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N°16/2005
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Roy Ascott, artista e teorico, precursore dell’arte cibernetica e telematica, fondatore e direttore del Planetary Collegium, network internazionale di ricerca alla University of Plymouth (UK), insegna al Department of Design and Media Arts, UCLA. I suoi progetti telematici sono stati presentati in numerose manifestazioni, tra cui Ars Electronica, a Linz, Electra, a Parigi, e alla Biennale di Venezia del 1986. Tra i suoi libri più recenti, “Telematic Embrace” (University of California Press, 2003), e “Reframing Consciousness” (Intellect Books, 1999).1. Arte, coscienza e reti di telecomunicazione

ART IN THEORY

Arte tecnoetica: coscienza, telematica, nanotecnologie.
Conversazione con Roy Ascott

Maurizio Bolognini







1. Arte, coscienza e reti di telecomunicazione

M.B. I tuoi primi esperimenti di collaborazione artistica attraverso le reti di telecomunicazione hanno anticipato di un decennio la presenza di Internet. Ma già negli anni Sessanta e Settanta, mentre Fluxus e alcuni artisti concettuali cercavano di spostare l’attenzione dall’oggetto all'"idea" e al "comportamento" dell'artista, tu mettevi il "sistema" al centro della tua riflessione: dal tuo punto di vista l'arte era un processo nel quale gli artisti potevano lavorare insieme funzionando come un sistema integrato e autoregolato.
Alcuni di questi aspetti erano già presenti nel tuo manifesto “Behaviourables and Futuribles” del 1967. Poi, più recentemente, hai sviluppato questa prospettiva per spiegare l’arte telematica, introducendo termini come "estetica tecnoetica" (technoetic aesthetics, un’estetica - hai sottolineato - che riguarda le forme di comportamento piuttosto che il comportamento delle forme), "reti noetiche" (noetic networks), capaci di fondere le reti neurali individuali con la rete globale, creando una nuova dimensione della coscienza, paragonabile alla noosfera di Teilhard de Chardin o al global brain del futurologo Peter Russell.
Uno degli aspetti che mi colpiscono del tuo lavoro, artistico e teorico, è che non ha subito sostanziali cambiamenti di rotta da quando prefiguravi Internet con alcuni anni di anticipo a quando Internet è diventato un’esperienza ordinaria, quindi meno adatta a suscitare prospettive visionarie. Semmai, con la diffusione di Internet, hai ulteriormente rafforzato la tua definizione dell’arte come "costruttivismo radicale", cercando di pensare sempre in termini di connettività e di costruzione della realtà, e immaginando sviluppi che avessero un orizzonte ancora più lontano. Come riassumeresti oggi gli aspetti essenziali dell’arte tecnoetica?

R.A. L’Occidente ha sofferto a lungo di una dicotomia ontologica. La scienza classica sostiene che la coscienza è un epifenomeno del cervello. Le nuove scienze, d’altra parte, forniscono elementi che fanno supporre che la coscienza possa precedere la materialità. Le discipline spirituali orientali, la fisica quantistica e la telematica a livello planetario (insieme con altri modelli e metodi della nostra era non-lineare) hanno spezzato questa dicotomia. Negli ultimi anni gli artisti si sono dimostrati impazienti di impiegare le nuove metafore della scienza e, utilizzando gli strumenti delle tecnologie avanzate, hanno iniziato a conquistare nuovo terreno, consentendo lo sviluppo di una cultura della coscienza. Ho chiamato questa cultura "tecnoetica" (dal greco techne e noetikos, mente), e ho chiamato "cybercezione" (cyberception) il modo in cui oggi pensiamo e percepiamo il mondo. La "cybercezione" rappresenta qualcosa di più della semplice amplificazione tecnologica del pensiero e della nostra capacità di guardare profondamente nella materia e poi nello spazio: essa costituisce una facoltà umana interamente nuova, che ci attribuisce un nuovo insieme di possibilità filosofiche e un repertorio di comportamenti trasformato radicalmente. La tecnologia travalica il desiderio. Il bisogno di una società più coerente, collaborativa, interconnessa ha preparato le condizioni in cui ha potuto emergere il global networking.
In quanto alla mia proposta di un costruttivismo radicale, noi viviamo in realtà complesse e miste, ci troviamo sul confine tra cyberspazio e spazio materiale, tra pixel e particelle. Direi che un intero nuovo substrato delle nostre esperienze vissute è formato dalla convergenza, guidata tecnologicamente, di Bits, Atomi, Neuroni e Geni - il nuovo Big B.A.N.G. Dal punto di vista degli artisti questo crea un nuovo universo mediale. Il primo stadio di questa convergenza può essere facilmente individuato nella tendenza dei dati digitalmente "asciutti" a unirsi con la biologia "bagnata" dei sistemi viventi, dando luogo a una nuova specie di media che definisco "umidi" (moistmedia). Ora, con l’avvento delle nanotecnologie, che si avvicinano molto di più alla prima linea delle nostre pratiche materiali, si aggiunge un’altra dimensione alla nostra spinta costruttiva a realizzare nuovi mondi. Così oggi siamo coinvolti non solo nella costruzione di nuove realtà, ma nella definizione di una nuova natura, una Natura II, e nella ricerca di come possiamo ricreare noi stessi in un mondo che non sia più soltanto né digitalmente asciutto né biologicamente bagnato, né virtuale né attuale; in sintesi, ciò che ho definito un mondo Umido.

M.B. Facciamo un passo indietro prima di considerare il rapporto tra realtà virtuale e materiale, e ripartiamo dalla telematica. Il tuo lavoro ha introdotto molte questioni importanti, dalla nozione di "autore distribuito" alla relazione tra telematica e coscienza collettiva. Ma vorrei che ci arrivassimo partendo dal basso, dalla questione delle tecniche di comunicazione di gruppo, un aspetto la cui importanza è stata forse sottovalutata nell’arte telematica.
Nel 1980 hai realizzato "Terminal Art", il primo progetto artistico telematico internazionale, che ha coinvolto in una collaborazione a distanza artisti situati negli Stati Uniti e nel Regno Unito, attraverso Notepad, un sistema di computer conferencing prodotto dalla Infomedia di Jacques Vallée. Due anni dopo, nel 1983, hai realizzato "La plissure du text". In questo caso una rete di computer collegati via modem è stata usata per generare un racconto, collettivamente e interattivamente, da parte di un gruppo di artisti che si trovavano in 11 città diverse: tra gli altri, Tom Klinkowstein e Robert Adrian a San Francisco, alcuni studenti dell’Ontario College of Art di Toronto, Hank Bull a Vancouver, Zelko Wiener a Vienna ecc. In questo caso hai impiegato il sistema ARTEX. Come funzionavano Notepad e ARTEX? Erano sincroni o asincroni? E hai mai partecipato alla progettazione di sistemi di Computer Mediated Communication che potessero soddisfare più specifiche esigenze di comunicazione?

R.A. Sì, sia ARTEX che Notepad erano asincroni. E’ stata proprio la natura essenzialmente asincrona del medium che mi ha attratto sin dall’inizio; altrimenti le ordinarie tecnologie di comunicazione non avrebbero avuto alcun reale interesse per me, nel contesto del mio lavoro artistico. L’interattività d’altra parte aveva caratterizzato il mio lavoro in un modo o nell’altro, sin dai "Change paintings", che avevo realizzato a Londra negli anni Sessanta. I sistemi telematici sono intrinsecamente interattivi, diversi da quelli legati al tempo lineare e alla cognizione casuale che, sebbene privi di incertezza o ambiguità, sono condannati all’inerzia e alla prevedibilità (lo stesso stato che nella mia percezione definiva molta parte delle arti plastiche in quel periodo). Nel 1978, quando vivevo nella Bay Area, Brendan O'Regan, direttore di ricerca dell’Institute of Noetic Sciences, appena aperto a Sausalito, mi fece conoscere Jacque Vallée e il suo sistema Notepad. Più tardi, nel 1982, fu Bob Adrian, a Vienna, che mi introdusse all’uso di ARTEX. I dettagli tecnologici del software e dei sistemi impiegati non mi interessavano molto; ciò che era importante è che, con il mio Texas Instruments Portable Memory Terminal 745 potevo viaggiare ovunque ed ero in grado di collegarmi a una rete mondiale più o meno da qualsiasi luogo, purché ci fosse un telefono, e potevo conversare, lavorare o giocare in uno spazio asincrono. Rendermi conto delle implicazioni di questo spazio e sperimentarlo profondamente fu per me una rivelazione: autenticamente junghiana (per esprimermi in termini occidentali), psichicamente intensa e spirituale. Aprire gli occhi su uno spazio di eventi non-lineare e atemporale, dove la memoria poteva anticipare i suoi oggetti, e la mente poteva espandersi nel tempo e nello spazio fu rivelatore. Un colpo di fulmine ontologico!
La mia prima esperienza avvenne partecipando a un gruppo di scienziati al Vallee’s Saturn Encounter, che seguiva il Voyager II della NASA. In che modo, partendo da qui, sia arrivato al concetto di autore distribuito è una lunga storia, che ho appena raccontato in un capitolo scritto per il libro di Annemarie Chandler e Norie Neumark, At a Distance: Precursors to Art and Activism on the Internet (MIT Press, 2005). L’ho intitolato "La distanza fa crescere l’arte: autore distribuito e testualità telematica ne La Plissure du Texte".

M.B. Hai più volte sostenuto che il computer è uno strumento capace di potenziare il pensiero. E nel tuo lavoro hai sperimentato la possibilità che gruppi di artisti potessero realmente funzionare come sistemi integrati e autoregolati. Questo tuttavia può trovare un ostacolo nelle tecniche di comunicazione impiegate, ancora molto semplici e sostanzialmente inadeguate per trattare questioni complesse o per coinvolgere un elevato numero di partecipanti (lo sa bene chi si occupa di democrazia elettronica e di processi decisionali on-line). Si potrebbe dire che, come sostieni, una questione fondamentale è aumentare la connettività, ma l’altra è come farlo, cioè con quali tecniche. Il problema non è di scarso significato, a meno di non far rientrare tutto in una prospettiva puramente visionaria, ma sin dai tuoi primi progetti telematici hai chiarito di volerli considerare come "modelli operativi di sistemi cibernetici". Dunque cosa pensi dei tentativi che si stanno facendo per migliorare queste tecniche (DSS, Delphi, Collaborative Hypermedia...)? Non sarebbe necessario che questa ricerca fosse condotta anche all’interno della sperimentazione artistica? Non dovrebbero in questo caso la dimensione estetica e quella tecnica, coincidere con lo stesso dispositivo?

R.A.
Lo sviluppo della new media art verso un materialismo fortemente sociologico, al di fuori di ciò che io considero il suo destino tecnoetico, è stato molto marcato. Ora, sia l’estetico che il sociale possono condurre allo spirituale, ma il percorso è spesso bloccato dall’esteta o dal sociologo. Abbiamo assistito a una specie di ping pong ideologico nel corso del secolo scorso, tra questi due poli della sensibilità, tra verità e bellezza. Probabilmente solo se saremo guidati sia dalla coscienza che dalla contingenza potremo sviluppare appieno le potenzialità dell’arte attraverso i nuovi media. Certamente le attuali tecnologie on-line, di rete, ipermediatiche, non rappresentano che elementari precursori di una realtà biofisica che sarà creata da una più piena comprensione della mente-corpo e della sua collocazione nella dimensione spazio-temporale. Mi riferisco a ciò che potremmo definire coscienza quantica, in cui la stessa "cybercezione" può essere aumentata da computer quantici e le reti telematiche possono confondersi senza sforzo con le nostre reti biochimiche/elettromagnetiche organiche. A quel punto la mente distribuita, il pensiero collaborativo, una percezione e una coscienza pervasive e integrate troveranno il loro posto nella nostra avventura evolutiva.

2. Immersione e distanza critica: dagli sciamani alle nanotecnologie.

M.B. Pur scontando i limiti delle attuali tecnologie di comunicazione, sia nella tua visione che nei progetti telematici hai spesso cercato di indicare una relazione tra reti, intuizione e coscienza. Hai definito lo stesso autore collettivo, o distribuito, come un’esperienza di "coscienza collaborativa", una "fusione" di coscienze individuali geograficamente disperse. Nello sviluppare questa prospettiva, la tua riflessione sull’arte e le neotecnologie non si è fermata all’Occidente. Ci sono lavori in cui hai usato la rete per consultare I Ching, hai ripreso l’arte dei Navajo, hai parlato della necessità di uno stato Zen di disposizione e apertura alle nuove idee emergenti dall’iperconnettività. In Brasile sei stato anche iniziato a pratiche sciamaniche, sperimentando quella che hai definito la corrispondenza tra spazio sciamanico e spazio telematico...

R.A. Sono stato introdotto alla cultura brasiliana - profondamente sincretica - nel 1998, quando Diane Domingues mi invitò a partecipare ad A Arte no Século XXI: a humanização das technologias, a San Paolo. Per la mostra avevo proposto un progetto per localizzare, o stabilire, uno spazio psichico sul Web, in breve per cercare lo psichico nel virtuale. Essendo il progetto totalmente irrealizzabile, mi portò a immergermi nel mondo sciamanico brasiliano, fino a passare due settimane nella foresta, nella regione del fiume Shingu, in Mato Grosso, con gli indiani Kuikuru. E’ stata un’esperienza che ha cambiato profondamente la mia vita, con l’immersione nello spazio sciamanico attraverso l’ingestione di bevande sacre - yagé o ayahuasca (la vite della giungla Banisteriopsis Caapi). E' una pratica che è stata ritualizzata anche nel contesto urbano da diversi movimenti spirituali, come Santo Daime e União do Vegetal, con i quali sono rimasto a contatto. Considero le qualità immersive e la ricerca di sapienza in questi rituali sacri come l’equivalente della ricerca, in Occidente, di conoscenza (o almeno di informazione) attraverso le tecnologie, l’immersione nel cyberspazio e l' estrazione di dati (la sapienza naturalmente non fa parte dell'agenda occidentale, dove governa l'utilità). Un'interfaccia tra la realtà della percezione quotidiana e la dimensione spirituale è presente anche nel rituale afro-brasiliano del candomblé, in cui gli spiriti - orishas - sono istigati a interagire fisicamente coi celebranti. Mentre una piena immersione sincretica si trova nel completo assortimento di realtà diverse - discipline spirituali e pratiche psichiche - che si uniscono nella  cultura di Umbanda. L’importanza di questi modi di essere mi ha portato a teorizzare la relazione tra "ingegnerie ontologiche" diversamente sviluppate nelle culture arcaiche e postmoderne, che ho definito con le tre VR: la Virtual Reality (tecnologie digitali, interattive, telematiche e immersive), la Validated Reality (tecnologie meccaniche, reattive, prosaiche, newtoniane), e la Vegetal Reality (tecnologie vegetali psicoattive, enteogeniche e spirituali).

M.B. Se tuttavia consideriamo l’analogia tra spazio telematico e spazio sciamanico in una prospettiva più legata alla cultura occidentale, dobbiamo assumere che l'"immersione" nei media non sia l'unico problema di ricerca rilevante, ma ci sia quello complementare dell'"emersione", o se preferisci della capacità di stabilire una distanza critica. Proprio partendo dalla tua visione utopica di una società più coerente e collaborativa (per definire le reti telematiche hai spesso citato Charles Fourier e la teoria dell’attrazione universale) si potrebbe facilmente osservare che la connettività e la comunicazione non sono sufficienti per risolvere i conflitti o per garantire le libertà civili, e che i sistemi democratici non possono basarsi solo sulla "fusione" ma sulla dialettica, sulla responsabilità e sulla capacità di guardare le cose da una certa distanza. Le stesse reti telematiche si possono vedere come un amplificatore dell'"intelligenza" collettiva e/o della "coscienza" collettiva. Mentre la prima è una "capacità" che non mette in discussione l’identità dei partecipanti, la seconda implica ciò che hai definito cyberself, un sé "de-centrato, distribuito, costruttivamente schizofrenico", e ciò che hai indicato come "relatività tecnoetica", che in ultima analisi implica la fine di un’idea del mondo centrata sul soggetto. Perché dovremmo guardare a tutto questo come a un'utopia e non come a una sconfitta?

R.A. Chi sostiene a gran voce la necessità di mantenere una distanza critica nel networking spesso non cerca la risoluzione promessa dallo scambio dialettico, ma ha già un elenco di priorità, di solito basate su una specie di male interpretato marxismo (l’ironia è che questo ha rappresentato il progetto utopico più oltraggioso del XIX secolo, tuttavia corrotto proprio dal materialismo e dalla volontà di colonizzazione che oggi sta travolgendo il capitalismo americano). L’auto-consapevolezza critica degli individui può essere qualcos’altro. Ha a che fare con la ricerca di coerenza nel campo mente-corpo e nella sua più ampia relazione col mondo. Questo significa innanzitutto risolvere ogni possibile dualismo tra il "cyberself" e la sua "cybercezione" da una parte, e lo "psiberself" e la sua percezione psichica dall’altra. Il paradosso della coerenza in questa congiunzione è che il sé e la sua presenza possono essere decentrati e distribuiti, in qualche modo biforcati per creare identità multiple in un contesto di instabilità e incertezza creativa. Questo trova una corrispondenza negli stati quantici in cui atomi individuali seguono percorsi biforcati in un universo di incertezza.

M.B. La tua ricerca, iniziata negli anni Sessanta, potrebbe essere ricondotta a tre fasi principali: innanzitutto ti sei concentrato sulla cibernetica (la cosiddetta cibernetica di secondo ordine, in cui il confine tra oggetto e osservatore diventa incerto); poi ti sei mosso dalla cibernetica alla telematica; e, infine, dalla telematica alle biotecnologie e alle nanotecnologie. Ricordo, due anni fa, la tua comunicazione ad Artmedia, a Parigi, in cui hai sottolineato particolarmente la possibilità che queste ultime tecnologie portino a una rimaterializzazione dell’arte. Questo cosa significherebbe per l’arte e per il suo rapporto con la ricerca scientifica? Nell’arte telematica il mondo è stato sostituito da uno spazio d’informazione interattivo, interconnesso e ipertestuale. Cosa potrebbe accadere, nella tua visione, con l’avvento delle nano e biotecnologie?

R.A. E’ a livello quantistico che possiamo trovare una corrispondenza con l’arte telematica e post-biologica. La struttura molecolare del corpo può essere considerata all'origine di una rete. Le molecole emettono biofotoni e la ricerca consente di ipotizzare che la coerenza dei sistemi viventi sia dovuta in larga misura alla rete d’informazione dei fotoni emessi dalle molecole di DNA. E’ come se questa corrispondesse alle reti telematiche che informano il corpo del pianeta. Nello sviluppo dei "media umidi" (moistmedia) e dell’arte tecnoetica, le nanotecnologie possono giocare un ruolo significativo. I materialisti potrebbero considerare il lavoro con le nanotecnologie come la partita finale, ma non è necessario far proprio un radicale trascendentalismo per vedere che le nanotecnologie si collocano tra la densità materiale del nostro mondo quotidiano e lo spazio spirituale dell’immaterialità subatomica. Il concetto di connettività immateriale conferisce una dimensione spirituale tanto all’arte telematica quanto alla meccanica quantistica. La teoria del campo consente di sostenere che il corpo materiale può essere conseguenza anziché causa della coscienza. Dunque, prevedo la convergenza di conoscenze esoteriche e di pratiche mediali in un ambiente di reti bio-telematiche, osservabile per esempio dove possono convergere le tecnologie degli psicointegratori vegetali dell’Amazonia e la ricerca sulla chimica della coscienza. E’ mia convinzione che l’arte tecnoetica possa trovare le proprie condizioni di sviluppo nella triangolazione di connettività, sincretismo e teoria del campo. La posta in gioco è la coerenza di tutti i sistemi. La connettività è all’origine della coerenza culturale, il sincretismo è all’origine della coerenza spirituale, e la teoria del campo è all’origine della coerenza quantica. Quando si prendono le distanze da una cultura materialistica e dal pensiero riduzionista, nascono nella scienza nuovi paradigmi che possono ricollegarsi all’emergere di nuove direzioni verso lo spirituale nell’arte.

 








Da sopra:
Roy Ascott (Ars Electronica, 2004)
Roy Ascott, Aspects of Gaia, 1989, Ars Electronica, Linz
Roy Ascott, La plissure du text, 1983, Electra, Parigi (alcune delle postazioni collegate a distanza)
Roy Ascott (con Joseph Giribet), Mind shift, 1999, Bienale do Mercosul, Brasile

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