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Ludus ex machina: dalla computer music alla Homeart di Pietro Grossi
di Daniela Tortora
Io credo: al suono astratto, alla tecnica senza
ostacoli, all'illimitatezza dei suoni. Perciò ogni sforzo
deve tendere a che sorga verginalmente un nuovo inizio. Ferruccio
Busoni (1866-1924)
Tra le prime iniziative cui l'Archivio storico della musica contemporanea
(Asmc) di Roma ha offerto la propria collaborazione si situa la
tavola rotonda svoltasi a Roma, il 5 novembre 2002, al fine di inaugurare
la mostra "Homeart. Computer Art di Pietro Grossi", a cura di Ida
Gerosa, presso la Sala A del Museo Laboratorio di Arte Contemporanea
dell'Università "La Sapienza" di Roma. L'occasione espositiva,
inserita nel più vasto progetto di ricerca sull'applicazione
delle nuove tecnologie multimediali all'arte contemporanea, ha dato
l'opportunità di presentare per la prima volta a Roma un
piccolo campionario dei risultati conseguiti da Grossi nel settore
della "Homeart", vale a dire di un' "arte creata da e per se stessi,
estemporanea, effimera, oltre la sfera del giudizio altrui". La
mostra ha proposto "una serie di opere che vanno dalle elaborazioni
al computer realizzate nel corso degli anni sino alle animazioni:
[E'] una grande opera dal titolo Alfabeti, alcune immagini montate
su pannelli neri dal titolo Attimi di Homeart ed una serie di pubblicazioni
ad esemplare unico dalla serie Homebook, editoria personalizzata
realizzata con programmi messi a punto dall'artista stesso". [1]
La recente scomparsa del maestro veneziano [ma fiorentino d'adozione]
ha imposto il ripensamento di una vicenda biografica e artistica
certamente inusuale nel panorama della musica contemporanea italiana
e la ricostruzione/contestualizzazione di un percorso di ricerca
sganciato dalla tutela delle grandi istituzioni e in buona parte
eccentrico rispetto agli standard formativi e operativi degli artisti
d'avanguardia in Italia, e non solo in Italia. [2]
L'intento celebrativo delle iniziative romane dell'autunno 2002,
pur riguardando direttamente gli esiti più recenti dell'attività
artistica di Pietro Grossi - vale a dire la sua produzione grafico-pittorica
degli anni novanta - ha richiamato l'attenzione sull'intera esperienza
creativa di questo artista schivo e operoso, nonché sugli
esiti della sua precocissima vocazione elettronica; in altre parole,
non è stato possibile fare a meno di considerare anche la
sua dedizione al visuale (quell'accostamento alla computer art che
ne ha illuminato ed esaltato l'ultima stagione creativa) quale espressione
della sua intera vicenda di musicista, certamente sui generis, come
ha efficacemente raccontato il suo allievo e collaboratore di vecchia
data Albert Mayr:
[E'] I processi grafici che Grossi produce si
concretizzano in immagini anziché in idee sonore ma sono
in realtà frutto della stessa linea estetica che ha caratterizzato
l'attività precedente del compositore veneziano. Si tratta
di semplici programmi, scritti in un linguaggio di programmazione
comunissimo, caratterizzati ognuno da poche istruzioni all'interno
dei quali viene dato spazio alle procedure pseudo-casuali nell'ambito
di un'idea artistico-compositiva unica, sviluppata poi in una miriade
di variazioni grafiche. [3]
Nel corso dell'incontro romano non si è potuto prescindere
dal sottolineare la solidissima formazione musicale di Grossi, il
lungo apprendistato sfociato poi in una brillante carriera concertistica,
coincisa di fatto con gli anni giovanili (gli anni di studio a Venezia
e poi a Bologna presso il Conservatorio "G. B. Martini") e con quelli
della sua prima maturità (1936-1966). Vale la pena di segnalare
le tappe della storia della musica d'avanguardia e degli albori
della musica elettronica in Italia che hanno avuto Grossi come protagonista
e che gli assegnano quei primati che egli stesso non ha mancato
di sottolineare nelle tante interviste concesse nel corso del tempo
ai suoi allievi ed ai suoi estimatori:
1961 fonda a Firenze l'associazione "Vita musicale contemporanea"
(1961-1967)
1962 compie le prime esperienze nel campo della musica elettronica
1963 crea a Firenze lo Studio di Fonologia musicale di Firenze S
2F M
1965 trasferisce lo Studio di Fonologia all'interno del Conservatorio
di Firenze ed ottiene l'istituzione della prima cattedra di musica
elettronica all'interno dei Conservatori italiani 1966 abbandona
l'attività di violoncellista
1967 cura insieme a Domenico Guaccero una trasmissione radiofonica
per conto della RAI sulla musica elettronica
1968 viene inciso il primo disco a 45 giri per l'etichetta General
Electric GE -115 con musiche realizzate presso lo Studio S 2F M
1968 partecipa alla organizzazione del Convegno internazionale Centri
Sperimentali di Musica elettronica, svoltosi a Firenze nell'ambito
del XXXI Maggio Musicale Fiorentino
1969 inizia l'attività di ricerca nel campo della computer
music presso il CNUCE dell'Università di Pisa, dando vita
alla sezione musicologica tuttora operativa (Grossi vi lavora sino
al 1994) 1970 compie la prima esperienza italiana di telematica
musicale in collegamento diretto tra Pisa e Rimini. [4]
Questa cronologia essenziale, relativa agli anni 1961-1970 (grosso
modo un decennio), sintetizza le tappe salienti della svolta clamorosa
verificatasi nel percorso musicale di Grossi, vale a dire quel graduale
ma inesorabile passaggio di stato dalla carriera esecutiva (mi riferisco
all'interprete brillante, concertista virtuoso e di chiara fama,
con cariche prestigiose al suo attivo) a quella compositiva con
l'impiego via via sempre più esclusivo del mezzo elettronico
e l'adesione totale e incondizionata alla produzione del suono artificiale.
L'esperienza di "Vita musicale contemporanea" ha fatto verosimilmente
da tramite tra uno stato e l'altro, coincidendo proprio con l'avvio
delle prime esperienze nel campo della musica per generatori di
suono elettroacustico: Grossi, come tanti altri giovani compositori
della sua generazione o di quella di poco successiva, sente il bisogno
di impegnarsi in prima persona anche nel campo dell'organizzazione
musicale e di affiancare al cresciuto impegno compositivo quello
propositivo, a Firenze proprio all'interno delle strutture conservatoriali.
Il 1962 segna il punto di non ritorno, l'anno della scoperta del
suono artificiale, delle sue infinite potenzialità tutte
da immaginare e da esplorare. L'iniziazione, anche per Grossi, è
a Milano presso lo Studio di Fonologia della RAI, la formidabile
invenzione di Luciano Berio e di Bruno Maderna, coadiuvati da un
gruppo di tecnici solidali e di dirigenti illuminati (oltre che
interessati). L'esperienza milanese, così cruciale per l'apprendistato
elettronico di tanti musicisti italiani, costituisce per Grossi
una sorta di punto d'arrivo, ove depositare le tensioni e le inclinazioni
già emerse nella sua più recente produzione con l'impiego
di procedimenti matematici destinati a governare il divenire della
composizione per strumenti acustici (si veda, in particolare, la
serie delle Composizioni, dalla 3 alla 12, ivi incluso il pezzo
n. 11 di natura puramente concettuale).
Se a Milano in un certo senso si raccolgono e si solidificano alcune
esperienze sonore in forma conclusiva rispetto all'itinerario compositivo
precedente, il vero e proprio punto di inizio di questa storia,
il nuovo corso dell'attività compositiva di Grossi, coincide
con la creazione dello studio S 2F M a Firenze, inizialmente presso
l'abitazione privata e poco dopo presso i locali messi a disposizione
dal Conservatorio "L. Cherubini". La nascita dello studio è
senz'altro una clamorosa novità, accompagnata perlopiù
nei dintorni da analoghe iniziative a Torino, ad opera di Enore
Zaffiri, e a Padova grazie a Teresa Rampazzi ("i tre cavalieri solitari
della musica elettronica", così Grossi definirà in
seguito i tre pionieri dell'elettronica in Italia). [5]a novità,
in buona parte condivisa dalle iniziative segnalate, sta proprio
nella dimensione 'privatistica' che contraddistingue queste esperienze,
tutte risolte in ambiti distanti dagli enti radiotelevisivi generalmente
coinvolti in Europa in questo genere di imprese. Naturalmente lo
studio S 2F M prende vita dall'esperienza milanese ove Grossi attua
una "prima indagine o ricerca compiuta con strumenti elettronici
che doveva dare inizio ad un processo operativo in totale opposizione
agli altri preesistenti a causa della sua finalità: acquisizione
di eventi sonori diversi tra loro e, quindi, 'musica come ricerca'
e pregnanza del messaggio grazie agli strumenti logici impiegati
per lo svolgimento dell'analisi": [6] realizza così la sua
prima composizione elettronica Progetto 2-3, ascoltata in seguito
a Ferrara, nel 1962, nel corso di una performance artistica del
pittore Maurizio Bonora. Già a Milano Grossi intravede la
possibilità di gestire in proprio le macchine elettroniche
(lo studio S 2F M viene dotato sin dagli inizi di un banco di oscillatori,
di un generatore di rumore bianco, di alcuni banchi di filtri, di
un frequenzimetro, di alcuni magnetofoni) e di organizzare a casa
sua uno studio privato, ma aperto alla sperimentazione da parte
di altri musicisti interessati (come ha raccontato più recentemente:
"Essendo io di natura introversa, vidi in questi strumenti la possibilità
di lavorare privatamente. Ho la tendenza a vedere l'uomo in una
vita conchiusa, completa in sé"). [7]
L'evoluzione rapidissima della tecnologia, l'incremento in forma
esponenziale delle potenzialità anche musicali dei computer
ha continuato ad alimentare lo stupore di Grossi dinanzi all'esperienza
elettronica degli inizi e l'interesse del musicista nei confronti
di un vasto campionario di operazioni praticabili: la possibilità
di ascoltare immediatamente il proprio lavoro compositivo, senza
la complessa e faticosa mediazione esecutiva, lo aveva esaltato
al pari della straordinaria velocità di gestione di tutte
le procedure immaginate. Con queste parole egli lo ha efficacemente
raccontato nel corso di una recente intervista:
Il secondo giorno più importante [della
mia vita] è stato quando ho fatto la mia prima esperienza
al computer. Lei pensi a cosa possa voler dire per un artigiano
della musica come me. Un bel giorno, inserito questo pacco di schede
nel computer, il computer ha suonato subito alla perfezione il testo
che gli ho dato. Cioè, sulla base delle mie indicazioni,
e non c'erano errori. Questo per me era un salto, un salto incredibile.
E' stata un'emozione straordinaria. [É] Per me è stato uno
choc; si aprivano nuovi orizzonti, potevamo fare quello che volevamo,
naturalmente non era vero, nel senso che i limiti erano parecchi,
era il suono più brutto del mondo, ma per me era il più
bello del secolo. [8]
Tra le acquisizioni importanti dello studio fiorentino sin dagli
anni sessanta vanno segnalate: la sistematica, radicale adozione
di un principio operativo 'aperto', in continuo divenire (ogni lavoro
può essere ulteriormente elaborato, dal suo autore o da altri,
ed è suscettibile di infinite trasformazioni); l'abbandono
della "proprietà intellettuale" e l'avvento dell'"anonimato
compositivo" (i lavori di nuovo conio vengono presentati con la
sigla dello studio, senza alcuna indicazione nominativa, e soprattutto
progettati per nuovi contesti di fruizione, anche attraverso alcune
consistenti anticipazioni della nozione di installazione sonora
all'interno di ambienti opportunamente selezionati, gallerie, musei,
spazi architettonici particolari); l'applicazione di procedimenti
che rendono automatica la composizione e che consentono una sorta
di "moto perpetuo informatico". [9]
La tipologia delle sperimentazioni condotte da Grossi e dai suoi
collaboratori configura l'intera operazione in termini di clamorosa
rimozione, di totale azzeramento dei cardini della cultura musicale
occidentale: si vedano, in particolare, il concetto di opera quale
oggetto confezionato una volta per tutte, la nozione di autorialità
del soggetto che compone e si assume la paternitˆ dell'oggetto,
infine la manipolazione del repertorio quale causa/effetto della
perdita di quell'alone auratico che configura l'opera come monumento
a partire dall'epoca classico-romantica. E' facile immaginare le
riserve e la diffidenza che hanno accompagnato nel corso del tempo
il lavoro di Grossi, la comparsa dei lavori più radicali
dello studio e l'enunciazione di una dottrina estetica non facilmente
condivisibile, sul piano concettuale, nemmeno dai più avanzati
esponenti dell'avanguardia musicale italiana.
Grossi ha cercato sostanzialmente di immaginare un nuovo status
del compositore, proprio a partire dalle metodiche compositive di
recente esperite: dall'anonimato compositivo, legato alla nuova
dimensione sperimentale del comporre, si è accostato via
via alla definizione di una nuova figura di compositore-artigiano
quale didatta delle scienze. Questo 'abito' si è rivelato
per varie ragioni particolarmente congeniale alla sua indole: da
vero maestro non ha mai rinunciato ad insegnare i prodigi che via
via andava toccando nel corso della sua esperienza con i computer
e le sue composizioni, ove più ove meno scopertamente, declinano
quell'attitudine di tipo didattico-divulgativo di chi nell'affrontare
l'esercizio creativo non ne vuole tacere gli artifici, ma amplificarne
la conoscenza proprio per agevolarne la comprensione.
In questa veste di apostolo delle scienze, di sereno e fiducioso
sostenitore della modernità totalmente immune da nostalgie
e passatismi ("solo chi guarda innanzi ha lo sguardo lieto", aveva
scritto Busoni nel '21, riprendendo un celebre motto del suo Dottor
Faust; [10] "sono un fautore del guardare sempre avanti", dirà
Grossi nell'ultimo scorcio della sua esistenza, contestando "l'eccessivo
amore per il passato" ), [11] di formidabile divulgatore delle nuove
conoscenze acquisite e delle nuove potenzialità emerse (si
pensi alla più recente progettazione di una rete mondiale
di calcolatori in grado di scambiarsi informazioni musicali), lo
abbiamo conosciuto qui a Roma, in più d'una occasione di
incontro e di riflessione, e così lo ritroviamo nella bella
video-intervista curata da Paolo Bernardi, oggi disponibile presso
l'Asmc all'interno del Museo Laboatorio d'Arte Contemporanea della
"Sapienza".
I legami molteplici con l'ambiente dei musicisti romani, o romani
d'adozione, consolidatisi proprio nel corso degli anni sessanta
grazie alle iniziative fiorentine animate da Grossi e al coinvolgimento
in esse di alcuni compositori attivi a Roma (in primis Vittorio
Gelmetti, Mauro Bortolotti, Domenico Guaccero, ecc.), giustificano
l'esecuzione a Firenze, nel corso delle stagioni di "Vita musicale
contemporanea", di composizioni di autori di area romana; la realizzazione
di una trasmissione radiofonica sulla musica elettronica, curata
da Grossi in collaborazione con Domenico Guaccero nel 1967; l'esecuzione
a Roma, sempre nel '67, di Composizione 3 nel corso del quarto festival
dell'associazione per la musica contemporanea "Nuova Consonanza";
infine, in anni più recenti, la presenza a Roma del compositore
per lezioni-concerto e conferenze nell'ambito di alcune manifestazioni
indette dalla medesima associazione. [12]
Tra gli eventi che consolidano il longevo sodalizio tra lo studio
fiorentino e gli artisi di area romana mi piace segnalare una delle
prime audizioni di Musica programmata a Roma: nel 1966 Pietro Grossi,
annunciando una precocissima dedizione al visuale, offre la propria
collaborazione ad un'importante iniziativa espositiva svoltasi presso
la Galleria Numero di Fiamma Vigo. E lo fa aderendo, in perfetta
sintonia di intenti, alle linee programmatiche enunciate nel suggestivo
catalogo della mostra dei pittori Lucia Di Luciano e Giovanni Pizzo
e sotto l'egida di uno storico e critico dell'arte, quale Giulio
Carlo Argan, che firma le note introduttive alla mostra annunciando
i fondamenti teorici e filosofici della "ricerca combinata, ma non
parallela, di Pizzo e Di Luciano", senz'altro oggi "[É] nel campo
dell'immagine, la più esplicita, rigorosa ed avanzata analisi
strutturalistica e operazionistica". [13] Quei fondamenti erano
stati al centro di un dibattito assai vicace e piuttosto affollato,
svoltosi all'incirca due anni prima, sempre a Roma, presso la libreria
delle Messaggerie Musicali sul tema "La metodologia della ricerca
scientifica nelle tecnice artistiche" e su quei fondamenti si è
intrattenuta a lungo Simonetta Lux nella sua disamina degli albori
di un pensiero creativo, quale quello della Lucia Di Luciano, legato
all'"idea di una anti-metafisica", all'"idea di una nuova costruttività
e possibilità di controllo o enunciazione del fare artistico",
ove "[É] ciò che si chiama scientifico è in verità
il far apparire come assiale della creazione la procedura, o meglio
lo svelamento del codice proprio e liberamente istituito per ogni
opera o serie di opere". [14]
La realizzazione delle musiche per la mostra romana di pittura operazionale
si inserisce nel periodo iniziale di funzionamento dello studio
fiorentino e accoglie gli esiti più attraenti della sperimentazione
elettronica di Grossi, tra l'altro in un momento particolarmente
delicato di incontro e di con-fusione di metodiche artistiche e
scientifiche. Con pacata lungimiranza e grande consapevolezza di
mezzi e di intenti il compositore fa il punto sul suo lavoro del
'66: vale la pena di trascrivere ancora una volta il breve testo
di Grossi, redatto per il catalogo della mostra, dal momento che
non se ne trova traccia in alcun altro documento dell'epoca né,
tanto meno, in quelli relativi agli anni successivi di attività
del compositore veneziano:
il pensiero e gli strumenti da esso prescelti per esprimersi permettono
oggi alla musica il recupero di un pesante ritardo e l'affiancamento
alle discipline più avanzate nell'opera di indispensabile
trasformazione dell'ambiente in cui vive l'uomo.
il recupero esige, però, l'abbandono del terreno di lavoro
circoscritto entro i muniti confini estetici erettivi intorno dal
passato. il valore dei mezzi e dei canoni operativi ivi contenuti
subiscono, infatti, una continua ed allarmante erosione mentre la
misura del loro impiego compromette in modo direttamente proporzionale
la forza, la validità, il significato delle esperienze più
ardite e affascinanti.
E' a queste esperienze, però, che dobbiamo la rottura del
compatto fronte della conservazione e anche il nascere e il consolidarsi
di una visione chiara e lungimirante, confortata dal dinamismo delle
discipline consorelle e di quelle scientifiche, e, soprattutto,
dal saldo sostegno del pensiero filosofico.
Accettati in musica tutti i mezzi elettronici disponibili e bruciati
su di essi - tavolta gloriosamente - i residui di estetiche preesistenti,
s'è fatta luce l'esigenza di programmare; di qui l'adozione
di algoritmi, formule combinatorie, elementi di calcolo delle probabilità,
queste predeterminate escursioni nell'ambito udibile, progettate
a ciclo chiuso o a durata illimitata, si rendono disponibili per
fruizioni che esorbitano dai canali d'informazione consueti.
Alla futura automazione il compito di sviluppare e portare a risultati
imprevedibili queste prime esperienze. [15]
E' interessante segnalare che negli anni di lavorazione di quel
nastro (oggi disponibile in copia rimasterizzata su CD presso l'Asmc
di Roma, unitamente alla copia anastatica del catalogo della mostra
del '66), Grossi andava elaborando una personale nozione di musica
algoritmica, così sintetizzata dall'autore alcuni anni dopo:
"Si trattava di sequenze di fasce sonore che obbedivano ad alcune
leggi del calolo combinatorio, leggi che venivano calcolate da un
computer e che servivano per stabilire le durate, le dinamiche e
le altezze: si poteva ipotizzare che durassero all'infinito. Il
ricorso al computer serviva meramente per lo sviluppo delle regole
combinatorie, mentre la realizzazione fonica era di tipo analogico".
[16]
L'esperienza romana del '66, condotta nel solco dell'intersezione
concettuale e operativa fra le arti del segno e del tempo, annuncia
un tratto assai tipico del primo decennio di vita della musica elettronica
in Italia, la sua particolare inclinazione verso il segno e la figura,
la necessità di coniugarsi con la materia visuale nel divenire
più o meno fluido dei suoi complessi processi di elaborazione,
il bisogno di specchiarsi in una materia assai meno volatile, ma
col tempo divenuta altrettanto mobile e cangiante. Se all'una spetterà
l'acquisizione di una nozione di spazio quale parametro del suono
rimasto troppo a lungo latente, se non addirittura silente, nella
storia della musica occidentale, all'altra toccherà l'assimilazione
di processi e strutture del divenire capaci di mettere in movimento
la materia e di suggerire percorsi nuovi con cui interagire in maniera
creativa. Sono lieta di annunciare che tra le recenti acquisizioni
dell'Asmc figura inoltre una copia del primo disco, intitolato Computer
Concerto e inciso nel 1968 dalla Olivetti General Electric in collaborazione
con lo Studio S 2F M di Firenze (sigla: GE - 115), grazie ad una
donazione da parte del maestro Mauro Bortolotti, assiduo frequentatore
dello studio fiorentino negli anni sessanta. Nella facciata 1 del
disco sono incise le trascrizioni di tre canoni ricavati dall'Offerta
Musicale di J. S. Bach e del Capricccio n. 5 di N. Paganini; nella
facciata 2 tre lavori originali prodotti nello studio, rispettivamente
"Mixed Paganini, ovvero un brano ottenuto dalla sovraposizione incrociata
di tre esecuzioni, a velocità diversa, dello stesso Capriccio,
Permutazioni di 5 suoni [Permutations of life sounds] e Continoous,
una particolare interpolazione di scale ascendenti e discendenti
emesse dal calcolatore [É]". [17]
Sin dagli inizi una parte consistente del lavoro svolto da Grossi
mediante le macchine elettroniche ha riguardato la rilettura/trascrizione/manipolazione
del repertorio della cosiddetta musica d'arte e non è azzardato
affermare che la sua sperimentazione in questo ambito abbia raccolto
frutti altrettanto consistenti, se non addirittura più sorprendenti,
rispetto al settore della musica di nuovo conio. L'epigrafe busoniana
collocata in cima a questo scritto impone a questo punto un rimando
più sostanzioso a quell'Abbozzo di una nuova estetica della
musica, la cui versione definitiva risale al 1916, e ai luoghi ove
si accenna, tra l'altro, al nodo cruciale in musica della notazione/trascrizione.
Censure moltepici aveva raccolto il povero Busoni per le sue geniali
trascrizioni pianistiche di celebri pagine bachiane e a tal proposito,
e con straordinaria lungimiranza, non aveva potuto fare a meno di
segnalare che "[É] ogni notazione è già trascrizione
di un'idea astratta. Nel momento in cui la penna se ne impadronisce,
il pensiero perde la sua forma originale. L'intenzione di fissare
l'idea con la scrittura impone già la scelta della battuta
e della tonalità. Il mezzo formale e sonoro [sic!] - per
il quale il compositore deve pur decidersi - determinano sempre
più via e limiti" e di aggiungere alla metafora antropomorfica
(musica=organismo umano), quale giustificazione del fatto che il
divenire della materia vivente non distrugge la forma originaria,
la seguente suggestiva annotazione:
Anche l'esecuzione di un pezzo è una
trascrizione, e anche questa non potrà mai far sì
che l'originale non esista - per quanto libera ne sia l'esecuzione.
Giacché l'opera d'arte musicale sussiste intera e indenne
prima di risuonare e dopo che ha finito di risuonare. E' insieme
dentro e fuori del tempo, e la sua essenza è quella che ci
può dare una tangibile rappresentazione del concetto dell'idealitˆ
del tempo, altrimenti inafferrabile. [18]
Se si prescinde dall'approdo mistico della riflessione busoniana,
[19] certamente ancorata ai dettami della dottrina filosofica tedesca
di derivazione tardottocentesca (si veda in particolare Il regno
della musica, quell'epilogo della nuova estetica aggiunto in forma
di commiato alla seconda edizione dell'Abbozzo nel '16), in conformità
con le ascendenze busoniane dichiarate proprio dai pionieri dell'elettronica
e naturalmente fatte salve le novità dello scenario europeo
ed italiano della seconda metà del Novecento rispetto agli
inizi del secolo, sarà possibile risalire ad un'analoga e
meno scoperta matrice del pensiero di Pietro Grossi, tale da legittimare
sul piano concettuale la manipolazione consapevole e mirata del
repertorio tradizionale alla ricerca di nuove e più attuali
configurazioni di quei manufatti a-temporali, appartenenti alla
storia solo in ragione della "via" e dei "limiti" impiegati per
la loro riproduzione.
NOTE:
1 Homeart. Computer art di Pietro Grossi a cura
di Ida Gerosa, comunicato stampa a cura del Museo Laboratorio di
Arte Contemporanea dell'Università "La Sapienza", Roma, 2002.
Colgo l'occasione per ringraziare a nome di tutto lo staff del Museo
Laboratorio la vedova del compositore, Marcella Chelotti Grossi,
per aver donato all'istituto la seguente opera grafica di Grossi:
Libro d'artista/ 1999/ elaborazione grafica in linguaggio informatico
del manifesto della musica futurista di Luigi Russolo/Stampa ad
aghi/ Dimensioni: foglio A4 modulare continuo (già proprietà
dell'artista).
2 Pietro Grossi nasce a Venezia nel 1917. Si diploma in violoncello
nel 1935 e dal '36 sino al 1966 è primo violoncello dell'orchestra
del Maggio Musicale Fiorentino. Agli inizi degli anni quaranta si
diploma in composizione ed avvia la sua attività in questo
campo scrivendo alcuni lavori da camera e per orchestra. Reduce
da un importante soggiorno di studio a Milano presso lo Studio di
Fonologia della RAI, Grossi organizza nel 1963 presso la sua abitazione
lo Studio di Fonologia musicale di Firenze (S 2F M), poi trasferito
nel 1965 all'interno del Conservatorio "Luigi Cherubini", ove verrà
istituita la prima cattedra per l'insegnamento della musica elettronica
in Italia. A partire dal '66, abbandonata la carriera di violoncellista,
si dedica in maniera via via sempre più esclusiva alla ricerca
nel campo della musica per generatori di suono elettroacustico,
grazie anche all'importante collaborazione con il CNUCE, il centro
di calcolo dell'Università di Pisa. Negli anni settanta nascono
alcune importanti serie di pezzi (Polifonia, Monodia, Unending music
e i vari Sound life) e vengono realizzati da Grossi alcuni esperimenti
nel campo della telematica musicale, dell'informatica musicale con
esemplificazioni frequenti nel corso di incontri, conferenze e manifestazioni
varie. A partire dagli anni ottanta allarga il suo campo di interessi
alla grafica e alla computer art, avviando l'esperienza della "Homeart"
e, successivamente, degli "Homebook". Muore improvvisamente il 21
febbraio 2002.
3 ALBERT MAYR, note di copertina , in Computer Music di Pietro Grossi,
CD, Edizioni musicali Edipan, 1990. Cfr. FRANCESCO GIOMI - MARCO
LIGABUE, L'istante zero. Conversazioni e riflessioni con Pietro
Grossi, Firenze, Sismel / Edizioni del Galluzzo, 1999.
4 Le parole sono di Pietro Grossi , in Home Art. Computer Music
e oltre, video-intervista a cura di P. Bernardi (Asmc). Cfr., inoltre,
FRANCESCO GIOMI, Scuole storiche italiane di musica elettronica,
in Musica e tecnologia domani. Convegno internazionale sulla musica
elettroacustica, a cura di R. Favaro, Quaderni di "Musica/Realtˆ"
n. 51, Lucca, LIM, 1999, pp. 73-91: 75-81.
5 PIETRO GROSSI, Musica senza musicisti, a cura i L. Camlleri, F.
Carreras, A. Mayr, Pisa, CNUCE/CNR, 1987, anche in GIOMI, Scuole
storiche italiane cit., p. 76.
6 La felicità di Pietro Grossi. Intervista al grande vecchio
della computer music, a cura di T. Tozzi, "Konsequenz. Rivista di
musiche contemporanee", 7 VII (2000), n. 3-4 (nuova serie), pp.
92-97: 94.
8 GIOMI, Scuole storiche italiane cit., pp. 76-77.
9 FERRUCCIO BUSONI, Abbozzo di un'introduzione alla partitura del
"Dottor Faust" con alcune considerazioni sulle possibilità
dell'opera, in Lo sguardo lieto, a cura di F. d'Amico, Milano, Il
Saggiatore, 1977, pp. 126-130: 129. 10 PIETRO GROSSI, Videointervista
cit.
10 Cfr. DANIELA TORTORA, Nuova Consonanza. Trent'anni di musica
contemporanea a Roma (1959-1988), Lucca, LIM, 1990. Questo l'elenco
delle partecipazioni di Grossi alle manifestazioni di "Nuova Consonanza":
"Computer music. Musica al terminale" (in collaborazione con il
CNUCE di Pisa) nell'ambito della manifestazione "Computer e arte.
Mostra di pitture e sculture. Conferenze, musica, film" (Roma, Palazzo
Odescalchi, 1971); "Indagine sperimentale sull'interazione tra spazio
e musica [É] Interazione tra musicisti ed elaboratore" (XIV festival
di "Nuova Consonanza", Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna,
1977); "Possibilitˆ attuali e future dell'informatica musicale",
una conferenza-concerto di Pietro Grossi nell'ambito della manifestazione
"Musica tra scienza e tecnologia" (Roma, 1981).
12 GIULIO CARLO ARGAN, senza titolo, in Per una ricerca estetico-operazionale
come metalinguaggio, presentazione della mostra di Lucia Di Luciano
e Giovanni Pizzo presso la Galleria Numero, Roma, 1966, anche in
SIMONETTA LUX - DOMENICO SCUDERO, Lucia Di Luciano. L'alba elettronica,
Roma, Lithos, 2002, p. 7.
13 SIMONETTA LUX, Una lettera/manifesto, in LUX - SCUDERO, Lucia
Di Luciano cit., pp. 13-40: 20.
14 PIETRO GROSSI, senza titolo, in Per una ricerca estetico-operazionale
cit., anche in LUX - SCUDERO, Lucia Di Luciano cit., p. 38.
15 GIOMI - LIGABUE, L'istante zero cit., p. 41.
16 GIOMI - LIGABUE, L'istante zero cit., p. 39.
17 FERRUCCIO BUSONI, Abbozzo di una nuova estetica della musica,
in Lo sguardo lieto cit, pp.39-72: 52. E' singolare segnalare che
non sono mancate le accuse di misticismo anche alla poetica di Grossi:
vi fa riferimento il musicista stesso nella video-intevista più
volte citata.
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Pietro
Grossi, Homeart, stills dal video







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