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N°7/2004
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ART IN THEORY

Dar forma all’informe
Un dialogo tra Patrizia Mania e Laura Palmieri



P.M.La spasmodica ricerca del vuoto specifico dei contesti credo sia la piu' idonea chiave di avvicinamento al tuo lavoro. Nel complesso la tua attenzione si e' spostata in ambiti differenti, nominandosi in forme varie, Variazioni minime, svuotamenti, estetica dello sport, ..., mantenendo pero' costante il processo di rastremazione , individuazione, svelamento della forma, in contesti che sembrano pretesti votati alla scoperta dello spazio, dell'interstizio, del quale definire e inventare la forma. Quasi dei "vuoti a perdere" ostinatamente obbligati ad esistere...
L.P. Ad un certo punto nel processo di formazione del mio percorso artistico, mi sono accorta che l'opera d'arte non aveva per me un valore individuale ma e' interessante cio' che viene prodotto dalla collettivita' artistica in quel "laboratorio" che si produce quando tanti (ed anche chi non fa per forza un'opera) contribuiscono a quello che succede. E' da questo che sono partita in "variazioni minime" per vedere di fissare il movimento. La cosa che e' venuta fuori nell'esaurimento di quest'opera e' stato un interesse non per dove c'era l'opera ma per dove l'opera non c'era, cioe' tra un'opera e l'altra nel vuoto lasciato. In quello spazio che e' pausa per lo sguardo. Da qui mi sono avventurata in immagini fotografiche delle quali probabilmente non mi interessa tanto il tema ma il vuoto trovato o lasciato. E' cominciata così la mia ossessione di riempire questi vuoti che ho poi chiamato "svuotamenti" con un atteggiamento piuttosto "didattico" perche' mi sono resa conto che nella pubblicita' e soprattutto nell'uso che i media fanno dell'immagine visiva vi e' una saturazione dell'immagine che non tiene conto del percorso dello sguardo che e' stato fatto dalla storia dell'arte. I tempi della pubblicita' sono "tempi economici" e quindi vi e' un atteggiamento completamente diverso da quello che l'arte, l'opera, hanno conquistato "pulendo" e "dicendo" molto di piu'. Inoltre questi signori si occupano di informazione, cosa alquanto trascurabile per un'opera d'arte, che ha la liberta' di scegliere quello che vuole o non vuole "dire" o "comunicare" visto che non e' un problema dell'opera d'arte quello dell'uso o dell'utilita' e comunque, essa mantiene una liberta' di scelta che questi creativi e non creatori (come diceva Gino De Dominicis) della moda, della pubblicita', dello spettacolo, si sognano. Una volta Rudi Fucs in occasione del danneggiamento di un opera nel suo museo ha dichiarato che "si puo' entrare in un museo, guardare delle opere d'arte ed anche tirar fuori un coltello". Questa frase sulla fruibilita' dell'opera e' geniale, questo "rischio" che corrono i sistemi democratici e' la grande debolezza della civilta'. Hai detto bene "vuoti a perdere" mi sono fatta male, e' un bel percorso conoscitivo, pensare in questo modo ti modifica la percezione. Il mio lavoro sul vuoto mi soffoca un po', vedere tutte queste immagini private della loro anima vuota... ormai guardo tutto cos“, anche gli uomini. Il vuoto che ci percorre dentro al corpo e' lo spazio dove passa il respiro, l'ossigeno, cio' ci serve per stare in vita, si dice: "ho un vuoto dentro" oppure per un lutto: "che ci ha lasciato un vuoto". Ultimamente ho immaginato questi miei spazi vuoti avvinghiati sull'immagine, "avvitati" come se sotto ci fossero delle grosse viti e fossero attaccatissimi al vuoto, quello stesso che io scelgo di occupare con l'unica area dipinta della mia opera. Ho scelto di occultare per non togliere niente, e' un lavoro percettivo, e' un mettere in evidenza qualcosa di non chiaro, di non definito, oppure di chiaro ma dimenticato, tanto per non perdere la passione, come si fa in amore.
P.M.
C'e' un angolo di Roma che sembra alieno ai tanti profili identificatori della citta', estraneo ai caratteri specifici che le si riconoscono: Corviale. A ridosso della via Portuense, una delle principali arterie romane, Corviale e' una citta' nella citta', o meglio mura di palazzo nella citta', addirittura "una citta' in forma di palazzo" verrebbe da dire se l'assimilazione non fosse passibile di fraintendimento demagogico vista la mastodontica fuori scala estensione del complesso. Fiumi di parole sono stati scritti per dirne contro, per aborrirne. La ripetizione indifferente, il ridisegnare l'orizzonte con il proprio profilo, sembrerebbe lasciare poco margine alle possibilita' di tracciarne un'identita' anche se i suoi protervi abitanti ne hanno pensato e realizzato un riscatto, nelle sue piene di rampicanti di vasi di nulla e di tutto, costruiti con camere d'aria dismesse, nella loro solare affermazione d'esistere contro facili pregiudizi. Mi colpisce che rivolgendo la tua attenzione alla metropoli hai pensato in Mind the gap proprio a questa colata di cemento senza pause,e hai deciso di immettervi le tue pause, i tuoi vuoti, le tue forme metafisiche oltre l'apparente trascorrere delle cose e delle loro ombre. In questa parte di citta' quel che si coagula e si rapprende nel tuo colore e' spesso l'apertura dei pieni, i passaggi, ed inoltre le intercapedini, le fessure, gli intervalli tra le cose. Gia' perche' non sono solo gli edifici a far da scheletro a questo comporsi compositivo del vuoto, c'e' di mezzo anche tutto cio' che e' circostante, il contesto visivo animato e no del paesaggio metropolitano. Certamente, e nonostante le apparenti affinita' fisiognomiche questi luoghi di per se' non spartiscono nulla con i global "non - luoghi" di Marc Auge', anzi sono "luoghissimi", irripetibili nella siderale identita' che ne fornisci.
L.P.
Ormai come ben sai mi viene difficile parlare di Corviale, troppi artisti fanno delle cose cos“ insignificanti a Corviale che si rischia di sterilizzare il luogo. Secondo me non bisognerebbe piu' metterci piede a questo punto. Il mio progetto ( Corviale c'e', progetto di destinazione dei locali disponibili presso il complesso edilizio noto come Il Corviale a spazi utilizzabili per eventi ed interventi di artisti contemporanei n.d.r.) e' stato un progetto prima culturale-sociale e poi per difendermi ho ritenuto necessario farne un "progetto poetico" e quindi ho fatto dei quadri che a quanto pare sono meglio degli "effetti speciali". Chi vive a Corviale e' piu' bravo di tutti quelli che lo vanno a colonizzare con le loro certezze, la loro politica, il loro prendere finanziamenti... e poi si rischia anche di essere noiosi con se stessi e con il luogo, io per quanto mi riguarda non so fare politica e' un limite di cui non mi lamento ad ognuno il suo mestiere.
P.M.
Dai luoghi invisibili delle "citta' invisibili" alle figure e identita' invisibili e' questo uno degli ultimi approdi del tuo lavoro. Nella serie con le suore fantasmi di una realta' in corso d'estinzione , le sequenze d'immagini registrano qualcosa di piu' e di altro rispetto alla muta testimonianza del sacro fornita dall'abito, quasi sparizioni di senso, cancellazioni in atto, soppressioni di possibilita'...
L.P.
Forse questo lavoro parte da una riflessione su queste figurine strane che girano soprattutto a Roma, le suore. Esse fanno una serie di attivita' anche molto umili probabilmente anche per i preti. Adesso mi sto specializzando o meglio concentrando su una serie di opere che si intitolano "shopping sacro". Loro girano con carrelli della spesa o comprano fiori o vanno ad acquistare abiti, insomma fanno quello che nella maggior parte dei casi fanno le donne ma loro lavorano per Dio. Il fatto che esse si muovano in questo spazio le fa diventare inadeguate, la loro presenza e' di troppo quindi riempiono uno spazio vuoto sono una presenza dell'assenza. Comunque, l'atteggiamento sottomesso e il fatto di svolgere delle attivita' ci porta a pensare a dei fantasmi come giustamente mi hai detto tu. Lo sai che la prima mostra che ho fatto in una galleria a Roma era un'opera installazione sulle citta' invisibili di Calvino, esattamente la citta' di Ipazia, e vi si vedevano delle donne morte sotto i canali. Il lavoro e il racconto erano macabri e belli contemporaneamente. E' strano che mi venga in mente questa associazione. Questo mi fa anche riflettere su quanto nel mio lavoro ci sia una riflessione sul femminile e quanto mi preoccupa questa identita'. Anche nella palla di pelle di pollo c'era un elemento legato alla maternita' perche' iconograficamente era un lavoro drammatico se associato alla placenta.
P.M.
Nei tuoi lavori il ribaltamento dell'ovvieta' in inedito e' costante. Credo si possa dire che la tua e' un'"estetica interstiziale" capace di indagare quello che sfugge ad uno sguardo superficiale e distratto. Ti e' sempre stato sufficiente uno spostamento minimo, una leggera correzione delle convenzioni visive perche' quel che e' scontato si animi di nuova vita e di nuova forma. Descrivendo con una parabola il passaggio dall'intervento minimo - Variazioni minime e' il titolo di una tua serie di lavori - a quello massimo, come in Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio di Apollo, interpelli l'immaginario traducendolo in immagine oggettuale, fisico - tattile, facendoti anche interprete di una richiesta di autenticita' di grande impatto e di forte provocazione.
L.P.
Nella mia vita ho avuto parecchi problemi perche' l'autenticita' mi ha portato a riflettere troppo sulla realta'. Ho un rapporto cos“ disinvolto con la realta' che la mia realta' e' multipla, estesa, bugiarda, quindi vera e non vera allo stesso tempo. Mi racconta delle cose ed io le racconto delle altre cose. Tutti stabiliscono delle regole individuali o collettive, ad esempio sulla sicurezza che e' uno dei temi piu' ipocriti in cui si imbattono gli esseri umani. Inventano dei codici, delle regole da seguire che spesso non rispondono neanche piu' all'interesse dell'obiettivo prefissato, queste regole vengono seguite infatti soltanto fino a dove per qualcuno c'e' un interesse, un tornaconto, ma vengono annullate o modificate nel momento in cui quella regola non e' piu' funzionale a quell'interesse, guarda caso economico di "piccoli gruppi" di organizzatori, come possiamo vedere nella guerra all'Iraq o in alcuni matrimoni. Bene, io so fare questo ma so anche ripristinare, ho imparato a buttare giu' e a ricostruire cio' che so modificare. Lavoro in questo modo. Riuscire a produrre un oggetto come la p.p.p. ( Palla di pelle di pollo , n.d.r.) significa fare un'immagine condivisa ma non reale, ho avuto molta difficolta' nella realizzazione di quest'opera anche in variazioni minime il mio obiettivo era di non creare "aura" intorno all'uso della tecnologia, ho usato strumenti semplici che stabilissero l'imbarazzo del mezzo, perche' i computers che sono cos“ sofisticati non riescono ad essere cose semplici come una matita che guarda caso ha piu' possibilita' tecniche anche se apparentemente e' uno strumento piu' semplice. Questo indagare , si paga, perche' vivi la tua vita in questo modo e dopo un po' l'arte funziona da strumento, ti modifica la mente ed e' il motivo per cui gli artisti che sono dei pazzi veri, si inventano ogni giorno una strana alchimia per stare in piedi, esistere. L'arte e' l'unico strumento per abitare questo luogo strano. Dopo la p.p.p. pensavo di poter anche non lavorare piu' ma siccome l'opera, non essendo perfetta si e' autodistrutta (perche' l'ho imbalsamata male) ho dovuto proseguire nella mia ricerca. Del resto solo la pittura inventa delle soluzioni che non sono meccanicistiche.

Inseguimento suore svuotamenti, 2003, plotter su tela con interventi acrilici dipinti

Apelle figlio, 2000, tecnica plotter su tela

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