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RECENSIONI
Didascalia all’opera
La 51° Biennale di Venezia
di Patrizia Mania
Andare a visitare la Biennale di Venezia implica da sempre
un approccio a due distinte ma complementari direzioni:
da un lato, la mostra – o meglio le mostre - in
sé, con le proposte, l’impostazione curatoriale
e l’immagine complessiva del percorso; dall’altro,
il contesto nel quale la rassegna si è inverata,
cioè tutti quegli apparati che ne promuovono all’esterno
l’immagine e l’identità. Partendo proprio
da questo secondo aspetto sembrerebbe, questa cinquantunesima,
un’edizione inoppugnabile per diverse ragioni: l’estrema
attenzione riservata non solo alla stampa ma a tutto il
pubblico anche nella scelta di soccorrerlo fisicamente
nell’inevitabile stremo di forze conseguente l’ampiezza
del suo tracciato, con punti di ristoro dislocati strategicamente
un po’ ovunque; la managgevolezza dei tre cataloghi
pubblicati a corredo documentario; il tentativo anche
didascalico di accompagnare il pubblico di fruitori nella
miriade di proposte evitando soprattutto equivoci di senso.
E tutto questo è già molto per chi abbia
a cuore la comunicazione dell’evento come fattore
primario.
Per quello che concerne invece il “fatto”
in sé il discorso si complica, non solo e non tanto,
per le possibili e plausibili perplessità su alcune
scelte, quanto piuttosto per quel che ne emerge e deriva.
All’Arsenale chi si aspettava le scelte più
vicine alla sensibilità contemporanea non è
rimasto deluso. Rosa Martinez, curatrice della mostra
“Sempre un po’ più lontano” qui
allestita, ha saputo orchestrare un itinerario nella sensibilità
attenta all’”alterità” con consapevolezza
critica notevole. Ha saputo far convergere in un unico
spazio, in un unico progetto e concetto curatoriale modalità
diverse di vivere il contemporaneo, di difendersi dalla
“semiotica dell’eccesso” con situazioni
circoscritte ma mai particolaristiche. L’idea poi
di disseminare le opere, laddove il progetto del singolo
artista lo ha consentito, per tutto l’Arsenale,
ha ribadito l’unitarietà di un progetto per
certi versi “condiviso” dagli artisti partecipanti
stessi che mostrandosi si sono messi in relazione.
Quanto ai linguaggi declinati, l’insistenza dei
video, ha fatto parlare alcuni di un richiamo stretto
ai vicini anni Novanta, ma certo l’accento più
poetico, la compresenza ormai pienamente metabolizzata
di artisti provenienti dalle aree più lontane dell’occidentecentrismo,
ciascuno con il suo bagaglio ad un tempo localistico e
universalistico, ha compenetrato l’ottica prescelta.
A scapito di un’indagine sul sociale scarsamente
presente, ad essere rappresentati sono soprattutto i rituali
del nostro contemporaneo. Il premio assegnato alla guatemalteca
Regina José Galindo testimonia di un’apertura
verso l’emotività intesa come politica di
vita e come risorsa artistica. Nell’installazione
Quest del Gruppo moscovita Blue Noses, consistente
in una serie di grandi scatoloni all’interno dei
quali, favoriti dalla semioscurità, vengono proiettati
dei filmati di esseri umani che mimano azioni di deiezione,
di copulazioni, di fuga, al limite del farsesco, con un
fondo sonoro ullteriormente dissacrante. Quei gesti, quelle
azioni, quei rumori ne riducono gli interpreti a semi-insetti,
pulcini inghiottiti da un sistema di controllo sociale
teso a sopprimere le singole individualità. Scherzosa,
al limite dell’assurdo, la video performance di
Pilar Albaraccin Viva España, nella quale
sembra cingere d’assedio gli stereotipi dilaganti
con tocchi di leggerezza inaspettati. Più incline
a pensare la natura fonte ineusaribile di energia contro
l’abuso ed il sovvertimento si mostrano a chiare
lettere Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla, duo
di artisti particolarmente impegnato sul fronte della
divulgazione di “controsaperi”, come rivendicazioni
testimoniali dei diritti di giustizia ambientali. Nel
video Under Discussion ci invitano a partecipare
a una sorta di gita ecologica situazionista nella riserva
protetta dell’isola portoricana di Viecques, da
anni usata come base di sperimentazione di nuove armi.
Di fronte al video, quasi a proporre un dialogo serrato
con il luogo, è, e lo sarà ancora per breve
tempo, un ippopotamo di fango, Hope Hippo, costruito
con il fango della laguna veneta, destinato ad estinguersi
e a non permanere per via degli agenti atmosferici. Anziché
essere costruito con materiali nobili come il bronzo appare
con un materiale precario e strettamente legato al luogo
e vuole nell’indolenza della posizione con cui è
momentaneamente mummificato farsi portavoce di informazioni
come ci urlano i giornali lì disseminati. A gridare
l’impossibile coercizione ad un mondo la cui esperienza
affiora come un incubo è l’installazione
performance del tedesco John Bock Zero hero, che
irride, in un patchwork orrorifico di deiezioni e di trivialità,
la disperante contemporanea condizione esistenziale. L’oggetto
“basso” riesumato a “consumo estetico”
è invece l’approccio di Joana Vasconcelos
che ci restituisce con A Noiva/ La Sposa un bello
dal basso, con un immenso lampadario che pare rendere
cristalli migliaia di assorbenti igienici interni. Il
riscatto del reietto in formula monumentale. A fuggire
dall’inferno del presente ci pensa Mariko Mori che
invita a vivere con il suo Wave UFO un’interconnessione
senza selciati, ammorbidita e etereizzata in una sincopata
esperienza sensoriale ai limiti del possibile in una sterile
navetta futuribile. Una fuga, meno evasiva e più
critica, è quella di Sergio Vega, una sorta di
ritrovamento del giardino dell’Eden che nelle sue
icone e nel suo comfort stereotipato ci incatena e ci
schiavizza.
Qualcosa di poetico, un equilibrio alchemico tra le cose
che si incontrano, guida spesso le opere di Bruna Esposito
come mostra questo straordinario avvicinamento tra marmo
e bucce di cipolle: durezza con levità, inossidabilità
con precarietà e finitezza. Cita Hesse lei stessa
nel testo di presentazione con un brano del quale il suo
lavoro sembra la trascrizione in immagine: ”Anche
in arte, l’amore è una cosa strana: gli riesce
quello che non riesce alla cultura, all’intelletto,
alla critica; esso collega cose tra loro lontanissime,
accosta il più vecchio al più nuovo; supera
il tempo, mettendo tutto in relazione al proprio centro.
Esso solo dà sicurezza, esso solo ha ragione, perché
non vuole avere ragione”. Sottile incantesimo, un
po’ come la logica degli inconciliabili sottesa
al lavoro di Mona Hatoum che qui ha presentato + and,
come mettere ordine al disordine e ritornare a farlo senza
dispendi in alcun modo produttivi.
Ma allora è forse la poesia l’unica arma
di riscatto sulla quale poter ancora fare leva? A giudicare
dal tenore dei lavori in mostra si direbbe di sì.
E ciò non viene contraddetto neanche dalla mostra
L’esperienza dell’arte curata da Marìa
de Corral e allestita negli spazi del tanto vituperato
ex padiglione Italia sulla cui sparizione - sottrazione
stendiamo per il momento un velo pietoso. Ebbene qui,
fra le tante intercettazioni merita un’attenzione
particolare l’installazione di William Kentridge
che ha saputo fare del bianco/nero un immenso miorama
videoproiettato dove le ombre e i negativi divengono i
protagonisti di una pantomima del colore/noncolore e dei
suoi significati. Ma forse è Poetic Justice di
Tania Bruguera a dare il timbro di un percorso di poeticità
dove il poetico e il sociale storicamente individuabile
si coniugano in uno stretto corridoio che obbliga e implica
attenzioni non frettolose e condivise. Dove il poetico
non è fuga circospetta dal mondo reale e l’etico
non è fredda applicazione di un codice, ma invece
e soprattutto sensibilità nella differenza tutta
da esperire.
E le partecipazioni nazionali? Forse lo spettacolo di
pirotecnica di Annette Messager per quanto suggestivo
e corredato da adeguate didascalie di spiegazione e pur
rispondendo a una grande poeticità risponde meno
di altri ad un’urgenza di contemporaneità.
Quanto necessitante appare invece al suo diretto confronto
l’installazione complessa di Ishiuchu Miyako mother’s
2000 – 2005 – traces of the future nel padiglione
giapponese. Le grandi fotografie, ma anche i video e gli
oggetti sono i soggetti, le tracce svuotate da un corpo
– quello di sua madre – che non c’è
più. E non è solo un modo per ricordare
tracce e impronte della propria biografia; la sua, attraverso
questi silenti resti, è la traccia della figura
materna, della donna per antonomasia
Che dire, invece, di un padiglione non particolarmente
sottolineato e apprezzato dalla stampa ma che è
riuscito nel rigore metodologico dell’imprinting
dell’artista ospitato a farsi documento e opera
al contempo di una percezione engagée come quello
spagnolo che ha presentato il progetto di Muntadas On
Translation: i Giardini? Una riflessione ampia sul significato
che la memoria attribuisce a determinati spazi pubblici,
come lo sono i musei, e come lo sono nella fattispecie
i Giardini della Biennale, che vengono dunque considerati
come “luogo” metaforico della percezione.
Qui sì la didascalia è legittima, quando
altrove la sua ridondanza sembra piuttosto colmare un
vuoto o temere il rischio dell’ambiguità,
del fraintendimento. Quasi ad essere messa in discussione
sia la forza comunicativa dell’arte stessa, quasi
si dovesse con umiltà mettersi dalla parte dei
non addetti ai lavori o se ne presupponesse l’insufficienza.
Oppure, chissà, la didascalia è divenuta
supporto tecnico essenziale alla stessa presentazione
espositiva e sono i suoi criteri a renderla essenziale
e imprescindibile all’opera.
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Da sopra:
Tania Bruguera
Poetic Justice, 2002-2003
General view. Video installation. Used tea bags, canvas, wood,
8 LCD monitors, 8 DVDs, newsreel edited material, sound. 19
X 4 X 4 mtrs. All images @ Tania Bruguera
Photo Michael Tropea, Donna Hurts
Photo courtesy of Rhona Hoffman Gallery, Chicago and the artist
William Kentridge
Drawings from Journey to the Moon and fragments for Georges
Méliès, 2003
Collage. 255 x 555 cm. (approx)
Courtesy Marian Goodman Gallery, New York / Paris
Regina José Galindo
Quien puede borrar las huellas, 2003
Performance
Photo Vitto
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