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Roberto Perciballi(Roma 1964) “pank”, grafico
pubblicitario, ragioniere, portiere, falegname, restauratore,
calciatore, autista, barista, cassiere, pittore, tecnico delle
pulizie, allestitore di mostre, musicista, elabora immagini
con il computer, poeta e scrittore. Vive, ed è sfruttato a
Roma.
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ART
IN THEORY
"La cultura insegnando pulisce
mentre l'amara realtà sporca".
Un incontro con Roberto Perciballi
di Vania Granata
V.G. Un salto indietro. i percorsi underground del
punk come “rovescio” della “medaglia”
estetica anni ’80. Il “pank” nella versione
romana, i concerti come cantante dei Bloody Riot; e ancora,
l'Uonna Club, la droga, citazioni dotte e parolacce, e violenze,
urlate subite e inflitte; due libri all’attivo, una
mostra… oggi come e in cosa sei cambiato?
R. P. Sono perfettamente cosciente che non cambia niente,
difatti tengo ancora in vita i B-Riot come vent’anni
fa! ...e presto faremo un nuovo cd, finalmente. Non sembro
cambiato no? Anche quello che subiamo quotidianamente però,
non è cambiato per niente e questo mi preoccupa. Comunque
io sono e suono (canzone dei Klaxon)... ancora e mi diverto
più di prima; in più, di prima, uso altri mezzi,
altre possibilità per esprimere dissenso. Riassumendo
brevemente: non posso fare altro. Sono schiavo del lavoro
da sempre, da quando ero pank e ancora oggi, ogni giorno,
mentre pulisco, mentre lavoro, penso sempre alla stessa cosa:
quello che mi piacerebbe fare a me durante il giorno invece
di stare li a respirare polvere. Così, per scaricare
la coscienza (arte) e la rabbia (musica) dall'ennesima giornata
persa dietro alle necessità, ho iniziato a dipingere
quadri, scattare fotografie, produrre azioni di arte pratica.
La coscienza mi si è allargata, è cresciuta
grazie ai mezzi di comunicazione. E grazie alle mie ridottissime
finanze faccio questa specie di controinformazione. Un tempo
si poteva dire resistenza solitaria, oggi direi sopravvivenza
documentale.
V.G. Dici che nulla è cambiato? Nel 1970
la "libertà in cattedra" titolava un supplemento
dell'Espresso – una foto in copertina ti ritraeva bambino
in atto di tirare dei libri scolastici in aria – ; lo
stesso titolo è diventato poi un personalissimo spunto
critico per esporre un tuo percorso installativo al Museo
Laboratorio di Arte Contemporanea presso l'Università
"La Sapienza" di Roma, a cura di Simonetta Lux e
Domenico Scudero, lo scorso autunno 2003. Esiste questa "libertà"
in cattedra?
R.P. Quel bambino che nel 1970 è fotografato
mentre tira dei libri in aria è stato, ironicamente,
il mio incontro con la cultura. Avevo solo sei anni e ricordo
ancora benissimo che il dopo-fotografia aveva fatto piangere
non pochi bambini dato che i libri, una volta lanciati, ricadevano
istantaneamente sulle piccole teste dei malcapitati infanti
con relative urla di madri isteriche.
Lo spunto è stato questo; dopo 33 anni quasi precisi
(la copertina è del 27 settembre 1970, la mostra inaugurava
il 25 settembre 2003) posso dire che quel botto, quel rumore
di libri dolorosi sul mio viso è stato il mio, personalissimo,
incontro con la cultura e se così è stato quello
che mi meraviglia ancora oggi è che i dolori non sono
mai finiti, ma si sono inesorabilmente moltiplicati.
La Libertà in cattedra è un titolo molto bello,
mi piace tanto perchè riassume in due parole tutta
la visione che ho sull'arte, che ho della vita, il mio motivo
principale.
Nella mostra è stato come far vedere al re della pulizia
e dell'igiene, nel suo più intimo castello lucido e
cromato, che il suo modo di essere oggi non è reale,
non è al passo con i tempi, come quasi non esistesse
perchè si sporca tutto, ineluttabilmente.
La cultura insegnando pulisce mentre l'amara realtà
sporca. Un semplice sguardo in questa piega bianca e nera
dove lo spettatore, anche non volendo, modifica il lavoro
tramite lo sporco dei suoi piedi su quella moquette di candido
pelouche bianco.
Questo é quello che ho fatto all'università
oltre alle tredici grandi fotografie bianche e nero appese
sulle pareti che Claudio e Riccardo Abate (una a colori) mi
hanno scattato durante una mia reale giornata di lavoro.
Esiste la libertà in cattedra? Ancora no, purtroppo,
ed è la ragione per cui ancora butto soldi; in fondo
è una questione di passione… invece di spendere
in calcio, moto, auto, e vestiti, butto soldi in contrapposizione,
come tra l'altro fanno tutti gli artisti che da sempre investono
nella loro follia e sulla loro pelle…
V.G. - Il pavimento della sala espositiva totalmente
ricoperto di peluche bianco, come dicevi, veniva sporcato
dal passaggio degli astanti; lo spettatore entra fisicamente
all’interno dell’installazione e, contaminando
il candore della moquette, traccia l’orma visibile del
suo passaggio. Notavo come lo stesso percorso fosse stato
impostato su una serie di evidenti (e meno evidenti) contrapposizioni:
bianco(della moquette)/nero(del passaggio); pulito/sporco;
libertà/cattedra; autore/spettatore; lavoro manuale/lavoro
intellettuale, etc…
Esporre un percorso installativo presso un luogo "non
casuale” – il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea
(MLAC) si trova al centro esatto della Città Universitaria,
con tanto di sede nell’edificio del Rettorato(!) - è
anch’essa una scelta paradossale, che gioca un ruolo
preciso e perfettamente in linea con la necessità di
esporre un segno forte nel cuore dell’istituzione (universitaria)?
Oppure quel luogo è stato scelto perché rappresenta
una sorta di “compromesso” tra istituzione e libertà?
Seppure “in cattedra”?
R.P. L'insegnamento dell'arte è sempre stato
difficile e mai lo è stato come oggi. La tecnologia
ha dato agli artisti mezzi e modalità incredibili rispetto
anche solo a cinquant’anni fa rendendo la spiegazione
spesso in ritardo se non completamente assente, quindi l'insegnamento
pulisce, arricchisce, ma con i suoi tempi e modi e rispetto
alla realtà, alla contemporaneità.
Sporca o non insegna a tempo, direi, forse gli manca la musica,
il ritmo... così, al pubblico che ha visitato la mostra
ho detto che senza di lui, senza i nostri problemi quotidiani,
il mio lavoro non esisterebbe. Al tempo stesso sussurro a
quel mondo culturale che, per esempio, ha fatto rimuovere
lo striscione-opera di Mauro Folci "Disobbedienza Cadaverica"
appeso sulle mura in piazza della Minerva... oppure al rimestio
codardo provocato dal lavoro di Sukran Moral... per un paio
di gambe aperte… sussurro appunto, che già solo
queste reazioni giustificano la mia mostra, la mia rabbia.
Rabbia, energia, più pulita possibile; come vogliono
loro certo, ma con sopra sempre quello che dico io.
La Libertà in cattedra viene reclamata! E gli viene
posta una semplice domanda: perchè quel suo modo di
elaborare il progetto crea un sotto e sopra automatico? Perchè
in definitiva boccia? Crea l'insufficienza, il malefico cinque
in pagella, il cattivo, il non-buono, lo sporco?
Ecco, come credo abbia parlato la mia mostra nel cuore dell'Università
di Roma; nel centro della cultura. E, guarda caso, il Museo
Laboratorio sta proprio dietro il Rettorato, sotto la platea
dell'Aula Magna, come un cuscino che sembra dire: “sotto
'ste chiappe nun se scureggia!”.
Per fortuna nelle dualità, e come voleva lo sporco
dimostrare ulteriormente, ecco l'altra visione, opposta a
questa biblioteca cieca: sono coloro che permettono di esporre
il lavoro ad un certo tipo di artisti. Politici? Sociali?
Boh?! A me piace dire “incazzati”, come Simonetta
Lux e Domenico Scudero che, tra mille difficoltà, permettono
di vedere altri mondi. Proprio come loro stessi, come istituzione,
si contrappongono al sistema solo-consumistico dell'arte.
Una mostra dove il singolo non esiste, minimo c'è un
doppio... whiskey versato per terra, tra puzza di peti e sporcizia.
V.G. Prima mi parlavi del tuo atteggiamento
di “sopravvivenza documentale”, cosa intendi?
R.P. La sopravvivenza documentale lascia più
tracce possibili come documentazione del percorso della propria
vita, come un testamento intimo, come a dire: posso solo documentare
quello che mi avete fatto e detto, da parte mia posso inventare
e lasciare progetti per aiutarvi, non e' vietato. Gesti che
si posso intendere in mille modi, spesso spendendo anche poco
con foto, disegni, azioni, musica, parole; insomma il bello
è che potete fare come vi pare e con i mezzi che avete.
Ma questo, naturalmente, lo è solo se vi pare.
V.G. Roberto Perciballi: cantante, addetto alle pulizie,
pittore (ricordo la serie "Vegetebol"), autore video,
scrittore, artista e performer... hai ricoperto, e ricopri,
una serie di ruoli molto diversi. "La libertà
in cattedra" nella complessità dell’installazione,
e partendo dalla tua personale vicenda biografica, riflette
profondamente sul tema del lavoro, ma anche sulle contraddizioni
del “sistema” dell’arte. Quale relazione
esiste per te tra questi due campi?
R.P. Ho davanti una vaga idea di arte, nebbiosa ma
chiara, lontanissima ma certa: penso a quando una persona
fa quello che gli piace fare nella vita e questo gli permette
di vivere… la vita dovrebbe essere arte, questo regalo
magnifico ha bisogno di tutto per essere migliore e l'arte
gli è indispensabile, perché porta con sé
il concetto. Concetto dell'arte a cui manca solo la pratica.
Dato che io, per vivere, devo fare le pulizie.
V.G. E allora, visto che per vivere fai le pulizie
(all’Università) e che hai creato un percorso
artistico che, sempre all’Università, torna sotto
forma di esposizione mostrando un Roberto Perciballi double-face,
al lavoro, artistico/intellettuale ma anche pratico, mi chiedo:
in questa tua doppia veste che ha invaso un museo, che posizione
assumi rispetto a ciò che è ritenuto "qualificante"
e rispetto a ciò che, al contrario, de-qualifica?
R.P. Qualificante è avere un obbiettivo per
tanti, potenzialmente per tutti.
Dequalificante è avere tanti obbiettivi tutti per sé
stessi.
Nel mio caso, qualificante è stato fare la mia prima
personale all'Università “La Sapienza”,
de-qualificante è andare tutti i giorni all'Università
“La Sapienza” a fare le pulizie, ma questo ripeto
è molto molto… personale? E in fondo mi dà
da vivere e sostiene, come può, la mia arte…
quindi è de-qualificante? Ci sono cose nella vita che
sono bianco e nero allo stesso modo e non si riconoscono più.
In realtà, ho iniziato a pensare ad un lavoro sul lavoro
(“La Libertà in cattedra”, n.d.r.) dopo
il rinnovo della carta d'identità. Per un caso, una
coincidenza, sono venuto a conoscenza di una storia che mi
ha colpito molto, molto forte, e che può far riflettere
su ciò che io ritengo de-qualificante.
Una mattina di alcuni anni fa andai alla anagrafe del primo
municipio, in via Petroselli per rinnovare la carta d'identità.
Mi trovai lì verso le nove e notai, entrando, un signore
in piedi, vicino all'ingresso con una borsa da lavoro in mano.
Lo notai perchè era il signore che per oltre trent'anni
avevo visto proprio allo sportello delle carte d'identità,
ma lì per lì non pensai nulla. Feci la fila,
pagai le marche comunali e richiesi il documento; allo sportello
c'era ora una una donna bionda di qualche anno e pensai che
il signore di prima osservasse forse un turno di riposo o
magari era in ferie, così tranquillo me ne andai, dopo
aver lasciato la richiesta di rinnovo.
Una settimana dopo tornai per il ritiro e sempre sulla destra
della cancellata d'ingresso rividi di nuovo il signore delle
carte d'identità e questa volta mi domandai proprio:
ma che cazzo fa questo, sempre qui? Incuriosito sul serio
feci la fila e quando vidi la signora bionda dello sportello
non potei fare a meno di chiederle: “mi permetta una
domanda signora, ma il suo collega che per anni era qui, al
suo posto, ora perchè è sempre lì, vicino
l'ingresso dell'anagrafe?”
La signora mi guardò teneramente, il suo sguardo ora
era languido, melanconico e rispose quasi sussurrando: “sà,
un vero dramma, è andato in pensione da tre mesi e
tutte le mattina alle otto è pronto per iniziare la
giornata, come se nulla fosse; non sappiamo più che
fare…”. Ribattei ancora mentre raccoglievo le
orecchie che nel sentire quella risposta mi erano cadute a
terra: “ma perchè lo fa?”
La signora disse: “ha fatto per quarant'anni sempre
lo stesso lavoro, non aveva una passione, un hobby, niente,
nemmeno il calcio in televisione, speriamo non faccia stupidaggini!
Viene tutte le mattine e fa almeno dieci/venti volte avanti
e indietro prima di tornare a casa; arriva alla fermata dell'autobus,
si ferma e torna indietro indeciso; un incubo, poverino…”
A quel punto trovai solo la forza di dire: “grazie di
tutto signora, arrivederci”.
V.G. Quindi secondo te è realistico oggi
pensare al linguaggio dell’arte ipotizzando un obiettivo
potenziale per chiunque?
R.P. Obiettivo etico si, eccome, per il resto penso
all'arte pratica... infatti.
Realisticamente il linguaggio dell'arte permette all'individuo
lo scarico personale della coscienza, questo si, ma il problema
è avercela, la coscienza… (citazione presa dai
Fioretti di San Francesco…)
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Alcune immagini del progetto "Libertà di cattedra" di Roberto Perciballi esposto al MLAC








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