
e frammentarietà della memoria ripercorrendo le visioni
cristallizzate dello sguardo utopico e fantasioso di Anne
e Patrick Poirier, una coppia di artisti francesi nati entrambi
nel 1942.
Instancabili viaggiatori, mossi unicamente dall’emozione,
rivestendo ad un tempo i panni dell’architetto e dell’archeologo,
i Poirier si sono dedicati alla ricostruzione di siti antichi,
come quelli di “Ostia antica” e della “Domus
Aurea”, e alla collezione di tutto quel materiale, quei
pensieri e quelle emozioni incontrate nel corso dei loro numerosi
e proficui pellegrinaggi. Testimonianze preziose sottratte
al silenzio della dimenticanza attraverso la loro classificazione
e conservazione nei diversi taccuini di viaggio, fedeli compagni,
ed esposti, in seguito, all’interno di bacheche o di
mobili, vetrine, cassetti. Aprire uno di questi cassetti,
guardare dentro un mobile, attraverso una vetrina è
allora come scavare nell’inconscio, recuperare momenti
perduti, cercare attimi rubati, ritrovare ciò che è
stato preservato nell’archivio della nostra coscienza
e che ritorna all’improvviso a stupirci e meravigliarci.
I Porier, dunque, hanno ricercato nei siti più distanti
e in questi mondi perduti, ciò che la psiche umana
ha di atemporale e permanente, per penetrare, attraverso immagini
fisicamente percettibili, in quegli spazi poetici contenuti
in una regione del nostro cervello altrimenti inaccessibile.
Una memoria culturale che si esprime spesso attraverso la
mitologia e la riduzione della scultura all’irrisorietà
del frammento per una poesia dell’effimero e per contrastare,
attraverso l’arte, la vanità e la fragilità
dell’essere e delle cose, delle civiltà e dei
paesaggi. Per assicurare l’attitudine al ricordo, alla
memoria, essendo la sua distruzione il primo indizio dell’insorgere
della violenza e dell’intolleranza. Ma anche per cercare
di rispondere alla ricorrente domanda: perché siamo
al mondo? Qualcuno può rispondere? L’arte? La
memoria?
No, il quesito rimane irrisolto. Ma forse, osserva l’architetto-archeologo
di “Mnemosyne” [3], la memoria può
in qualche modo addolcire questa incognita. Facendoci sentire
meno soli e parte di una continuità, la continuità
dell’essere.
In tutti questi casi, comunque, sia che si rifletta sulla
memoria storica o della storia dell’arte, sulla memoria
di sé o di un luogo, sulla memoria come fatto mentale
o come evocazione intima e personale, il passato è
sempre recuperato e rivissuto in vista del presente, in rapporto
all’attuale e al possibile, in modo da assicurare e
migliorare l’attesa del nostro domani. Nella frenesia
del vivere quotidiano, nella rapidità del consumo veloce,
la memoria, sia che si tratti di una memoria proustiana o
di una memoria storica, di una memoria culturale o del tempo
irreversibile, ci invita, dunque, per mezzo della visibilità
dell’arte, alla riflessione, all’anamnesis, ad
una pausa, una ricerca nel proprio mondo interiore, nella
storia di cui facciamo parte, nei luoghi che percorriamo,
nella storia dell’arte e della cultura, nella mitologia
e nel tempo che passa.
"… Si, passeremo tutti e tutto
passerà. (…) Tutto è ombra e polvere agitata,
e non c’è altra voce se non il rumore di ciò
che il vento innalza e trascina, né altro silenzio
se non quello di ciò che il vento lascia (…)
Tutto quello che ho pensato, tutto quello che ho sognato,
tutto quello che ho fatto e che non ho fatto: tutto se ne
andrà in autunno, come i fiammiferi usati che ricoprono
il pavimento in diversi sensi, o i fogli di carta appallottolati
in palline false, o i grandi imperi, tutte le religioni, le
filosofie con le quali si sono baloccati i bambini sonnolenti
dell’abisso…tutto se ne va in autunno, tutto nell’autunno,
nella tenerezza indifferente dell’autunno” [4]
Eppure qualcosa resta, tra speranze, nostalgie, utopie, denunce
ed ossessioni che s’intrecciano, affiancano e rincorrono.
Restano i volti assenti di Christian Boltanski, i dettagli
morenti di Roman Opalka, i frammenti irrisori di Anne e Patrick
Poirier, gli schermi catartici di Fabio Mauri.
Volti dimenticati, dettagli vissuti, frammenti sepolti e schermi
vuoti che ritornano nell’eco della memoria e dell’arte
per ricordare e ricostruire, nella consapevolezza del passato,
il progetto dell’avvenire.
NOTE:
[1] Proprio l’anonimato rafforza il potere di queste
immagini, favorendo quel processo di immedesimazione e identificazione,
fine ultimo di tali composizioni. Questi volti sconosciuti
sono infatti tali da ridestare ricordi comuni e innescare
il circuito infinito dei rimandi e delle associazioni.. Sono
una sorta di provocatore ottico o psichico, come la tecnica
del frottage lo era per Ernst, o la madeleine per Proust Un
segnale, uno stimolo che apre svariate vie e percorsi inimmaginabili,
riportandoci per qualche istante là dove siamo stati
anche noi, a quella festa, in quella stanza, con quel vestito,
le stesse trecce o lo stesso cappello, con lo stesso giocattolo
tra le mani e lo stesso sorriso.
[2] Opere monocrome fatte di carta bagnata e poi di tela tirata
su telaio rettangolare con una parte aggettante a forma di
schermo curvo.
[3] Si tratta di una città ideale ricostruita dai Poirier
secondo la conformazione ellittica del cranio.
[4] F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine,
Feltrinelli, Milano, 1997, pp. 88-89
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Christian Boltanski, Monument, 1989,
Oggetti vari, cm104x90
Christian Boltanski
Canada, 1988
Ydessa Hendeles Art Foundation,
Toronto, 1988
Fabio Mauri, Ebrea
(Suzanne Christov)
Convento di S. Egidio
Fotografia Claudio Abate
Fabio Mauri
Che cosa è il fascismo
Stabilimenti Safa Palatino, Roma, 1971
Fotografia Claudio Abate
Fabio Mauri
Che cosa è il fascismo
Campo San Paolo, Venezia, 1974
Fotografia Cavallini
Opalka 1965/1-8
Détail 4875812-4894230
Acrilico su tela, cm 196x 135
Collezione dell’artista
Roman Opalka, 1965
Roman Opalka 2000
Anne e Patrick Poirier
Mnémosyne, 1991
(durante la costruzione)
legno, tempera
cm 700x550x30
Anne e Patrick Poirier
Mnémosyne, 1991
Les archives de l’archéologue
Cassettiera contenente diversi oggetti
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