Pro e contro
di una sparizione non riuscita
di Augusto Pieroni
Reduce da una delle Biennali di Venezia più adatte a indurre
cefalee croniche - complice anche il gran caldo - appena riportato
il corpo a temperature compatibili con la vita sulla terra, mi sono
reso conto di un dato incontrovertibile. Ci sono in agguato, come
sempre, tendenze contrastanti ma prevale l'ottimismo per un ritorno
alla pittura. Ottimismo/ritorno/pittura è un trinomio che si
spiega solo considerando l'atavica irrinunciabilità del dipingere
patita dagli ambienti romani - al limite torinesi, ma nemmen tanto
- e condivisa da un largo settore di mercato (quello che sta in imbarazzo
quando deve chiedere seimila euro per un dvd o per un vhs). Da noi
qualcuno ha davvero plagiato la mentalità artistica locale
e più che Raffaello, Michelangelo o il Cortona, temo sia quella
presunzione di eternità che inevitabilmente ti dà il
"lavorare per conto di Dio" (qualcuno spieghi ai Blues Brothers che
a Roma questa è una frase che non si dice mica per scherzo).
Non è, va detto, ancora molto chiaro quale pittura stia tornando
in auge, date le controverse indicazioni fornite della mostra musealmente
allestita da Bonami al museo Correr, appunto. Fra realismi (Guttuso)
e informali (Burri), iperrealismi (Gertsch) e neominimal (Hirst),
fra pop (Warhol), postpop (Kippenberger) e antipop (Gnoli), fra figurativi,
nonfigurativi, astratti organici, neoconcretismi, melting pot e post-strutturalismo,
tout se tient, cioè anything goes!
La questione del "perché la pittura, e quale" è cosa
locale - ogni paese ha una storia pittorica diversa che riavvia per
differenti motivi la macchina del dipingere- e spostare il problema
dal perché farlo al consiglio per gli acquisti, come in un
supermarket di lusso: l'anticamera di Christie's, pare se non spudorato,
almeno linguisticamente efferato. Non si propone una commisurazione
del locale sul palcoscenico allargato e smisuratamente poliproblematico
del globale, no, si azzera la problematicità locale per far
brillare l'assolutezza del valore globale di mercato. A me pare; ma
forse tutto va ripensato. (E, ripensandoci: chissenefrega).
Come che sia, questa pitturona come un'onda oceanica, senza direzione
prestabilita, innalzata da venti contrastanti e dall'incontro di correnti
opposte, marcia speditamente contromano rispetto ad un'arte del fotografico
che esce dall'essere di moda e che resta lì, scomposta, assottigliata
e riassorbita come il bagnato di un'onda che rifluisce dal bagnasciuga.
E anzi rifluisce sotterraneamente nelle misture poliglotte delle installazioni
multimediali che sono - a veder bene - la vera koinè della
Biennale. Non è mai più scultura, è un "naturale"
polimaterismo (da quando la natura stessa è divenuta polimaterica,
e se non l'avevano capito i poveristi ce lo hanno spiegato bene artisti
come Matthew Barney). E' installazione come riallestimento del vivente,
spesso mimetica fino alla sparizione, una mistura sperimentale fra
media caldi e freddi.
Tuttavia, per il sollievo dei meno e l'annoiato disinteresse dei più,
tutta la Biennale era punteggiata da una energica rimanenza fotografica:
dalla sala dedicata alla serie dei Cowboys di Richard Prince nel Padiglione
Italia alla impressionante galleria di musei e istituzioni di Candida
Hšfer nel padiglione Tedesco, dalla nutrita porzione fotografica del
padiglione francese allestito da Jean-Marc Bustamante a splendidi
casi isolati come Paul Seawright nel padiglione del Galles alla Giudecca
o il morboso Nazif Topèuoglu nel padiglione turco all'Arsenale.
Così, tanto per dire.
Ma il segno che qualcosa sta cambiando a favore della pittura ce lo
offre incredibilmente la pubblicità. L'immagine commerciale,
per solito patinatissima e techno, ha oggi innestato una marcia indietro
che come ovvio promette di portare avanti il linguaggio pubblicitario.
Segnale principe è quello della vodka Absolut. Ora, non è
novità che si pubblicizzi un liquore non più con scenari
fantastici, immaginari mondi paralleli iperrealisti, ma con universi
grafico-pittorici. Si pensi solo allo splendido lavoro realizzato
da Pierluigi Toccafondo per la Sambuca Molinari. Absolut però
aveva un'immagine "fredda" techno, appunto che ha contraddetto svoltando
sul pittorico e facendosi consigliare da Enzo Cucchi sul nome di Andrea
Salvino, neodivisionista antagonista sociale, ora alle prese, forse,
con l'omologazione che questa visibilità gli porterà
- volente o nolente.
E non va nemmeno trascurato di dire che il pezzo realizzato per la
Absolut è un vero capolavoro, dove - un po' seguendo il magistero
dechirichiano o di Peter Halley, se vogliamo tenerci sul recente -
al peggio ricalcando l'autoindulgenza di certe tele di Pintaldi -
ha inserito, come soggetti complementari del suo quadro, le foto dalle
quali lui stesso estrae i suoi soggetti. Vertiginoso e pure ottimamente
eseguito, posso ben dirlo. Ma questo non è il solo caso: si
pensi infatti alla collaborazione che Absolut ha intrattenuto con
la scultrice Louise Bourgeois, canadese e novantenne, nonché
geniale e strepitosa.
Ma perché tutto questo dire e disdire sulla pittura? Perché
interessarci di questa fenomenologia di riflusso? O perché
poi intascare il rimbrotto per l'esserci attardati sul vecchio hit-single
della fotografia che oggi non tira più? Semplice: perché
questo spostamento di pesi, energie, attenzioni e - purtroppo - fondi,
tranne che per quest'ultima ragione, è un dato positivo per
la fotografia stessa. E mi spiego. Rapidamente ma mi spiego.
Da quando lavoravo al mio "Fototensioni" per la Castelvecchi - era
il 1999 - l'onda montante di omologazione e condiscendente, imbarazzato
ossequio riservati alla fotografia - come mezzo o come fine, qui non
andiamo troppo per il sottile - è stata a dir poco nauseante.
Ricevo al giorno una media di 4/5 inviti via posta e 10 email: da
quando erano di ogni genere a quando erano per l'80% basati sulla
fotografia il passo è stato brevissimo. Già nel 2001
la situazione si è stabilizzata sul "tutto-foto". Ma non per
questo il dibattito si è aperto, la coscienza critica si è
allargata o la frequentazione della fotografia si è fatta più
filigranata.
Anzi, il grave risultato è stato che hanno percepito come un
obbligo di misurarsi col fotografico sia gli esordienti in cerca di
una strada, che i già esorditi in cerca di una strada alternativa
a quelle sulle quali hanno riscosso poco o punto successo. E, non
bastasse, si sono rivolti a questa disciplina anche degli irriducibili
che per una o mezza vita hanno mangiato e bevuto tutt'altre manualità,
tutt'altri problemi, tutt'altre estetiche.
Transeat: mi contenterà di citare una frase che mi disse Jeff
Wall quasi dieci anni fa quando lo intervistai a Villa Medici dopo
una sua conferenza: "prima di fare un lavoro mi domando se c'è
una ragione squisitamente fotografica per farlo, e se non c'è
non lo realizzo". So simple, so pure. Voglio dire: la sparizione,
preconizzata ma irrealizzata, del fotografico dalla Biennale e dal
domani e dal dopodomani dell'arte contemporanea (magari a favore del
video, no? come se...) in realtà crea un controeffetto rinvigorente
ed euforizzante. Il fotografico smetterà di essere il lasciapassare
di furboni e avventurieri. Chi oggi ricorre al mezzo o al fine fotografico,
lo deve aver voluto, inteso e ponderato. La fotografia e tutte le
sue più invereconde ibridazioni saranno, non proprio una necessità
interiore come dicevano Gauguin e Kandinskij, ma almeno una necessità
linguistica "cogente" (queste parole le uso sempre con circospezione).
Poi vedremo se ho ragione o se il gran caldo mi ha indotto a sbagliare
analisi. E, in fondo, ripensandoci... |
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Frank Auerbach, Julia Spleeping, olio su tavola,
1978

Renato Guttuso, La Vucciria, olio su tela, 1974

Roy Lichtenstein, Mirror #2, olio e magma su tela,
1970

Damien Hirst, Abalone Acetone Powder, vernice
lucida per interni su tela, 1991

Chris Ofili, Afronirvana, mat. vari ed escrementi
di elefante, 2002
Richard Prince, Untitled (cowboy), C-print, 1989

Candida Hšfer, Spiegelkantine Hamburg IV, C-print,
2000

Nazif Topèouglu, A disturbing picture,
C-print, 2002
Andrea Salvino, Absolut Salvino, olio su tela,
2003 |