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SMAK, SMAK
di Elisabetta Cristallini
Come deve essere oggi un museo per l'arte contemporanea? Quale
può essere il suo ruolo?
Queste le domande centrali che si è posto Jan Hoet nel
realizzare il primo museo belga dedicato all'arte contemporanea:
lo SMAK (Stedelijk Museum voor Actuele Kunst) di Gand.
L'acquisizione di opere d'arte contemporanea era già
stata avviata dal 1957 in seno al Musée des Beaux Arts,
grazie all'iniziativa e al sostegno dell'Associazione Amici
del Museo che hanno raccolto fondi per incrementare la collezione
e, nel corso degli anni, hanno organizzato conferenze e contribuito
ad editare libri, cataloghi e la rivista bimestrale a carattere
europeo "Kunst Nu" ("Arte Oggi"). Dopo quasi vent'anni, nel
1975, Jan Hoet viene nominato direttore del nuovo museo d'arte
contemporanea, ma ancora per altri vent'anni, la collezione
resta collocata nel vecchio edificio del Musée des Beaux
Arts, situato di fronte a quello attuale, e viene esposta solo
in occasione di eventi eccezionali e in modo frammentario.
L'inaugurazione della nuova sede è quindi molto recente
(1999) ed è frutto di un lungo lavoro di sensibilizzazione
del pubblico di Gand condotto da Hoet con alcune iniziative
memorabili, che gli hanno dato una notorietà internazionale,
come la mostra "Chambres d'Amis" (1986) con la quale chiamava
l'intera città fiamminga all'esperienza dell'arte contemporanea.
Coerente con questa iniziativa il nuovo museo di Hoet, quale
luogo dell'esperienza e della creatività contemporanea,
si pone come cerniera all'interno di un sistema territoriale/metropolitano
che mette direttamente in relazione arte/artisti/pubblico. Lo
stesso edificio mostra la trasparenza di questo dialogo: si
tratta di una costruzione simmetrica una volta destinata a casino,
collocata ai margini del grande parco di Gand (CitadelPark)
e trasformata sul finire degli anni '40 dopo che, durante la
seconda guerra mondiale, erano andati distrutti i due grandi
padiglioni ovali di testa.
La trasformazione dell'edificio a museo si deve all'azione coordinata
tra Hoet, il personale del museo e un architetto locale (Koen
van Nieuwenhuyse) che, in aperta critica con la tendenza degli
ultimi tempi che punta sui grandi musei/musei de se stessi,
hanno mirato a sottolineare l'identità dell'opera d'arte,
la sua complessità e a realizzare un dialogo con lo spettatore.
La parte centrale con i tetti di vetro permette un'illuminazione
zenitale, mentre nelle sale laterali, le grandi vetrate mettono
in contatto l'interno con l'esterno (il Parco), aprendo lo spazio
del museo ad interferenze urbane. Il piano terra è destinato
alla collezione permanente, mentre il primo piano è per
le esposizioni temporanee (bellissima la recente grande antologica
di Luigi Ontani, Genthara); parte integrante del museo sono
anche un'enorme sala completamente vetrata (per ora utilizzata
per le opere di Panamarenko), gli ateliers per gli artisti,
la libreria. Il museo si propone come luogo di luce dove è
l'opera che fa lo spazio: non ci sono interventi visibili, identificabili
e gli ambienti sono flessibili, aperti e comunicanti tra loro.
La collezione permanente è ricchissima dalla A alla Z:
da Marina Abramovic (ormai un'icona) a Gilberto Zorio, passando
dai belgi Marcel Broodthaers, Jan Vercruysse, Wim Delvoye, Jan
Fabre a un nutrito gruppo di italiani, per lo più artisti
poveri (Anselmo, Calzolari, Fabro, Gilardi, Merz, Paolini, Pistoletto,
Kounellis), poi c'è Beuys, Richard Long, Donald Judd,
Dennis Oppenheim, Bruce Nauman e via sciorinando fino a Vanessa
Beecroft: tutte scelte nel segno dell'internazionalitˆ (dove
l'America come al solito fa la parte del leone) con qualche
apertura ai linguaggi non tradizionali.
Nato non come macchina espositivo culturale, né come
museo contenitore di simulacri, lo SMAK, secondo il progetto
di Hoet, si avvicina a come vorremmo che fosse oggi ogni museo:
luogo in cui si produce cultura e ricerca, si fa didattica,
si stimola un'esperienza ermeneutica della contemporaneità,
si visualizza la creatività, si conosce e pratica la
complessità estetica attuale. Un progetto solo in parte
realizzato per la mancanza di sostegno economico da parte del
potere pubblico (vero male internazionale). Per Hoet è
una questione di democrazia: "il potere pubblico ha il dovere
di sensibilizzare la società all'arte e ciascun cittadino
ha il diritto di essere informato sull'arte".
Sarà anche per questo che dall'agosto 2001 Hoet si è
spostato in Germania, a Herford, come art director del MARTa
(Museum/Art/architecture/ambience)? Destinato a diventare un
museo che ha per temi quelli attualissimi dell'interazione tra
arte, architettura, design e tra gli spazi dell'arte contemporanea
e il contesto urbano, in una visione riflessiva sull'articolazione
estetica attuale, il MARTa, che aprirˆ i battenti il prossimo
autunno, è stato progettato da Frank O. Ghery, l'architetto
dei mega musei/scultura autoreferenziali. Ma come, non era stato
Hoet a dire che mentre O.Ghery a Bilbao aveva riempito di felicità
gli sponsor, lui a Gand aveva mandato l'arte al settimo cielo?
Cosa succederà ora a Herford ? Staremo a vedere !
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Alcune
immagini dello Smak di Gand











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