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N°6/2004
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Arte e tecnologie digitali
in un dialogo con Maurizio Bolognini

di Domenico Scudero


D.S. Nelle tue ultime mostre, insieme a nuove installazioni hai spesso riproposto i tuoi Computer sigillati, un lavoro a cui ti dedichi ormai da dieci anni.
M.B. Si, programmo queste macchine che poi lascio funzionare all'infinito e senza monitor, facendo in modo che producano immagini, o altre elaborazioni, basate su processi casuali, non prevedibili. Ho iniziato nel 1992 e da allora ho programmato (e sigillato, per impedire che fossero collegate a un monitor) piu' di 200 macchine. Avevo iniziato qualche anno prima a usare programmi che elaboravano serie di immagini capaci di dissimulare la propria origine sintetica, mi piaceva che potessero essere formalmente indistinguibili da quelle di un artista. Poi il lavoro si e' spostato piu' sul processo, sulla macchina, le immagini sono diventate piu' elementari ma di dimensioni sconfinate: chilometri di immagini (o criptoimmagini, se l'elaborazione non e' visibile), flussi ininterrotti, grovigli costruiti da traiettorie infinite...
D.S. Alcuni anni fa hai cominciato a usare il termine infoinstallazioni per definire le tue opere, sia i computer programmati sia le installazioni interattive in cui chiedi al pubblico di interferire con il funzionamento delle macchine. Perche' questo termine?
M.B. Mi sembrava appropriato per descrivere il lavoro e poi mi aspetto che fra un po' si possa parlare di infoinstallazioni e di infoartisti come adesso si parla di videoinstallazioni e videoartisti. Gli artisti oggi possono disporre di sistemi informativi, di computer, di reti, quindi possono utilizzare forme di interattivita' evoluta, di comunicazione a distanza, possono attivare processi basati su probabilita' e casualita', intelligenza artificiale e intelligenza collettiva, tutte cose che per la prima volta consentono di andare veramente oltre la rappresentazione della realta', trovandosi ad agire piuttosto sul piano del suo funzionamento. Ho pensato al termine infoinstallazioni avendo in mente una videoinstallazione di Paik con decine di televisori, sequenze di immagini istantanee e rumori assordanti, che mi era sembrata un modo per esemplificare l'eccesso delle tecnologie televisive, mentre ormai ci trovavamo di fronte a un nuovo eccesso, di natura molto diversa, quello delle tecnologie digitali (i computer, le reti), che non era fatto solo di caos ma di compresenza di intelligenza e caos, e che non era fatto solo di immagini e di suoni e quindi andava oltre la rappresentazione. E' questo l'aspetto che mi interessa di piu' delle nuove tecnologie. La videoarte ti cala in un contesto sensoriale, piu' o meno controllato. L'infoarte, se vogliamo chiamarla cosi', ti spinge ad andare oltre la dimensione sensoriale e, come dicevo, ha piu' a che fare con il funzionamento delle cose, con i dispositivi: sta alla societa' dell'informazione e dei flussi come la videoarte stava alla societa' televisiva.
D.S. Che differenza c'e' tra tecnologie e nuove tecnologie?
M.B.
C'e' una differenza fondamentale. Mario Costa, che e' stato un pioniere nello studio del rapporto tra arte e tecnologie, ha spiegato bene questo aspetto. Recentemente ha presentato il mio lavoro - insieme a quello di Roy Ascott, Fred Forest, Richard Kriesche e Mit Mitropoulos - al Museo del Sannio, intitolando la mostra New Technologies, per sottolineare questa distinzione. Credo che le prime possono rappresentare ancora, sia pure limitatamente, un prolungamento dell'artista, che puo' in qualche misura usarle in modo tradizionale, espressivo. Le nuove tecnologie invece mettono a disposizione dell'artista, per la prima volta, qualcosa che tende a oltrepassarlo. Quando programmo le mie macchine perche' producano un flusso continuo di immagini casuali, e poi le lascio funzionare indefinitamente, l'opera diventa qualcosa che si trova tanto al di qua quanto al di la dell'artista, cio' fuori dal mio controllo, facendomi diventare sia "autore" che "spettatore" del lavoro. Il gioco in questo modo diventa piu'complicato e piu' interessante; e puo' svolgersi su piani diversi, incluso quello della negazione dell'arte e della ridefinizione del ruolo esercitato dall'artista rispetto all'eccesso tecnologico.
D.S. Ti sembra che le nuove tecnologie stiano davvero mettendo in discussione l'arte e gli artisti?
M.B. Apparentemente tutto continua come se non fosse successo niente. Ma le nuove tecnologie tendono a oltrepassare l'arte - o almeno a trascinarla su un piano diverso - perche' creano una sproporzione tra l'artista e il suo lavoro. E il punto essenziale e' che proprio questa sproporzione puo' essere vista come la parte piu' interessante e piu' autentica della ricerca artistica legata alle neotecnologie. Se con le mie macchine, programmate per disegnare flussi di immagini casuali, posso costruire una specie di universo di informazione parallelo (che non e'una metafora ma a suo modo e' qualcosa di reale)), questo sposta una parte rilevante del lavoro dal livello dei significati a quello dei dispositivi, e quindi del controllo - o della perdita di controllo - delle loro operazioni. Poi naturalmente in questa sproporzione tra l'artista e il suo lavoro se ne possono rispecchiare altre, in un gioco molto vasto: quella tra noi e le societa' complesse, o anche quella piu' consumata tra noi e il mondo fisico. Ma con la differenza che in questo caso la situazione non ci sfugge completamente: l'eccesso tecnologico e'in parte controllabile (Mario Costa direbbe addomesticabile), possiamo cio'fare esperienze, possiamo attivare e disattivare il dispositivo, accendere e spegnere la macchina. Insomma e' una versione della sproporzione tra noi e la realta' che per la prima volta possiamo contemplare, ridurre a esperimento e spettacolo.
D.S. Quanto e' importante nel tuo lavoro il codice di programmazione?
M.B. Non e' importante, i programmi che uso in queste macchine sono quasi sempre semplici, fatti con poche righe di istruzioni che preparo io stesso, provando soluzioni diverse, per non perdere il contatto diretto con le macchine, con l'installazione.
D.S. Pero' ci sono artisti che lavorano sul codice.
M.B. Ci sono lavori interessanti, anche se destinati a un pubblico di iniziati, che cercano di mettere a fuoco la relazione tra codice della scrittura e codice del linguaggio macchina. Alcuni di questi sono stati presentati all'ultima edizione di Transmediale, a Berlino. Ma in generale i lavori che esibiscono il codice e cercano di estetizzarlo mi sembrano molto falsi, e comunque restano sulla superficie. I codici di programmazione non contano quasi nulla. Contano invece le operazioni, gli algoritmi, i sistemi informativi, le strutture operative, che sono anche alla base di processi economici e sociali concreti. Insomma quello che conta non e' il codice, e' il dispositivo. E anche in questo caso bisogna intendersi sul significato di dispositivo, che non e' solo hardware e software (per esempio la rete telefonica cellulare nel mio lavoro SMSMS), ma e' anche la struttura dei processi di interazione che coinvolgono gli eventuali partecipanti. Non c'e' un confine netto tra il dispositivo in senso stretto e i processi che questo attiva.
D.S. Quanto di questa ricerca ti sembra sia ancora ascrivibile all'arte? Cos'e' per te l'arte?
M.B. Non so se e' essenziale stabilire se si tratti di arte o di qualcos'altro. La cosa importante e' che trova spazio nel sistema dell'arte. Ho sempre pensato all'arte come a una convenzione. Ci sono dei luoghi, dei ruoli, c'e' un sistema (fondato anche su interessi economici, forse non pi tanto solidi) che sostiene e riproduce questa convenzione. Ci sono pero' due cose molto interessanti in questo sistema: 1) il livello e la capacita' di ascolto (la stessa cosa che io posso fare in una galleria d'arte o fuori, nella galleria riceve un'attenzione che non ha confronti, c'e' una sensibilita' dell'ascolto altissima e irripetibile); 2) il fatto che l'arte venga riconosciuta come un ambito di sperimentazione e di ricerca in cui sono ammesse la complessita' e la contraddizione. Nell'arte posso fare cose insostenibili, non ho bisogno di significati univoci, coerenti, razionali. Posso prendere scorciatoie, provare a dilatare l'ordine delle cose con nuove idee, nuovi pensieri, ma senza bisogno di usare le parole, che sono sempre legate all'esistente e ai suoi limiti. La sola condizione e' che il risultato ti deve colpire, ti deve emozionare, sorprendere. Questi sono aspetti che probabilmente consentono ancora alla ricerca estetica di essere un modo di conoscenza e trasformazione della realta', oltre che di critica e di adattamento.
D.S. Quindi anche il fatto di definirsi o no come artisti non e' tanto rilevante.
M.B. L'idea di artista a cui siamo abituati, quella occidentale, sembra ormai un vecchio arnese, ma e' molto comoda - e non conosco artisti che la abbandonerebbero volentieri - perche' ti da' il privilegio di non dover giustificare razionalmente quello che fai (anche se questa conversazione mi contraddice), di non doverne dare spiegazioni convincenti, sforzo che inevitabilmente diventa un limite al tuo lavoro. Insomma si torna a quanto dicevo prima sull'arte come zona franca, come luogo di sperimentazione piu' aperto. Ma non vedo differenze tra un artista e un altro tipo di ricercatore, se non per il fatto che il lavoro del primo e' sottratto alla sfera pratica (non e' necessario che serva a qualcosa) e forse e' meno legato a un atteggiamento razionale.
D.S. Una caratteristica comune agli artisti tecnologici, per esempio Roy Ascott o Mit Mitropoulos, e' che sembrano avere un interesse specifico per le nuove tecnologie: si ha l'impressione che se ne occuperebbero anche se non fossero artisti. Questo mi sembra valga anche per te e per il tuo lavoro sulla democrazia elettronica. C'e' una spiegazione?
M.B. Forse dipende dal fatto che le nuove tecnologie hanno prodotto l'ultima utopia e questo e' avvenuto allo stesso modo dentro e fuori dell'arte, in particolare nella riflessione sulle comunita' virtuali e sulla democrazia. Il comune denominatore era la disintermediazione: gli artisti hanno pensato di poter fare a meno del sistema dell'arte, delle gallerie, dei musei, sostituendo queste infrastrutture con quelle telematiche, e lavorando come soggetti collettivi. Nella stessa direzione andavano i progetti di democrazia diretta basati sui nuovi strumenti di comunicazione molti-a-molti e sulla formazione di comunita' on-line.
D.S. E questo continua ancora?
Oggi la riflessione sulle reti e sullo spazio elettronico - nell'arte come nella politica - e' diventata piu' realistica e piu'interessante. E' difficile sostenere cose univoche sui new media, da una parte ci sono grandi potenzialita', dall'altra c'e' la consapevolezza dei limiti. Intelligenza e caos coesistono nello spazio elettronico e questo si puo' contrastare solo lavorando sui dispositivi, sulle tecniche, in particolare sulle tecniche di comunicazione di gruppo.
D.S. Anche tu ti sei occupato a lungo di questo: che relazione c'e' con la ricerca artistica?
M.B.
Se consideriamo le tecniche di comunicazione e decisione on-line, il confine con la ricerca artistica e' molto incerto, anche se questa sembra oggi un po' in arretrato. Le tecniche di comunicazione usate dagli artisti sin dalle prime esperienze di connessionismo sono piu' o meno le stesse (forum, newsgroups...) che oggi tutti usiamo comunemente, che tuttavia si sono dimostrate poco adatte quando il processo di comunicazione ha contenuti complessi o coinvolge molti partecipanti, producendo inevitabilmente un sovraccarico di informazione. Per questo al di fuori dell'arte la ricerca si sta orientando su tecniche diverse e anche gli artisti connessionisti dovrebbero inventarsi forme di interazione e cooperazione piu' innovative. Per dare un'idea sommaria, cio' a cui oggi si lavora sono forme di comunicazione piu' strutturata, capaci di far interagire non decine, ma migliaia di partecipanti, usando interfacce grafiche in cui ci si muove in uno spazio a tre dimensioni e si puo' manipolarne la struttura, che coincide con la stessa struttura del problema trattato. E' evidente che approcci di questo tipo aprono possibilita' straordinarie alla ricerca estetica. Tra l'altro, una delle tecniche di comunicazione strutturata piu' promettenti e' il metodo Delphi (che nasce come tecnica off-line per superare i limiti della comunicazione faccia a faccia) di cui mi sono occupato a lungo, con vari esperimenti. Anche l'installazione SMSMS (SMS Mediated Sublime), che fa parte della serie CIMs (Collective Intelligence Machines), usa un dispositivo riconducibile al metodo Delphi.
D.S. Parliamo di SMSMS. E' un lavoro che hai presentato due anni fa all'ottava edizione di Artmedia, a Parigi, e poi, nel 2003, al Muslab di Roma, al Cacticino di Bellinzona, alla Liste di Basilea, al Museo del Sannio, a Benevento...
M.B. SMSMS e' un'installazione interattiva in cui uno dei miei computer programmati per produrre immagini casuali viene collegato alla rete telefonica cellulare, consentendo al pubblico di modificare le caratteristiche delle immagini attraverso l'invio di SMS contenenti nuove istruzioni al sistema. Ogni volta che viene inviato un SMS il sistema aggiorna i suoi parametri e inizia a produrre un nuovo ciclo di immagini. Il processo di interazione tra i partecipanti richiama il metodo Delphi (ha la stessa struttura a stadi e lo stesso tipo di feedback) e consente alle immagini di evolvere nel modo in cui puo' evolvere un'idea allĠinterno di unĠapplicazione di democrazia elettronica. Anche se questo esito dipende dai partecipanti, che si trovano sempre al bivio tra intelligenza collettiva e caos collettivo.
D.S. Perche' hai scelto di usare gli SMS invece di Internet?
M.B. Non mi piace l'idea che chi partecipa debba stare seduto davanti a un monitor. Il telefono cellulare consente di stare in piedi, di muoversi, di osservare un'immagine di grandissime dimensioni proiettata su superfici diverse, anche su edifici, non solo in gallerie d'arte. In questo modo il lavoro puo' coinvolgere chiunque ne venga a contatto.

Maurizio Bolognini, Installazione di computer programmati, Museo di Villa Croce, Genova 2003

Maurizio Bolognini, Installazione di computer programmati, Cacticino/Liste, Basilea 1992-2003

Maurizio Bolognini, Installazione di computer programmati, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, Roma 2003

Maurizio Bolognini, SMSMS (Collective Intelligence Machine #2), Museo del Sannio, Benevento 2003

Maurizio Bolognini, IM#32, 1994-2003

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