|
D.R
.I .L L.S.
Sulla persistenza del surrealismo
di Simone Fresia
La
“terribile alternativa”
Gli artisti europei, al tempo del “modernismo”,
prendono atto di un’esigenza di rinnovamento delle forme
della socialità, cercando un adeguamento alla nostra
epoca specificamente tecnologica, che differisce dalle epoche
passate per essere “ultimativa” (la definizione
viene da una felice intuizione di Giulio Bollati su Leopardi)
dell’uomo come sistema di valori occidentale. Una resa
dei conti con la nostra propria cultura, in cui le vite di
“scarto assoluto” o evasive degli autori, così
come le nuove eclatanti rese plastiche, rendono lo spasimo
degli spiriti che si provano nel tentativo di mettersi “al
diapason dell’essere, ed afferrarne il tono”(E.
Cioran): pena un ritardo non più valicabile se non
a mezzo di catastrofe. Da ciò il carattere di “aut
aut” di tutti i proclami novecenteschi, una fermezza
etica prima sconosciuta.
Attualità
del surrealismo
Mi interessa qui abbozzare un discorso che renda alcuni interrogativi
di fondo di una prospettiva ben lontana dall’essere
chiara, la quale ci parla di morte, regresso o traviamento
del surrealismo. Per cominciare, intendo rilevare che l’arte,
da quando si è fatta superficialmente portatrice di
istanze sociali, ha addebitato ai filosofi (o piuttosto ne
è stata investita) una valutazione del proprio potenziale
sovversivo, che è stata nel Novecento divergente, come
possiamo ad esempio osservare nelle differenti interpretazioni
fatte da Benjamin e Adorno sull’arte “di massa”.
Le posizioni estetiche prima dominanti si sono risolte più
per i motivi “spettacolari” dell’attuale
società, piuttosto che per comunione di giudizio; meglio,
è caduto l’interesse nel discutere la migliore
ricetta di arte rivoluzionaria: concetto in qualche modo surclassato
dai tempi, nonostante certi accanimenti terapeutici. Ai filosofi
di oggi agitare le problematiche che ne conseguono. Tuttavia,
non vedo come si possa rinviare il giudizio e la proposta
di una specifica pretesa surrealista, e sto parlando di “cambiare
la vita” e di “trasformare il mondo”: pretesa
universale e fondata da Breton per i secoli venturi. Tale
aspirazione sembra oggi facilmente liquidata dietro la retorica
della cannibalica società dello spettacolo; rimozione
culturale che rende notevolmente agli operatori preposti alla
propaganda del surrealismo, nei termini di una certa dignità
da ultimo baluardo della coscienza, nonché di una consolazione
nell’addebitare il détournement degli ideali
al “sistema”. Laddove la società dello
spettacolo ha concretamente investito non tale pretesa e necessità
universale (se non appunto seppellendola in un oblio parimenti
alle altre forze che dirigono l’esistenza cosciente),
ma la consistenza delle teorie estetiche che nascevano alla
luce di una conoscenza idealistica dell’uomo, tramortite
oggi dalla scoperta che l’uomo non vuole ciò
che dice ma vuole sempre più il godimento.
Il surrealismo come movimento storico ha fallito ed è
forse per tale virtù che oggi si trova insabbiato in
diverse forme fossili (l’esteta Dalì piuttosto
che l’anarchico Péret, per esempio); l’almanaccamento
ne ha sancito la sconfitta. Resta però da fare i conti,
per tutti, con quell’idea surrealista che “tende
al recupero della nostra forza psichica con un mezzo che non
è altro se non la discesa vertiginosa in noi stessi”.
Sempre nel Secondo manifesto Breton si augurava “che
il diavolo preservi, ancora una volta, l’idea surrealista
come qualsiasi altra idea che tenda ad assumere forma concreta,
e a sottomettere a sé quanto si può immaginare
di meglio nell’ordine del fatto, allo stesso modo che
l’idea d’amore tende a dare vita a un essere,
che l’idea di Rivoluzione tende a far venire il giorno
di quella Rivoluzione, senza di che quelle idee perderebbero
ogni senso”, al cui fine chiede “L’OCCULTAMENTO
PROFONDO, EFFETTIVO DEL SURREALISMO.” Tale idea surrealista,
che mira a cambiare la vita e trasformare il mondo in dipendenza
del recupero di tutte le potenzialità del soggetto
umano, e di cui Breton auspica l’occultamento, occorre
sia in qualche modo definita e dichiarata oggi come il nocciolo
del surrealismo, cioè di una esperienza e di una filosofia
di vita, movimento altrimenti troppo confuso e costellato;
e principalmente dagli storici dell’arte che ne detengono
l’intera conoscenza ai propri fini settoriali. Dell’esistenza
di questo nocciolo sono sicuro nella misura in cui direzioni
di ricerca surrealiste restano inattuate e si applicano ad
un’ulteriore indagine sulla cultura odierna. A tal fine
ritengo utile (Breton mi giustifica) ridefinire il surrealismo,
nei limiti del dominio dato dalle varie accezioni nel corso
della sua storia, ma allo stesso tempo superando la definizione
(illogica) data nel Primo manifesto, la qual dice: “Surrealismo,
s. m. Automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone
di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto o in altre
maniere, il funzionamento reale del pensiero; è il
dettato del pensiero, con assenza di ogni controllo esercitato
dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica
e morale.” Per cominciare: “L’automatismo
psichico […] non ha mai costituito per il surrealismo
un fine in sé.” (A. Breton, Posizione politica
del surrealismo, 1935). Il fine è infatti di “esprimere
il funzionamento reale del pensiero”. Per surrealismo
intendo allora la possibilità per l’uomo di esperire
funzionamenti mentali diversi da quelli insegnati dalla società
di riferimento. Dipendono da questa possibilità: una
nuova conoscenza della realtà, il cambiamento dell’agire
umano, la rivoluzione ed altri assommativi in passato senza
grande discernimento. Leader storico in Francia ne è
André Breton, autoproclamatosi nel 1924. Il problema
del surrealismo, così ipotizzato, ruota oggi intorno
alla fattualità della trasmissione voluta da Breton
grazie al proprio occultamento, ma a priori dalla consistenza
della definizione che ne venne data nel corso del tempo. Non
è detto che il surrealismo non sia stato nascosto ad
usi futuri, e diversi indizi, come ancora una certa latitanza
dalla storia della cultura, e un riferirsi a sue produzioni
superficiali qualora ne venga inglobato, sembrano indicarcelo.
Nessuno studio sistematico spiega come è finito, se
è finito il surrealismo, e in quali termini, noi distratti
dalla grandezza della sua mole culturale. La risposta semplice
è che non sia ancora possibile sistematizzarlo a causa
dell’eccessiva apertura di significato e di implicazioni
possibili. In questo senso si è sistematizzato, invece
del surrealismo, un tentativo storico di realizzazione, e
quindi un mezzo. Cioè la partecipazione ad una rivoluzione;
dall’altro lato una certa produzione di operazioni e
ovviamente di oggetti d’arte, anch’essi storici
e quindi moribondi. In questa dicotomia (surrealisti esteti
- surrealisti anarchici, diciamo), tanto semplice quanto fascinosa,
si è chiusa buona parte della critica.
Lo spirito (si perdoni questo anacronismo) del surrealismo
è forse l’unico a noi oggi concesso, e dobbiamo
attenere l’analisi a questa idea di base. Ne dipende
ad esempio la spirito della rivoluzione; poiché sembra
evidente che una crisi della società non prescinde
da una “crisi di coscienza della specie più generale
e più grave” (Secondo manifesto), pena l’essere
una rivoluzione per il pane, che non fa che ristabilire l’ordine
precedente. Lo spirito del surrealismo, cioè l’alternativa
etica di sperimentare una conoscenza del mondo, seppur mondo
vi sia al di là di un condizionamento sociale oggi
pesante, ha nel tempo forse dato ancora poca importanza ai
fenomeni di deviazione del comportamento, ai pazzi; così
come alle arti magiche, checché ne dica chi riesce
a vedere in questo soltanto una mistificazione del pensiero
razionale. La direzione di Breton è stata encomiabile.
Sulla confusione creata intorno al surrealismo, anche da coloro
che giustamente ne misero in rilievo particolari debolezze,
possiamo sperare che sia stata soltanto il modo più
efficace per garantire la trasmissione di quell’idea,
celata, su terreni che potranno essere fertili in futuro.
Per come ho inteso il surrealismo, e per una particolare preoccupazione
che indicherò, includo nel movimento certi critici
duri alla Bataille; mossi dalle stesse esigenze, in sostanza
criticavano la conservazione del bello. Anche, ci si sarebbe
dovuta aspettare nelle zone del bello la vittoria: ossia nel
riconoscimento di forme artistiche che erano al tempo più
surrealistiche di quelle surrealiste (come l’informel
o l’arte astratta), e non in un impegno coi bolscevichi.
E’ ancora necessario additare le parti marce della grande
mela surrealista, affinché si possa comunque valutare
se esiste una parte commestibile da lasciare ai posteri, un
vagito odierno e illusorio senza confusioni, almeno per noi
che distinguiamo il bene dal male.
Introduzione
a Bataille
Rileviamo come l’uomo civilizzato del XXI secolo abbia
un’idea dell’uomo tale quale secoli fa, ossia
ne abbia proiezioni idealistiche nei termini dell’amicizia,
dell’amore, della solidarietà ed altre tediose,
proiezioni che oggi con più forza ci vengono propinate
dai mass media e che meno che in passato siamo liberi di contestare.
E’ logico che in questo stato di cose ci stupiamo per
i delitti di cronaca: innanzi tutto perché sono presentati
come delitti occasionali; poi perché sono al di fuori
dei parametri che reggono la nostra configurazione dell’umanità,
per cui sono indefinibili esattamente per carenze linguistiche;
poi anche per simbiosi con lo stupore del giornalista addetto.
L’eccezionalità dei casi proposti, esauriti in
un elenco nella seziona “cronaca”, ci porta a
credere che non ne esistano altri; che l’umanità
sia quindi lodabile e che la regola sia confermata. A questa
mistificazione si aggiunga che l’uomo facilmente giudica
gli eventi superficiali e meccanici che saltano all’occhio
piuttosto che eventi latenti da sempre nella società
(come uno schiaffo fa più clamore di una violenza psicologica
subita da anni), e soltanto secondo un punto di vista puramente
emotivo. Davanti alla trasformazione del mondo operata dalla
macchina negli ultimi due secoli circa, si sono bensì
messi in gioco i procedimenti stessi e le finalità
dell’arte, ma tenendo ferma la concezione dell’uomo
nella quasi totalità; ossia costantemente cercando
di delimitare le potenzialità degli strumenti nuovi
ai valori morali tradizionali, nel nostro caso quelli di tradizione
cristiana e latina. Come accade con evidenza nella bioetica.
Nelle emergenze del Novecento si sono visti eventi clamorosi,
originati da forze che millenni di storia, se non avevano
arginato, avevano celato agli occhi dei più; e che
la macchina ha permesso di esprimere su larga scala, non delimitate
se non dal calcolo della vittoria. Questi eventi pongono il
problema dell’insufficienza del vecchio sistema di valori
a contenere e ordinare il popolo occidentale. Oggi l’ordine
viene mantenuto contenendo la violenza con un’ubriacatura
data dall’attrattiva e dalla cogenza del godimento,
accessibile a tutti e che di anno in anno si depenalizza.
L’indebolirsi delle categorie etiche ha il vantaggio
di confermarne il carattere artificiale; ma porta ad abbandonare
per lo meno l’attuale coscienza sociale: la crisi della
rappresentatività ne dipende, l’uomo forse è
un animale non più politico. In questo senso vediamo
confermato il “tramonto dell’Occidente”.
La crisi serve all’instaurarsi di un’altra società,
della quale non conosciamo il prezzo.
Un’operazione
di rilancio di un sistema di valori che caratterizzino l’uomo
occidentale, ripristinando il suo rapporto con la comunità
in modo altrimenti che distruttivo, avrebbe richiesto un riesame
della nostra concezione umana, a costo di dichiarare finito
il sistema che dell’uomo qui regge l’interpretazione
(“La cultura è spazzatura” disse bene Adorno).
Ma, analogamente a quanto detto per i fatti delittuosi di
cronaca, i massacri della storia sono stati ancora classificati
come altro dall’uomo, eccezioni, e con piroette interpretative
assegnati alle categorie sempreverdi e illeggibili della Follia
(collettiva a quanto pare, quella tedesca del Terzo Reich)
e del Male. Rimozioni più facili senza dubbio di una
decostruzione dell’umanesimo; ma pericolose poiché
relegano in un territorio appetibile ai sensi i fatti più
cruenti, destinati così al ricordo nelle situazioni
future di crisi. L’operazione amara che andrebbe fatta,
di vera cultura, è quella ad esempio di Bataille, eterologica;
ma questa, nella misura in cui è irrilevata nei programmi
scolastici, pare oggi irrilevante. Merito principale, in seno
al possibile ruolo etico dell’arte, del surrealismo
è l’aver portato alla luce buoni elementi eterogenei
alla cultura ufficiale: i poeti che già dissero che
l’uomo è altro; Freud; artisti del passato citati
frettolosamente; qualche pezzo di Hegel e Marx. Tuttavia notiamo
come l’impegno filosofico resti escluso dal lavoro surrealista;
come manchino i riferimenti ai moralisti del passato, ai pazzi
e deviati ed eccentrici; come manchi una seria genealogia
ad uso dei futuri. In quanto tuttavia ripropositori di un
sapere “maledetto”, Bataille opera sulla loro
stessa linea: ma con meno compiaciuto decadentismo ed in modo
radicale. Ne rileverò la principali opposizioni al
surrealismo, che non ne inficiano la continuità della
ricerca nei termini di un’alternativa al modus operandi
occidentale. Bataille è uno dei più efficaci
superatori del pensiero dialettico (stanti le obiezioni di
Derrida), in epoca contemporanea: la sua portata è
eccessiva, oggi, per essere divulgata senza danno dall’industria
culturale. Tuttavia, sarà divulgata, inerme, col distorcerla
e classificarla come ideale violenza ed ideale provocazione,
in una casella della nostra cultura in cui purtroppo sono
già purgate le migliori opere oscene al consumo dei
molti.
La
radicalità di Bataille sulle avanguardie
Georges Bataille è il bibliotecario che corrosivamente
ha individuato il bagaglio romantico affisso a quel fatidico
“punto dello spirito da cui la vita e la morte, il reale
e l’immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile
e l’incomunicabile, l’alto e il basso cessano
di essere percepiti come contraddittori.” (André
Breton, Secondo manifesto) Lo ricordiamo, in particolare,
nella scena in cui, verso gli anni 1929-’30, predica
dall’alto di quel suo castello di documenti, contro
la schiera di Breton. Bataille denuncia l’opera di esorcizzazione
sul reale eseguita anche dalle avanguardie, connessa ai risibili
riti umani e ai tonificanti idealismi. Nella cultura più
recente, a mio avviso:
1 Il lirismo proprio della terra nostra italica, aggiornato
dai futuristi alle novelle possibilità di estroversione
del Superuomo, che rifluirà, cosmicamente ed ormai
eternamente, nello Spazialismo;
2 Le mirabili costruzioni cubiste, che nella misura e nella
relazione si oppongono ai suddetti slanci lirici ma non ne
sono realmente che l’impossibilità e una sorta
di regressione infantile in un bozzolo geometrico rappreso
(presto infranto da Duchamp);
3 L’estremo decadentismo nichilista che non può
reggere neanche più i simboli francesi e si riduce
ad un balbettìo da-da e a qualche scandalo;
tali vie estreme si reggono l’un l’altra come
vertici di un reticolo cristallino “où tout se
tient”, che ripone qualcosa di inammissibile all’uomo.
Il sistema delle avanguardie è così impacchettato,
ceralacca apposta da: critica modernista. Destinazione: accademie
del futuro. Carattere: reazionario.
“L’esprit moderne n’a jamais aborti dans
les meilleurs cas à autre chose qu’à substituer
à cette possibilité de l’homme entièrement
suffoqué d’horreur, n’importe quelle dérivation,
pourvu que cela entre, au besoin à rebours, dans des
cadres déjà établis. L’esprit moderne
n’a jamais mis en avant que des méthodes applicables
à la littérature ou à la peinture.”
(G. Bataille, L’esprit moderne et le jeu des transpositions,
Documents)
In uscita
a questi movimenti già definiti intorno al 1924, si
pone il problema del surrealismo, movimento che ha il pregio
di riempire la poesia di contenuti potenzialmente distruttivi,
ma di non saperne aggiornare l’intima dialettica “traspositiva”.
Per Bataille l’arte resta al servizio dell’omogeneità,
prigioniera dell’antica funzione catartica: condannata
quasi totalmente, fino all’avvento dell’informel.
Non si può fare la lista delle opposizioni bataillane
al “positivo” di Breton (che secondo Mario Perniola,
è trascendenza rispetto all’istante, ancora prigioniero
della razionalità strumentale). Un esempio solo del
suo sano spirito dissacrante:”Oeil. […] On ne
peut, meme en résumant, faire la liste des auteurs
qui ont trouvé une analogie entre les étoiles
et lui. En metallurgie…” (Dictionnaire, Documents).
Per quanto concerne la posizione rivoluzionaria, egli afferma,
in risposta a Breton: “La Rivoluzione senza catastrofe,
sangue e putrefazione, non è che desolante sentimentalismo
utopico.” (Il valore d’uso di D.A.F. de Sade).
Oppure in L’erotismo, parlando della ‘contraddizione
fondamentale dell’uomo’: “Noi sappiamo che
il possesso dell’oggetto che ci fa bruciare di desiderio
è impossibile. O una cosa o l’altra: o il desiderio
ci consumerà, o il suo oggetto cesserà di farci
bruciare.” Bataille non può ritenere rivoluzionario
quell’uomo che, sulla scia di Nietzsche, non è
“nel processo morfologico, che una tappa intermedia
fra le scimmie e i grandi edifici”, quell’uomo
che guarda al sole col proprio occhio pineale pur sputando
sul proprio piede nel fango (L’anus solaire), quel soggetto
di Figure humaine. Bataille potrebbe ritenere rivoluzionato
colui che può “sapere come si può esercitare
la propria rabbia”, grazie ad una concessione fatta
dall’arte: “Ma perché esitare a scrivere
che quando Picasso dipinge, la dislocazione delle forme trascina
quella del pensiero, cioè che il movimento intellettuale
immediato, che in altri casi sfocia nell’idea, fallisce.”
(Le “Jeu lugubre”), ma infine, ne Lo spirito moderno
e il gioco delle trasposizioni, dichiara: “Le opere
dei più grandi pittori moderni appartengono se si vuole
alla storia dell’arte, forse anche al periodo più
brillante di questa storia, ma sarebbe chiaramente da compiangere
chi non avesse a disposizione per viverne immagini infinitamente
più ossessive.” Gli anni di Documents portano
all’apice la negatività di cui Bataille investe
il surrealismo.
Post-surrealisti
Diversamente orientata è la critica che il surrealismo
riceve dagli autoproclamati successori, tra cui esponenti
COBRA e situazionisti. In particolare gli ultimi vogliono
continuare a provocare un’apertura delle capacità
operative dell’uomo, inscenando le “situazioni”.
La critica al vecchio Breton ha la direzione di un materialismo
questa volta dialettico, più familiare a lui ma differente
nel senso che l’arte e la rivoluzione non sono più
manifestazioni di una positività, che va invece ricercata
in un superamento dell’arte nella società autogestita
(Perniola). Tramonta quindi l’idea romantica dell’artista
che sperimenta la bellezza e la pazzia, in favore della pratica
rivoluzionaria.
“Examinons d’abord la définition du surréalisme”
secondo Asger Jorn, COBRA. Il primo appunto rileva la contraddizione
interna del segmento “Automatismo psichico puro”.
Non può
sussistere perchè all’espressione della psiche
è preposto il corpo. La riflessione, dal punto di vista
materialista, è sempre riflessione della materia. Niente
di nuovo: “Il pensiero si forma in bocca” (T.
Tzara), Primato della materia sul pensiero (Man Ray), Rotorelief
(M. Duchamp), etc. Il surrealismo di Breton è ancora
accusato di idealismo, poiché preoccupato più
del funzionamento che della funzione del pensiero. Tutto dipende
infine dalla filosofia materialistica per cui schematizzando
è il bisogno che fa la morale; e il desiderio fa l’estetica.
Il desiderio non va soddisfatto nella sfera spirituale, secondo
Jorn, ma concretamente nel piacere: per questo la rivoluzione
culturale non farà che soddisfare i desideri degli
uomini, e attraverso questo, glieli farà conoscere.
I situazionisti
sono più riconoscenti verso Breton. Quando Guy Debord,
nella Théorie de la dèrive, dice: “Le
progrès n’étant jamais que la rupture
d’un des champs où s’exerce le hasard”
sembra rivendicare tale merito indubbiamente a certi recuperi
surrealisti (e chissà cosa avrebbe pensato Mallarmé
delle sentenze emesse dai “coup de dès”
della deriva; o dell’automatismo psichico puro: il problema,
scientifico e poetico già presente nei cadavres exquises,
del caso e della causalità). Ma, La società
dello spettacolo punta chiaro il dito sulla causa del fallimento
storico: “La sconfitta del movimento proletario è
la ragione dell’immobilizzazione di dada e del surrealismo.
Sono storicamente legati e in opposizione. Dada voleva sopprimere
l’arte senza realizzarla; il surrealismo voleva realizzarla
senza sopprimerla.” E’ vero, ma sviscerando questa
frase ci addentriamo in problemi linguistici e logici, rendendocela
meno affascinante. L’eterogeneo, se non alla violenza,
Antonin Artaud, aveva precisato già nel ’27 riguardo
alla comunione comunismo-surrealismo, in senso diametralmente
opposto: è stata la stessa avventura sociale a rendere
vana una rivoluzione che doveva operarsi altrove. “Si
potrebbe parlare ancora dell’avventura surrealista,
e il surrealismo non sarebbe morto, se Breton e i suoi amici
non avessero pensato bene di legarsi al comunismo credendo
quindi di dover cercare nel dominio dei fatti e della materia
bruta il risultato di un’azione che non poteva aver
luogo se non nei percorsi intimi del cervello.” (A la
grand nuit ou le bluff surréaliste) Ma personalità
del calibro suo o di Duchamp operano diversamente la vita
e non ricadono nell’impegno etico se non con meno contingenti
finalità, per la loro exacerbatio cerebri. La loro
critica al surrealismo pertanto è poco decifrabile
e non è attendibilmente opponibile ad altre qui delineate.
Solo a titolo di esempio ho riportato due giudizi storici
su surrealismo e rivoluzione, come altri che seguiranno; non
è sede e io non sono in grado di estrarre un giudizio
attendibile sulla giustezza di questa connessione, così
come sulla persistente accusa di idealismo, se non con dettagliati
distinguo; e mi pare già che Breton si difenda bene
nel Secondo manifesto riguardo ai fini suoi propri. Mi interessa
invece esporre un campionario di critiche solo per verificare
a lungo termine la stabilità e i possibili cedimenti
del surrealismo, inteso come idea tendente per sempre a cambiare
la vita e trasformare il mondo. Tornando a Debord, resterebbe
da capire se il surrealismo sia morto per fallimento operaio
o esattamente in seguito all’instaurarsi dello Spettacolo,
e che legame vi sia tra i due: “tutti i momenti passati
dell’arte possono essere ugualmente ammessi, perché
nessuno di essi patisce più la perdita delle sue condizioni
di comunicazione particolari, nella perdita presente delle
condizioni di comunicazione in generale.” La positività
di un nuovo approccio comunicativo (tramite le situazioni)
supera dunque allo stesso modo il surrealismo come le altre
avanguardie. Breton è morto e non ci si cura nemmeno
del necrologio. Potrebbe essere secondaria la riuscita del
surrealismo rispetto al suo lascito. Tuttavia, è logico
chiedersi se le nuove condizioni di comunicazione siano favorevoli
alla sopravvivenza del surrealismo, nella misura in cui il
surrealismo stesso si “classicizza”. Debord disse:
“Di ciò che esiste, non c’è più
bisogno di parlare.” (I commentari). Se il surrealismo
esiste, non se ne parla; ma, per quel che se ne parla, è
evidente che sia stato traviato, e forse nel senso qui professato:
“Il governo dello spettacolo […] è padrone
assoluto dei ricordi e padrone incontrollato dei progetti
che plasmano l’avvenire più lontano.” Il
surrealismo come l’ho inteso è stato davvero
ridefinito ad uso dell’attuale società? Oppure
l’industria culturale ne ha solo musealizzato il percorso
storico, lasciando così una zona imperturbata? Quanto
è influente tale nucleo al fine di cambiare la vita
e trasformare il mondo oggi? E’ vivo il surrealismo?
O forse si tratta, oggi non meno che allora, di un vizio da
esteti decadenti?
Controstoria
del surrealismo
Un capitolo a parte merita il lavoro del situazionista Raoul
Vaneigem, che sotto lo pseudonimo di Jules-François
Dupuis (testamentario di Isidore Ducasse) pubblica un libretto
negli anni ‘70 in favore della teoria della degenerazione
del surrealismo, utile a comprenderne la disfatta storica.
La sua operazione è esemplare, prendendo alla lettera
Breton: “Toccherà all’innocenza, alla collera
di pochi uomini che verranno, sceverare nel surrealismo quanto
non può non essere ancora vivo, restituirlo, a costo
di uno splendido saccheggio, al fine che gli è proprio.”
(Secondo manifesto). Vi troviamo le tipiche accuse di idealismo:
a cominciare dalla denuncia della formazione decadente di
Breton e della “povertà di pensiero e piattezza
d’inventiva” di Tzara. I primi cedimenti del progetto
stanno nel fallimento del Procés Barrès, che
non trova reazioni da destra né il consenso dei partiti
rivoluzionari. E così via. La ricerca sulle opere magiche
è interpretata come una reazione a quei surrealisti
come Aragon che si fanno comunisti militanti. Reazione o superamento:
attenersi all’origine, direi. Interessantemente l’autore
nota: “Esiste peraltro una traccia di una teoria dei
momenti passionali nella preoccupazione di limitare il vissuto
a quello che offre di eccezionale e di emozionante”,
una qualità che va segnalata e di cui manterrei valido
solo l’”eccezionale” per evitare ambiguità
di fini e linguaggio; ambiguità propria di tutto il
settore della ricerca sull’amore, oscillante senza discernimento
tra indagine sociale e gusto per la bella sentenza (Recherches
sur la sexualité) e idealizzazione della donna (Nadja,
Le paysan de Paris etc.) e scatologia (Héliogabale).
L’affermazione
di Breton “Non c’è soluzione fuori dell’amore”
è dannosa al progetto finchè non c’è
accordo tra i diversi “amori” secondo i surrealisti;
ed anche in quel caso sarebbe presumibilmente contraddittoria
a qualsivoglia azione per un’eccessiva stratificazione
semantica. Ha ragione Breton perché individua il punto
debole della società, ma egli stesso non contribuisce
affatto a redimere l’amore analizzandolo o chiarendolo
oltre una concezione genericamente borghese; e forse così
salva l’amore e condanna il surrealismo. La dipendenza
dall’immagine; l’appello al gruppo e al sacrificio;
la necessità stilistica della scrittura automatica;
l’insulto al morto Anatole France che non è superato
dall’azione; il vissuto che ha meno importanza della
sua rappresentazione ed è solo aneddoto; l’esplorazione
di una totalità del linguaggio che compensa la ricerca
di un linguaggio della totalità; la pretesa di un’innocenza
dell’arte nell’era del feticismo della merce,
quando l’occhio non esiste più allo stato selvaggio:
in breve, sono tutti caratteri surrealisti che ne hanno determinato
la débâcle storica. Vaneigem è mosso dall’idea
che il surrealismo contenesse in sé i motivi di una
successiva mistificazione. Cita infine: “la mia più
grande ambizione sarebbe di lasciare, dopo di me, il senso
teorico indefinitamente trasmissibile.” (André
Breton, Prolegomeni ad un terzo manifesto del surrealismo
o non)
Il
senso della ricerca
Vorrei
portare alla luce quel senso teorico indefinitamente trasmissibile,
la “categoria” surrealismo. Senza dubbio si deve
maltrattare questo movimento, se si vuole ricavarne qualcosa
di utile oggi, una quintessenza; altrimenti ricadiamo in laceri
discorsi da antologia. Appena uno spunto, mentre il lavoro
vero prevederebbe anche l’analisi del fallimento di
una trasformazione dell’uomo e del mondo. Dobbiamo tuttavia
considerare che questo “fallimento” si colloca
dalla parte di chi proclamò, tra i surrealisti, questa
esigenza, come Breton; altri ebbero finalità diverse:
ma non possiamo rispettare quelle di tutti senza bloccarci
in un discorso solamente storico. Occorre tagliare ed assommare
quel che c’è di affine a molti, creare una utile
indicazione. I manifesti di Breton restano la guida migliore,
considerate certe concessioni che lui stesso fece ai futuri
in termini di violenza, di superamento degli stessi maestri.
Per quanto
riguarda gli apporti critici al movimento, mi sono limitato
ad accennare alle critiche, corrette da un punto di vista
strettamente materialista, di Georges Bataille: la cui figura
non a caso assume negli anni odierni un peso crescente; poi,
a certe puntualizzazioni dei successori del surrealismo, esemplificative
di vizi che fin dall’inizio minarono le basi del progetto
di Breton. Non essendo prioritaria in questa sede una sintesi
delle posizioni dei filosofi materialisti, mancano i rappresentanti
della Scuola di Francoforte; la cui indagine è al di
là della riuscita o meno di un progetto, che è
poi legato alle forze e debolezze di ognuno di quei pochi
artisti che ne fecero la storia. Il faro da seguire, perfino
rivalutare, è André Breton: l’idea del
surrealismo è, grazie a lui, viva per tutti quanti
saranno forti da servirsene.
|


|