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Editoriale n.5
Editoriale
n.2
Editoriale
n.1
Stiamo partendo
per Ithaca
di Simonetta Lux
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EDITORIALE
Siamo veramente noi?
di Simonetta Lux
La costellazione casuale che richiama al nostro pensiero, in
questo momento, i rapporti Oriente-Occidente e Nord-Sud del
Mondo, è fatta di due stelle: il poeta senegalese. Abasse
Ndione e l’economista statunitense Jeremy
Rifkin. Abasse Ndione è
autore di Ramata e di Vita a Spirale, mente Jeremy Rifkin è
oggi sulla cresta dell’onda per il suo straordinario libro
Il sogno europeo. Sembra accomunarli l’idea di una azione
basata sulla solidarietà Per Abasse Ndione si tratterebbe
del culto di una tradizione del suo paese – il Senegal
– e delle vicine isole Capo Verde, cui ancorarsi fortemente
per resistere, come lui ha detto in un’intervista recente
trasmessa da Rai News 24, a tutto ciò che arriva dall’esterno
e , come lui dice “tenta di entrare dentro di noi”.
Questo ancoramento serve a maturare una forza per poter praticare
l’accettazione o il rifiuto di questa ormai evidente a
noi tutti invasione.
Anche Jeremy Rifkin racconta in parallelo invasioni “antiche
ed attuali”, quelle degli Stati Uniti da parte di noi
emigranti europei fuggitivi dalle condizioni drammatiche della
miseria o della “diversità”, e quella che
è ora sotto gli occhi di tutti in Europa. Ma noi sappiamo
in tutto il mondo.
L’ambiguità del miraggio di tutti coloro che fuggono
da un luogo per raggiungere quello reputato mitico e esoterico,
è la cifra assoluta di questo evento oggi mondiale. Non
saprei se scegliere tra la ricerca della”forza”
per “resistere”, o la ricerca della accondiscendenza
intelligente mirante comunque ad un sistema integrato. Certo
l’analisi comparativa, geografica e diacronica, di Rifkin,
e il barlume di incoraggiamento che ci dà, citando tra
l’altro tra i pochi europei il nostro grande scomparso
ministro dell’Università Antonio Ruberti per il
suo concetto di “Patrimonio Immateriale e/o risorsa umana
scambiabile”, ci fa porre un interrogativo: ma siamo proprio
noi coloro di cui parla?
Comunque ciò che scrive Rifkin ci fa bene e ci incoraggia
nell’osservazione dell’evento mondiale di circolazione
parossistica di uomini e parti di popoli e – non si dice
mai – di intellettuali, poeti e artisti, districando l’autentico
dall’inautentico e l’ inculturalmente corretto dal
culturalmente vitale: è quest’ultimo che ci da
potenza e nutre l’intelligenza.
Attraverso una serie di viaggi o attraverso una serie di amici
testimoniamo in questo numero ciò che sta avvenendo nel
mondo dell’arte in riferimento a questo drammatico –
ma anche gioioso – tema della circolazione e fuga degli
uomini da un posto all’altro del mondo. Noi ci sentiamo
di riconoscerci nella prassi che Rifkin individua come qualcosa
di definibile come “nuovo sogno europeo “ come contrapposto
allo stantio e svanito “american dream”: tolleranza,
riconoscimento dell’identità, equilibrio nella
integrazione, ricerca della cooperazione e del consenso..
Io per esempio non so cosa sia avvenuto veramente a Dakar, alla
Biennale di Arte Contemporanea. All’interno dell’arcipelago
della creazione/promozione/progettazione della Biennale di Dakar,
gestita da un comitato internazionale che ha ipotizzato una
rottura di fatto del ridicolo “sistema dell’arte”
in cui la fanno da padroni i vecchi Musei e Gallerie finanziarie,
sono nati i Salons des Independeants del III Millennio.
Qull’interno della concezione aperta di questa grande
manifestazione culturale – le quattro sezioni: Africa
curata da un occidentale, scultura africana come “musa
d’oltremare” dell’avanguardia del Novecento
europeo, mostra del design, sezione principale con gli artisti
africani invitati a proporsi e selezionati da un comitato internazionale
e finanziato da fondi europei (Fondazione Prince Klaus di Amsterdam),
e Daka’rt Off – abbiamo visto convivere il curatore
Hans Ulrich Obrist globalisticamente corretto (peraltro stimabile)
e un’associazione indipendente di ex bambini di strada
di Dakar. Ai modi dell’apparizione dell’uno, che
girava con la Mercedes bianca dedicata ed autista, fanno riscontro
le apparizioni dei piccoli indipendenti acciuffati dalla strada
e ricondotti alla vita.
Dietro ogni grande evento c’è un gatto dice un
famoso proverbio. Il nostro gatto è Bruyère, un
comunicatore francese conosciuto a Dakar da Lucrezia C. Egli
outsider dell’arte, ha compiuto il gesto più vicino
a quanto noi pensiamo essere un’arte viva: trovando, educando
e tranquillizzando i bambini espulsi da casa famiglia e società,
ha spiegato loro l’arte in due parole. E’ un po’
come Damien Hirst, che riprendendo Ruskin probabilmente sans
le savoir, dice: “non comprate le cose ma fate le cose”.
Un dono? |