COLLEGAMENTI
Ines Fontenla: Alla fine delle Utopie
a cura di Domenico scudero
la mostra ospitata dal MLAC dal 7 al 28 marzo 2002
biografia
di M.Francesca Zeuli |
ART
IN THEORY
“Chi non gode del benessere dei paesi ad alto sviluppo
ne soffre le conseguenze”
Lo sviluppo visto dalla fine del mondo in un incontro con
Ines Fontenla .
di Lucrezia Cippitelli
Ines Fontenla è un’artista argentina, ma oramai
trapiantata a Roma da diversi anni, che Luxflux conosce bene.
Nel 2002 la Fontenla è stata protagonista di una mostra
al MLAC in cui presentava, per la prima volta, un suo progetto
intitolato “Alla fine delle utopie” Tra quest’estate
e l’autunno ci è capitato spesso di rincontrarla,
e ci siamo fatti raccontare i suoi ultimi progetti, i suoi
spostamenti, le sue presenze in diverse mostre.
L.C. La Kunstverein Villa Streccius di Landau ti ha ospitata
con due progetti. Uno, "Alla fine delle utopie",
è un progetto che Luxflux conosce bene perché
lo abbiamo visto nella tua mostra a MLAC nel 2002.
Il secondo lavoro, "Il cielo alla fine del mondo"
occupava un'altra sala della stessa galleria.
In che contesto espositivo li hai presentati? Vuoi descriverci
“Il cielo alla fine del Mondo”?
I.F. Sono stata invitata a presentare le due installazioni
che hai citato nel contesto della mostra”Luft-stucke
und stadt.teile”. “Pezzi di area e parte di città”
curata da Joerg Katerndah. Partecipavamo quattro artisti
che lavorano sull’idea di territorio nelle sue diverse
connotazioni..
“Il cielo alla fine del mondo”è un lavoro
che parla del “Buco di ozono” che si apre, pericolosamente,
in primavera sopra l’Antartide e nel sud de Cile e Argentina,
nella zona di Tierra del Fuego specificamente.
L’installazione si sviluppa nella sala ovale di “Villa
Strecius”, sul pavimento si estende una mappa della
Tierra del fuego, sopra la quale ci sono delle piccole case
realizzate nello stile delle costruzione di quella zona.
Sopra di queste, appesi al soffitto, diversi coltelli e una
luce intensa indicano il rischio di vivere in questa regione.
Nei muri sono appesi delle foto di persone che vivono in “Ushuai”
capitale di Tierra del Fuego, accompagnate di una didascalia
che racconta della sua esperienza di vivere in questa zona.
Ho voluto inserire anche un testo che spiega in maniera scientifica
il perché di questo fenomeno, le cause le conseguenze,
e le forme di evitarlo..
L.C. Trovo molto interessante la contrapposizione fisica tra
un paesaggio quasi idilliaco, le case colorate con i tetti
a punta poggiate sul prato verde, ed i coltelli sospesi sopra
che le minacciano.
Se non avessi saputo che quelle sono le case della Tierra
del Fuego minacciate dal buco dell'ozono, avrei immaginato
volessi mostrarci che ogni cosa idilliaca, anzi forse proprio
ciò che ha un aspetto idilliaco e familiare, nasconde
implicitamente un aspetto minaccioso...
I.F. Si è vero che si percepisce una tensione, però
in questo caso è riferita a una realtà: quella
delle persone che vivono in questa zona e sono seriamente
minacciate dei raggi solari. Mi fa molto piacere quello che
hai detto perché ho voluto creare un’inquietudine,
la senzazione che qualcosa sta per succedere, una situazione
di rischio latente.
L.C. In entrambi i progetti ti occupi in qualche modo dello
spazio urbano. Mentre in "Alla fine delle utopie"
lo spazio urbano è quello della città ideale,
una concretizzazione quasi fisica dell'idea di utopia, nel
secondo lavoro la città ha un nome fisico e geografico.
E' Ushuaia, la città più meridionale dell'emisfero
australe, minacciata dall'inquinamento prodotto dai Paesi
del così detto Primo Mondo.
Esiste una relazione tra i due progetti?
I.F. Sono molto interessata allo spazio urbano, in questo
caso ho voluto occuparmi anche dell’ambiente specifico
della zona de Tierra del Fuego. Raccontare come vivono le
persone di questa regione significa mettere l’accento
su un aspetto: chi non gode del benessere dei paesi ad alto
sviluppo ne soffre le conseguenze. Spesso il nostro standard
di vita ha un impatto negativo sull ambiente.
Ho avuto la possibilità di visitare questa zona, di
parlare con le persone e gli scienziati che lavorano su questo
problema; questo mi ha permesso di prendere coscienza delle
conseguenenze sull’uomo e sull’ambiente provocate
dal fenomeno del Buco dell’Ozono.
Rispondendo alla seconda parte della tua domanda, entrambe
le l installazioni sono una riflessione sulla nostra realtà:
in una parlo del bisogno di proiettare nuove Utopie, nella
seconda delle nostre responsabilità verso gli altri.
L.C. Parlandoci della Tierra del Fuego ci metti di fronte
a una parte della tua storia personale, che è quella
del paese in cui sei nata ed in cui ti sei formata in una
parte della tua vita.
Quanto ti trovi ad essere coinvolta in questo lavoro?
Che rapporto hai ancora con l'Argentina e con il continente
Latinoamericano in generale?
I.F. Mi fa molto piacere questa tua domanda, mi permette di
parlare del mio legame profondo con il mio paese di origine,
con la cultura Latinoamericana, con la quale ho un rapporto
di amore-odio come succede spesso con gli immigranti.
Questo è un lavoro molto sentito, era per me un bisogno,
una vera urgenza il realizzarlo.
Sono molto interessata nella realtà dell’ America
Latina, un continente che attraversa un momento molto difficile,
che soffre profondamente la sua situazione di essere al margine
del sistema globale internazionale. Vorrei parlare delle responsabilità
dei paesi che fanno parte del sistema globale economico nei
confronti di quei paesi che pur non essendo parte di questo
sistema ne soffrono pesantemente le conseguenze.
L.C. In che misura si concretizza nelle tue opere la tua appartenenza
a questa regione?
I.F. Nelle ultime opere è piu intenso il legame con
il mio territorio di origine, adesso mi sento più forte
più integrata, ed è per questo che trovo la
forza di raccontare del mio paese. I primi anni della mia
vita come immigrante sono estati segnati dal bisogno di integrarmi
di essere come gli altri; adesso sento il bisogno di parlare
della mia diversità, questo è il tema del mio
prossimo lavoro, un’istallazione nella quale parlo della
mia esperienza de immigrante.
L.C.Trovo che "Il cielo alla fine del mondo"
sia un opera intensamente politica. Parli di una realtà
tristemente vera; ci racconti il fatto facendo entrare nella
rappresentazione anche i visi di chi questa realtà
la vive (le fotografie di alcuni abitanti di Ushuaia appese
alle pareti intorno all'installazione); ci dici che questa
realtà, vissuta in un luogo geografico che per noi
europei è per l'appunto "la fine del mondo",
è rimossa dalle nostre coscienze, proprio in virtù
del suo svolgersi in uno spazio altro, come se non ci riguardasse;
in più ci dici che le responsabilità di questa
realtà sono da addebitare alla noncuranza dei Paesi
ricchi ed alle loro scelte.
E' la prima volta che ti occupi in maniera così esplicita
di circostanze particolari che investono in maniera così
diretta tematiche etiche, ambientali, scientifiche e politiche?
I.F. Come tu dici “Il cielo alla fine del mondo è
un lavoro politico”, credo che l’arte abbia una
funzione politica non di partito pero sì di politica
nel senso ampio della parola.
Non è la prima volta che mi occupo di temi relazionati
con la politica o la società, forse in altri lavori
questi erano meno espliciti, erano trattati in forma piu metaforica
o poetica. Sono molto interessata all’aspetto etico
dell’arte.
L.C. Concludo, vista la tua partecipazione alla mostra per
commemorare i cento anni della nascita di Pablo Neruda, chiedendoti
di parlare del progetto che hai presentato in quest'occasione.
I.F. Ho presentato un lavoro che è parte della serie
alla quale sto lavorando adesso, come ti dicevo prima, relazionato
con la mia esperienza d’ immigrazione, é un’opera
realizzata con una valigia piena di coppe di cristallo rotte,
come metafora del ricordo di gioie finite male, ricordi dolorosi
che portiamo nelle nostre valige pesanti, che non posiamo
fare a meno di portarci dietro.
L.C. Quali sono i tuoi prossimi progetti?
I.F. Il prossimo impegno sarà in novembre, invitata
da Viana Conti alla mostra ”Medesign”, che si
terrà a Genova ed è parte delle manifestazioni
di Genova capitale d’Europa. Nel mese di gennaio nello
Studio d’arte contemporaneo di Pino Casagrande presenterò
il mio nuovo progetto di cui ti ho parlato prima, riferita
alla mia esperienza di immigrante. Nel mese di ottobre torno
in Germania a Wisbanden alla Kunstveren “Belle vue-saal”,
dove presento una nuova installazione insieme al lavoro dell’artista
Joachin Kreiensiek.
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Particolari dell'installazione di Ines Fontenla Il cileo
alla fine del mondo

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