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N°9/2004
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Editoriale n.5


Editoriale n.2

Editoriale n.1

Stiamo partendo per Ithaca
di Simonetta Lux

EDITORIALE

Siamo veramente noi?

di Simonetta Lux


La costellazione casuale che richiama al nostro pensiero, in questo momento, i rapporti Oriente-Occidente e Nord-Sud del Mondo, è fatta di due stelle: il poeta senegalese. Abasse Ndione e l’economista statunitense Jeremy Rifkin. Abasse Ndione è autore di Ramata e di Vita a Spirale, mente Jeremy Rifkin è oggi sulla cresta dell’onda per il suo straordinario libro Il sogno europeo. Sembra accomunarli l’idea di una azione basata sulla solidarietà Per Abasse Ndione si tratterebbe del culto di una tradizione del suo paese – il Senegal – e delle vicine isole Capo Verde, cui ancorarsi fortemente per resistere, come lui ha detto in un’intervista recente trasmessa da Rai News 24, a tutto ciò che arriva dall’esterno e , come lui dice “tenta di entrare dentro di noi”. Questo ancoramento serve a maturare una forza per poter praticare l’accettazione o il rifiuto di questa ormai evidente a noi tutti invasione.
Anche Jeremy Rifkin racconta in parallelo invasioni “antiche ed attuali”, quelle degli Stati Uniti da parte di noi emigranti europei fuggitivi dalle condizioni drammatiche della miseria o della “diversità”, e quella che è ora sotto gli occhi di tutti in Europa. Ma noi sappiamo in tutto il mondo.
L’ambiguità del miraggio di tutti coloro che fuggono da un luogo per raggiungere quello reputato mitico e esoterico, è la cifra assoluta di questo evento oggi mondiale. Non saprei se scegliere tra la ricerca della”forza” per “resistere”, o la ricerca della accondiscendenza intelligente mirante comunque ad un sistema integrato. Certo l’analisi comparativa, geografica e diacronica, di Rifkin, e il barlume di incoraggiamento che ci dà, citando tra l’altro tra i pochi europei il nostro grande scomparso ministro dell’Università Antonio Ruberti per il suo concetto di “Patrimonio Immateriale e/o risorsa umana scambiabile”, ci fa porre un interrogativo: ma siamo proprio noi coloro di cui parla?
Comunque ciò che scrive Rifkin ci fa bene e ci incoraggia nell’osservazione dell’evento mondiale di circolazione parossistica di uomini e parti di popoli e – non si dice mai – di intellettuali, poeti e artisti, districando l’autentico dall’inautentico e l’ inculturalmente corretto dal culturalmente vitale: è quest’ultimo che ci da potenza e nutre l’intelligenza.
Attraverso una serie di viaggi o attraverso una serie di amici testimoniamo in questo numero ciò che sta avvenendo nel mondo dell’arte in riferimento a questo drammatico – ma anche gioioso – tema della circolazione e fuga degli uomini da un posto all’altro del mondo. Noi ci sentiamo di riconoscerci nella prassi che Rifkin individua come qualcosa di definibile come “nuovo sogno europeo “ come contrapposto allo stantio e svanito “american dream”: tolleranza, riconoscimento dell’identità, equilibrio nella integrazione, ricerca della cooperazione e del consenso..
Io per esempio non so cosa sia avvenuto veramente a Dakar, alla Biennale di Arte Contemporanea. All’interno dell’arcipelago della creazione/promozione/progettazione della Biennale di Dakar, gestita da un comitato internazionale che ha ipotizzato una rottura di fatto del ridicolo “sistema dell’arte” in cui la fanno da padroni i vecchi Musei e Gallerie finanziarie, sono nati i Salons des Independeants del III Millennio.
Qull’interno della concezione aperta di questa grande manifestazione culturale – le quattro sezioni: Africa curata da un occidentale, scultura africana come “musa d’oltremare” dell’avanguardia del Novecento europeo, mostra del design, sezione principale con gli artisti africani invitati a proporsi e selezionati da un comitato internazionale e finanziato da fondi europei (Fondazione Prince Klaus di Amsterdam), e Daka’rt Off – abbiamo visto convivere il curatore Hans Ulrich Obrist globalisticamente corretto (peraltro stimabile) e un’associazione indipendente di ex bambini di strada di Dakar. Ai modi dell’apparizione dell’uno, che girava con la Mercedes bianca dedicata ed autista, fanno riscontro le apparizioni dei piccoli indipendenti acciuffati dalla strada e ricondotti alla vita.

Dietro ogni grande evento c’è un gatto dice un famoso proverbio. Il nostro gatto è Bruyère, un comunicatore francese conosciuto a Dakar da Lucrezia C. Egli outsider dell’arte, ha compiuto il gesto più vicino a quanto noi pensiamo essere un’arte viva: trovando, educando e tranquillizzando i bambini espulsi da casa famiglia e società, ha spiegato loro l’arte in due parole. E’ un po’ come Damien Hirst, che riprendendo Ruskin probabilmente sans le savoir, dice: “non comprate le cose ma fate le cose”. Un dono?


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