EDITORIALE
Abbiamo fatto un giro a 360 gradi circa
di Simonetta Lux
Cibo permanente, come ci manda a dire Cattelan attraverso la sua cortese
e brava art editor Paola Manfrin inviandoci la rivista "Permanent
Food" finanziata da "Vogue Italia" per McKann-Ericcson multinazionale
editrice, è per tutti un melting boots di arerei caduti, topi incoronati,
prosciutti incellofoanati e modelline in chador, Eichmans in salsa
Brinner, fosse comuni e viziosità antiche deprimenze ed elefanti in
gabbiette, matrimoni di massa indonesiani inclinati come musulmani
che recitano un Corano, travestiti operati e sgranate immagini di
adunate nere SS, periferie ormai esthetically degraded, il boa e la
parrucca, la cabina e la scimmietta con lo smalto rosso, finto e vero,
pseudo e real, foto e ritouch.
Tutto e di più ci avvolge e solo l'ironia della presentazione selettiva
di un artista senza imbarazzi della scelta ci solleva testa e senso
sulla cresta del mare patinato in cui calducci operiamo.
Allora buone vacanze per tutti! Almeno ci sarebbe una possibilità.
La supertranstrash trendy ed irritante può tuttavia convivere con
una piccola, patetica ma gentile ipotesi di strategia di "memoria
della ribellione", come avviene con un artista ecuadoregno, che abbiamo
appena conosciuto (vedi intervista a
Tomàs Ochoa). Egli che nato in Ecuador vive in Svizzera, come
i radicali degli anni della prima guerra mondiale (forse per ragioni
meno nobili ed assolutamente non aggressive) con sottile debolezza
ci snocciola la sua osservazione del nostro stato corrente, parlando
di quel ficticious realism (vedi intervista) rincorrente da schermi
e press, che mescola individuo attore e uomo vero, azione quotidiana
e telenovellas, frammento di documento e pezzo degradato oscenamente
di architettura, con una ipotesi di opera che è essa stessa la storia
impossibile e lo stato della memoria collettiva. Persino il titolo
SadCo.The blind castle, l'una acronimo diSouth American Development
Company (era forse Sadico lo sfruttamento già multinazionale delle
miniere ecuadoregne con complicità di conflitto di interesse nazionale
già allora?) e l'altra il luogo (Castello Cieco, incredibile Omen
del segreto desiderio dei minatori di non essere scoperti nei loro
tentativi di furto di polvere d'oro), induce alla ironica casualità
dei resti, dei documenti e alla incerta leggibilità di passato ormai
precipitato rovinosamente nel presente.
Così Ochoa, certo con meno tagliente accento di Cattelan, ma non del
tutto diversamente, non solo ci mostra la necessità di usare gli stessi
mezzi della posthistoire (invenzione del passato, con arcimboldesco
illusionismo), ma va anche oltre usando nel contempo uomini veri che
recitano e vecchietti, arnesi mnemonici che rendono ancora più deprimenti
i residui architettonico- naturalistici delle miniere dimesse, chiamati
nella scienza storica attuale archeologia i industriale senza che
nulla ci sia da trovare lì.
E' il momento di ripensare una filosofia ed una possibilità della
storia. Della sua inutilità siamo convinti; della superiorità del
danno di non farla vorremmo convincere gli altri e noi stessi.
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