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ART
IN THEORY
Collezionismo e storia dell’arte in una conversazione
con Enrico Pedrini
di Maurizio Bolognini
“It is not a case of
choosing those which to the best of one's judgment, are really
the prettiest,
nor even those which average opinion genuinely thinks the
prettiest. We have reached the third degree
where we devote our intelligences to anticipating what average
opinion expects the average opinion to be.
And there are some, I believe, who practice the fourth, fifth,
and higher degrees."
(J. M. Keynes, General Theory of Employment, Interest and
Money, 1936)
1. Sistema dell’arte, musei, collezionismo
M.B. Vorrei sperimentare un'inversione dei ruoli e
farti alcune domande sulla tua attività di critico
e di collezionista. Da alcuni anni, con la riorganizzazione
del sistema dell’arte a scala internazionale, il collezionismo
sembra forzato ad assumere comportamenti gregari. Succede
quello che Keynes spiegava a proposito dei mercati finanziari
nel 1936: le scelte vengono fatte in funzione delle attese
sulle scelte altrui invece che del valore, e questo distorce
i risultati, moltiplica il peso degli operatori più
influenti, e agli altri non resta che adattarsi. Trovandoti
in una posizione unica, di critico e di grande collezionista,
mi aspetto da te un giudizio più equilibrato del mio:
è possibile che, come sostengono alcuni, il sistema
dell'arte sia diventato una macchina del vuoto controllata
da pochi gruppi che si contendono, con la fama, il denaro
del collezionista? O questa è solo la superficie e
l’importante è che, nonostante tutto, la ricerca
artistica continui, alimentata da poche migliaia di persone
che non cessano di organizzare eventi, esperimenti, contro
ogni evidenza economica, accontentandosi di qualche ipotesi
di affermazione a lunghissimo termine?
E.P. Il fatto che la ricerca continui è innegabile
ma non basta, e non durerà a lungo senza un cambiamento
sostanziale del sistema dell’arte, che dovrebbe investire
il ruolo delle istituzioni pubbliche, la credibilità
della storia dell’arte e la stessa natura del collezionismo.
Gli sviluppi più recenti hanno selezionato una nuova
specie di collezionisti che sembrano legati al mercato e disinteressati
alla storia. Non li definirei più collezionisti di
linguaggi ma di valori economici, e infatti seguono i risultati
d’asta con l’assiduità degli operatori
di borsa. A rischio di sembrare schematico, penso che il collezionismo
possa essere orientato dal mercato, come negli Stati Uniti,
o dalla storia, come in Francia, e mi sembra evidente che
oggi è il primo modello a dominare la scena mondiale.
M.B. Tanto più che in Francia c’è
in realtà un solo grande collezionista, rappresentato
dalle istituzioni pubbliche, le quali acquisiscono opere a
caro prezzo impedendo in questo modo che il collezionismo
privato si rafforzi. C’è sicuramente più
collezionismo in Italia che in Francia.
E.P. Sì, abbiamo più collezionismo, ma
il contesto italiano è peggiore, incapace di colmare
la distanza che si è ormai creata tra le istituzioni,
la storia dell’arte e il collezionismo illuminato. In
assenza di istituzioni museali forti e indipendenti, in grado
di registrare con rigore le esperienze, le date, i linguaggi,
abbiamo finito per affidarci ad alcune personalità
più brillanti e attive. In questo modo la scena italiana
è stata dominata per lungo tempo da un ristretto oligopolio
critico, che ha focalizzato l'attenzione su pochi percorsi,
contrastando gli altri. Dove esistono pochi musei di arte
contemporanea si è destinati al minimizing, alla riduzione
al minimo del contesto culturale e artistico. Così
a un osservatore disattento potrebbe sembrare che in Italia
ci siano stati nel XX secolo solo il Futurismo, l'Arte Povera
e la Transavanguardia: tutto il resto è stato ostacolato
o trascurato, limitando lo sviluppo di molte esperienze creative,
con soddisfazione degli operatori stranieri che vedono l'Italia
come terra di conquista.
M.B. La soluzione francese - centralità delle
istituzioni pubbliche e sostegno agli artisti - porrebbe però
qualche problema, non solo perché è costosa
ma perché metterebbe in secondo piano il ruolo degli
operatori privati, galleristi e collezionisti, che in Italia
è ancora importante e può essere valorizzato.
E poi è passato un secolo da quando l'arte si è
liberata dalle istituzioni statali, diventando sistema. La
rivendicazione della libertà dell'arte è andata
di pari passo con il liberismo economico, e la stessa figura
del critico è nata come risposta alle esigenze di promozione
dell'arte in un contesto di competizione, culturale ed economica.
Non mi sembra che tutto questo si possa superare: per avere
maggiore pluralismo e una competizione meno bloccata non basterebbero
in fondo altre dieci gallerie pubbliche?
E.P. Forse, ma la condizione è che le gallerie
pubbliche, i musei, non rinuncino ad avere un ruolo centrale
nel restituire al sistema libertà e credibilità.
Insomma è necessario che le istituzioni museali siano
sottratte al controllo di pochi e ridiventino il luogo della
storia. Una società priva di istituzioni capaci di
riconoscere le fonti delle idee e dell’innovazione del
linguaggio, e di gestirne la storia, non può né
guardarsi indietro né progettare il futuro. Per questo
l'arte italiana sta vivendo un processo di disarticolazione,
e i movimenti che l'hanno caratterizzata perdono importanza
a livello internazionale.
M.B. Ma la storia si riscrive di continuo e la storia
dell'arte in particolare è fatta di lacune e razionalizzazioni:
le scelte più arbitrarie possono essere giustificate
a posteriori, e anche i criteri di classificazione legati
a una prospettiva storico-cronologica possono sempre essere
messi in discussione, a seconda di chi li propone. E poi nell’arte
ci sono molte individualità isolate, irriducibili a
ogni definizione.
E.P. Proprio questa accentuazione del valore individuale
viene usata sempre più spesso per prendere le distanze
da una prospettiva storica, guardando all’artista come
a un creatore di poetiche che non richiedono spiegazioni.
Ma al di fuori di una prospettiva storica l'arte si trasforma
in una competizione brutale, in cui il valore delle idee e
delle proposte culturali conta meno della loro visibilità
nel contesto globale dell'arte. E’ questa che ne sostiene
il valore economico, rendendo tutto lecito e possibile. Per
questo i danni provocati dalla globalizzazione, dal pensiero
unico, dall’egemonia americana, dall’economia
di mercato applicata all’arte, devono essere in qualche
modo riparati. Il mondo dell'arte ha bisogno di un nuovo illuminismo,
che ci consenta di ricominciare a distinguere cosa é
importante e cosa non lo è. Questo non può che
essere compito dei musei, che devono riacquistare la propria
autorevolezza.
MB. Derrick de Kerckhove, a proposito del mio lavoro Museophagia,
ha scritto che i nuovi media non potranno sostituire i musei
nel confermare e sostenere i valori dell’arte. Alcuni
dei musei che stanno nascendo in Europa dimostrano del resto
una grande vitalità, creando in alcuni casi (come il
Guggenheim di Bilbao) nuove tendenze: un indotto economico,
flussi di denaro pubblico a sostegno del turismo dell’arte,
interesse degli organi di informazione.
E.P. Internet non sembra in grado di promuovere una
storia alternativa, capace di aggiungere proposte e modificare
il percorso tracciato dai musei. Può registrare più
percorsi e funzionare come mezzo di consultazione e diffusione
delle idee, ma non serve alla valorizzazione delle opere:
non seleziona e non dà statuto. I contenitori della
storia continuano a essere i libri e i musei. In quanto al
turismo dell’arte e all’interesse dei media, penso
che la comunicazione favorisca l'arte, ma tenda a cambiarla.
La spinge verso la spettacolarizzazione e lo stupore gratuito,
anteponendo l'audience alla conoscenza. In alcuni di questi
nuovi musei perfino i progetti architettonici hanno finito
per muoversi su questa linea: sembra che l’Europa sappia
rispondere all'America solo con l'architettura dei musei,
ben sapendo di non essere stata in grado di farlo sostenendo
la storia e i valori della propria arte. Tutto questo mi sembra
coerente con ciò che Zygmunt Bauman ha definito “modernità
liquida”: un mondo fragile che ha sciolto i suoi legami
col passato, nel quale la sensazione di insicurezza lascia
spazio a un’arte piena di artifici e immagini spettacolari,
slegata dai linguaggi della storia. Questo accentua l’insicurezza
in chi si occupa di arte e demotiva il collezionismo più
attento.
M.B. E’ ormai giudizio comune che le opere che
hai raccolto dagli anni Settanta possono competere, per vastità
e importanza, con quelle di un museo. Ma poi negli anni Ottanta
il tuo interesse è venuto meno. Cosa ti ha allontanato
proprio in quegli anni dal collezionismo: il ritorno alla
pittura, il neoespressionismo, le difficoltà che hai
descritto?
E.P. Gli anni Ottanta sono stati il decennio del grande
vuoto, insufficientemente riempito dai movimenti dei Nuovi
Selvaggi in Germania e dalla Transavanguardia italiana, che
non sembravano andare oltre il recupero di certi valori legati
alla memoria e le esigenze di un mercato alla ricerca di immagini
seducenti. In quegli anni ho preferito seguire in America
il movimento del Grafitismo, che è stato dirompente
e di forte impatto visivo.
M.B. Per la prima volta alcune minoranze etniche entravano
sulla scena dell'arte.
E.P. E si diffondevano allo stesso tempo termini come
meticciato e contaminazione, i quali andavano di pari passo
con la disattenzione verso la storia del linguaggio artistico.
In quegli anni cominciava a cadere l'importanza della cronologia
delle idee, che la modernità aveva continuamente difeso
come una necessità insopprimibile dell’arte nella
costruzione della sua storia.
M.B. Tu fai parte di quella schiera di critici che
cercano di definire la storia dell’arte in maniera solida,
sistematica, come nella tradizione francese. Ma un eccesso
di ordine e di classificazioni non finisce per semplificare
troppo le cose, per imporre all’arte un vestito troppo
stretto?
E.P. Il futuro nell’arte appartiene ai paesi
che sapranno articolare la propria storia costruendo sistemi
di valore duraturi, al di là dei fenomeni transitori
legati all’attuale cultura della sopravvivenza. Per
questo amo la Francia più dell’Italia. In Francia
ritrovo più rigore, attenzione alla storia e una diffusa
partecipazione al dibattito culturale. C’è nel
sistema dell’arte francese una maggiore attitudine alla
democrazia, sostenuta anche da una rete di musei e di centri
d’arte contemporanea che permettono agli artisti francesi
di difendere con forza i propri linguaggi e la propria storia.
2. Avanguardie e teoria quantistica
M.B. Passions de France, la mostra che hai curato nel
1999 al Centre Culturel Français di Torino e all’Ambasciata
francese a Roma, con opere che hai raccolto nei primi anni
Settanta, dimostra che il tuo interesse per la storia dell’arte
francese è di lunga data. Parliamo allora del tuo modo
di guardare alla storia dell’arte. Un filo conduttore
è stata la tua formazione scientifica, che ti ha portato
a mettere in relazione la storia dell'arte - in particolare
le ricerche scaturite negli anni Sessanta e Settanta - con
l'evoluzione delle teorie scientifiche e soprattutto con la
fisica quantistica.
E.P. I grandi movimenti degli anni Sessanta e Settanta
- Fluxus, Minimal Art, Arte Concettuale, Arte Povera, Land
Art, Body Art - sono tutti in qualche modo riconducibili al
sapere quantistico. Quando ho cominciato ad appassionarmi
a Fluxus, nel 1970, mi sono reso conto che mancava una visione
ampia di questo movimento, una teoria. Si parlava di filosofia
Zen e di John Cage, ma a me sembrava che Fluxus andasse oltre.
Avevo vissuto a lungo a Firenze, dove la relazione tra gli
studi di Tolomeo (i suoi reticoli di meridiani e paralleli)
e l’arte rinascimentale si poteva toccare con mano,
e mi sembrava che la stessa profonda influenza tra scienza
e arte si stesse verificando nel XX secolo. Convinzione che
fu poi rafforzata scoprendo a Firenze l’Associazione
Musica Contemporanea, fondata dal musicista Pietro Grossi,
diretta dal fisico Giuliano Toraldo di Francia e frequentata
da Silvano Bussotti e Giuseppe Chiari. Così mi sono
reso conto che Fluxus si legava a una epistemologia. Mi sono
messo a studiare il rapporto tra arte e fisica, l’influenza
delle geometrie non-euclidee, della teoria della relatività
e della teoria dei quanti, fino ai lavori di Prigogine sulla
dissipazione. Sin dalle avanguardia storiche l’arte
correva in parallelo a questi sviluppi, respirando il nuovo
clima che la fisica andava costruendo: la simultaneità
di visioni del Cubismo ottenuta smontando la volumetria degli
oggetti; lo spazio che nel Futurismo diventa elemento attivo
messo in movimento dai corpi che lo attraversano; poi le conseguenze
ben più profonde registrate nell'area dadaista.
M.B. Tuttavia non sorprende che ci siano tematiche,
pensieri, visioni che caratterizzano certi periodi storici
e attraversano tutte le discipline. Le teorie contraddittorie
emerse nella fisica - il dualismo della teoria ondulatoria
e corpuscolare della luce, la fisica dell’elettrone,
il continuum einsteiniano - in fondo sono le stesse teorie
contraddittorie che si trovano nella riflessione filosofica,
nella contrapposizione tra soggetto e oggetto, che ha ugualmente
dominato la cultura del XX secolo.
E.P. Certo, ma qui siamo messi di fronte alla rappresentazione
del mondo fisico. Rendersi conto per la prima volta di non
poter dire dove finisce un oggetto appoggiato sul pavimento
perché si tratta in entrambi i casi (oggetto e pavimento)
di energia, di materia fatta di atomi, ha cambiato molte cose.
Con la teoria dei quanti poi si arriva al superamento della
distinzione tra la materia, insieme di entità discrete
nello spazio e nel tempo, e la radiazione, fenomeno continuo
e ondulatorio. Con Heisemberg si dissolve il meccanismo di
causa-effetto che aveva retto nella fisica classica la possibilità
di osservazione obiettiva del reale. I concetti di materia
e antimateria, particella e antiparticella, aprono poi il
campo di indagine legato alla dimensione del negativo. Tutto
questo prepara per l’arte nuovi orizzonti e sconfinamenti.
M.B. La tua riflessione non si è limitata alle
avanguardie storiche. Nel tuo libro La macchina quantica e
la Seconda Avanguardia hai sostenuto che il principio di indeterminazione
di Heisemberg ha creato le condizioni epistemologiche del
lavoro di John Cage e ha consentito che nell'arte emergessero
le problematiche di Happening & Fluxus. Questo è
interessante e vorrei ripercorrerne alcune tappe partendo
dalle tue scelte di critico e collezionista. Riesco a immaginarti
mentre (vent’anni fa) ti sposti da una galleria all’altra
di Manhattan pensando al principio di indeterminazione! Dunque,
tutto (e anche la tua raccolta) comincia da Marcel Duchamp...
E.P. Sì, all’inizio del secolo, oltre
alla teoria della relatività, gli studi di Rutherford
sull’atomo avevano messo in discussione la sostanzialità
della materia: era la premessa per immaginare il vuoto della
materia, la sua dissoluzione in un gioco di forze elettriche.
E in questo contesto accadeva improvvisamente che Marcel Duchamp
esponesse in un luogo deputato all’arte la sua ruota
di bicicletta...
M.B. Cambiando il modo di concepire l'arte, come ormai
si studia anche a scuola: i ready-made vanno oltre il contenuto
a favore del significante. E’ come se Duchamp avesse
detto che il medium è il messaggio cinquant'anni prima
di McLuhan - l'ha scritto Anne Cauquelin nel suo libro sull'arte
contemporanea. E quindi non c'è più bisogno
che l'artista produca degli oggetti, basta che li scelga.
E.P. Ma c’è di più nel ready-made.
E’ la casualità che dalla ricerca scientifica
irrompe nella storia dell’arte, intesa come indifferenza
visiva e attitudine alla libertà, diventando premessa
di tutto il lavoro della Seconda Avanguardia, dalla metà
degli anni Cinquanta, quando gli allievi di Cage iniziano
la loro attività con i primi happenings e events.
M.B. Dunque gli artisti che ti hanno interessato di
più, sia come critico che come collezionista, sono
quelli il cui lavoro è più facilmente riconducibile
a queste teorie. All’interno di Happening & Fluxus:
Alan Kaprow, Nam June Paik, George Brecht, Robert Fillou,
Ben Vautier, Giuseppe Chiari, Ben Patterson... Tra i minimalisti,
Sol Lewitt e Donald Judd. Tra gli artisti concettuali, Bernar
Venet, Joseph Kossuth, Art & Language. Nell’Arte
Povera, Pistoletto, Giovanni Anselmo, Kounellis, Pennone...
E.P. E poi naturalmente John Cage e Ad Reinhardt, la
cui ricerca occupava una posizione cruciale rispetto a Happening
& Fluxus nel primo caso e alla Minimal Art e all’Arte
Concettuale nel secondo. Non vedo come il lavoro di John Cage
avrebbe potuto essere possibile senza il principio di indeterminazione
(e poi, dalla fine degli anni Quaranta, senza la scoperta
dell’instabilità delle particelle elementari,
le strutture del non equilibrio, il Big Bang) di cui sembra
trarre tutte le conseguenze. Cage introduce nel contesto musicale
e artistico le nuove categorie della probabilità e
dell’indeterminatezza legate alla rottura del determinismo.
Il suo lavoro diventa, attraverso la nozione di caso come
equivalenza di possibilità, la base della Seconda Avanguardia
del XX secolo. Considero il movimento di Happening & Fluxus,
di cui Cage è stato la matrice fondamentale, come l’area
di ricerca in cui il sapere quantistico ha trovato l’humus
ideale per attuare la propria presa diretta sulla realtà.
M.B. Mentre Ad Reinhardt con i suoi quadri neri anticipava
alcuni aspetti del Minimalismo e dell’Arte Concettuale.
Hai scritto che i quadri neri, che Reinhardt ha ripetuto fino
alla fine, rappresentano il raggiungimento nell’arte
di una nuova dimensione legata al vuoto quantico e sono all’origine
della grande frattura delle arti nella seconda metà
del XX secolo.
E.P. I quadri neri di Ad Reinhardt derivano da un processo
di riduzione, sottrazione e sospensione di tutti gli elementi
che formano un quadro, e in questo modo aprono alla possibilità
di uscita dell’arte dal quadro stesso, dando inizio
alla grande rivoluzione linguistica che prenderà corpo
qualche anno più tardi. E' sempre più evidente
che la sua opera rappresenta la tensione dell’arte verso
una ridefinizione di sé stessa, un momento catartico
dell’arte, reso necessario dall’avvento del nuovo
sapere, spinto oltre il limite della non percettibilità
e dell’immersione nel nero.
3. Nuove Tecnologie
M.B. Anche dell'Arte Povera hai scritto che non può
essere compresa prescindendo dal clima culturale prodotto
dall’esplorazione del mondo subatomico da parte della
fisica quantistica, che ha rivelato la natura dinamica della
materia. Questa prospettiva tuttavia potrebbe difficilmente
essere estesa fino agli sviluppi recenti. Utilizzando il tuo
approccio si potrebbe dire che la fisica è stata la
scienza di riferimento fino a venti anni fa, ma poi l'interesse
si è spostato su cose diverse: i sistemi complessi,
le leggi di evoluzione non lineari, i sistemi generativi,
la stessa biologia. Nell’arte penso in particolare al
movimento delle Nuove Tecnologie - all'uso delle tecnologie
digitali, alle reti di telecomunicazione, all'intelligenza
artificiale - e penso alla bioestetica. Se, come sostieni,
sia la fisica che l'arte della Seconda Avanguardia ci hanno
restituito (entrambe) la rappresentazione di un mondo ugualmente
“intensificato, semplificato e povero”, le Nuove
Tecnologie ci portano in tutt'altra direzione: quella di una
realtà auto-organizzata, ubiqua, ricalcolabile, infinitamente
replicabile... Del resto ciò che la fisica dimostra
per il microcosmo o per il macrocosmo può cambiare
il nostro immaginario ma, al contrario delle tecnologie, non
ha significato per la nostra esistenza.
E.P. Alle soglie degli anni Novanta questi sviluppi
hanno ridisegnato il sapere all'interno di un nuovo paradigma,
che include la complessità, la non linearità
e la dissipazione. L’indeterminatezza, che aveva segnato
i campi del sapere entro i quali gravitavano i movimenti artistici
degli anni Sessanta e Settanta, viene superata da una nuova
visione del mondo e da nuove categorie. Gli artisti delle
Nuove Tecnologie danno corpo a tutto questo e, come sostieni,
tendono a farlo agendo direttamente sul piano del "funzionamento"
della realtà piuttosto che della sua analisi e rappresentazione,
spostando la ricerca su un confine più avanzato. Ma
ci sono anche altri artisti, oltre a quelli tecnologici, che
collocherei vicino a quest'area di ricerca. Uno tra tutti
è Max Neuhaus.
M.B. Te ne sei occupato sia come collezionista che
come curatore, con la mostra Utopia del Possibile, nel 1993.
I suoi esperimenti con lo "spazio-suono" hanno cercato
di spostare la percezione dello spazio dal livello visivo
a quello uditivo, attraverso fonti sonore che ne ridefiniscono
le caratteristiche: ascoltare lo spazio invece che guardarlo.
E.P. Può anche ricordare alcune forme di ibridazione
tecnologica e sensoriale sperimentate in modo più sistematico
con le Nuove Tecnologie, che considero oggi un movimento centrale,
nonostante stiano ancora pagando una insufficiente distinzione
dalla multimedialità. Penso che voi artisti tecnologici
siate molto diversi dagli artisti multimediali. Vedo le Nuove
Tecnologie come un momento profondamente freddo, costruito
sui dispositivi (quello che Mario Costa ha definito il "vuoto
tecnologico"), e mi sembra che rappresentino una direzione
di ricerca molto innovativa e con grandi potenzialità.
Le tue macchine programmate per produrre flussi inesauribili
di immagini e poi lasciate funzionare all’infinito esemplificano
bene quest’area: gli algoritmi usati per programmarle
sono come un DNA in grado di produrre risultati incontrollabili.
M.B. Le tecnologie digitali consentono di fare nell'arte
cose che prima erano solo ipotetiche, spostando il centro
della scena dall'artista che le immagina ai dispositivi che
le realizzano al di fuori dal suo controllo. Questo ha diverse
conseguenze, che probabilmente riguardano anche la formazione
degli artisti, e ci riporta al tema della tua formazione scientifica.
Cos'hanno oggi in comune arte e scienza, e cosa le divide?
E.P. Una risposta convenzionale è che quando
descriviamo la realtà con gli strumenti della razionalità
siamo nel mondo della ricerca scientifica. Quando invece le
forme della nostra rappresentazione sfuggono a una comprensione
razionale, pur manifestando intuitivamente il proprio significato,
siamo nel mondo della creazione artistica. Ciò che
accomuna i due mondi è l’aspirazione a qualcosa
di non arbitrario, di universale. Questo dovrebbe valere per
i critici, per i collezionisti e soprattutto per gli artisti.
Ma questo, da artista, ci si aspetta che sia tu a dirlo.
M.B. Il rapporto tra ricerca artistica e scientifica
oggi è più stretto, anche se le differenze continuano
a essere evidenti. Non si contano più i convegni sulla
convergenza tra arte e scienza, promossi in uguale misura
da istituzioni artistiche e scientifiche. Mentre molti artisti
sembrano impegnati su entrambi i versanti: penso ad artisti
delle Nuove Tecnologie come Roy Ascott, Fred Forest o Mit
Mitropoulos, ai lavori transgenici di Eduardo Kac, o anche
ai miei lavori sull’intelligenza collettiva. La stessa
comune aspirazione a raggiungere risultati non troppo arbitrari,
a cui fai riferimento, è innegabile. Tuttavia l’arte
rappresenta un’area di ricerca più aperta e sperimentale,
insomma fa parte di un’amministrazione straordinaria.
Per questo anche oggi il problema non è riconoscere
la specificità dell'arte all'interno di questa comune
aspirazione, ma riconoscere l'innovazione nell’arte.
Da questo punto di vista il rapporto che artisti e ricercatori
hanno con le proprie istituzioni di riferimento è diverso:
nel sistema dell'arte non può esserci la possibilità
di riconoscere l'innovazione che c'è nelle istituzioni
scientifiche. E’ tutto più casuale e arbitrario.
E.P. Per questo nell'arte continua a essere più
importante il lavoro degli storici. Genova, ottobre 2004
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Enrico Pedrini

Sol LeWitt, Open Cube, 1973

Donald Judd, Untitled, 1969

Donald Judd, Untitled, 1970

Maurizio Bolognini, Untitled (macchine programmate),
1992-2003

Janis Kounellis, Untitled, 1960

Ben Vautier, Tout est art. Tout est marchandise,
2002

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano, 1962

Nam June Paik, Three Media, 1974

Marcel Duchamp, The Clock in Profile, 1964

Bernar Venet, Untitled, 1996
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