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N°2/2003
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EDITORIALE
Abbiamo fatto un giro a 360 gradi circa

di Simonetta Lux



Cibo permanente, come ci manda a dire Cattelan attraverso la sua cortese e brava art editor Paola Manfrin inviandoci la rivista "Permanent Food" finanziata da "Vogue Italia" per McKann-Ericcson multinazionale editrice, è per tutti un melting boots di arerei caduti, topi incoronati, prosciutti incellofoanati e modelline in chador, Eichmans in salsa Brinner, fosse comuni e viziosità antiche deprimenze ed elefanti in gabbiette, matrimoni di massa indonesiani inclinati come musulmani che recitano un Corano, travestiti operati e sgranate immagini di adunate nere SS, periferie ormai esthetically degraded, il boa e la parrucca, la cabina e la scimmietta con lo smalto rosso, finto e vero, pseudo e real, foto e ritouch.
Tutto e di più ci avvolge e solo l'ironia della presentazione selettiva di un artista senza imbarazzi della scelta ci solleva testa e senso sulla cresta del mare patinato in cui calducci operiamo.
Allora buone vacanze per tutti! Almeno ci sarebbe una possibilità.
La supertranstrash trendy ed irritante può tuttavia convivere con una piccola, patetica ma gentile ipotesi di strategia di "memoria della ribellione", come avviene con un artista ecuadoregno, che abbiamo appena conosciuto (vedi intervista a Tomàs Ochoa). Egli che nato in Ecuador vive in Svizzera, come i radicali degli anni della prima guerra mondiale (forse per ragioni meno nobili ed assolutamente non aggressive) con sottile debolezza ci snocciola la sua osservazione del nostro stato corrente, parlando di quel ficticious realism (vedi intervista) rincorrente da schermi e press, che mescola individuo attore e uomo vero, azione quotidiana e telenovellas, frammento di documento e pezzo degradato oscenamente di architettura, con una ipotesi di opera che è essa stessa la storia impossibile e lo stato della memoria collettiva. Persino il titolo SadCo.The blind castle, l'una acronimo diSouth American Development Company (era forse Sadico lo sfruttamento già multinazionale delle miniere ecuadoregne con complicità di conflitto di interesse nazionale già allora?) e l'altra il luogo (Castello Cieco, incredibile Omen del segreto desiderio dei minatori di non essere scoperti nei loro tentativi di furto di polvere d'oro), induce alla ironica casualità dei resti, dei documenti e alla incerta leggibilità di passato ormai precipitato rovinosamente nel presente.
Così Ochoa, certo con meno tagliente accento di Cattelan, ma non del tutto diversamente, non solo ci mostra la necessità di usare gli stessi mezzi della posthistoire (invenzione del passato, con arcimboldesco illusionismo), ma va anche oltre usando nel contempo uomini veri che recitano e vecchietti, arnesi mnemonici che rendono ancora più deprimenti i residui architettonico- naturalistici delle miniere dimesse, chiamati nella scienza storica attuale archeologia i industriale senza che nulla ci sia da trovare lì.
E' il momento di ripensare una filosofia ed una possibilità della storia. Della sua inutilità siamo convinti; della superiorità del danno di non farla vorremmo convincere gli altri e noi stessi.


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