Un nuovo libro di teatro: la "Lingua stellare" di Fabrizio Crisafulli
In occasione della pubblicazione del libro Lingua stellare. Il
teatro di Fabrizio Crisafulli, 1991-2002, a cura di Simonetta
Lux, abbiamo rivolto alcune domande allo stesso Crisafulli. Il libro,
edito da Lithos 2003, raccoglie contributi di Maria Pia D'Orazi, Dario
Evola, Raimondo Guarino, Teresa Macrì, Patrizia Mania, Paolo
Ruffini, oltre che di Crisafulli e Lux.
di Domenico Scudero
D.S. - Il libro si offre a molteplici letture. La prima riguarda sostanzialmente
il territorio dell'editoria: ha un taglio affascinante che fa tra
l'altro echeggiare quella particolare combinazione di alta tecnologia
e cura artigianale che è propria del tuo lavoro teatrale. Questo
viaggio attraverso il teatro di ricerca mi sembra quanto di più
chiaro possa cogliersi oggi, in particolare per quanto riguarda il
territorio che hai definito "teatro dei luoghi" (1).
F.C. - Simonetta Lux mi aveva proposto di realizzare un libro sul
mio lavoro quattro anni fa, ponendomi fin da allora le prime questioni.
Non ci siamo fatti prendere dalla fretta... Il libro è piuttosto
meditato. E' il frutto di una graduale scrematura di materiali e riflessioni,
e, contemporaneamente, di una lenta messa a fuoco della loro sistemazione
sulla pagina. I testi, le fotografie e i disegni hanno assunto alla
fine una forma che in effetti fa risuonare il lavoro anche in termini
sensibili, non solo di documentazione. In tal senso il libro è,
in qualche misura, una eco del mio lavoro.
Quanto ai contenuti, il tuo riferimento al "teatro dei luoghi" mi
induce a richiamare un concetto centrale nel libro: per "teatro dei
luoghi" non intendo un ambito di ricerca che riguarda il fatto in
sé di portare il teatro in luoghi ad esso non destinati. Né
questioni attinenti principalmente lo spazio, come forse si potrebbe
credere. Intendo qualcosa di più complesso. In estrema sintesi:
un tipo di lavoro che considera il luogo come "testo". Non come "scenografia"
per spettacoli magari preparati altrove.
In altri termini, in questo progetto concepisco il luogo come tessitura
di elementi di diverso tipo (umani, spaziali, architettonici, culturali,
di memoria) e segni di differente ordine, il cui insieme assumo quale
base di partenza e matrice per la creazione del pezzo teatrale, con
ruolo simile a quello che ha il testo scritto nel teatro tradizionale.
Questo tipo di approccio, dicevo, non individua di per sé una
preferenza per i luoghi non deputati al teatro. Né tantomeno
una avversione per il teatro all'italiana. Non sta qui il problema.
Il mio assumere il luogo come "testo" è una conseguenza di
assunti che stanno alla base della mia ricerca più in generale.
Anche di quella nei teatri al chiuso. E' una conseguenza del fatto,
ad esempio, che conferisco pari rilievo alla sfera organica e a quella
inorganica, all'animato e all'inanimato. E' legato all'importanza
che conferisco alle "cose" (e quindi anche ai luoghi). Che non vedo
mai come accessori o elementi di sfondo, né come entità
da "manipolare", "scenografare", sottoporre al lavoro. Semmai come
entità sensibili, con un'anima. Vive. Capaci di "esserci" nel
lavoro con una loro autonomia. Questo modo di sentire va collegato
al ruolo che le dimensioni dell'ascolto, dell'osservazione, della
meditazione e della ricettività, hanno in generale nel mio
processo di lavoro.
D. S. - In sostanza, quindi, la ricerca che conduci fuori dai teatri
si incentra su presupposti sostanzialmente simili a quelli del tuo
lavoro nei teatri.
F. C. - Per molti aspetti, anche sostanziali, sì. Ma vi sono
naturalmente differenze di problematiche, che riguardano soprattutto
questioni tecniche, spaziali, di tempo, di movimento, di rapporto
col pubblico e con la gente dei luoghi.
Per cercare di rendere più chiari gli aspetti comuni dei due
tipi di ricerca, faccio un esempio. Riguarda gli spettacoli che ho
definito e definisco "drammi della tecnica": quelli realizzati in
prevalenza con i miei studenti. Spettacoli senza attori, in cui la
costruzione drammatica all'interno della scatola scenica è
affidata al particolare modo di relazionarsi nel tempo degli oggetti,
dello spazio, della luce. E della tecnica, appunto. Un tipo di lavoro
che - a primo acchito, e se si vede la questione solo dal punto di
vista dello spazio - potrebbe sembrare diametralmente opposto a quello
che chiamo "teatro dei luoghi".
Questo tipo di ricerca è nato in contesti (le prime esperienze
risalgono a met anni '80, all'Accademia di Belle Arti di Catania;
in seguito si sono svolte e si svolgono ancora in altre Accademie
e Università, ma anche altrove) in cui avevamo a disposizione
uno spazio teatrale di tipo tradizionale, con le sue attrezzature.
Quindi, sostanzialmente, uno spazio tecnico: palcoscenico, graticcia,
americane, tiri, quintaggio nero, ecc. Sin dall'inizio, in parte anche
per far fruttare - in mancanza di fondi - quello che c'era di disponibile,
l'atteggiamento è stato di guardare ai dispositivi scenici
non solo come a funzioni o "macchine" per costruire altro, ma anche
quali fattori di memoria (della scenotecnica, dello spettacolo rappresentato,
ecc.), forme, materiali, assunti - congiuntamente con il lavoro dei
macchinisti-performer - quali elementi simbolici, portatori di evocazioni
e con capacità costruttiva dal punto di vista drammaturgico
e poetico.
Molti di quei lavori si sono incentrati sulla trasfigurazione visionaria
della tecnica, che le manovre, la luce, la movimentazione strutturata
ed evocativa degli elementi nello spazio e nel tempo possono permettere.
Si è trattato e si tratta in tal senso di forme particolari
di "teatro dei luoghi": dove il "testo" di partenza è costituito
dagli stessi elementi della scenotecnica.
Anche nel lavoro che conduco con la compagnia, con gli attori e i
danzatori, l'atteggiamento nei confronti del luogo-palcoscenico risente
molto del lavoro di ascolto che siamo abituati a fare. Spesso, cambiando
teatro, cambiano anche aspetti non secondari dello spettacolo.
D. S. - Un altro tema importante, nel libro come nel tuo lavoro, è
quello della luce, da te concepita come elemento attivo e costruttivo
dello spettacolo teatrale e delle installazioni.
F. C. - C'è la consuetudine, in teatro, di chiamare "effetti"
le diverse "scene" di luce di uno spettacolo. "Quanti effetti ha questo
spettacolo?", si dice. Quella che sembra una semplice questione di
termini ha la propria origine in una mentalità, molto diffusa,
che attribuisce alla luce in teatro niente altro che un ruolo funzionale,
"espositivo", e di "gioco", varietà, movimentazione, colorazione.
Una funzione di seconda battuta, che generalmente si appronta negli
ultimi giorni di prove. Un ruolo estetico ed effettistico, in sostanza.
Difficilmente si pensa che la luce possa essere "origine" delle azioni,
piuttosto che effetto. E che possa costruire, strutturare. Al limite,
farsi seguire dalle azioni. E' su qualità sorgive e strutturali
della luce che la mia ricerca si concentra. Con la luce tento di costruire
mondi in movimento, tempo, spazio, azioni, e ragioni per le azioni.
D. S. - Il libro restituisce una lettura idonea del tuo lavoro e,
insieme, della tua appartenenza ad una serie di sviluppi del teatro
di ricerca, della videoarte, dell'installazione complessa. In questo
senso mi sembra di poter sottolineare come il tuo collocare l'idea
di "regia" al di fuori della soglia dell'immagine ("visibilità
globale / cecità totale", dicevi alcuni anni fa) (2), collimi
con le tattiche della cura creativa praticate da alcuni artisti contemporanei.
F.C. - Le mie idee registiche si sono strutturate a partite da una
ricerca iniziale incentrata sulla visione e sul suono. E sono andate
nella direzione di dare alle immagini e al suono capacità di
produrre contenuto teatrale autonomo. Come per le parole e per le
azioni attoriali. Rispetto alle quali le immagini e il suono possono
produrre attività, scambi, condizioni. Facendosi appunto -
al di là della soglia puramente sensibile - elementi portatori
di senso.
NOTE
(1) Su questo tema vedi anche precedenti scritti dell'autore: L'onda,
in "Juliet Art Magazine", n. 63, 1993; Per un teatro dei luoghi,
in "Opening", n. 32, 1997; Il luogo come testo, in Aa. Vv.,
Teatro dei luoghi, a cura di R. Guarino, Gatd, Roma,1998; Teatro
dei luoghi: che cos', in "Teatro e Storia", n. 22, Bulzoni, Roma,
2001; Il luogo come matrice teatrale (intervista a cura di
V. Minoia), in "Teatri delle diversit", n. 22, giugno 2002.
(2) Premonizione, progetto per Opening, in "Opening", n. 33-34,
1998. |
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Sonni (1994)
Nella foto: Francesca Limana

SHO. La Bellezza finale (1998)
Nella foto: Carmen Lòpez Luna (foto Marta Orlik Gaillard)





Alcune
immagini della mostra Architettura Mobile presso il MLAC
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