| |
RECENSIONI
L’ascesa dagli inferi di Tracey Emin
di Silvia Biagi
[]facilis descensus Averno;
noctes atque dies patet atri ianua Ditis;
sed revocare gradum superasque evadere ad auras,
hoc opus, hic labor est.*
Eneide, libro VI, vv. 125-129
(“facile è la discesa nell'Averno:
notte e giorno è aperta la porta dell'oscura Dite,
ma ritrarre il passo ed uscire all'aria superna, questo è
il problema, qui sta l'impresa”)
Straziante e irritante. In ugual misura. Questa è,
direi, la prima e più forte impressione che genera
l'arte di Tracey Emin, arcinota artista inglese (una dei principali
rappresentanti di quella Young British Art che è un
po' il marchio di fabbrica di Mr Saatchi, tanto per intenderci).
Irritante, perché volutamente cruda ed insistente nel
mostrare le proprie ossessioni, i propri pensieri più
intimi, perché costringe chi guarda, come ha scritto
Barbara Casavecchia a misurarsi col proprio voyeurismo; ma
anche straziante, per il coraggio che ha di fare della propria
vita un'opera d'arte in fieri, anche se, come lei stessa ammette,
persino nelle sue opere apparentemente più autobiografiche,
c'é una forte componente di calcolo, di costruzione,
di citazioni colte e riferimenti ad opere ed artisti del passato.
Dice di si "io sono un'espressionista", ma in ogni
sua opera, che siano disegni, dipinti, ricami, scritte al
neon, sculture o installazioni, Tracey Emin attinge ai linguaggi
di tutta l'arte del Novecento, da Monet a Schiele, da Munch
a Kosuth.
Nella sua prima personale italiana, alla galleria Lorcan O'Neill
di Roma, sono raccolti alcuni suoi lavori dal 1993 al 2004,
raggruppati sotto il titolo significativo di Meet me in
heaven, a costruire una sorta di ascesa dagli inferi al
paradiso: dalle immagini pi crude dei disegni e applique
su tessuto della fine degli anni '90, con riferimenti espliciti
allo stupro subito da Emin all'età di 13 anni (Weird
sex, ricamo con fili colorati su tessuto rosa, 2002),
la rappresentazione a volte violenta dell' emotivita' lacerata
dell'artista, delle sue ossessioni sessuali, si arriva alle
opere più recenti, che lasciano intuire un desiderio
di purificazione, un tentativo di innalzamento, quasi una
disperata invocazione di salvezza. L'ascensione si conclude
idealmente con le due scritte in neon rosa Meet me in heaven
e I will wait for you ed il grande dipinto ad acrilico
su tela, che rappresenta un abbozzato sol levante nelle tenui
tinte del rosa e dell'azzurro, semicoperto da una macchia
bianca che potrebbe - forse - essere un corpo femminile (Meet
me in heaven, acrilico su tela, 2003-2004). A sottolineare
il faticoso tentativo di risalita, frequenti riferimenti al
volo, agli uccelli: un passero di bronzo tenta di librarsi
sopra una bottiglia di birra (o forse vi si è appena
posato?), altre opere rappresentano uccelli sui rami e nel
nido se non, esplicitamente "lezioni di volo" (Flying
Practice, inchiostro e matita su carta, 1993). E' tuttavia
un percorso, questo, affatto lineare: nell' allestimento all'interno
della galleria le opere sono accostate senza progressione,
ma con salti e rimandi emotivi da una all'altra, ascensioni
e ricadute improvvise, in un andirivieni continuo ed antitetico
tra perdizione e salvezza.
Ad una ideale equidistanza fra inferno e paradiso sta invece
la grande tela Dolly, sulla quale, sotto la scritta
che da' il nome all'opera, èricamato un contorto corpo
femminile che ha un po' di Picasso e un po' di Schiele, ed
una grande orchidea di stoffa al posto della vagina: quale
migliore rappresentazione dell'artista stessa, un infantilismo
venato di crudelta', una richiesta d'aiuto che si tinge di
umor nero e gioca, infatti, continuamente, Tracey Emin su
questo registro finto-adolescienziale, spingendoci a credere
che la sua arte sia uno sfogo immediato, diretto, come di
ragazzina sulle pagine del diario e poi lo nega, mostrandosi
abile tessitrice di riferimenti colti, spietata venditrice
di se' stessa, fino a farci confondere arte e vita, fino a
cancellare il limite tra grido di dolore esistenziale e cinica
operazione di marketing.
|

|