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N°7/2004
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Jusuf Hadzifejzovic
di Simonetta Lux

Ora del tramonto, poca luce, stanze abbandonate, doppio cortile, ferri divelti del cemento armato di questo carcere che fu di stile razionalista, sassi in terra, dolci di miele offerti.

La performance Double Jack di Jusuf Hadzifejzovic

Proprio in questo momento, nel cortile del carcere, si è svolta l'azione di Jusuf Hadzifejzovic, Double Jack.
Oltre a un'installazione in una delle stanzette del carcere, l'artista ha tirato fuori i suoi strumenti di azione significante ed ha donato al tetro luogo carico di memorie, una parte del suo corpo: con freddezza, davanti a tutti, si è fatto estrarre un dente sano ed ha visualizzato in una smorfia quello che si può provare di fronte a un luogo misterioso ed improvvisamente svelato.
La visione della performance mi ha inorridito. Nei minuti successivi ho iniziato a parlare con un bambino che aveva assistito all'azione, chiedendogli che impressione gli avesse fatto. "Ottimo. Ottimo!" mi ha esclamato. Poi mi ha detto "Noi capiamo. Ci fa ricordare tante cose".
Di fronte a una cosa del genere ti viene un grande malessere, ma anche un forte bisogno di sapere in questo nuovo millennio come ci si misuri con la memoria. Sappiamo che ricordare è impossibile. Non dimentichiamo che Primo Levi si è suicidato dopo aver scritto "Se questo è un uomo" e gli altri suoi libri di meditazione sulla violenza dell'uomo. A mio parere le ferite psichiche determinate della violenza dell'uomo sull'uomo sono insanabili, anche quelle apparentemente meno gravi come quelle della cacciata dei bambini da una scuola per ragioni etniche e per una politica razzista.
Il giorno successivo, durante la mia conferenza, sono intervenute molte persone tra cui molti non addetti ai lavori. Tra questi la figlia di qualcuno che negli anni Quaranta era stato portato in prigione. Questa ragazza raccontava il ricordo terrorizzante della sua attesa in una sala d'aspetto della galera per una visita al padre. E di come questa galera le era sembrata un luogo potente, invincibile. Per questo, raccontava, non aveva più osato avvicinarsi a questa parte di Cetinije dove c'era la prigione. L'apertura di questo luogo al pubblico, con l'arte, con tanti uomini dentro ed in questa diversa situazione, le ha prodotto un improvviso sollievo. Si è anche detta: "era tutto qui?".
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