| |
RECENSIONI
S.N.O.W.
La nuova scultura in mostra da Tucci Russo
di Emanuela Termine
Una mostra collettiva ha celebrato in ottobre i trent’anni
di attività della storica Galleria Tucci Russo, ponendosi
come ideale ponte di continuità tra il passato e il
futuro, della galleria e non solo. Un manipolo internazionale
di giovani si trova alle prese con uno spazio immenso e articolato,
da fare invidia ai migliori spazi istituzionali.
La scelta sembra quanto mai coerente con l’ipotesi di
ricerca da sempre sostenuta da Antonio Tucci Russo: serietà
intellettuale, indipendenza, alto grado qualitativo delle
proposte. E soprattutto fiducia nelle sorti della giovane
arte, nella ricostituzione di una linea di ricerca che recupera
gli insegnamenti delle neoavanguardie senza farne accademia,
proiettandoli in una situazione attuale.
Inevitabile un confronto con la Biennale da poco conclusa:
un’occasione mancata per far luce sullo stato di salute
dei giovani artisti. Assenti o assenteisti, per lo più
incapaci di produrre qualcosa che non sia lo scimmiottamento
del passato o l’ammiccamento sterile alle ultime tendenze.
Al contrario, ciò che sembra emergere dalla proposta
della scuderia Tucci Russo è un’idea di ricerca
originale, sorretta da una concezione del lavoro artistico
che predilige l'elaborazione di un linguaggio specifico, in
grado di coniugare l'intervento processuale a una ideazione
fortemente concettuale: una logica consequenzialità
operativa guida il passaggio dalla formulazione del pensiero
alla sua visualizzazione. Ne deriva una attitudine ad analizzare
e rimettere in discussione i luoghi (fisici e mentali) e le
condizioni dell'esperienza umana, spingendo l'osservatore
a considerare nuove dimensioni e nuove possibilità
sensoriali. La relazione tra corpo e spazio, tra dimensione
mentale e contesto ambientale è indagata con l’impiego
di diversi media, dal video all’installazione sonora.
Il curatore Andrea Bellini ha trovato per tutto questo un
filo conduttore: S.N.O.W., ovvero Sculpture in Non-Objective
Way. La nuova scultura è leggera (ma concettualmente
densa), luminosa e veloce come il pensiero, colta. Fonti di
ispirazione sono la scienza, le leggi fisiche, le nuove teorie
sul funzionamento dell’Universo, l’esperienza
concreta della realtà: un approccio prevalentemente
fenomenologico, che non esclude tuttavia l’aspetto più
misterico e immaginifico ma mostra invece come sia diretto
il passaggio da una modalità all’altra.
Nei lavori del tedesco Björn Dahlem l’interesse
per la scienza e lo studio dell’universo è declinato
in un registro ironico e sarcastico, allusivo al modo in cui
l’immaginario comune si confronta con le teorie scientifiche.
Bermuda è una installazione ambientale quasi fuori
scala rispetto alla sala che la ospita. Il modulo del triangolo
si ripete in una complessa struttura lignea che attira e respinge
lo spettatore. Una fitta e densa nebbia esalta la fluorescenza
del grande triangolo di neon che racchiude il tutto. L’interazione
tra materiali di diversa qualità si ripete in Higgs
Boson/Antimatter, che mette in relazione entità organiche
e commestibili con la corrente elettrica: le lampadine prendono
energia da barattoli di cipolline sott’aceto e olive
nere.
Accanto al già noto Mu (2002-2003), Aria è un
ulteriore sviluppo del ciclo di lavori che Paolo Piscitelli
ha dedicato al tema della schiuma. Come nei precedenti Gong
e Volume bianco, la schiuma prodotta da un motorino elettrico
si espande, costretta stavolta in un cubo di plexiglass, tra
due basi bianche e percettivamente ‘leggere’.
Se il suono dello scoppiettio è più immaginato
che realmente udibile, l’attenzione si concentra sul
contenuto delle piccole bolle sospese e sul significato metaforico
cui allude la schiuma, come sottolinea Bellini: una struttura
che, secondo la recente Teoria del cappuccino di Sidney Perkowitz,
prende parte ai processi di formazione di micro e macro-cosmi,
dalle membrane cellulari all’espansione dell’Universo.
Il percorso prosegue nella sala al piano terra, dove Piscitelli
ha collocato una serie di opere che nel legame con l’energia
sotterranea trovano un’affinità poetica. Il suono
basso e continuo che crea un riverbero avvolgente è
quello dell’acqua nel sottosuolo. Con Doors to a sky
(2004-2005) l’installazione audioplastica precedentemente
concepita per il dinamitificio Nobel di Avigliana vive una
seconda fase. Il modello in scala dell’edificio si comporta
come un organo le cui canne incanalano e convogliano il suono.
Avvicinando l’orecchio si può percepire di nuovo
il tremolio dell’acqua che scorre: la vera scultura
è l’onda sonora che si espande dall’interno,
la forma positiva la forma positiva contenuta nelle pareti
concave dell’edificio. Il processo definisce un’espansione
organica di spazio, che è energia e suono allo stesso
tempo. La relazione dinamica tra forma positiva e negativa
è sottesa anche al lavoro fotografico entrata/uscita:
l’ingresso di una grotta diventa simbolico del concetto
di soglia, come passaggio tra interno ed esterno. L’azione
scultorea si realizza in levare, rendendo percepibile la forma
attraverso uno scarto, un processo di percezione inversa.
La necessità di creare uno spazio di contemplazione
è alla base del lavoro realizzato a New York, Ma(tri)x
Neuhaus, documentato da fotografie. Intervenendo sull’installazione
sonora dell’artista Max Neuhaus, Piscitelli ne segue
la traccia con una sottile striscia verde, collocata lungo
una grata al centro di Times Square. Isolando sensorialmente
e concettualmente una porzione di spazio urbano, l’artista
torinese riesce a creare una soluzione di continuità
con l’esterno, un punto da cui la città e la
sua confusione svaniscono.
La dinamica di processi aperti e le trasformzioni spazio-temporali
della materia sono fattori che accomunano molte opere di Gianni
Caravaggio. Nella nuova, spaziosa sala della galleria espone
alcuni lavori inediti: nell’imponente Catturatore di
volumi una grande e bianca forma di polistirolo è catturata
da un filo rosso teso a un sottile tubo dello stesso colore.
La metafora è quella del buco nero, che ‘acchiappa’
volumi e li trasforma in energia.
Effervescente, realizzato con dischi di carta, evoca il processo
di scioglimento di una pasticca immersa nell’acqua,
generando un movimento in espansione che dal centro della
sala lambisce i lavori degli altri artisti. La metafora si
allarga, suggerisce Bellini, alla forma dinamica di entità
cosmiche come stelle e galassie. Poco lontano il già
noto Sugar no sugar molecule introduce una simile dinamica
(s)compositiva e modulare: seguendo il famoso il paradosso
di Zenone, un parallelepipedo di zucchero e marmo diventa
divisibile all’infinito in unità sempre più
piccole.
Tra i sei artisti di S.N.O.W., Francesco Gennari è
il più incline a una lettura metafisica e misterica
della creazione artistica. Ne La degenerazione di Parsifal
una striscia di ceramica allude a un immaginario triangolo
iperbolico avente come vertice il Polo Nord: l’evocazione
di una struttura definita dal pensiero costituisce il complemento
immateriale dell’opera, “paradigma numerico dell’infinito
e del mistero”. Il passaggio dall’approccio scientifico
e fenomenologico a quello alchimistico ed esoterico è
dunque consequenziale e strettamente adiacente, come lo è
da sempre nei rapporti tra arte e scienza. Ancora nelle parole
di Bellini, la ricerca di Gennari ha a che fare con un “pensiero
simbolico e criptico”.
Conrad Shawcross espone al piano terra complesse sculture
in legno nelle quali il fascino per una evidente abilità
manuale si lega a quello per l’aspetto enigmatico e
sfuggente. Queste macchine sono state definite rinascimentali,
o viceversa reperti di archeologia industriale: scheletri
che definiscono strutture tridimensionali e geometriche, apparentemente
prive di qualsiasi funzionalità. L’interesse
di Shawcross per la scienza è rivolto soprattutto al
tentativo di interpretare le teorie che negli ultimi decenni
hanno ribaltato le tradizionali concezioni: dall’evoluzione
del pensiero teoretico al modo in cui essa cambia la nostra
vita. Nel caso di Light Perpetual l’artista si ispira
a una idea di universo multidimensionale: la teoria delle
corde, o delle stringhe, che nasce per conciliare la teoria
della relatività con la meccanica quantistica. Di concezione
simile è Five harmonic loop rotations (horizontal study),
second, major third, fourth, fifth, + major sixth, dove cinque
monitor documentano una applicazione ‘luminosa’
e immateriale di questa idea di scultura. Una lampadina collocata
all’estremità di un braccio meccanico descrive
tracce sinusoidali nell’aria grazie alla scia luminosa
emessa, mentre una videocamera gira intorno alla scultura,
che diventa così il perno di un ulteriore movimento
rotatorio.
Due parole infine per Robin Rhode, artista sudamericano residente
a Berlino, presente anche a Venezia per L’esperienza
dell’arte al Padiglione Italia. Nella duplice forma
del video e della fotografia, Rhode presenta alcune serie
di micro-racconti che lo vedono alle prese con oggetti disegnati
al muro o sulla strada: supporti con i quali l’artista
interagisce in prima persona, ricostruendo delle ‘animazioni’.
Sono lavori che nascono dunque letteralmente a contatto con
la strada, e che rivendicano un vena popolare autentica e
priva di retorica: Rhode si ispira direttamente al mondo immaginario
e disegnato dell’infanzia, e più in particolare
a quello degli studenti di Johannesburg. La corrispondenza
in successione delle foto va a formare uno story-board, i
cui singoli frammenti sono sequenze di un episodio: una dinamica
filmica che restituisce il senso dell’azione, della
performance. Così, l’artista si difende invano
da un lampione di colpo animatosi come un serpente, o si improvvisa
ginnasta in una verticale agli anelli. In un video proiettato
sul muro della galleria, Rhode ripete le movenze del frontman
rock-pop con un microfono disegnato in diverse pose. Manca
il sonoro, come a sottolineare la parte rilevante che ha l’immaginazione
nel completare la metamorfosi della scena. L’effetto
è quello del cinema muto, con le immagini in bianco
e nero, un po’ traballanti e sporche.
Entusiasta del lavoro collettivo e del risultato finale, Rhode
cia ha confidato: “Tutti i lavori interagiscono fra
loro e sono ben bilanciati. Questa galleria è fantastica
perché permette che ognuno abbia lo spazio necessario
e sufficiente affinché il lavoro funzioni”.
|











|