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REGIONES
Il Modernismo africano ad Asmara
di Domenico Scudero
Asmara è una piccola capitale densa di fascino modernista.
Una città dal volto europeo voluta dall’innesto
della progettualità architettonica italiana che ne
voleva fare la capitale sud dell’impero coloniale. Di
questo disegno fallimentare rimangono solo le tracce affascinanti
e splendide in una città che sembra ripetere il destino
dell’antica Amarna. La particolarità di questo
agglomerato monumentale moderno consiste nella sua insolita
conservazione. Amplificata dalle qualità del popolo
eritreo l’idea della conservazione, che assume qui quasi
un connotato morale e di dignità civile, ha consentito
la permanenza intatta di tutti gli edifici e gli arredi storici
che non siano stati danneggiati dalla sanguinosa guerra rivoluzionaria.
Gli italiani avevano costruito la strada che da Massawa, città
arabesca, calda, bianca, caotica ed equatoriale sul Mar Rosso
si inerpica sino all’altopiano di Asmara a quota 2.400
s.l.m. Questa strada, fitta di tornanti e precipizi temuti
dai camionisti per via dei riflessi del sole e delle tormente
di nebbia sbocca direttamente e quasi dal nulla nel centro
della capitale futuribile e moderna, costruita in stile asciutto
e deciso, dai colori cromatici tonali, dall’impianto
stradale geometrico.
Dopo le sanguinose disfatte ed i terribili trascorsi militari,
di cui la strada reca ancora le memorie, l’altopiano
si apriva come una sorta di paradiso in terra. La natura africana
qui modifica i suoi statuti e si vive in una eterna unità
climatica rotta a tratti dalle piogge. Nel giro di 24 ore
si alternano le quattro stagioni. La primavera albeggia. Mazzogiorno
è l’estate, la sera una foschia autunnale si
leva dai prati. La notte è quasi inverno e ci si muove
dentro pesanti giacche imbottite. Probabilmente questo deve
aver motivato buona parte delle energie impiegate dalle maestranze
italiane chiamate a costruire il nuovo volto imperiale della
città. In questo disegno certamente visionario non
c’erano piani distruttivi: diversamente dalle altre
città Asmara possedeva già quel suo accento
di irato distacco e di semplice rassegnazione alle cose del
mondo. Un atteggiamento che per certi versi risulta simile
a buona parte degli italiani giunti lì. Il temperamento
locale è per certi versi simile a quello del sud Italia,
ma diversamente da questi gli Eritrei hanno uno spiccato senso
della cultura. La pulizia e lo splendore coloristico di queste
regioni appariva al progettista di allora il binomio perfetto
per la realizzazione di uno scenario vitale della modernità.
Con leggero paternalismo si lasciava che l’impianto
fosse costituito e connesso col tessuto cittadino con le sue
stesse regole. Il progetto modernista italiano applicato era
quindi esattametne ideale; si posavano volumi e si calibravano
le luci, ma si lasciava intatto l’impianto strutturale
ampliandolo. Proprio qui troviamo in perfetto stato di conservazione
l’idea della magniloquenza e della chiarezza che era
nelle intenzioni costruttive del modernismo italiano, e della
sua radice numerico frontale di desinenza latina, qui avviata
in fase già post sperimentale e con risultati molto
simili a quelli di Latina e di Sabaudia.
Sempre in Harnet Avenue il prodotto sintetito di questo carattere
razionale sdoppiato fra curva e angolo retto è nel
palazzo disegnato da Vitaliti nel 1944, rimasto incompiuto,
in cui si ripetono le tensioni minimali della Casa del Fascio
di Terragni. Si tratta di uno degli edifici definitivi del
carattere storico di Asmara. Le linee modulari del geometrismo
anni Venti dell’architetto Sclafani, ne danno conferma
nel palazzo della Casa del Fascio in stile eclettico poi incorporata
in una facciata in puro stile razionalista.
La chiarezza del campanile a torre, idea futurista di Sant’Elia
risulta finemente tradotto nella Cattedrale Ortodossa di Nda
Mariam, realizzata dal Gallo dal 1920 al 1938 con impianto
a doppia stilizzazione che ripete la struttura basilare dei
nativi, in pietra scura su cui si innesta il longone verticale
bianco poi ampliato dalla perfetta simmetria. Simmetria che
costituisce il nodo simbolo del carattere di questa città
insieme al profilo arrotondato. La struttura fissa del disegno
gemetrico sarà dagli anni Venti in poi il motivo dominante
Sebbene fortemente limitata nella sua struttura la casa di
Nakfa Av. Ostruita da Cappellano domina per la chiarezza di
intenti e la definizione del progetto. Si trattava davvero
di realizzare nel profondo cuore dell’Africa un modello
chiaro di abitazione futurista, dove il disegno poneva delle
precise indicazioni allo sguardo. Sebbene la datazione sia
abbastanza tarda, 1937, la casa di via Nakfa segna decisamente
lo sviluppo delle linee architettoniche nell’edilizia
di tutto il decennio successivo.
In particolare, le abitazioni residenziali con impianto curvilineo
e asimmetrico, d’una asimmetria che può esistere
solo in quanto distorsione di una esatta simmetria, creano
gli sviluppi più originali delle costruzioni di quegli
anni. La caratteristica inserzione delle luci all’interno
di lesenature tipiche del disegno di Pagano incamerano griglie
vetrate dall’asciutto schematismo e dal rigido geometrismo.
La casa fronteggia col suo spessore l’ingresso principale
della città per chi arrivi dal mare. A poche centinaia
di metri si erge la limpida facciata del Cinema Impero, che
negli anni non ha perduto il suo carattere decantato dal sole,
della luminosità delle linee rette con una ridimesione
a due ordini di altezze, la prima costituita dal portico aggettante
e la seconda dall’alzato ufficiale su cui emergono i
caratteri stilizzati dell’Impero. Matrice futurista
limata ad una luce aperta e mai striata.
Il disegno a squadratura geometrica assume connotazioni etiche,
disegnando una distanza comportamentale che è anche
tratto caratteriale della popolazione indigena. L’innesto
di questi principi non fu visto in quegli anni come un segno
impositivo. In un certo senso per l’identità
africana ciò rapresentava una sorta di ritorno con
differenti velature cromatiche, che attecchirono bene.
Il Cinema Impero di Mario Messina, del 1937, riassume buona
parte del disegno essenziale e le modalità modulari:
la lesenatura aggettante, il riquadro degli inserti, la simmetrica
sezione aurea applicata anche alla scrittura, di cui si evidenzia
il carattere scultoreo; la vocazione scenografica scatolare,
semplice nei suoi volumi anche allusivi; la linearità
delle strutture. Un disegno quasi classico.
Di questo classicismo la città è pervasa. I
palazzi seguono arrotondamenti che fluidificano le ombre sino
a renderle incroci di penombra in pieno sole. La ampie balconature
sono rimaste come nelle intenzioni semplici rampe di luce
spesso vuote.
Ma il monumento architettonico che maggiormente caratterizza
e simboleggia la città di Asmara è la mirabolante
stazione di servizio Fiat Tagliero, costruita da Giuseppe
Pettazzi nel 1938. La stazione segnava il triciclo di strade
nell’innesto dei quartieri indigeni. Era un marchingegno
futurista posato all’incrocio delle vie e accompagnava
con le sue ali – pensiline l’ingresso ai mercati
ed alle zone commerciali e istituzionali della città.
L’edificio che ha conosciuto un notevole declino durante
gli anni dell guerra recente è adesso in avanzata fase
di recupero.
Nel periodo successivo alla posa progettuale della moderna
città di Asmara cresce la necessità di impiantare
edifici per singoli nuclei familiari. Il periodo della ville
unifamiliari ha inizio con Villa Grazia nel 1942 nel pieno
del conflitto mondiale. L’edificio posto a ridosso della
zona centrale in quella che nei piani di sviluppo sarebbe
divenuta la zona ad espanzione residenziale viene disegnata
da Vitaliti e completata nel 1942 con sviluppo delle tendenze
futuriste e neoplastiche.
Il corpo del solido si divide in due moduli sovrapposti. Il
primo dà la carattestica forma neoplastica tradotta
da un portico stretto e un alzato asimmetrico su due ordini
finestrati. Più incassato si erge il frontone levigato
dal movimento futurista della curvatura dinamica. Questo diviene
slancio anteriore da cabina ferroviaria, fusoliera d’aeromobile,
cabina di comando di una nave. Il dinamismo dell’aggettato
è potente. Sembra che sia proiettato fuori da un solido
ancora più potente. Come di consueto l’edificio
reca i timbri caratteristici dell’epoca. Uso del semicerchio,
lesenatura evocativa del tratto a matita, luci realizzate
in moduli geometrici ben delimitati e disegnati.
Asmara ha vissuto poi anni di relativa calma, sino agli anni
Settanta, la rivoluzione e la guerra d’indipendenza.
Da qualche anno una pace vacillante ha permesso di far conoscere,
archiviare e testimoniare l’identità di questo
gioiello architettonico nascosto dalla storia. La sua particolare
conservazione, non esente da decadimenti ed usure, permette
di vivere le sensazioni spaziali ideate nel suo progettarsi
e costituisce un patrimonio raro e potente di ciò che
è stato il modernismo africano.
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Da sopra:
Oreste Scanavini, Cattedrale di Santa Maria, 1922 –
1923;
Interno dell’Ufficio Postale, progetto di Oduardo Cavagnari
1916;
Aldo Vitaliti, 1944;
Cattedrale ortodossa di Nda Mariam 1920-1938;
Roberto Cappellano, Casa di NaKfa Av., 1937;
Edilizia residenziale a sud della città;
Mario Messina, Cinema Impero, 1937;
Un edificio di Asmara;
Fiat Tagliero di Giusepe Pettazzi, 1938;
Villa Grazia di Antonio Vitaliti, 1942;
Foto di Domenico Scudero;
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