Io non è più un altro, è solo uno qualunque.
L'apogeo del banale in Warhol
di Enrico Elisei
"Non so se un filosofo abbia mai sognato
una società per la distribuzione della
realtà sensibile a domicilio"
Paul Valery
"Se si copre una bella persona di gioielli e di bei vestiti e la si
mette in una bella casa con dei bei mobili e dei bei quadri, non sarà
più bella, sarà sempre la stessa, ma penserà
di essere più bella. Se prendi però una persona e le
metti addosso degli stracci, diventerà brutta" (Andy Warhol,
La filosofia di Andy Warhol, Costa & Nolan, Genova 1983, p. 59).
La superficialità ha ammantato ogni cosa, l'impostura aspira
a divenire verità. Warhol si serve di un pensiero e di una
pratica artistica aperta alla divergenza della realtà con le
proprie immagini di consumo, di un fare affermativo che accoglie il
banale quotidiano nelle sue molteplici forme. "Basta che l'errore
riesca a farsi scambiare per verità, perché la mente
non possa mai avere la garanzia che la verità che lo dissolve
non sia invece un altro errore, come l'ha ingannato il primo errore"
(Roger Caillois, L'incertezza dei sogni, Feltrinelli, Milano 1989,
pp. 83-84).
Con fanciullesca ingenuità Andy Warhol si appropria dei modi
della cultura di massa. Il bambino Andy Warhol con infantile stupore
si sbalordisce del perché "se voi dite ai grandi: "Ho visto
una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e dei
colombi sul tetto", loro non arrivano a immaginarsela. Bisogna dire:
"Ho visto una casa da Centomila Lire", e allora esclamano: "Com'è
bella"" (Antoine De Saint-Exupéry, Il piccolo principe, Bompiani,
Milano 2001, p. 23).
Il giovane pubblicitario di Pittsburgh, divenuto artista nella New
York degli anni '60, prova a chiedersi come risolvere il problema
della sostanziale inadattabilità dell'uomo al mondo contemporaneo.
Si risponde che l'unica soluzione è quella di spostare la domanda,
problematizzandola proprio non chiedendosi alcunché e facendo
propria la quotidiana banalità. Si lascia sopraffare dalla
passività assoluta del consumatore, contempla fino a perdervisi
lo splendore disarticolato dei suoi tempi.
Il suo delirante produrre senza soluzione di continuità è
l'altra faccia della sua impassibile catatonia da cittadino-consumatore.
"Credo di avere una concezione molto approssimativa del 'lavoro',
perché è mia convinzione che vivere sia già di
per sé un grosso lavoro, che non sempre si ha voglia di fare"
(Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol, op. cit., p. 82).
Nell'attuale realtà lo sguardo è glorificato e ingiuriato,
quando si vede tutto non vale più nulla. Tutto è agevolmente
fotografabile, filmabile, scansionabile ecc., tutto in sostanza è
assimilabile all'assolutamente identico "tempo, del futuro e del passato,
della vigilia e dell'indomani, del più e del meno, del troppo
e del non abbastanza, dell'attivo e del passivo, della causa e dell'effetto"
(Gilles Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli, Milano 1997, p. 10).
L'occhio è nelle cose. In un supermarket potremmo sentirci
spiati non solo dalle telecamere che scrutano, lì come altrove
nella città, ogni nostro passo, ma dall'indiscrezione degli
oggetti di consumo che ci affrontano, indisponenti tra gli scaffali,
in una sorta di sparatoria da finale di un film western.
La teoria della relatività ci ha insegnato che la materia è
fatta di luce, l'attuale modernità che ogni cosa, essendo luce,
è proiettata su uno schermo e pagata a peso d'immagine.
Potremmo a questo punto domandarci: quale effetto hanno le immagini
su di noi che siamo diventati null'altro che immagine?
Warhol fa proprio un pensiero ed una prassi artistica senza contraddizione,
senza dialettica, senza negazione.
Apre la porta alla molteplicità infinita e scialba del mondo
attuale, presta attenzione allo spettegolare della merce, fa della
sua arte un'arte adatta a quel condominio-mondo che abitiamo con ignara
urbanità.
"Il condominio ha acqua corrente fredda e calda, qualche sottaceto
Heinz buttato lì, praline alle ciliegie, e quando si accende
l'interruttore della coppa di gelato Woolworth con cioccolata caramello
e panna, allora so di possedere realmente qualcosa" (Andy Warhol,
La filosofia di Andy Warhol, op. cit., p. 113).
Tutto l'ingegno di Warhol è volto a distruggere la chiarezza
con la chiarezza, nulla di ciò che ripresenta nelle sue opere
èincomprensibile, semmai è affatto insignificante.
Il ribadire al nostro sguardo, tramite le sue opere, le immagini del
mondo che quotidianamente ci incalzano non è supportato da
discolpe circa l'inutilità di questo gesto.
Paradossalmente l'inconsistenza di tale atto è rivelata dalla
stessa precisione con cui è compiuto.
"In questo mondo catacombico l'unica cosa che conti è l'ortografia,
la punteggiatura. Non importa quale sia la natura della calamità,
importa solo se è scritta giusta. Ogni cosa sta allo stesso
livello, sia essa l'ultima moda degli abiti da sera, una nuova corazzata,
una pestilenza, un alto esplosivo, una scoperta astronomica, un tracollo
in borsa, un disastro ferroviario, un rialzo in borsa, una grossa
vincita, una condanna a morte, un'aggressione, un omicidio e così
via" (Henry Miller, Tropico del cancro, Mondatori, Milano 1991, p.
158).
Gli oggetti ripresentati sulle sue tele si trovano tutt'a un tratto
dotati di vita propria, non debbono legittimarsi dichiarando il loro
legame d'affezione con noi.
Quest'immenso panorama inattivo ha inghiottito tutto il resto, noi
inclusi. Non senza motivo potremo sentirci alieni, diversi, fuori
posto fra le merci placide e splendenti sugli scaffali d'un qualsiasi
supermarket. L'attuale congiunzione di quello che la modernità
aveva disgiunto, il bello e il funzionale, ci respinge in un arcaismo
feticista in posizione di idolatri d'una rappresentazione scissa dal
rappresentato.
Warhol è consapevole di questo e non intromette la propria
individualità nel sacralizzato percorso dell'immagine, si limita
a trarre immagini standardizzate dalle immagini di consumo, non pretende
di estrarre l'alterità dove essa è assente.
La deferenza può trasformarsi in adorazione. La catalogazione
in un corpus artistico-meccanico del mondo e delle sue immagini è
da Warhol portata avanti con l'ossequiente diligenza di chi è
convinto che nell'attuale mondo di equivalenze assolute e trionfanti
questa sia ineluttabilmente e inesorabilmente l'unica cosa lui concessa.
Tanto una cosa vale l'altra, e l'artista vale alquanto poco.
Warhol si tramuta in pedissequo trascrittore della realtà mediatizzata,
registratore di un mondo che annulla ogni polarità.
L'artista Andy Warhol si sente superato dalla illimitata rotazione
di immagini intorno a lui come a ogni altro.
La soluzione da lui proposta è quella di uscire da questo centro-prigione
dell'eterna circolarità dell'immagine, per ruotare con le immagini
a folle velocità, sperando in uno slancio da questo reiterato
girare verso un altrove che da qui è complicato persino immaginare.
|
|