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Intorno
a John Berryman: LetturAzione di Mauro Bortolotti
di Daniela Tortora
"all the black same I dance
my blue head off!
John Berryman, King David Dances
Altrove ho gia' insistito sul senso speciale che la parola
poetica (nelle sue molteplici accezioni) ha giocato nell'itinerario
artistico di Mauro Bortolotti. Una devozione antica e ininterrotta
lega l'esercizio compositivo dell'artista umbro alla poesia,
ne sostanzia la copiosa produzione di opere (dagli anni cinquanta
sino alle piu' recenti creazioni del nuovo millennio), anche
di quelle meno scopertamente assegnabili a questo sostanzioso
versante del suo lavoro, ne traduce in segni piu' o meno facilmente
decifrabili un percorso parallelo di letture, di incontri,
di meditazioni, certamente piu' vasto e centrifugo di quanto
l'ordinato succedersi delle sue composizioni possa lasciar
intendere.
La parola poetica, o letteraria che dir si voglia, si fa compagna
di un lungo viaggio, iniziato da subito negli anni giovanili
grazie alla precocissima frequentazione dei grandi poeti americani,
dei surrealisti francesi, dei "novissimi" italiani, e trasformatosi
poi in un inarrestabile vagare alla ricerca delle regioni
piu' oscure e inesplorate del reale e delle sue infinite costellazioni
dicibili. La parola poetica e' vocazione/volonta' di canto
(con Eluard, " fin dai tempi piu' remoti, la poesia e' il
linguaggio che canta ") ed e' una parola che letta, riletta,
ancora risuonante degli echi delle tante letture sedimentatesi
nella memoria, si lascia frantumare, sedimentare, manipolare
sino a conquistare una novella epifania sonora grazie al gesto
rigenerante riservatole dalla musica.
D'altro canto, e' la parola poetica a nutrire le fondamenta
del pensiero musicale di Bortolotti, ad accenderne i luoghi
piu' infuocati, a illuminarne il senso ora di gioco, ora di
memoria, ora di distanza o di vuoto delle sue musiche, a divenire
- parafrasando Berryman - "il suo trastullo", il suo "sogno",
la sua "quiete"; a raccogliersi in superficie o a ritrarsi
nelle profondita' del tessuto musicale, piu' che mai viva,
sottratta com'e' a esistenze e universi palpitanti e diversi.
Non posso fare a meno di citare ancora una volta le parole
del compositore, dettate poco piu' di vent'anni fa per un
concerto monografico a lui dedicato:
Che cosa e' infatti il mio attaccamento di sempre alla poesia
(per es. Eliot, Scotellaro, Eluard, Cummings e, sccessivamente,
Giuliani, Marziale, Berryman, Sanguineti ) se non un modo
di superare processi linguistici altrimenti congelati? Il
contatto con un testo mi libera invitandomi a cercare, a centrare
il nucleo espressivo, il punto di massima tensione della poesia
o di un veso, o di un frammento e in questo rapporto si realizza
la "distrazione" e il distacco da vincoli, da pre-condizionamenti
sia di mestiere sia interni alla cultura musicale che si va
'ritrovando' e 'riassumendo' nell'esercizio di questo 'sistema
di liberta[2].
Come nasce (da dove proviene) la vocazione teatrale di Mauro
Bortolotti? E' un'inclinazione lieve, insinuatasi poco a poco
nel suo lavoro, appena pronunciata eppure gia' intravista
tra le righe della sua produzione vocale degli anni sessanta
(penso, in particolar modo, alle opere nate sui testi di Alfredo
Giuliani), ove nella dilettosa/concettosa prosa musicale si
aprivano a sorpresa squarci dotati di una speciale intenzione
declamatoria e insieme gestuale.[3] Ed e' la parola poetica
stessa a custodirne in fondo tutti i segreti e le ragioni
- e' nel dire la parola che risulta possibile un fare la parola
- ed e' l'accostamento cauto al teatro a divenire l'unica
forma vera, possibile di apertura della scrittura musicale
che Bortolotti possa concedersi.
L'incontro con la poesia di Berryman e' di quelli esaltanti,
rapinosi e non risolvibili nei termini dettati dai codici
ormai un po' infiacchiti dell'avanguardia nei tardi anni settanta:
l'innamoramento e' subitaneo, ma l'approccio graduale progressivo
insistito. Qualcosa attrae fatalmente Bortolotti nel vortice
della poesia del non-facile artista americano: ora lo sguardo
allucinato che perfora la materia delle cose per metterne
a nudo la sostanza; ora il turbinio soverchiante del reale
che finisce per colmare di su una lirica possente, sofferta,
eticamente turbata, ma consapevole del proprio ruolo ineludibile
nel mondo contemporaneo (un anonimo recensore del "Times Literary
Supplement" scriveva come Berryman "sviluppi uno stile espressivo
da quella inarticolatezza che l'affascinava e che appartiene
al nostro tempo" - un'inarticolatezza che "parla per coloro
che vedono i mostri ["Guai ai gelidi mostri" di Luigi Nono
negli anni ottanta] impadronirsi del mondo e non hanno trovato
un linguaggio coerente per esprimere il loro orrore").[4]
Bortolotti prende nota con cura dei suggerimenti interpretativi
di Perosa e li evidenzia dando l'opportunita' al musicologo
di ricostruire, attraverso la parola dell'ermeneuta selezionata
dal musicista, una sorta di decalogo [personalizzato] di iniziazione
ai Canti di Berryman e alle sue importanti conquiste, cosi'
determinanti ai fini delle successive imprese compositive
del Nostro:
egli [Berryman] definisce il sogno come "un panorama dell'intera
vita mentale", scomponibile in molteplici (o addirittura infinite)
strutture.Come parlano il linguaggio del negro e del blues,
cosi' questi canti parlano il linguaggio "altro" del sogno
e dell'allucinazione, dell'inconscio e dell'io dislocato non
solo razzialmente, ma psicologicamente.
il linguaggio e' gravato di intenzioni parodistiche e umoristiche,
predilige la battuta di spirito o la boutade magari apparentemente
incoerente
Dentro c'e' percio' di tutto - dai tormenti individuali agli
eventi piu' angosciosi dell'epoca, dall'assassinio di J. F.
Kennedy al Vietnam, dai processi in Russia alle atomiche -
ma rifranto, non organizzato, nella ripetizione seriale dei
canti.
E' dunque poesia dell'io che ingloba e rispecchia la vita
del tempo e l'alienazione della societa', di cui quella dell'individuo
e' riflesso. In tal senso ci si discosta violentemente (e
comprensibilmente) dai due modelli iniziali di Wordsworth
e di Whitman, dalla loro poesia dell'io
Berryman mostra costantemente, assieme ai risultati raggiunti,
gli strumenti usati, i mezzi di cui si serve.
Quella del Berryman maturo e' una forma e un esempio di grande
poesia postmoderna e di un recupero alla poesia della pienezza
emotiva e vitale dell'io.
Al centro dell'ispirazione di Berryman sta forse il fascino
di essere o diventare poeta; e cosi' al centro della sua poesia
egli trova l'io. Ma questo io scopre e fa muovere un mondo
del contingente, di vita vissuta, qui, ora, nella sua confusione
e nella sua caducita' , che affiora e ribolle. Il poeta forse
piu' libresco del secondo Novecento si arrende alla vita,
esalta il reale piu' caotico e tumultuoso[5]
Le travolgenti suggestioni oniriche (e musicali) - chissa'
, forse, musicali proprio perche' oniriche - attinte alla
poesia di Berryman danno vita ad una sorta di ciclo compositivo
avviatosi sul finire degli anni settanta con il Quartetto
per archi (Preludio a Berryman) (1978, ma edito per i
tipi della Edipan nel 1985) e proseguito poi, a qualche anno
di distanza, con Room 231: Something black (1981-rev.
2003, anch'esso edito nella sua prima versione dalla Edipan)
per voce di soprano e quartetto d'archi e infine con l'inevitabile
approdo scenico del Berryman: LetturAzione (1981) per
soprano, basso, attori, lettori, danzatrice, gruppo strumentale,
nastro magnetico.
Il ciclo e' in realta' un percorso aperto, nient'affatto concluso,
che consente l'espansione dei materiali attinti all'infinito
campionario di umanita' di cui si forgia la poesia berrymaniana:
se la scrittura per archi, volutamente aperta nelle tante
agilissime figurazioni che ne increspano la pasta sonora complessiva,
ben si addice a rendere omaggio all'inconsistenza e alla pesantezza[leggerezza]
del vivere celebrate dal poeta americano, la voce e il canto
(il bisogno della liberta' di) irrompono accanto agli archi
(e' ancora un quartetto l'altra voce cui e' affidato il Berryman
piu' oscuro) nel lavoro successivo, Room 231, ora in
maniera delicata e dolcissima ("quasi parlato", "morendo",
"solo fiato"), ora in modi orrorosi e inquietanti proprio
per l'intonazione perduta e per la vaghezza del parlato (le
parole si affollano sulle righe del pentagramma per trascolorare
poi nei suoni, anch'essi non di rado indefiniti, e viceversa).
Bortolotti elude nel '78 la scelta testuale, non predilige
alcun testo, bensi' la parola assente semplicemente evocata
dal nome - non poco ingombrante, per la verita' , del poeta
appena scoperto e gia' inseguito; non puo' tuttavia fare a
meno di aggiungere la sua parola/voce a quella volutamente
sottratta del poeta celebrato per rivolgersi cosi' ai suoi
futuri interlocutori, interpreti e ascoltatori (che fa lo
stesso):
Il musicista sa che la sua arte vive di una doppia vita: l'una,
segnata dallo scandirsi di un tempo "oggettivo", misurato
dall'incorruttibile metronomo, deve, pero', coesistere con
l'altra data dal fluire libero di un tempo "interiore", mutevole
come lo stesso scorrere della vita, misterioso come ogni "doppio",
inquietante come sa il filosofo ed ogni uomo cosciente di
se' .
Per questo lavoro ho evitato - tranne che per brevi tratti
- un tempo scandito dalla battuta, preferendo una notazione
propozionale, libera; ma dovra' essere cura degli esecutori
cercare e seguire il tempo di ognuno, e insieme di tutti,
ogni volta diverso, ogni volta il piu' vero.
Sento allora di dover dare un consiglio preciso per l'esecuzione:
ciascuno dovra' leggere in partitura per poter individuare,
percepire le attese, le esitazioni improvvise, le repentine
tensioni, proprie ed altrui, cos da realizzare infine, senz'altro
vincolo che quello reciproco, di un comune sentire, un procedere
che sia parte vera dell'uomo, sofferta e vibrante misura del
suo istinto vitale[6].
Poco dopo, nel Tiuit (1979) per violoncello il compositore
fara' scivolare parole e frasi sbocconcellate di E. E. Cummings
tra le maglie allentatesi delle strutture sonore affidate
all'arco solo e alla sua misteriosa voce (e a quella della
sua interprete, tacitamente omaggiata/anagrammata nell'intitolazione
del pezzo, Francis Marie Uitti). Sara' poi nuovamente l'abbraccio
degli archi - forse di schnberghiana memoria (ricordo la
comparsa della voce negli ultimi due movimenti del Quartetto
op. 10, con l'intonazione delle due liriche di Stefan George
- a serrarsi attorno alla voce fattasi vera, persona viva
in carne e ossa, nella desolata Room 231: [the forth week]
Something black, ancora da Berryman.
Banale sarebbe limitarsi alla constatazione della speciale
musicalita' del verso berrymaniano, rimarcarne la natura tuttasonora
di canto non di rado in-traducibile che affonda le radici
nel blues e nello slang neroamericano; altrettanto vano segnalare
l'indole dialogico-discorsiva di quel verso - talking verse,
si dira' - che lascia spazio all'eloquio del poeta e dei suoi
molteplici doppi; inutile se si volesse scorgere in tutto
cio' la ragione essenziale dell'andare al di la' del semplicemente
poetabile e musicabile: tutto questo potra' assumere un senso
vero soltanto qualora si riuscisse ad ascoltare le inaudite
tensioni gestuali insite nella parola poetica di Berryman,
quel dilagare verso il canto/danza della parola stessa che
le permettera' di sentirsi a suo agio all'interno di un manufatto
disomogeneo e composito quale quello realizzato da Bortolotti
con LetturAzione all'inizio degli anni ottanta ("Abbiamo
suonato per voi, e voi non avete danzato: abbiamo pianto per
voi, e non vi siete uniti al lamento. On parle toujours de
"l'art religieux". L'art est religieux.", dira' Berryman nell'epigrafe
alle Delusions, etc., la raccolta cui appartiene il
Beethoven Triumphant, vero e proprio cuore pulsante
dell'intero lavoro scenico).
Al groviglio delle citazioni testuali, tratte perlopi dai
Dream Songs e dalle Delusions (con innesti minimi
da Mallarm, Eliot, Freeman), Bortolotti intende dare una
forma in qualche modo narrativa, vale a dire trasformarle
in un itinerario di lettura (musicale) sovrapposto agli originali
e aperto, si' , alle varie sollecitazioni delle infinite messinscena
possibili, ma dotato di senso proprio nella definizione delle
sue interne stazioni, cosi' annunciate in un antico abbozzo
del lavoro: 1) l'amore, la donna, la vita; 2) Beethoven
Triumphant; 3) il padre, la morte.
Vale la pena a questo punto di ricordare le parole dettate
dal poeta per introdurre a suo tempo il lettore americano
alla prima edizione della raccolta 'lavorata' da Bortolotti:
"Il poema , qualunque sia la vasta gamma di personaggi, e'
essenzialmente su di un personaggio immaginario (non il poeta,
non io) chiamato Enrico, un bianco americano sulla mezza eta'
truccato talvolta da menestrello negro, che ha subito una
perdita irreversibile e parla di se' talvolta in prima persona,
talvolta in terza, talvolta perfino in seconda persona; ha
un amico, mai nominato, che gli si rivolge chiamandolo Signor
Ossa e varianti del nome".[7]
L'irruzione prepotente del reale (il "corpo della signora
Broscia prima che muoia alla lussuria", il mondo pieno "di
donne che s'abboffano", le "cosce musicali", la vecchiaia
risparmiata, "una pallottola sul portico di cemento", la "tomba
di questo orribile banchiere che all'alba in Florida si fece
saltare le cervella") crea un varco tra le trame artificiose
del linguaggio poetico e finisce per infrangere i fondali
di cartapesta e per mettere in scena l'io del soggetto travolto
dall'eccedente mostruosita' dilagante nel mondo. E cosi' l'evento
lontano e incomprensibile (il suicidio del padre), che aveva
segnato in nuce l'esistenza (e con essa il destino) del poeta
morto anch'esso suicida nel '71, diviene ad un tempo prefigurazione
e attesa del gesto (dell'unico gesto) risolutivo possibile.
Nel citato abbozzo le tre parti segnalate, dotate ciascuna
di una precisa indicazione di durata, vengono minuziosamente
organizzate nel vario succedersi degli eventi scenico-musicali
che le contraddistingue:
I = 14' ? VIDEO
L'amore la Donna la vita
A) Nastro
B) il Basso + piano e viol. [... ]
C) Lettore "Tu nella casa di pietra"
D) Nastro
E) Lettore "Desiderai"
F) Soprano "..."
G) Lettori "Amarla non l'amo..."
H) il Basso "Concedimi tu insonne.../... alla lussuria"
Entra la Danzatrice
I) Lettore "Astronomie... il tuo coro" continua nastro
L) Lettore + violino 4' "Sirena mallarmeiana"
Video
M) Lettore "Rimpinzato" Frammenti 5 (4')
N) Lettore "E si riapre/ che delira...." nel silenzio
O) Soprano Something con quartetto o con chitarra
P) Lettore "Cominci col turbinio... + video
....all'una e trenta (+ pianoforte)
.....svani' "
Q) Danza (+ pianoforte)
II [= 8']
Beethoven Triumphant
+ nastri con citazioni beethoveniane
III = 14'
Il Padre - la Morte
A) Accordo tenutissimo/ mus. in fff
Soprano acuto
B) Lettore "Mia madre ha il tuo fucile"
C) Basso "Se tu vieux" Mallarmè
+ pianoforte
D) Lettore "Se la vita è un sandwich." + lettrice
E) Lettori (duo) "Anche lo amo" + video
F) Nastro + Lettore "La lapide è storta "
G) Quartetto (Preludio a Berryman)
H) Lettore "La fortuna gli diede di conoscere"
I) Soprano "Something black" + quartetto
L) Lettori "Il suo dono declinò" + nastro in crescendo
(ironico)
M) Basso "Concedimi" + danzatrice (come al 2)
Soprano "I carry" + Quartetto
Tra le carte che il compositore custodisce esistono almeno
altre due versioni della medesima mappa del lavoro: la versione
più completa di questo copione prevede la trascrizione
integrale dei testi letti e intonati, così come sono
stati prelevati dai Canti originali e giustapposti dal compositore,
con l'aggiunta delle didascalie sceniche e, nel riquadro laterale,
degli appunti perlopiù manoscritti (tutto il resto
è dattiloscritto), inerenti al piano sonoro-musicale,
nonchè scenico-visivo dello spettacolo (luci, danza,
video, ecc.). E' utile segnalare che Bortolotti intitola questo
abbozzo di sceneggiatura Berryman: Letture, dando rilievo
così (ma lo farò poi anche nell'intitolazione
più generale del lavoro) alla scelta dei testi e al
relativo montaggio che ha governato la messa a punto di questo
progetto di teatro musicale: la varietà e il disordine
dei caratteri impiegati (i caratteri dattiloscritti, i tanti
segni manoscritti - penna, pennarello, matita - e di formato
variabile, le cancellature), lungi dal costituire un'attraente
materia per raffinati (quanto improbabili) esercizi filologici,
ci aiutano non poco a decifrare la genesi del lavoro e confermano
le priorità segnalate poco sopra nel corso di questo
scritto. I pezzi già nati trovano così la loro
naturale collocazione, pensati già in origine quali
oggetti da ricomporre all'interno di un più vasto quadro
(di un long poem, alla maniera berrymaniana), parti di un
tutto continuamente in via di definizione (o rifedinizione,
che dir si voglia) e di fatto ineliminabili, nati per esistere
laddove sin dal principio erano stati dati - senza saperlo
- come possibili esistenti.
* * * Nell'autunno del 2003 il lavoro teatrale di Mauro Bortolotti
è stato allestito a Roma nell'ambito delle due serate
inaugurali del festival "MusicaExperimento".La versione di
Berryman: LetturAzione, cui si è assistito nelle giornate
15 e 16 novembre 2003 presso l'Auditorium del Goethe Institut-Rom,
costituisce una libera rivisitazione del progetto originario,
affidata alle cure del regista Pablo Taddei in collaborazione
con l'autore. Gli interpreti prescelti (due attori, un soprano,
un basso, un quartetto d'archi, un pianoforte [ad libitum])
hanno consentito un'essenzializzazione dell'evento teatrale,
riconsegnato stavolta totalmente al gesto dell'attore e al
suono della voce/delle voci, degli archi, del pianoforte [io
narrante/Bortolotti], del nastro magnetico.
Alle ricercate oscurità del testo il regista ha tentato
di far fronte mediante una estroflessione dei motivi/cardine
dello spettacolo e la ricostruzione sul filo della memoria
di determinati scenari esistenziali (il rapporto con la donna-coscienza
infelice del maschio e con il non-io, il rapporto edipico
col padre e l'elaborazione mancata della perdita, la morte
del personaggio), puntando sulla valorizzazione dell'anima
del testo/scena, una storia/non storia di impianto epico-narrativo
più che drammatico. La dimensione onirica fa del lavoro
"la rappresentazione di un 'depensamento'" - sono parole del
regista - e giustifica l'irruzione di immagini estreme poichè
il sogno è estremo e tutto acquista, nel sogno, un'analoga
intensa significazione. I calcoli geometrici che hanno aiutato
a suo tempo il progetto a prendere forma (mi riferisco ai
vari abbozzi redatti in vista della realizzazione dello spettacolo
commissionato nell'81) vengono qui inghiottiti all'interno
di un continuum che ricolloca le scelte testuali originrie,
così come il succedersi delle parti musicali perlopiù
di antico conio: "Concedimi, o Tu Insonne" (basso,
violoncello); "Tu nella casa di pietra" (soprano, violino);
"La Primavera fiorita nel cuore dell'Inverno" [trascr.
parziale dalla Cantata per voce e orchestra su testo
di Eliot]; Quartetto (Preludio a Berryman); "Room 231:
Something black" (soprano, quartetto d'archi).
Mauro Bortolotti è nato a Narni nel 1926. Ha
studiato a Roma presso il Conservatorio di Santa Cecilia,
diplomandosi in pianoforte, organo e composizione (sotto la
guida di Goffredo Petrassi). Ha frequentato i Ferienkurse
di Darmstadt nel periodo 1957-1968 e si è accostato
alla composizione elettronica nel 1967, grazie a Pietro Grossi
e alla assidua frequentazione degli studi di Firenze e di
Pisa. E' stato socio fondatore dell'associazione per la musica
contemporanea "Nuova Consonanza" di Roma. Il catalogo delle
sue opere comprende oltre un centinaio di lavori cameristici,
orchestrali, elettronici, ivi incluse le composizioni destinate
al teatro e al balletto.
NOTE
1 Cfr. DANIELA TORTORA, Poesia e musica nell'opera di Mauro
Bortolotti, "Avanguardia. Rivista di letteratura contemporanea",
VII (2002), n. 19, pp. 51-74.
2 MAURO BORTOLOTTI, in programma di sala della Stagione di
Nuova Consonanza, Roma-Viterbo, 1981.
3 Cfr. TORTORA, Poesia e musica cit.
4 Cit. in SERGIO PEROSA, Itinerario della poesia di Berryman,
in JOHN BERRYMAN, Canti onirici e altre poesie,Torino, Einaudi,
1978, p. XXXIX.
5 Ibidem, pp. XXVII-XLVII; le sottolineature sono di Mauro
Bortolotti.
6 MAURO BORTOLOTTI, Quartetto per archi (Preludio a Berryman),
Roma, Edipan, 1985, n.ed. EP 7107
7 BERRYMAN, Canti onirici e altre poesie cit.
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Due
partiture di Mauro Bortolotti


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