La Biennale:
estetica e comfort
di Domenico
Scudero
La Biennale di Venezia è una bellissima mostra e ci si diverte
sempre in compagnia. Piace sostare al sole placidamente compressi
dalla folla, scambiare sudori internazionali e bisogni irrefrenabili
sospinti dalle transenne in costruzione per potersi recare dentro
i giardini. Noi che operosamente abbiamo sperato di evitare le code
fornendoci di referenze abbiamo invece potuto beneficiare di molte
ore di incontri con la stampa estera e nostrana poiché la Biennale
ci sospinge a questo fraterno dialogo coi popoli e coi bisognosi e
sempre in fila per due. Abbiamo a lungo cercato un bicchiere d'acqua,
ma la priorità era creare dialoghi e tensioni nella dittatura
dello spettatore. Bisognerà quindi pensare che questa Biennale
è una vendetta contro il pubblico? Aspettando da circa mezz'ora
sotto il sole a quaranta il suo ingresso nell'unico WC chimico nel
raggio di molti chilometri una gentile curatrice canadese mi ha assicurato
che questa Biennale assolve bene alla vendetta esercitata contro lo
spettatore, il cattivo dittatore. Lo abbiamo punito, ha dichiarato
il curatore, senza voler pronunciare il suo nome. "Ma noi vogliamo
solo saperlo null'altro", abbiamo insistito, ma nulla da fare. Si
parlava poco per soddisfare la richiesta energetica e la disidratazione.
Sui traghetti mai come quest'anno si viaggiava male, ma i veneziani,
che sono dei signori e di gran classe, come al solito si sono profusi
in incantevoli sortilegi per alleviare le nostre penitenze, inflitteci
dagli artisti. Una coppia di sessantenni ci ha raccontato - alla troupe
- che si sono divertiti molto a "guardare" l'inaugurazione del padiglione
neozelandese sotto la loro finestra. Abbiamo perso quell'appuntamento
e ce ne dispiace. Il problema sostanziale posto da questa Biennale
è soprattutto nelle diversità curatoriali poste in antitesi.
Le Corderie mi sono sembrate svilite nella loro bellezza e non certo
per un problema inerente i deferenti progetti esposti. Due di questi,
fra quelli che maggiormente si distanziavano - Sistemi individuali
di Igor Zabel e Z.O.U. / Zone d'urgenza di Hou Hanru - erano collocati
talmente vicini da interagire forse al di sopra delle volontà
dei singoli curatori. Nel primo con l'allestimento di Josef Dabernig
si tendeva al raffreddamento tecnologico mentre il secondo esponeva
l'urgenza comunicativa asiatica e la sua mancanza di freni nei confronti
dei New media art. L'allestimento un po' troppo laboratoriale in stile
Palais de Tokyo lasciava leggermente astiosi, e in taluni casi si
rimpiangeva addirittura l'ipotesi avversa, di Szeemann. A mio avviso
al sistema totalizzante quale quello di Szeemann non è stato
sostituito un altrettanto totalizzante Francesco Bonami, semplicemente
questi ha volontariamente suddiviso in parti altrettanto totalizzanti
la sua mostra e ne sono venuti fuori alcuni dolori. Il padiglione
Italia (U.S.A. new star) ovviamente rappresentava la summa di queste
molteplici differenze istituite sotto un'unica bandiera; l'unica a
disposizione tra l'altro. E tale di permettere all'ospite U.S.A. di
potersi fare rappresentare da Wilson. Il quale ce la mette tutta ed
a cui abbiamo dedicato un video diretto da Scialotti. Il padiglione
Italia? Raderlo al suolo? Ibernarlo? Le ipotesi d'allestimento in
quello spazio hanno sempre fallito, è il padiglione delle nostre
disgrazie. L'incapacità di creare attraverso la Biennale uno
spazio privilegiato d'incontro fra le emergenze internazionali. Quello
spazio sembra essere appropriato soltanto per una vera collettiva,
non una adunata di generici artisti che suddividono il loro spazio
ma che attraverso il loro lavoro lo aprano ad una possibile visione
collettiva. Fra i padiglioni mi è piaciuto quello di Jana Sterbak;
anche se eccessivamente nostalgico se ne apprezzano l'atmosfera così
distante dalla realtà dello spettatore. Anche la Francia presentava
un bel padiglione, un molto riflettente Jean-Marc Bustamante con il
suo tocco plastico Anni Ottanta. Molte torri e performance, quale
quella di Cattelan, non facevano a tempo che di ricordarci che comunque
la vera Biennale era alle Corderie, all'Arsenale. Il pupazzo in triciclo
di Cattelan sottolineava l'incapacità comunicativa del dittatore/spettatore.
Una dittatura, dello spettatore, che termina nel gioco, dove gli umori
stabiliscono una quiete. Così incontravi cool e becool estremamente
impegnati a "parlare" con il pupazzo, una sorta di specchio delle
mie brame amplificato e stereo. Pupazzi fra pupazzi in chiacchiere
da pupazzo ce ne siamo ritornati - traghetto 1, poi il secondo, poi
sbagliato - indietro passando dalla Giudecca. C'era la mostra di Fabio
Mauri, molto stanco e ispirato, e pochi metri dopo la grande adunata
al padiglione dei Paesi Sudamericani dove l'ambiente era elettrificato
da uno stordente d.j. musicist che spiazzava chiunque. Le reazioni
dei molti era estremamente interessanti. Fra la birra e le sgomitate,
un paio di trappole evitate ed un diverbio mortificante scalzato grazie
ad un confetto di Happydent (oggi mio sponsor per la pubblicazione
di questo testo: ringrazio), ci si è domandati se era possibile
ingerire qualcosa. Sorpresa! Le scorte sono terminate, a Venezia si
rischia la fame. E la sete. Unica bevanda disponibile Rhum delle colonie.
Ma questo è nulla: il resto alla prossima Biennale.
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Maurizio Cattelan in versione pupazzo in triciclo
ai Giardini, Biennale di Venezia 2003

Jana Sterbak, Padiglione Canadese, Biennale di
Venezia 2003

Stazione Utopia, particolare dell'allestimento
a cura di Molly Nesbit, Hans Hulrich Obrist, Rirkrit Tiravanija, Arsenale,
Biennale di Venezia 2003

Adel Abdessemed, Pass simple / Passato remoto,
1997, in Z.O.U. Zona d'urgenza, a cura di Hou Hanru, Biennale di Venezia
2003

Jean-Marc Bustamante, Padiglione Francese, Biennale
di Venezia 2003 |